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 2025  aprile 02 Mercoledì calendario

Il caso delle lavatrici nel 2018 durante i primi dazi di Trump: ecco perché la guerra commerciale non giova a nessuno

Quella che stiamo vivendo oggi è la seconda guerra commerciale avviata da The Donald. La prima, sette anni fa, aveva visto gli Stati Uniti innescare una trade war, allora senza precedenti nell’era moderna, con l’imposizione di dazi su tutta una serie di beni e l’obiettivo dichiarato di proteggere i produttori statunitensi dalla concorrenza internazionale. Più o meno, quello che sostiene l’ex tycoon anche oggi. Nel 2018, però, non c’erano molte prove a priori capaci di sostenere che le nuove tariffe avrebbero influenzato positivamente l’economia Usa e modificato quella globale. Già due anni dopo lo scoppio di quella prima guerra commerciale, però, l’American Economic Review raffreddava gli entusiasmi con un’analisi dettagliata dell’impatto sui flussi commerciali, sulla produzione nazionale e sui prezzi di uno dei primi prodotti colpiti, le lavatrici. Non solo questi articoli erano diventati più costosi, ma anche i prezzi delle asciugatrici, che non erano soggette a tariffe, erano aumentati.
Il caso Whirlpool
Diventa dunque interessante il caso della Whirlpool, la multinazionale statunitense produttrice di elettrodomestici con sede a Benton Harbor, nel Michigan. L’azienda per anni aveva invocato dazi e protezioni tariffarie da parte del governo degli Stati Uniti, dicendo che fossero necessari per salvaguardare lavoratori e industria a stelle e strisce dalla concorrenza sleale dei produttori di lavatrici dell’Asia. Questi ultimi, sosteneva Whirlpool, facevano dumping, ovvero la pratica di esportare elettrodomestici a prezzi molto più bassi di quelli praticati sul mercato interno, o addirittura sotto costo, e con l’appoggio dei loro Stati, allo scopo d’impadronirsi del mercato americano. Quando Whirlpool trovò in Trump un sostenitore, stappò la bottiglia, ma non ci mise molto a veder aumentare i problemi. La prima conseguenza della prima trade war trumpiana era stata infatti l’aumento dei prezzi interni, con i consumatori americani costretti a pagare di più per la loro lavatrice. Sbatteva così davanti alla cruda realtà dei numeri il sogno autarchico dell’allora ceo tedesco, Marc Bitzer. Rileggendo gli articoli del Wall Street Journal dell’epoca, si capisce come la divisione americana della multinazionale degli elettrodomestici da grande sostenitrice della guerra commerciale si era di fatto ritrovata ben presto a esserne una delle prime vittime.
La tradizione dei dazi
Le tariffe introdotte da Trump nella sua prima guerra commerciale non erano di per sé una novità. I dazi sono stati a lungo utilizzati dai governi per proteggere industrie speciali e per esercitare influenza politica sui concorrenti stranieri. E l’America lo aveva già fatto prima di Trump. Nel 2007, infatti, la Whirlpool e i suoi marchi associati vendevano il 37% delle lavatrici americane, ma in quel periodo le coreane Samsung e LG cominciarono a produrre lavatrici negli stabilimenti del Messico con l’obiettivo di venderle poi negli Stati Uniti. Nel 2012, Whirlpool aveva accusato le aziende coreane di dumping, ottenendo dal dipartimento del Commercio l’imposizione dei dazi alle lavatrici importate da Corea del Sud e Messico. Le aziende asiatiche, allora, semplicemente spostarono la produzione in Cina. Quando l’uscente amministrazione Obama introdusse nel 2016 le gabelle anti-dumping sulle lavatrici importate dalla Cina, Samsung ed LG si erano già spostate in Vietnam e Thailandia. Nel frattempo alla Casa Bianca era arrivato Trump nel suo primo mandato. Whirlpool, promettendo assunzioni e nuova spinta all’industria americana, chiese e ottenne di applicare una vecchia legge degli anni Settanta di «salvaguardia» che impone tariffe all’intero mercato delle lavatrici, senza distinzioni tra Paesi. Trump all’inizio del 2018 colpì così le lavatrici cinesi (ma anche i pannelli solari) introducendo tariffe del 20% sui primi 1,2 milioni di lavatrici importate in un anno in America; e del 50% su tutte le successive.
La delocalizzazione delle aziende colpite dai dazi
Le aziende asiatiche spostarono ancora una volta la produzione, aprendo però stavolta gli stabilimenti negli Stati Uniti (del resto, restando in Italia e all’attuale guerra commerciale, anche la ceo di Illycaffè, Cristina Scocchia, ha dichiarato che nel malaugurato caso i dazi colpiscano il caffè, l’azienda si vedrà costretta a delocalizzazione negli Stati Uniti la produzione riservata all’export, con conseguente perdita di posti di lavoro in Italia). E qui il primo colpo: con le nuove aperture delle fabbriche in Usa, i prezzi delle lavatrici erano aumentati del 12%. Inoltre, anche le asciugatrici erano diventate più costose, seppur non erano soggette alle tariffe. Il prezzo mediano delle lavatrici e delle asciugatrici era aumentato rispettivamente di circa 86 e 92 dollari per unità. Ma perché? Le lavatrici e le asciugatrici sono prodotti complementari che di solito vengono acquistati negli Stati Uniti insieme e i rivenditori li prezzano più o meno allo stesso modo. Di fronte all’aumento dei costi di vendita delle lavatrici negli States, le aziende avevano compensato i margini più bassi aumentando i prezzi anche delle asciugatrici.
A pagare furono i consumatori americani
Complessivamente, si è stimato che una percentuale compresa tra il 108 e il 225% delle tariffe del 2018 sia stata trasferita ai consumatori attraverso l’aumento dei prezzi. Il primo effetto per Whirlpool si registrò 7 mesi dopo l’introduzione dei dazi, le sue azioni infatti calarono del 15% per cento dall’inizio dell’anno, mentre le entrate nette, nonostante il taglio delle tasse per le aziende introdotto da Trump, erano calate di 64 milioni di dollari rispetto all’anno precedente.
Acciaio e alluminio
La prima guerra di Trump non fu ovviamente solo alle lavatrici, che qui abbiamo preso come esempio emblematico degli effetti non previsti di questo tipo di azioni. Dopo le gabelle su questi elettrodomestici, infatti, Trump nel marzo 2018 introdusse tariffe del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importati da tutto il mondo. A giugno, poi, estese i dazi ai partner commerciali più stretti: Canada, Messico e Unione europea: quest’ultima, insieme alla Cina, reagì con misure ritorsive. Altri, invece, come Corea del Sud, Argentina, Australia e Brasile ottennero esenzioni. Ed è a questo che, forse, Trump allude quando dice che questa volta sarà «molto gentile» con i partner commerciali degli Stati Uniti, assicurando che i dazi saranno «più bassi» e in alcuni casi «significativamente più bassi» di quelli imposti da altri Stati.
Nel lungo periodo le guerre commerciali di Trump ridurranno il Pil Usa
Il penultimo presidente Usa Biden aveva parzialmente sospeso questo sistema di dazi, favorendo un limitato volume di acciaio e alluminio prodotto da Paesi dell’Unione europea. Ma sul resto, il protezionismo trumpiano era rimasto, in alcuni casi anche rafforzato. Il think tank di ricerca internazionale Tax Foundation, che ha sede a Washington, ha stimato che «le tariffe della guerra commerciale 2018-2019 imposte da Trump e mantenute da Biden ridurranno il Pil di lungo periodo dello 0,2%, lo stock di capitale dello 0,1% e l’occupazione di 142 mila posti di lavoro a tempo pieno».
L’aumento della pressione fiscale in Usa
Per quanto riguarda, invece, il nuovo programma di dazi che Trump ha avviato utilizzando l’International Economic Emergency Powers Act (lo Ieepa autorizza unilateralmente un presidente a gestire le importazioni durante un’emergenza nazionale), quando le tariffe su acciaio e alluminio e su auto e parti di auto verranno imposte completamente, ridurranno il Pil statunitense  – sempre secondo Tax Foundation – dello 0,4% e faranno «aumentare la pressione fiscale di 1.100 miliardi di dollari tra il 2025 e il 2034», che vuole dire un rincaro annuale per famiglia di oltre 800 dollari. E tutto questo senza contare gli effetti delle ritorsioni estere.
Ispi: «Dazi al 20%-25% colpo per tutti i Paesi, Stati Uniti inclusi»
Se Trump andrà fino in fondo con il suo progetto, il dazio medio pesato per il commercio americano passerà dall’1,4% degli anni di massima liberalizzazione al 13%, vicino ai livelli del periodo di protezionismo e isolazionismo tra le due guerre mondiali, come ha calcolato l’Ispi. Secondo l’Istituto per gli studi di politica internazionale, «i dazi al 20%-25% sarebbero un colpo per tutti i Paesi, Stati Uniti inclusi. L’Ue, tuttavia, risentirebbe di una riduzione di Pil doppia (-0,4%) rispetto a quella americana (-0,2%)». All’interno dell’Europa, poi, quella tedesca è l’economia più esposta (-0,5%), mentre l’Italia si situa intorno alla media Ue. «In caso di ritorsione europea», prosegue l’analisi dell’Ispi, «il contraccolpo sulla crescita dell’Europa stessa sarebbe ancora più forte». Sulle auto, colpite da un ulteriore dazio del 25%, l’Europa rischia molto. Le esportazioni verso gli Usa sono più che triplicate negli ultimi 15 anni, da 15 a 51 miliardi di euro. Un livello ormai doppio rispetto alle esportazioni verso la Cina, che negli ultimi cinque anni ha invece fatto registrare una netta flessione (-17%). Sia per l’Italia, sia per l’Ue, spiega ancora l’Ispi, «le esportazioni verso gli Stati Uniti pesano per circa il 3% del Pil.
Cosa rischia l’Italia
Dal punto di vista settoriale, però, l’Italia è più esposta sui prodotti finiti (19% delle sue esportazioni, contro l’11% europeo) e nell’alimentare (11% contro il 5%). L’impatto dei dazi sarà dunque diverso a seconda dei prodotti che saranno più colpiti. Per l’Italia, le esportazioni di macchinari e veicoli verso gli Stati Uniti valgono quasi 24 miliardi di euro. Di questi, poco meno di un terzo vengono da macchinari industriali (il mercato statunitense rappresenta il 12% del totale) e un sesto dalle automobili. Il settore del trasporto non su strada è il più esposto verso gli Stati Uniti (destinazione di circa il 19% delle esportazioni di questi prodotti) ma vale solo 1,7 miliardi, calcola l’Ispi. Nell’alimentare, infine, il settore più esposto per l’Italia è quello delle bevande (alcoliche e non alcoliche), con il 25% delle nostre esportazioni dirette verso gli Stati Uniti. Importanti anche i settori dei cereali, dei prodotti caseari e delle uova: insieme il loro valore si avvicina a quello delle bevande, anche se la esposizione media di questi settori verso gli Stati Uniti è dimezzata (13%).
De Bortoli: «I dazi? Gioco a somma zero»
Per l’Ispi, il tentativo di Trump di «rimpatriare» la produzione verso gli Stati Uniti attraverso i dazi, che sarebbero capaci di generare entrate sufficienti a ripianare il deficit federale, è una «illusione». Le entrate aggiuntive generate da questa tornata di dazi «si attesteranno sui 200 miliardi di dollari l’anno. Ma il deficit federale americano si aggira intorno ai 1.800 miliardi, ovvero nove volte tanto». Se Trump vuole rifinanziare il taglio delle tasse varato nel 2017 dovrà trovare altri 450 miliardi. Il risultato? «Il deficit, anziché diminuire», conclude l’Ispi, «a fine anno potrebbe superare quota 2 mila miliardi». Insomma, come scrive saggiamente Ferruccio de Bortoli sul Corriere, «da sempre i dazi, e peggio una guerra commerciale, rappresentano un circolo vizioso, un gioco a somma negativa».