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 2025  aprile 02 Mercoledì calendario

Intervista a Giovanni Bagnasco

«Se sono mai stato bullizzato per il mio aspetto? No, però potrei scrivere un libro sugli sguardi. Sono stato guardato in così tanti modi… Conosco la sensazione di chiedermi: chissà che pensa? Ormai, non m’importa più, ma da piccolo, anche il non detto faceva male. E ora, in un microsecondo, ho già più o meno capito che tipologia di persona ho di fronte». Si capirà che, per Giovanni Bagnasco, le tipologie di persone sono essenzialmente due: i cuori buoni e i cuori ciechi. Ma ci arriveremo. Giovanni, 25 anni, ha una faccia che sprizza gioia e sembra il manifesto del diritto all’imperfezione. Per chi l’ha visto nella serie L’arte della gioia – da subito nella top ten di Sky e Now – è Ippolito, «la cosa», il «rospo che diventa principe», il protagonista di quella parte della storia che fa innamorare ricordando «la bella e la bestia». Nella vita, abita a Chianciano Terme, fa il giardiniere e fa provini per il cinema. Al primo, l’ha preso Saverio Costanzo, comparsa per Finalmente l’alba; al secondo, Valeria Golino per un ruolo vero; agli altri, si vedrà. Lui dice «sono un ragazzo come tanti e anche un po’ Ippolito, “il mostro”. La parola non mi ferisce più, è una piccola componente della mia vita».
Iniziamo a raccontare «il ragazzo come tanti»?
«Sono cresciuto in provincia: campagna, spazi aperti, libertà, l’agriturismo che gestivano i miei genitori… Il liceo classico a Montepulciano mi ha aperto un po’ gli orizzonti, scrivevo testi rap: volevo fare l’artista, ma dovevo lavorare. Inizio a Firenze un corso di linguaggio dei segni, ma a causa del Covid, sono dovuto tornare a casa. È stato un colpo, tant’è che non ho proseguito gli studi. Dopo, ho fatto il servizio civile in biblioteca, a Firenze e poi, ho aiutato degli amici in un negozio di canapa legale a Perugia. Ho bighellonato un po’, sempre col pallino della musica».
Il cinema come arriva?
«Con un’unione di eventi: non avevo mai pensato di fare l’attore. Un amico fotografo mi aveva fatto degli scatti e per me era stato un test per capire cosa provavo davanti a un obiettivo. Mi ero sentito tranquillo e, avendo visto sfilate con modelli freaks, vagheggiavo di mandare le foto a un’agenzia. Intanto, questo fotografo fa un festival amatoriale, mi chiama per fare del rap e lì conosco artisti, poeti e il giovane regista Luca Sorgato, che mi propone una comparsata in un corto, dove conosco un attore che stava in un’agenzia, la Freaks, a cui porto le mie foto. Era estate, ero senza un euro, facevo il casellante delle autostrade. Ero provatissimo dagli ultimi tre anni e quando invece di servizi di moda sono arrivati due provini per il cinema, ho pensato di non avere nulla da perdere. Vado e vengo preso tutte e due le volte».
Il provino con Golino?
«Si è accovacciata, mi ha messo le mani sulle ginocchia e io credo che sia magica e abbia qualche potere strano perché, senza che le chiedessi nulla, mi ha detto quello che avevo bisogno di sentirmi dire: “Il personaggio non è stupido, non ha disturbi cognitivi, è solo stato isolato per tanto tempo in una stanza”».
Non aveva mai studiato recitazione. Aveva paura?
«No, perché in Ippolito potevo mettere tutto quello che ribolliva in me: la parte docile e quella vulcanica. Le cose di cui avere paura sono altre: l’inconsapevolezza, l’ignoranza, la cattiveria senza fondo che ci circonda. Dobbiamo avere paura dei cuori ciechi».
Come sono fatti la sua docilità e la sua vulcanicità?
«Io sono tranquillo, cresciuto col senso della cortesia e dell’educazione, ma quando fai il passaggio dell’adolescenza, è inevitabile che, sotto sotto, covi collera. Mentre sul set giravo le scene più violente, sono andato con la testa a momenti che ho vissuto».
Come ha fatto pace col suo aspetto?
«È stato graduale. Da piccolo, me ne stavo rifugiato nel mio mondo interiore, leggevo, scrivevo racconti fantasy. Fino alla prima liceo, “tutto bene”, anche se la bimba che mi piaceva c’era e non piacerle mi sembrava qualcosa di enorme e se molti venivano a chiedermi che avevo, tipo: ma ti sei bruciato? Hai avuto un incidente? È un male contagioso? Verso i 15 anni, mi piaceva una coetanea che mi rifiutava, ma scoprire di saper andare a tempo su una base mi ha fatto sublimare il rifiuto e mi ha aperto alla compagnia degli altri».
Dopo, è arrivato l’amore?
«Sì. Ho ricevuto tanto di quello che, a lungo, non avevo ricevuto, e ho dato, anche».

Perché è poco sui social?
«Starci da ragazzino mi ha fatto male: si era creata una vita parallela. Ho deciso che metterò post solo se farò film o musica. O post da testimonial: il chirurgo che mi segue da quando sono nato ha una Onlus, Smile House, e mi ha invitato a un evento. Sono nato con la sindrome di Treacher Collins, detta anche di Franceschetti, una malattia congenita rara, colpisce essenzialmente cartilagini e ossa del volto. Io sono stato operato al palato appena nato».
Nei momenti di collera, ha mai pensato che non avrebbe voluto nascere? «No, però, da bambino piangevo e mi chiedevo: perché a me?».
Si è dato una risposta a quel «perché a me»?
«Ho capito che dovevo nascere così e basta. Se ti poni il problema del perché, sprechi solo energia. Di positivo, c’è che questa cosa mi ha permesso di sentirmi affine a chi affronta l’assurdo: io amo i bambini abbandonati, le vittime di razzismo o di omofobia… Alcuni si lasciano agire da quella rabbia che ti fa dire: “ca..o guardi?” E “io vi odio”. Invece, io so che non mi è successo niente di grave. Il punto è assumersi la responsabilità della propria felicità. Fare la vittima non ti renderà felice».

Un’altra serie del momento parla di adolescenti «celibi involontari» che, per un rifiuto possono uccidere.
«Tanti ragazzi si vedono brutti anche se non lo sono, e questo diventa odio verso le donne. I media alimentano l’idea che le donne amino gli uomini fatti in un certo modo, ma sono cavolate che creano persone che non sanno vedersi davvero. Io sembrerei molto più brutto se stessi sempre a disperarmi. Siamo tutti belli, se troviamo la nostra bellezza interiore».