La Stampa, 2 aprile 2025
Intervista a Luca Ravenna
Alla fine si scopre che il comico è un timido. È uno che soffre e che ha una sua tristezza innata. È pure un po’ cattivo, ma di una cattiveria metodologica, che serve a raggiungere gli angoli più profondi dell’umano e a raccontare il mondo. E che, se ben dosata, non offende nessuno. Parola di Luca Ravenna, comico milanese classe 1987 ormai conosciuto al grande pubblico e amato dai più giovani per il suo sguardo originale sulla realtà.
Sarà lui a chiudere assieme ad Annagaia Marchioro i tre giorni del “Comedy Central presents”, la rassegna comica al via al teatro Juvarra di Torino l’8 aprile e che per tre serate di fila ospiterà le voci di sei tra gli stand up comedian contemporanei più seguiti. Lo spettacolo di Ravenna sarà totalmente improvvisato, e si baserà sulle interazioni col pubblico.
Ma non ha già l’ansia?
«In realtà ce l’ho di più quando devo fare uno spettacolo “classico”, perché lì sei tu che devi dire qualcosa. Quando improvvisi, invece, si dialoga col pubblico senza avere la responsabilità dei temi: si fa ridere e si sta insieme».
E si riesce sempre?
«Ma va! Capita che non vada bene, ma la responsabilità è sempre del comico e mai del pubblico».
È sempre stato un animale da palcoscenico o era timido?
«Lo ero molto, soprattutto alle medie. Penso fosse legato alla voce: i miei compagni di classe parlavano già come ora mentre io parlavo come una bambina…».
Si ricorda la prima volta in cui è salito sul palco?
«Era il 2014 a Roma durante un open mic. Fu molto bello».
Si aspettava che sarebbe diventato un lavoro?
«Sì, fin da subito».
Cosa si aspetta invece dallo spettacolo del 10 aprile?
«Il classico calore al fulmicotone dei torinesi».
Ecco, i torinesi. Lei ormai ha imparato a conoscerli, come li descrive?
«Torino ha un modo tutto suo di inglobare le persone che arrivano da fuori. A me affascina molto».
Com’è la vita privata di un comico? Riuscite a essere simpatici ventiquattro ore al giorno?
«Assolutamente no, e penso che chi sa di non poter far ridere sempre sia il migliore, perché accetta di farlo solo sul palco».
Quanto conta la sofferenza per far ridere?
«Conta, perché tutti la viviamo. E poi il comico come figura ha una sua tristezza quasi innata».
Nei suoi spettacoli racconta pezzi di umanità: cosa ha imparato sulle persone?
«Niente. Ma sicuramente ho iniziato a vedere la mia vita diversamente. Ho un terzo occhio con cui guardo quello che mi succede per portarlo sul palco».
E cosa la fa ridere della quotidianità?
«Quando qualcuno sbaglia il tempo comico di una battuta. Oppure quando qualcuno cade».
Alla fine le cose divertenti sono sempre le stesse.
«Sì, quelle che ti fanno dire: “Menomale che è successo a lui e non a me"».
Ma quindi il comico deve anche essere un po’ cattivo?
«Per forza, soprattutto verso sé stesso. Davanti al pubblico è bello cercare di dire qualcosa di cattivo pescandolo dentro di sé e analizzandolo da tanti punti di vista. E poi bisogna ricordarsi che quella cosa cattiva va “tradotta” per renderla fruibile a chi ascolta».
Tanti artisti si schierano politicamente: che ne pensa?
«È meglio far passare i propri messaggi sotto forma di dubbi anziché spiattellare il proprio pensiero».
La comicità aiuta a leggere il mondo?
«Sì, deve porre domande divertenti sulla realtà».
Si parla molto di cancel culture: si può scherzare su tutto?
«Sì ma sta a noi comici capire quali sono i limiti espressivi entro cui muoversi. L’importante, come diceva uno stand up comedian inglese, è che la tua battuta più pesante sia anche quella migliore».