ilsole24ore.com, 1 aprile 2025
Cassazione: il possesso di gessetto e colla non basta per il tentato imbrattamento
Va annullato il decreto di perquisizione e sequestro di colla, gessetto e cartoncini, oltre che di tutti i dispositivi elettronici, disposto ai danni di una simpatizzante di «Ultima generazione». La Cassazione annulla, senza rinvio, l’ordinanza con la quale era stata avallata la perquisizione, messa in atto da ben 22 agenti, nei confronti di una minorenne che, all’interno di un museo in compagnia di due attiviste del movimento ambientalista, era stata trovata in possesso di due gessetti, un mini sticker Bostik, un foglio di cartone e un foglietto. Per il tribunale erano oggetti «potenzialmente idonei a deturpare, deteriorare e imbrattare beni culturali». Era dunque scattato il sequestro, che si era esteso anche ai quaderni e a tutti i dispositivi elettronici, con delle ricadute negative nell’attività di studentessa della giovane indagata, che non poteva neppure utilizzare lo Spid.
Un sequestro su larga scala
La Cassazione aderisce alla tesi della difesa, secondo la quale gli oggetti sequestrati erano in sé neutri, tanto che se fossero stati trovati in possesso di un gruppo di insegnati o di turisti la loro rilevanza penale sarebbe stata nulla. A pesare non potevano quindi essere soltanto l’orientamento politico della giovane e il fatto che fosse una supporter di «Ultima generazione». Un sequestro in così larga scala non era giustificato per il fumus del reato – previsto dall’articolo 518-duodecies del Codice penale – in forma tentata, in assenza di una astratta configurabilità dello stesso.
La Suprema corte ricorre a un esempio chiarificatore. «La disponibilità di armi da sparo e un passamontagna, all’ingresso di una banca – si legge nella sentenza – potrebbe consentire di inferire l’inizio dell’esecuzione di una rapina ovvero la sussistenza di atti preparatori punibili». Una circostanza ben diversa dal caso esaminato, in cui la ricorrente era stata fermata all’ingresso del museo «senza aver posto in essere alcuna attività (peraltro neppure annunciata in forma verbale)». Né è possibile, per gli ermellini, parlare di «atti preparatori», visto che il materiale sequestrato, privo di «pericolosità intrinseca», poteva essere destinato ad azioni «dimostrative non danneggianti o deturpanti – scrivono i giudici – quali sit-in o appelli ai presenti». Come farebbe pensare – avverte la Corte – la scritta «intervento» su uno dei fogli.
Nessuna condanna alle spese per i minorenni
La Suprema corte ricorda la gravità del reato contestato, nella forma più severa introdotta dalla legge 22/2022. Per chi imbratta dei beni culturali le pene vanno oggi da sei mesi a un anno di reclusione, congiunta a una multa che spazia dai 1.500 euro ai 10mila euro. I giudici cancellano invece anche la condanna alle spese processuali poste a carico della ragazza. E questo perché il processo a carico di imputati minorenni all’epoca dei fatti non comporta l’obbligo di pagamento delle spese processuali né, in caso di condanna, quelle del mantenimento in carcere.