ilmessaggero.it, 2 aprile 2025
Groenlandia, Trump studia costi di acquisizione: ma può davvero annetterla? Il ruolo della Nato in caso di attacco Usa
La Casa Bianca sta elaborando una stima sui costi di un’eventuale acquisizione della Groenlandia, il territorio autonomo danese da tempo nel mirino del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Si tratta del tentativo più concreto finora compiuto dall’amministrazione statunitense per trasformare l’ambizione del tycoon in una politica attuabile. Il piano, tuttavia, ha scatenato indignazione a livello internazionale e un duro rimprovero da parte della Danimarca.ù
Un’operazione strategica e finanziaria
Secondo quanto riferisce il quotidiano statunitense, fonti vicine alla Casa Bianca riferiscono che i funzionari stanno valutando l’impatto economico dell’integrazione della Groenlandia come territorio statunitense.
L’analisi include il costo della fornitura di servizi governativi ai 58.000 abitanti dell’isola e il possibile ritorno economico derivante dalle sue risorse naturali.
Secondo un funzionario, una delle opzioni sul tavolo è offrire alla Groenlandia un accordo finanziario più vantaggioso rispetto ai 600 milioni di dollari annui di sussidi versati dalla Danimarca. «Il punto è: vi pagheremo più di quanto vi paga la Danimarca», ha dichiarato la fonte sotto anonimato.
Trump: «La prenderemo al 100%»
Donald Trump ha ribadito con forza la sua determinazione ad acquisire la Groenlandia. «La prenderemo al 100%», ha dichiarato alla NBC News, lasciando intendere che, se necessario, potrebbe ricorrere anche alla forza. «Non tolgo nulla dal tavolo», ha aggiunto.
Il governo danese, però, controlla ancora le finanze, la politica estera e la Difesa dell’isola, ed è per questo che l’amministrazione statunitense minaccia la Danimarca di non aver fatto abbastanza per i groenlandesi nel campo delle politiche sociali e per la loro difesa dall’influenza crescente di Russia e Cina nell’Artico.
La reazione di Copenaghen
L’iniziativa di Washington ha suscitato reazioni di sdegno a Copenaghen. Il primo ministro danese, Mette Frederiksen, ha riaffermato l’impegno della Danimarca nei confronti della Groenlandia e ha escluso qualsiasi ipotesi di cessione del territorio.
Anche i leader groenlandesi hanno respinto le mire di Trump. Il neo primo ministro Jens-Frederik Nielsen ha dichiarato sui social media: «Non dobbiamo agire per paura, ma con dignità e unità. La Groenlandia è nostra».
Interesse strategico e tensioni internazionali
L’attenzione di Trump per la Groenlandia non è solo economica, ma anche militare. L’isola occupa una posizione strategica cruciale tra l’Atlantico e l’Artico ed è sede della base militare statunitense di Pituffik, un avamposto chiave per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il vicepresidente americano JD Vance, nella sua recente visita in Groenlandia risalente allo scorso 28 marzo, ha attaccato duramente la gestione danese del territorio, dichiarando che gli Stati Uniti sarebbero un partner migliore. «Non possiamo ignorare l’invasione russa e cinese in Groenlandia. Dobbiamo fare di più», ha affermato.
Vance ha poi alimentato le tensioni nazionaliste, spingendo l’opinione pubblica verso una rottura con la Danimarca. Tuttavia, il risultato delle elezioni parlamentari dello scrso 11 marzo ha sancito la vittoria dei Democratici, un partito centrista e liberale che mantiene una linea prudente sulla questione dell’indipendenza da Copenaghen. Il 28 marzo, la traiettoria politica dell’isola ha preso una direzione ancora più netta: i Democratici, il partito ambientalista di sinistra Comunità Inuit, i socialdemocratici di Avanti e Solidarietà – fermi sostenitori dell’unione con la Danimarca – hanno siglato un accordo di governo, estromettendo Naleraq, l’unica forza politica che invoca apertamente l’indipendenza immediata.
A cementare questa alleanza è anche il timore per le mire espansionistiche di Donald Trump. Sabato 29 marzo, il presidente Usa ha ribadito la sua convinzione che esistano concrete possibilità di ottenere la Groenlandia per via diplomatica, senza però escludere l’uso della forza militare. Una postura aggressiva che, tuttavia, incontra una forte opposizione tra gli abitanti dell’isola: se l’80% della popolazione sostiene un graduale processo di indipendenza dalla Danimarca, l’85% rifiuta categoricamente l’idea di diventare parte degli Stati Uniti, mentre solo il 6% si dice favorevole a tale scenario.
Un affare da trilioni di dollari
Le stime economiche sull’acquisizione della Groenlandia variano enormemente. Secondo il think tank American Action Forum, il valore delle riserve minerarie dell’isola si aggira sui 200 miliardi di dollari, mentre la sua importanza strategica potrebbe portare il prezzo a 3 trilioni di dollari.
Gli analisti sottolineano come l’amministrazione Trump stia cercando di convincere l’opinione pubblica statunitense che l’operazione sarebbe finanziariamente vantaggiosa. Tuttavia, esperti come Alex Jacquez, ex funzionario dell’amministrazione Biden, avvertono: «Questa non è altro che una copertura per le fantasie coloniali di Trump».
Ambizioni imperiali o realpolitik?
L’espansione territoriale degli Stati Uniti è sempre avvenuta attraverso acquisizioni o guerre. Dopo l’acquisto delle Isole Vergini americane dalla Danimarca nel 1917 e l’annessione delle Hawaii, il progetto di Trump rievoca la dottrina del “Destino Manifesto”, che ha guidato l’espansionismo statunitense nel XIX secolo. «Il presidente Trump è ossessionato dalla Groenlandia», ha affermato l’ex stratega Steve Bannon. «Questa è la strategia navale più brillante di sempre».
Nel frattempo, Copenaghen ha intensificato la propria presenza militare nell’Artico. A gennaio 2025, il governo danese ha annunciato un massiccio potenziamento delle difese nella regione, stanziando quasi 2 miliardi di euro per il dispiegamento di tre nuove unità navali da combattimento, l’incremento delle operazioni di sorveglianza tramite droni avanzati e il potenziamento della rete satellitare per il monitoraggio strategico.
Cosa succederebbe se Trump invadesse la Groenlandia? Il ruolo della Nato
Se le dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia fossero il preludio a una vera e propria strategia di annessione, si scatenerebbe una crisi senza precedenti all’interno della Nato, con il suo principale finanziatore e Stato fondatore che si scontrerebbe militarmente con un altro membro dell’Alleanza Atlantica.
A complicare ulteriormente il quadro c’è l’Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, che vincola gli alleati a considerare un attacco armato contro uno di essi come un’aggressione a tutta l’Alleanza. Ma la clausola è stata concepita per rispondere a minacce esterne, non a un conflitto interno tra due membri. Cosa succederebbe, dunque, se Washington ordinasse un’operazione militare contro la Groenlandia, e quindi contro la Danimarca?
L’unico precedente storico di uno scontro tra membri della Nato risale al 1974, quando Grecia e Turchia, alleati dal 1952, si affrontarono militarmente per il controllo di Cipro. All’epoca, la Nato scelse di non intervenire direttamente, lasciando che fosse l’Onu a mediare il conflitto. Se gli Stati Uniti dovessero muovere sulla Groenlandia, la comunità internazionale si troverebbe di fronte a una situazione ancora più complessa: un’aggressione che equivarrebbe a un attacco diretto alla Danimarca, con conseguenze imprevedibili per l’Alleanza Atlantica e per gli equilibri geopolitici globali.