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 2025  aprile 02 Mercoledì calendario

A Venezia chiude l’ultimo battiloro d’Europa

A Venezia, nel suo laboratorio alle Fondamente Nove, Sabrina Berta attende la visita dei curatori del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. Oggi è il giorno del sopralluogo per decidere quali macchinari e attrezzi salvare dalla discarica, dopo la chiusura definitiva della produzione. L’obiettivo è ricreare nel capoluogo lombardo la bottega da battiloro della famiglia Berta, l’ultima in Europa a produrre foglie d’oro tirate a mano, che si appresta a chiudere i battenti. «È l’unica cosa che ci resta da fare per non veder sparire tutto questo», dice la signora Berta, esausta per le tante promesse, per le idee mai concretizzate, per il poco impegno profuso nel salvare non solo la prestigiosa ditta veneziana, ma soprattutto il mestiere del battiloro. Un mestiere antico, documentato in Laguna già nell’anno Mille, che permetteva ai decoratori di ottenere sottilissime lamine d’oro da applicare su diversi supporti: il battiloro martellava il metallo prezioso tra due strati di cuoio fino a renderlo una foglia impalpabile.

Al piano terra di quel palazzo storico dove visse anche Tiziano Vecellio, nel sestiere di Cannaregio, il marito di Sabrina, Marino Menegazzo, da un grammo d’oro a 24 carati riesce a ricavare un metro quadro di foglia. È un maestro artigiano che ha portato avanti con passione il suo lavoro, ma ora è costretto a deporre gli arnesi. Con la foglia d’oro dei Berta sono state rivestite la Madonnina del Duomo di Milano, la palla della Dogana di Venezia e quelle sulle cupole di San Marco. È dorato grazie a loro anche l’angelo del Campanile, così come la croce della basilica del Rosario di Lourdes. Con una particolare attenzione all’innovazione del prodotto e del processo, a partire dal metallo purissimo, i Berta hanno creato una gamma di diciassette colori che li ha resi noti nel mondo tra artisti, designer, ma anche nel settore alimentare e in quello della cosmesi. Tutto questo, però, non è bastato a salvarli: l’ultimo battiloro d’Europa si appresta a dire addio all’attività. Certo, i miracoli possono sempre accadere – domani potrebbe arrivare un’offerta che cambia tutto – ma ad oggi non c’è speranza per la Mario Berta srl. «A febbraio siamo stati costretti a vendere i locali in cui eravamo fin dal 1926, per ripianare alcuni debiti accumulati negli anni anche per salvare i nostri dipendenti, che consideravamo parte della “famiglia”», racconta Sabrina Berta. «I nuovi proprietari ci hanno chiesto di liberare, e noi non abbiamo un altro luogo dove proseguire l’attività». All’inizio dell’anno, la presidente del Comitato olandese Poorters, Louise Van Deth – che a Venezia ha finanziato diversi restauri – ha scritto un appello alle associazioni straniere che operano per la città, per sensibilizzarle sull’importanza di conservarne il tessuto culturale e sociale, e di promuovere una Venezia viva, non solo da cartolina. «La Procuratoria di San Marco e la Curia patriarcale ci hanno mostrato alcuni locali disponibili, ma non erano adatti», puntualizza Berta. Non è andata meglio con il Comune o con la Regione. «Abbiamo chiesto al Comune, ma non abbiamo ottenuto nulla. Mio marito ha parlato con il vicesindaco e con l’assessore al Patrimonio, lanciando qualche idea, come un locale alla Tesa delle Galeazze, o agli ex cantieri Actv di Sant’Elena, ma niente. Il sindaco? Mai visto». «La Regione», prosegue Sabrina, «aveva trovato dei fondi per insegnare il mestiere ad alcuni allievi. Ma se non c’è più il laboratorio, come si fa?». Del resto, Marino Menegazzo spiega che occorrono almeno due anni di apprendistato per imparare a battere l’oro correttamente. Lui lo ha appreso dal suocero, Mario.
«Fino al 2007 avevamo 14 dipendenti, di cui solo tre uomini», ricorda la signora Berta, oggi 67enne. «La nostra è una storia di donne», sottolinea, raccontando che il padre Mario aveva ereditato la bottega dalla cugina. Lei, che lavorava in una cartoleria, ebbe l’intuizione di produrre da sé quei fogli d’oro tanto richiesti da artisti e mobilieri. Nel 1926 aprì il laboratorio e diede avvio alla produzione: fu un successo. In pochi anni, la ditta Berta arrivò ad avere fino a 300 dipendenti. «Mio marito e io non ci tiriamo indietro, se si tratta di ricominciare», ci tiene a dire l’imprenditrice veneta. «Ma oltre ai locali, manca anche la voglia da parte dei giovani di imparare questo mestiere. Non ci sono apprendisti per un’arte che, nella Serenissima, era considerata pari a quella del vetro. Manca la passione». Parole amare, che trovano eco in quelle di Marino al Gazzettino: «Non possiamo dare un futuro ai giovani perché nemmeno le istituzioni veneziane danno lavoro agli artigiani veneziani». Menegazzo cita i restauri della Ca’ d’Oro e la ricostruzione della Fenice: «Prima del 1996 fornivamo noi l’oro per pareti e arredi. Ora i lavori li danno altrove». Peccato.
Il lieto fine, in questa storia, non c’è. Siamo di fronte a una vera perdita di conoscenza, all’interruzione di una trasmissione di saperi antichi che costituiscono parte integrante della nostra identità culturale. Il centenario della Mario Berta Battiloro si celebrerà, certo. Ma l’appuntamento del 2026 sarà al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. Non a Venezia dove dovrebbe.