il Fatto Quotidiano, 2 aprile 2025
Riarmo, caccia, missili e carri: la “guerra” tra big Ue per gli 800 miliardi
Soldi, soldi, soldi. Ma per fare che cosa? Nessuno sa come verranno spesi gli 800 miliardi di euro del piano di riarmo europeo presentato dalla presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen. Non c’è un elenco di cosa si dovrà fare, ma le industrie hanno già cominciato a fare i conti. E la Borsa continua a spingere al rialzo le azioni delle aziende europee del settore militare, a cominciare dalla tedesca Rheinmetall, numero uno per gli armamenti terrestri. Le sue azioni sono salite dagli 80 euro di prima della guerra a 1.342 euro, il valore di Borsa della società è di 60 miliardi, ha sorpassato le grandi case automobilistiche tedesche. Rheinmetall prevede di assumere 8.000 lavoratori nei prossimi due anni per aumentare la produzione e sta valutando di comprare da Volkswagen lo stabilimento di Osnabruck, destinato alla chiusura. Hensoldt, società tedesca di elettronica per la difesa di cui è azionista Leonardo (22,8%), ha comprato una fabbrica di Bosch con 400 lavoratori. Premiate dalla Borsa anche le francesi Thales, Safran, Dassault. Boom di Borsa per le italiane Leonardo, Fincantieri, Iveco, Avio, per la svedese Saab, per le britanniche Bae Systems e Rolls-Royce, secondo produttore mondiale di motori per aerei, di cui è azionista anche Exor.
La somma indicata da Von der Leyen, da spendere in quattro anni, è di poco inferiore alla spesa militare di un anno degli Stati Uniti e si andrebbe ad aggiungere a una spesa annua dei paesi Ue che nel 2023 è stata di 313 miliardi di dollari. Forse puntare 800 miliardi sulle armi è sembrato eccessivo persino alla presidente Ue, visto che dopo due settimane al piano ReArm Europe è stato cambiato nome. Adesso si chiama Readiness 2030, cioè “Prontezza 2030”. Con la motivazione che il massiccio sforzo è destinato anche a finanziare “le infrastrutture, la mobilità militare, il cyber, elementi sulla comunicazione”, ha spiegato Vdl. Al Corriere della Sera ha spiegato che “l’Italia ne trarrà un grande beneficio, perché ha una base industriale della difesa molto rinomata e forte. (…) Avete giganti dell’aerospazio come Leonardo, e imprese navali innovative come Fincantieri. Si tratta di investimenti in queste industrie, che creeranno buoni posti di lavoro”. Ecco i principali affari per le industrie delle armi se gli Stati Ue spenderanno questi soldi.
Un attore importante sarà la joint venture tra Leonardo e Rheinmetall, creata per fornire 280 nuovi carri armati Panther e oltre mille veicoli blindati Lynx all’Esercito italiano, una commessa da 23,2 miliardi. I prodotti sono dell’azienda tedesca, ma metà della produzione sarà fatta da Leonardo in Italia. Parteciperà anche Iveco Defence Vehicles (Idv), controllata di Exor, con un accordo di fornitura per il 12-15% del valore. E, dopo aver riempito Idv di commesse dello Stato, gli eredi Agnelli guidati da John Elkann vorrebbero venderla. Ci sono colloqui con Leonardo, controllata dal Mef, ma posizioni distanti. Exor pretenderebbe una somma vicina a 1 miliardo e mezzo.
Leonardo e Rheinmetall intendono partecipare al futuro carro armato pesante europeo (detto Mbt o Mgcs), un progetto lanciato da Francia e Germania. La jv italo-tedesca si scontra con i piani di Knds, holding che unisce la francese Nexter e la tedesca Krauss-Maffei Wegmann, produce il Leopard, il best-seller dei carri armati, fornito anche all’Ucraina.
Negli aerei da combattimento si fronteggiano due costosi programmi di caccia di sesta generazione, “sistemi di sistemi” accompagnati da sciami di droni. La Gran Bretagna è capofila del Gcap con Bae Systems, insieme ai partner Italia e Giappone, con quote paritetiche. Il velivolo dovrebbe entrare in servizio nel 2035. Costo stimato: 40 miliardi. Ma secondo l’Ad di Leonardo, Roberto Cingolani, si potrebbe arrivare a 100 miliardi. Interessata anche l’Arabia Saudita.
Al Gcap si contrappone il progetto Fcas guidato dalla Francia, con Dassault e Airbus, aderiscono anche Germania e Spagna. Tutti sanno che non ci sono soldi sufficienti in Europa per due grandi cacciabombardieri. Ma per convogliare le risorse su un solo progetto bisognerebbe convincere Dassault a rinunciare alle pretese di leadership.
Nei droni armati aspira a un ruolo forte la jv che nascerà dall’accordo tra Leonardo e la turca Baykar, di proprietà del genero del presidente Recep Erdogan. Secondo Cingolani ci sarà un mercato di 100 miliardi di dollari in dieci anni. L’arrivo dei turchi potrebbe affossare il progetto EuroMale tra Francia, Germania, Spagna e Italia. C’è un contratto di 7,1 miliardi firmato nel 2022 con Dassault, Airbus e Leonardo, ma l’Eurodrone è in ritardo.
Un altro grande affare sarà il potenziamento dei sistemi di difesa aerea. Aumenterà ancora la produzione di missili di Mbda, la società nata dalla fusione delle attività di Airbus, Bae e Leonardo. Si prevede un aumento della domanda anche per i sistemi di scudo anti-missile di Rheinmetall, prodotti a Roma. L’Europa però non è unita neppure in questo campo. La Germania vorrebbe imporre il sistema di protezione israeliano Iron Dome.
Il riarmo coinvolgerà anche le navi, quindi affari d’oro per Fincantieri, per Naval Group francese e per la tedesca ThyssenKrupp Marine Systems.
Nello spazio sarà necessario un sistema satellitare di comunicazione europeo integrato e protetto. Si profilano commesse per Airbus, Thales e Leonardo. Secondo La Tribune, i tre gruppi hanno appena presentato a Bruxelles un progetto di fusione delle attività nello spazio in una nuova società, ciascuno avrebbe il 33% della “Mbda dello spazio”. È prevista anche la produzione di armi in Ucraina, per sfruttare i costi più bassi di Kiev, che ha competenze nei droni e nell’artiglieria. In Ucraina è già stata impiantata una fabbrica di Rheinmetall per i carri armati.
Il piano europeo ha l’obiettivo di investire in armamenti comuni, per evitare la dispersione delle risorse in programmi nazionali che provoca duplicazioni e aumento di costi. Ma solo 150 degli 800 miliardi arriverebbero dal bilancio Ue, attraverso prestiti, con la possibilità di un coordinamento degli acquisti. Gli altri 650 miliardi dovrebbero venire dagli Stati, senza però la garanzia di progetti e acquisti coordinati.
A beneficiarne continuerebbero a essere i produttori Usa, che già adesso hanno la fetta maggiore delle forniture in Europa. Secondo uno studio di Ambrosetti dei 100 miliardi di euro di spesa militare addizionale fatti dai paesi Nato Ue dallo scoppio della guerra in Ucraina, il 78% è stato speso per acquisti da paesi extraeuropei, di cui l’80% dagli Usa. Solo il 18% degli acquisti di armi in Europa è fatto in modo “collaborativo”. Le armi Usa arrivano in particolare da Lockheed Martin con l’F-35, da Raytheon per i missili, da Boeing per velivoli ed elicotteri. Sono “made in Usa” anche molte attività di intelligence e cyber. E nei servizi satellitari incombe Starlink di Elon Musk.