Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Siamo rimasti impressionati dall’articolo che il professor Ernesto Galli della Loggia ha pubblicato ieri mattina sul Corriere della Sera. E ci aveva colpito, il giorno prima, il discorso del governatore Ignazio Visco, al forum del libro “Passaparola” di Bari. A dire il vero, è più o meno un mese che gente autorevole e credibile ci prende a schiaffi: i dati Svimez di venerdì scorso, quelli Ocse dell’8 ottobre, il pezzo di Luca Ricolfi sulla Stampa del 14 ottobre. In qualche modo gli ultimissimi fatti, cioè l’approvazione di una legge finanziaria di raro grigiore e l’uscita di scena piena di rabbia dell’ex premier Mario Monti (con le accuse fuori misura alla Bignardi che alle Invasioni barbariche gli mise in braccio un cagnolino), confermano ciò che questi articoli e questi rapporti ci dicono o ci fanno capire: il disegno di Napolitano di uno scatto nazionale che responsabilizzasse le forze politiche e il Paese è fallito (come dimostra la caduta di Monti), l’Italia si sta in realtà frantumando, qualcosa di più grave di un fallimento, perché pare incapace di avere un’idea di sé e di quello che deve fare, non solo rispetto alle questioni più evidenti della crisi economica e della disoccupazione, ma soprattutto rispetto al proprio essere, e dover essere, e voler essere. Quando si fa presente a un ministro, per esempio la stimabile Maria Chiara Carrozza, che il nostro è un paese di semi-analfabeti, la risposta è sempre la solita: «Abbiamo stanziato 500 milioni...». Ma si tratta davvero di questo, cioè di mettere in circolazione un po’ di denaro che non si sa dove andrà a finire? O non si tratta invece di qualcosa di più difficile, persino di più spirituale, qualcosa che riguarda la nostra mentalità, il nostro modo di essere, il nostro modo di vivere e di condividere un territorio?
• Che cosa dicono questi Galli della Loggia, Visco, Ricolfi e non so chi altro?
Galli della Loggia, sotto il titolo “Il potere vuoto di un paese fermo”: «[...] Dalla giustizia all’istruzione, alla burocrazia, sono principalmente tutte le nostre istituzioni che appaiono arcaiche, organizzate per favorire soprattutto chi ci lavora e non i cittadini, estranee al criterio del merito: dominate da lobby sindacali o da cricche interne, dall’anzianità, dal formalismo, dalla tortuosità demenziale delle procedure, dalla demagogia che copre l’interesse personale». Ricolfi: «[...] Scrivere di politica, economia e società [...] mi sembra sempre meno utile [...] da vent’anni in questo Paese “non muove foglia”. Tutto è immobile e congelato [...] Cambiano i governi, cambiano le mode, cambiano i palinsesti della tv, ma tutto avviene in modo che nulla di essenziale cambi davvero. Siamo il Paese più conservatore del mondo, o perlomeno così appaiamo ai miei occhi. Anche la crisi, ormai entrata nel settimo anno, pare non averci insegnato nulla. La gente aspetta, come sotto un bombardamento, che passi la buriana. La classe politica si trastulla nella speranza di “agganciare la ripresa”». Visco... beh, il governatore della Banca d’Italia ha fatto un discorso sulla nostra decadenza legato ai dati. Soprattutto ai dati relativi all’istruzione.
• Siamo semianalfabeti...
Visco, tra l’altro, cita dati Eurostat per sottolineare questo punto: all’estero un laureato ha più possibilità di trovare lavoro di un diplomato, e quando lo trova guadagna di più, in Italia è invece indifferente essere laureati o diplomati. Si hanno le stesse difficoltà ad impiegarsi e si prendono poi gli stessi stipendi. Dunque, andare all’università non conviene. Oppure (ma questo lo diciamo noi): andare all’università è inutile perché il valore che l’Università aggiunge all’istruzione secondaria ricevuta fino al diploma è mediamente pari a zero. C’è poi il fatto, come lei ha ricordato, che gli italiani sono mezzo analfabeti.
• Chi lo dice?
Lo dice l’Ocse: il 70 per cento degli adulti italiani non è in grado di comprendere adeguatamente testi lunghi e complessi al fine di estrarne ed elaborare le informazioni richieste. Nel resto d’Europa questa percentuale è pari al 49%. Ma, prima che lo spazio finisca, è necessario che io completi il quadro con lo studio dello Svimez sul Mezzogiorno.
• In effetti del Mezzogiorno non ci occupiamo mai.
Dal Sud stanno scappando. Nel 2012 il numero dei morti ha superato quello dei nati vivi, un evento che si è verificato solo nel 1867 e nel 1918 (epidemia spagnola). Le donne del Sud fanno meno figli delle donne del Nord (1,35 contro 1,43). Negli ultimi vent’anni sono scappate dal Sud 2 milioni e 700 mila persone. Sette immigrati su otto vanno al Nord. Il Pil pro-capite del Mezzogiorno è pari al 57,4% del Pil del Settentrione. Il reddito medio annuo di un abitante del Nord è di 30 mila euro, di un abitante del Sud di 16.500 euro. Il Sud e il Nord sono sue paesi diversi, staccati di fatto uno dall’altro.
• Di tutto questo va data la colpa alle varie classi dirigenti. Ma gli italiani, in quanto popolo, sono del tutto innocenti?
Che domanda. Certo che no. Ognuno di noi s’è scavato la sua nicchia nello sfacelo e non intende certo rinunciare ai propri privilegi per un non troppo chiaro bene comune. I nostri motti sono sempre quelli: «Tengo famiglia», «Chi te lo fa fare?» e «Fatti i cavoli tuoi». In linea generale, e facendo le debite eccezioni, un popolo di mantenuti e di piagnoni.
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