corriere.it, 2 aprile 2025
Parmigiano, prosciutto e ortofrutta: ecco come l’Italia è diventata una superpotenza
Non c’è un politico, nemmeno uno, che non abbia criticato Bruxelles per l’eccessiva regolamentazione comunitaria. Eppure il compito della Commissione Ue è proprio quello di fissare standard comuni per raggiungere gli obiettivi indicati dai politici (eletti dai cittadini dei singoli Stati) che stanno all’Europarlamento. Standard che poi vengono adottati insieme al Consiglio europeo, dove siedono i rappresentanti dei governi dei 27 Paesi membri. Prendiamo il settore alimentare: da almeno 25 anni l’Unione europea ha messo al centro dell’agenda politica l’incremento della circolazione dei prodotti nel mercato unico, la difesa delle eccellenze (oggi minacciate dai dazi di Donald Trump) e le regole per proteggere la salute dei suoi cittadini. Vediamoli questi regolamenti, e quali ricadute per le imprese e i consumatori.
Come nasce la regolamentazione comunitaria
Qualcuno ricorderà gli scandali alimentari degli anni 90: mucca pazza, i polli e le uova alla diossina, il conseguente crollo dei consumi di carne e aziende in crisi. Al tempo non esistevano misure uniformi per affrontare le emergenze che scatenarono il panico nelle opinioni pubbliche. Proprio per evitare il ripetersi di casi simili, la Commissione europea ha proposto rigorose linee guida sulla legislazione alimentare e standard unici per la tracciabilità dell’intera filiera, «dal produttore al consumatore». Il Regolamento 178/2002 è stato adottato nel 2002.
Principio di precauzione, etichettatura e tracciabilità
L’Unione europea adotta il principio di precauzione, significa che un prodotto alimentare può essere immesso sul mercato solo se non presenta rischi per la salute. A differenza degli Stati Uniti, dove è necessaria evidenza scientifica per adottare misure restrittive, la Ue può limitare o vietare il commercio di un prodotto anche in presenza di rischi potenziali: ad esempio proibisce una serie di additivi giudicati pericolosi tra cui il Bromato di potassio, un conservante potenzialmente cancerogeno, usato nei prodotti da forno e comune in altri Paesi come proprio gli Stati Uniti (ma non in California).
Il regolamento 1169/2011 impone etichette chiare con informazioni sugli ingredienti e sui valori nutrizionali. L’indicazione del Paese di origine è obbligatoria su frutta e verdura fresca, pesce, miele, olio d’oliva, uova, carne bovina e prodotti a base di carne bovina, carne non lavorata di suini, ovini, caprini e pollame. Inoltre deve essere sempre segnalata in etichetta l’eventuale presenza dei 14 principali allergeni. Infine i prodotti immessi sul mercato devono essere tracciabili, per monitorare ogni fase della produzione e distribuzione. È stato poi adottato il sistema di allerta rapida RASFF: quando un Paese membro si accorge che sul mercato c’è un prodotto pericoloso per la salute deve notificare al RASFF, in tempo reale, le misure adottate (blocco, richiamo, sequestro o respingimento della merce). Cosi tutti i Paesi membri possono controllare se lotti dello stesso prodotto sono in circolazione sul proprio territorio e intervenire tempestivamente. Nel 2023 secondo il «Rapporto sulle allerte di sicurezza alimentare e sulle indagini sulle frodi agroalimentari» sono state condivise dal sistema RASFF 4.695 notifiche, la maggior parte segnalava la presenza di residui di pesticidi su cibi (936), salmonella su pollame (582) e micotossine su diversi alimenti (401). I cibi contaminati provenivano soprattutto da Turchia (408), Cina (333), Polonia (304) e India (303).
Ormoni, antibiotici e Ogm
Dalla fine degli anni ‘80 in tutte i Paesi dell’Unione è vietato l’uso di ormoni per accelerare la crescita degli animali da allevamento per i potenziali rischi alla salute del consumatore. L’opposto di ciò che avviene negli Usa dove estradiolo, testosterone e altri steroidi anabolizzanti sono comunemente somministrati ai bovini: «La diversa posizione assunta riguardo a tali prodotti – spiega a Dataroom Beatrice La Porta, avvocata e ricercatrice in diritto agrario e alimentare all’Università di Padova – è la ragione alla basa della trentennale controversia legale, condotta innanzi all’Organizzazione mondiale del Commercio, tra Unione europea e Stati Uniti. La disputa si è conclusa solo nel 2019 con un accordo economico che ha evitato un abbassamento degli standard qualitativi della Ue e ha garantito la piena tutela dei consumatori unionali». Per accordo si intende un maggior acquisto di carne dagli Usa, ma a condizione che non sia stata trattata con ormoni.
Per quanto riguarda gli antibiotici, possono invece essere somministrati negli allevamenti intensivi, ma solo a fini terapeutici (Qui art.107), in modo da ridurre la «piaga» dell’antibiotico-resistenza. Secondo il più recente rapporto dell’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) nel 2022 i livelli di antibiotici, ormoni, pesticidi e altri farmaci presenti nella carne in vendita nella Ue sono molto bassi: solo lo 0,18% dei prodotti analizzati risultava non conforme agli standard imposti dalle norme comunitarie. La Ue consente la coltivazione di piante modificate geneticamente solo dopo la valutazione scientifica dell’Efsa e decisione finale della Commissione. Gli alimenti in vendita, contenenti Ogm, sono soggetti a specifici requisiti di etichettatura e tracciabilità.
I benefici degli standard comuni
Solo vent’anni fa un prodotto alimentare per uscire dai confini nazionali doveva adattare requisiti sanitari, etichette e certificazioni alle norme di ogni Paese di destinazione. Inoltre, doveva poi superare una doppia ispezione: quella della dogana italiana e quella del Paese importatore. Questi passaggi non solo aumentavano i tempi e i costi di spedizione, ma tagliavano fuori dalle esportazioni parte dei prodotti freschi, ortofrutta o eccellenze del Made in Italy come la mozzarella di bufala. L’introduzione di standard comuni ha semplificato gli scambi commerciali all’interno del mercato unico : oggi lo stesso prodotto che esce da un’azienda italiana può raggiungere i supermercati di 26 Paesi europei senza rallentamenti grazie proprio a standard comuni. Significa per esempio che con un’unica filiera di etichettatura si può esportare in tutti i Paesi Ue, e l’assenza di dazi commerciali permette anche ai piccoli esportatori di stare sul mercato. Con l’introduzione della moneta unica sono state azzerate le fluttuazioni dei cambi, garantendo stabilità ai prezzi e costi ridotti delle transazioni (stop alle commissioni). Se nel 2004 la quota di export dei prodotti agroalimentari italiani non raggiungeva i 20 miliardi di euro, l’anno scorso era più che triplicata (69,1 miliardi). Infatti il principale mercato di destinazione sono proprio i Paesi Ue, che assorbono il 65% delle nostre esportazioni.
La tutela dei prodotti d’origine
Per proteggere i prodotti agroalimentari tipici, l’Unione ha creato un sistema di marchi come DOP (Denominazione di Origine Protetta) e IGP (Indicazione Geografica Protetta). Il primo indica un vino o un alimento originario di una determinata regione: ogni parte del processo di produzione, trasformazione e preparazione deve avvenire solo in quel territorio specifico, come accade per il Parmigiano Reggiano o il Gorgonzola. Il marchio IGP indica invece la relazione fra il nome del prodotto e l’area geografica specifica dove deve svolgersi almeno una fase del processo produttivo: è il caso della Mortadella Bologna o dell’aceto balsamico di Modena. Per ottenere i marchi DOP e IGP occorre che uno Stato faccia richiesta alla Commissione europea. Una volta ottenuto, nessun può falsificarlo. Ad esempio se un produttore francese vende formaggio con il marchio «parmigiano reggiano», si può chiedere all’autorità francese di bloccarlo. Attualmente nella Ue sono 3.457 i prodotti a denominazione di origine e a indicazione geografica protetta (261 extra-Ue). E l’Italia è il Paese che conta più prodotti protetti: 891, contro i 773 della Francia e i 387 della Spagna. Il sistema è diventato un volano per i prodotti agroalimentari, stimolando la competitività tra impresa, e oggi complessivamente garantisce alla Ue un fatturato di 80 miliardi di euro.
Contraffazione e falso Made in Italy
L’Italia è anche tra le nazioni che più beneficiano della «DOP economy»: secondo il rapporto Ismea-Qualivita vale 20,2 miliardi di euro (11,5 miliardi arrivano dall’export) e coinvolge 194 mila imprese e 850 mila occupati.
E la protezione dei nostri prodotti tipici dentro ai confini europei cresce anno dopo anno (+5,3% nel 2023). Invece proliferano le contraffazioni nei territori extracomunitari. Secondo Coldiretti il falso Made in Italy agroalimentare fattura 120 miliardi. Tra i prodotti più imitati il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano, i prosciutti Parma e San Daniele, vini come il Chianti e le conserve di pomodoro San Marzano. In prima fila gli Usa: con 40 miliardi di euro di contraffazioni è il Paese che ci danneggia di più. Cinque volte in più rispetto all’export di prodotti autentici (7,9 miliardi). Negli Stati Uniti – stima Coldiretti – si producono 222 milioni di chili di «Parmesan», 170 milioni di provolone, 23 milioni di pecorino romano e quasi 40 milioni di chili di formaggi Italian Style.