La Stampa, 2 aprile 2025
La scure di Donald sulla ricerca pubblica Così è nato il "maccartismo" climatico
Nel giro di poche settimane l’amministrazione Trump ha avviato uno smantellamento del sistema di ricerca pubblica degli Stati Uniti, con impatti che andranno ben oltre i confini del paese.
Un assalto senza precedenti alla scienza e alla ricerca scientifica, tra tagli indiscriminati, parole censurate, migliaia di dati rimossi dai siti federali.
A essere prese di mira sono state agenzie federali come la National Science Foundation (Nsf), i Centers for Disease Control & Prevention (Cdc), i Centers for Medicare & Medicaid Services (Cmc), e la National Oceanic & Atmospheric Administration (Noaa). Quest’ultima, una delle più note agenzie federali di ricerca ambientale, è quella che sta subendo i maggiori tagli del governo: a oggi i licenziamenti sono stati 1300.
La conseguenza è che gran parte dei dati prodotti dall’amministrazione statunitense, è stata oscurata divenendo inaccessibile ai ricercatori e ai cittadini. Informazioni sul clima e sull’ambiente di agenzie come l’Epa o la Nasa, solo per fare qualche esempio, sono state eliminate o comunque diventate impossibili da trovare online.
La perdita di accesso a dati pubblici indipendenti su temi come il cambiamento climatico e i suoi effetti – locuzione che l’amministrazione Trump ha vietato, rendendola impronunciabile senza il rischio di perdere fondi per la ricerca o addirittura il posto di lavoro – non è solo preoccupante ma anche inquietante.
Un nuovo maccartismo climatico che non risparmia neanche le università che dovranno fare i conti con sempre maggiori restrizioni. Gli slogan del vicepresidente J.D. Vance non lasciano troppo spazio agli equivoci quanto alle intenzioni dell’amministrazione americana: «Le università sono il nemico», «Dobbiamo attaccare aggressivamente le università».
La minaccia è già in atto. Un esempio è la questione dei cosiddetti costi indiretti, chiamati overheads, e cioè quella parte dei fondi per la ricerca che finanzia le infrastrutture universitarie, essenziali per svolgere qualsiasi progetto. Negli Stati Uniti, per circa 70 anni, questa quota è stata tra il 50% e il 70%, ma l’amministrazione Trump l’ha ridotta al 15%. Potrebbe sembrare un dettaglio, ma in realtà è un terremoto che mette a rischio la sopravvivenza stessa delle istituzioni universitarie americane.
Dunque, una guerra alla scienza come metodo di oggettivazione del reale: cancellare la realtà per non disturbare la volontà del capo, è esattamente quello che ci si aspetta da una politica autoritaria.
Gli scienziati, i professori, gli esperti, vengono screditati dalla propaganda, gli studi scientifici liquidati come bugie, i dati pubblici cancellati, rendendo manipolabile la realtà e la percezione di essa.
Ma c’è di più, perché questo sabotaggio della ricerca scientifica pubblica, è la premessa per scenari a dir poco distopici, come racconta molto bene il saggio Scienza chiara, scienza oscura (Il Mulino), di Gianfranco Pacchioni, professore di chimica dei materiali a Milano Bicocca.
Oggi le Big Tech muovono risorse superiori a quelle di interi stati nel campo della ricerca e sviluppo. Questo squilibrio rischia di ridurre drasticamente il ruolo della ricerca scientifica pubblica, che già ora fatica a competere con le capacità economiche e tecnologiche delle grandi aziende. Se da un lato il settore privato accelera l’innovazione, dall’altro solleva interrogativi cruciali: chi controlla le tecnologie del futuro? La conoscenza può diventare un bene esclusivo nelle mani di pochi?
Il rapporto tra ricerca pubblica e privata è sempre più complesso. Esistono sinergie positive, ma anche il rischio che alcune conoscenze fondamentali, anziché essere patrimonio collettivo, diventino strumenti di potere nelle mani di pochi ultra miliardari, come Elon Musk. Grazie a flussi enormi di denaro, questi colossi hanno conquistato un potere senza precedenti, espandendosi in settori chiave come la crittografia, il calcolo quantistico e le interfacce cervello-macchina. L’obiettivo non è solo creare nuove tecnologie, ma anche acquisire il monopolio della conoscenza necessaria per svilupparle, con conseguenze dirette sul controllo economico e politico della società futura. Mai prima d’ora così poche aziende private avevano avuto un’influenza tanto determinante sulla ricerca scientifica, né l’avevano esercitata in modo tanto opaco.
Questo scenario genera infatti un paradosso: mentre la ricerca pubblica tende a diffondere le proprie scoperte, molte delle più grandi innovazioni oggi nascono nel segreto dei laboratori aziendali, protette da brevetti e accordi di riservatezza. Alla scienza pubblica, aperta e orientata al bene comune, si contrappone a una ricerca privata sempre più chiusa, segreta e inaccessibile.
Visto da questa prospettiva l’oscurantismo antiscientifico dell’Amministrazione Trump è, se possibile, ancora più preoccupante: si smantella la ricerca pubblica, per favorire quella privata. Oggi la sfida è il controllo della conoscenza, e il futuro dipenderà da come sapremo bilanciare innovazione e trasparenza e da quanto investiremo nella ricerca pubblica, aperta e accessibile a tutti.