Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2025  aprile 03 Giovedì calendario

Intervista a Ortombina, sovrintendente alla Scala

Neppure il tempo di entrare e, nella piccola sala all’ombra del Duomo, scoppiano gli applausi. Ha scelto gli Amici del Loggione Ortombina per la sua Prima assoluta di sovrintendente scaligero. Cantanti e registi li temono? Fortunato è entrato nella loro tana, ed è uscito vincitore. Padano di Mantova, terra d’acque e patria del più antico melodramma l’Orfeo di Monteverdi, l’altro ieri sera è stato un fiume in piena. Cresciuto a pane e lirica, nelle ubertose terre verdiane, da pochi giorni ha in mano le redini del Piermarini. Parliamo di lei? Gli chiedono subito, dopo la stretta di mano con il presidente Gino Vezzini. «Mia mamma cantava, papà suonava l’armonica a bocca, mio zio il clarinetto nella banda della Finanza. Prima musica a ascoltata le Sonate di Beethoven in tv. L’amore per Verdi è arrivato con la banda del paese e il suo Va’ pensiero. I miei genitori sono veneti del lago di Garda, primo spettacolo all’Arena di Verona, il posto più vicino. Alla Scala sono arrivato da maggiorenne».

Lei è un verdiano di ferro.
«Dopo la laurea e il diploma al Conservatorio di Parma in trombone e composizione, sono entrato nell’orchestra del Regio anche collaborando come artista del coro, con voce di basso. Sono stato uno dei pochi ammessi a Sant’Agata per vedere i manoscritti. Lì ho fatto in tempo a conoscere la nipote Gabriella, che mi ha raccontato degli ultimi giorni del maestro, a bruciare le carte che non voleva andassero ai posteri, tra cui le lettere d’amore con la cantante Teresa Stoltz».
Il suo sogno fin da piccolo?
«Fare il maestro di coro, è qualcosa di davvero speciale. Ho provato in Spagna come assistente di Romano Gandolfi. Mio grande maestro insieme a Bruno Ferrari, di cui ho seguito i corsi di perfezionamento in strumento alla Scala. Era molto severo, ricordo che quando parlava di Toscanini non finiva più».
E fare il sovrintendente?
«Non sapevo neppure che fosse una professione. All’inizio, ho preferito rimanere come maestro collaboratore al Regio di Parma. Poi sono andato a Torino, Napoli e Venezia. Ai tempi c’era il Pala Fenice, un tendone da circo degli Orfei. Ricordo l’Otello di Verdi sferzato dalla tempesta. Ho sempre avuto paura degli avanzamenti di carriera, nonostante Carlo Mayer dicesse che avevo la stoffa del direttore artistico. Dopo dieci anni alla Fenice ho fatto come Figaro “smorzo la lanterna, qui più non ho che far”. E dunque eccomi qui, come sovrintendente della Scala».
Non ci sono più le voci di una volta?
«Oggi abbiamo meno Corelli e Tebaldi. È cambiato il mondo. Il funerale di Pavarotti nel Duomo di Modena nel 2007 ha segnato un’epoca. Gli artisti in grado di riempire i teatri, vendere tanti biglietti, non ci sono più. Ma sono positivo. La recita d’opera è qualcosa di meraviglioso. Andiamo per sentirci raccontare una storia, ma dobbiamo poterci credere. Le voci ci sono, basta andarle a cercare e, soprattutto, formarle».
Il suo progetto per la Scala?
«Vorrei dirvi troverete il miracolo, ma sarei un incosciente. Una stagione è un grande affresco, con tante tinte. Non bisogna perdere d’occhio la sperimentazione. È sbagliato rifugiarsi in una programmazione accomodante. Bisogna far sì che ogni sera sia straordinaria. Occorre ricercare autori, registi per opere che vorrei presentare con regolarità ed interpreti diversi».
Prossima stagione?
«Già definita al 70 per cento da Dominique Meyer che stimo. Ho dovuto però fare dei cambiamenti. Su Semiramide di Rossini c’è un progetto. E poi Mefistofele di Arrigo Boito, con cui abbiamo vinto il premio Abbiati quest’anno alla Fenice. E i Puritani di Bellini purché si trovi un tenore che sappia cantare quel fa come piace a voi. Le celebrazioni dei 250 anni della Scala, saranno un grande evento di restituzione collettiva di ciò che ha fatto il teatro per questa città».
La prima sarà con Lady Macbeth del Distretto di Mcensk?
«È già stata diretta alla Scala da Chung Myung-whun. Un capolavoro del ‘900, di teatralità indiscussa. Fu composta in Russia dove ebbe un successo strepitoso. Tanto da intimorire Stalin, come tutti i dittatori era appassionato di musica, che ne scrisse male sulla Pravda. Shostakovich finì sulla lista nera. Ho conosciuto il figlio Maxime che, su consiglio della madre, portava sempre con sé un kit di sopravvivenza. All’epoca di Krusciov, ne scrisse una seconda versione per la prima assoluta alla Scala di Ghiringhelli e Siciliano, grazie all’intermediazione della nostra intelligence».