Avvenire, 3 aprile 2025
Con le inchieste anti-caporalato in regola quasi 50mila lavoratori
Sono oltre 49mila i lavoratori, «assunti» e «stabilizzati», che in precedenza lavoravano per altri con appalti irregolari, in seguito alle inchieste della procura di Milano sui colossi della logistica e dei trasporti e dei servizi di vigilanza. Ed è di oltre 600 milioni la somma finora recuperata dall’erario con i risarcimenti fiscali in seguito a tali inchieste. Cifre complessive rilevate «sulla scorta delle risultanze degli Archivi Inos e del Ministero del Lavoro, tenendo conto dei periodi temporali delle attività svolte e dei piani rimediali successivi», e riportate nell’ultimo decreto di sequestro. Quello emesso nei confronti della Iperal Supermercati specializzata nella grande distribuzione organizzata e della Kuehne + Nagel srl operante nel settore della logistica (33 i milioni oggetto dell’ultimo sequestro preventivo). Negli ultimi anni infatti le indagini della procura diretta da Marcello Viola hanno portato a diversi sequestri: Dhl, Amazon, Gls, Lidl, Brt, Geodis, Esselunga, Securitalia, Ups, Gxo, FedEx, solo per citarne alcuni.
L’ultima di queste indagini, dei pm Paolo Storari e Valentina Mondovì, ha iscritto nel registro degli indagati per dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti Iperal Supermercati Spa, per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, e Antonio Tirelli, l’ad di Iperal, accusato di frode fiscale per anni che vanno dal 2021 al 2024. Indagati anche il ramo italiano di Kuehne+Nagel e il manager Ruggero Poli, per contestazioni di frode fiscale che vanno dal 2020 al 2023.
Anche in questo caso, come in quasi tutte le precedenti inchieste condotte sulla somministrazione illecita di manodopera, le indagini avrebbero accertato la presenza di un modello tripartito in cui i colossi del settore e le società committenti sono «schermati» da «società filtro» (normalmente società consortili), che acquisiscono il contratto di appalto, e che a loro volta si avvalgono di cooperative – le cosiddette «società serbatoio» (generalmente di durata temporale limitata) – per reclutare il personale che serve agli stessi colossi. Uno schema che si inserisce perfettamente nel modello attuale di scomposizione del processo produttivo basato sulle esternalizzazioni. Anche negli ultimi decreti di sequestro, come in altri casi, si mette in evidenza il fenomeno della cosiddetta «transumanza» dei lavoratori da una società all’altra della presunta filiera irregolare e quello dello «sfruttamento lavorativo» conseguente. Uno schema a piramide che permette inoltre di omettere il versamento dell’Iva, gli oneri previdenziali e assistenziali. Oltre ai contenitori di manovalanza, un’altra caratteristica comune alle inchieste sulla somministrazione illecita di manodopera è l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, ovvero cessione di fittizi crediti d’imposta. E anche negli ultimi casi su cui si sono accesi i fari della procura le due società, «al fine di abbattere il proprio carico impositivo e previdenziale e avvantaggiarsi del risparmio d’imposta risultante dall’illecita detrazione dell’Iva», avrebbero utilizzato «fatture per operazioni giuridicamente inesistenti emesse, dalle proprie appaltatrici di servizi, a fronte di contratti di appalto, imponibili Iva, simulati per schermare una reale somministrazione di manodopera». Questa è l’ipotesi investigativa a cui ha lavorato il Nucleo di Polizia economico-finanziaria di Milano con la collaborazione dell’Agenzia delle Entrate. Il quadro che emerge, scrivono i pm nel decreto di sequestro, è quello di modello dove «gli operai appaiono mere appendici delle macchine, le quali macchine hanno il controllo più totale della organizzazione e dei ritmi lavorativi». Nel corso delle indagini sono stati sentiti operai, magazzinieri e addetti che hanno lamentato trasferimenti punitivi, ore non conteggiate e ritmi massacranti.