Avvenire, 3 aprile 2025
Le troppe barriere all’export tra i Ventisette costano alle aziende come un dazio del 44%
Un dazio del 44% sulle merci, del 110% sui servizi. No, questa volta Donald Trump non c’entra, è una questione tutta europea: il costo, secondo il Fondo monetario internazionale, di un mercato interno Ue ancora troppo incompleto e frammentato. Perché mentre Bruxelles e le capitali europee aspettano con angoscia la nuova raffica di misure del presidente Usa, cresce la consapevolezza che l’Europa, in realtà, avrebbe più che sufficiente forza economica a sopportare la tempesta scatenata da The Donald. È un gigante da 450 milioni di persone con 23 milioni di imprese e un Pil di 17.000 miliardi di euro (il 14% del pil globale). Il problema è che, a trentatré anni dal varo del mercato interno, ci sono ancora troppe barriere interne, cioè agli scambi commerciali tra Stati membri, che hanno un costo elevato per gli operatori economici. «Le alte barriere interne – avverte Mario Draghi nel suo rapporto pubblicato lo scorso settembre – sono di gran lunga più dannose di qualsiasi dazio». Il Fmi, nel rapporto sull’Europa pubblicato nel novembre 2024, citato dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen nel suo intervento martedì a Strasburgo, è molto chiaro. «Il livello di barriere commerciali all’interno dell’Ue – si legge – è stimato restare significativo, sia per i beni, sia, in particolare, per i servizi». Secondo il Fondo, «in media i costi intra-Ue per i beni sono stimati intorno al 44% (esclusa l’agricoltura), con una grande eterogeneità a seconda dei singoli comparti» (si va dal 120% per il tessile, a poco meno del 40% per i macchinari fino a circa all’1% per la chimica). Un costo che il Fmi definisce un «equivalente ai dazi». Per raffronto: le barriere tra i singoli Stati degli Usa costano in media il 13% alle imprese americane. Per i servizi, il costo è addirittura del 110%. C’è ancora molto da fare. Secondo il rapporto annuale 2025 sul mercato interno e la compe-titività, pubblicato a 29 gennaio dalla Commissione, «nel corso degli anni, l’Ue ha rimosso molte barriere al commercio nel mercato interno, ma allo stesso tempo hanno continuato ad apparire nuove barriere e fonti di frammentazione». Per le merci, a creare ostacoli ad esempio requisiti nazionali divergenti su confezioni ed etichette, normative molto divergenti sul fronte fiscale, sulle autorizzazioni per l’immissione delle merci sul mercato. Particolarmente grave il fronte dei servizi, che pure costituisce il 70% del Pil Ue. Qui il mercato interno, avverte il documento, «resta frammentato da una combinazione di barriere regolatorie e amministrative». Tra gli esempi citati sul fronte regolatorio figura il fatto che «gli Stati membri restringono l’accesso (a operatori di altri Paesi Ue ndr) a oltre 5.700 professioni regolate, che rappresentano il 22% della forza lavoro nell’Unione» (si passa dal 14% in Danimarca al 33% in Germania). Limitazione anche sulle imprese che possono erogare determinati servizi, normative divergenti sul fronte di occupazione e imposte. Sul fronte degli ostacoli amministrativi, il documento cita «complessi requisiti di dichiarazione per distaccare lavoratori, la complessità del diritto delle imprese, divergenze tra regole tra diversi Stati per creare un’impresa o registrare una filiale».
La Commissione sta lavorando per affrontare il problema, oltre a completare altre questioni importanti come l’unione bancaria e il lancio di una «unione del risparmio e degli investimenti» per favorire investimenti privati sul modello Usa. «Ho incaricato il vicepresidente Stéphane Séjourné (responsabile per il Mercato interno e i servizi) – ha dichiarato martedì von der Leyen – di presentare proposte concrete e coraggiose il prossimo mese per rimuovere alcune di queste barriere». Non c’è tempo da perdere, magari proprio i dazi di Trump daranno la spinta necessaria.