il Giornale, 2 aprile 2025
Ecco la Dolce vita (anche molto agra) dell’avanguardia. Con Schifano & Co.
Ancora oggi, a Roma, in Piazza del Popolo, si fronteggiano il bar Rosati e il bar Canova, ma non è più la stessa cosa. Non come quando, nei primi anni ’60, erano i posti di ritrovo (soprattutto da Rosati) di quella pattuglia folle e fantastica degli artisti della Scuola di Piazza del Popolo, la neoavanguardia romana del gruppo di Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, ma anche poi Francesco Lo Savio, Pino Pascali, Renato Mambor e molti altri. Se Canova era il salotto elegante, serio, dei registi e degli intellettuali, da Rosati si trovavano i giovani artisti rivoluzionari, quelli che qui ci interessano.
Tutte vite da romanzo, come si dice, che essendo impegnate a viversi non avevano tempo di romanzarsi, e ora romanzate splendidamente nel libro Vite nell’oro e nel blu di Andrea Pomella (Einaudi) che ha per epigrafe una frase di Mario Schifano: «Mi conoscono anche quelli che non mi conoscono, quindi inventate quello che volete».
Amici dai percorsi diversi ma tutti cresciuti nella guerra e tutti decisi a fare la guerra contro il conformismo. È la nascita della Pop Art italiana, che Schifano anticipa, perfino, a iniziare dalla Coca Cola, prima di Andy Warhol, pur avendo sognato l’America attraverso il cinema e i fumetti. All’inizio lavora in un museo etrusco per racimolare qualche lira, ma anziché dai maestri etruschi viene folgorato dalle vernici industriali usate da una squadra di geometri che dipingevano dei paletti per le misurazioni di bianco e nero. «Da lì l’intuizione. Ciò che più lo interessa non si trova nei manuali di disegno, nei libri d’arte, nei musei, nelle gallerie, e neppure sulle superfici dei vasi arcadici o dentro le cornici dei dipinti moderni, bensì nelle strade, sui piloni di cemento armato, nelle insegne pubblicitarie, sulle plance dei manifesti dove si accumulano strati su strati di carta marcia».
Tutti a casa da Marina Lante della Rovere, dove c’è un via vai di artisti e poeti e scrittori e attori e si fa vita sociale e libertina. Schifano, al di là degli amici, frequenta solo ricchi o ricchissimi o chi può artisticamente capirlo, e alle feste appare e scompare, difficile fermarlo. Una sera passa da Marina ma annuncia che scappa subito perché deve andare a una festa di matrimonio, però stacca un quadro dalla parete per portarselo via, un dipinto che spaccerà per suo. Marina gli dice: «Ma è di Aldo Turchiaro!». Risposta: «Tanto, Marì, quelli nun ce capiscono un cazzo». Goffredo Parise, nella cerchia degli amici più stretti, paragonerà Schifano a un principe da mille e una notte, «poi a un ragazzo-scimmia, infine a un piccolo puma, di cui si sospetta la muscolatura e lo scatto, che lascia dietro di sé l’impronta nitida e misteriosa dell’eleganza. Principe, scimmia o puma che sia, la principale caratteristica che tutti gli riconoscono è una: Schifano è inafferrabile».
Erano gli anni della Dolce Vita, ma il gruppo, tra una festa e l’altra, nei locali di Via Veneto («quei locali hanno nomi epici o equivoci, Rupe Tarpea, Il Pipistrello, Il Capriccio, e ai clienti per entrare è richiesto un abbigliamento adeguato, cosa che spesso li scoraggia»), ci andava solo per incontrare gli attori, quando aveva abbastanza soldi, e i soldi andavano e venivano, e si spendevano, perché a vent’anni, se sei un’artista, cosa ci vuoi fare con i soldi? Metterli da parte per la pensione? Poteva succedere di tutto, in quegli anni ’60, come per esempio quando Franco Angeli incontra un americano ubriaco e pestato, lo porta a casa sua, gli offre cure, gli parla di pittura pur non capendo niente di quello che dice l’americano, e alla fine, per gioco, dipingono un quadro insieme, metà per uno, a tema religioso, una Deposizione. Arriva il momento di firmarlo, Franco scrive «Angeli», l’americano: «Kerouac». Proprio così, era Jack Kerouac.
È la folle storia di coloro che a Roma hanno fondato l’avanguardia, la Pop Art, contemporaneamente a quello che succedeva in America, e contrapposta a quell’altra grande avanguardia degli anni ’60 che è stata il New Dada a Milano. Era una generazione geniale che non aveva tempo se non per bruciare velocemente, tra gallerie, alcol e droghe, e d’altra parte l’arte, quella vera, non è mai stata un mestiere impiegatizio. Moriranno giovani, o quasi, ma con la certezza di essere stati vivi, e di aver lasciato un segno.
Mai abbastanza ricordato Francesco Lo Savio, anticipatore straordinario dell’arte minimalista. Tanti iniziavano a fare quadri monocromi, per uscire dall’empasse dell’informale e dell’espressionismo astratto, e da quelle tele bianche, tagliate nello spazialismo di Lucio Fontana, a Roma emersero i primi marchi commerciali, la Coca Cola di Schifano, la Pop Art italiana. Ma dai monocromi di Lo Savio no. Monocromi di ferro nero, piegato, che denotavano qualcosa di esistenzialmente inquietante, non solo minimal. Dentro quel nero plumbeo c’era di più. Il più complesso di tutti, il più consapevole, come scrive Pomella «la consapevolezza, il male peggiore, perché la consapevolezza sta alla psiche come il dolore sta al corpo». Troppo intelligente per vivere l’incoscienza fino in fondo. Lo Savio dal punto di vista estetico è stato l’anti-Schifano: dove il secondo ha inventato il pop in Italia, Lo Savio, il consapevole Lo Savio, vedeva già la fine, l’ha anticipata.
Morirà suicida a Marsiglia il 21 settembre 1963. «Prende il tubetto e ne svuota il contenuto. Conta le pasticche del sonnifero: sono trentacinque. C’è qualcosa di beffardo in quel numero, pensa. È il suo anno di nascita».