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 2025  aprile 02 Mercoledì calendario

La Cisl: «In città ci sono 7.500 case popolari sfitte, ecco come recuperarne 6mila, in modo sostenibile»

Ogni anno le case popolari sfitte pesano per 10 milioni di euro sulle casse del Comune di Milano. A questa cifra si aggiungono altri 20 milioni sostenuti dalla Regione Lombardia. È quanto emerge dalle stime della Cisl, che durante la tavola rotonda “Milano da vivere, emergenza abitativa”, ha lanciato una proposta provocatoria: accendere un mutuo ventennale per ristrutturare gli alloggi vuoti e renderli abitabili. Attualmente, a Milano si contano circa 7.500 alloggi popolari sfitti. L’ipotesi formulata è quella di intervenire su almeno 6.000 di questi, stimando un costo medio di ristrutturazione pari a 40.000 euro per unità. Servirebbero, dunque, 240 milioni di euro. Con un mutuo spalmato su vent’anni, la rata mensile si aggirerebbe attorno al milione di euro. Un costo, secondo i promotori della proposta, sostenibile. Se almeno 5.000 appartamenti venissero assegnati a famiglie in grado di pagare un affitto sociale medio di 300 euro al mese, il Comune potrebbe incassare circa 1,5 milioni ogni mese.
Numeri che poggiano su una domanda reale. Negli ultimi quattro anni sono state presentate 76.373 richieste di accesso alle case popolari. Di queste, solo 2.567 si sono tradotte in un’assegnazione: appena il 3%. Un dato che fotografa l’insufficienza dell’offerta rispetto al bisogno. Il 34% delle famiglie richiedenti ha un reddito annuo inferiore ai 15.000 euro. E molte delle assegnazioni riguardano nuclei con un Isee di appena 5.000 euro. «Nelle graduatorie ci sono lavoratori di ogni tipo – ricorda Mattia Gatti, segretario del Sicet di Milano, il sindacato degli inquilini della Cisl –. Se Milano ha ancora bisogno dei suoi lavoratori, allora l’emergenza abitativa non riguarda solo chi è in difficoltà, ma tutta la città. Milano sta perdendo attrattività, soprattutto nei settori del pubblico impiego. I concorsi vanno deserti, e quando i posti vengono assegnati, molti lavoratori si dimettono dopo pochi mesi. Non riescono a sostenere l’affitto: la casa pesa spesso per oltre il 50% del reddito». Anche Alessandro Maggioni, presidente del “Consorzio case lavoratori”, allarga lo sguardo: «Milano è passata da città del lavoro a città della rendita. Serve regolare il mercato e investire nell’edilizia popolare, anche tassando gli extra profitti». Secondo il secondo rapporto dell’Osservatorio “Casa abbordabile”, realizzato da Ccl e Politecnico di Milano, un operaio con reddito medio può permettersi di acquistare solo 19 metri quadrati, un impiegato 25, un quadro 48. E anche nell’hinterland, una casa da 50 mq richiede oltre 20 annualità di reddito. Tra le soluzioni avanzate, tutte guardano a una maggior sinergia tra pubblico e privato. «Le organizzazioni di rappresentanza, o almeno la mia – ha risposto Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano –, sono due anni che destinano fondi per aiutare i lavoratori ad affrontare i costi dell’abitare. Abbiamo contribuito con 150.000 euro al Fondo Schuster e attivato un bando da 3 milioni per sostenere gli affitti». Per Barbieri, serve anche un cambio di prospettiva: «Non si può più pensare Milano come un centro chiuso. Bisogna ragionare in ottica metropolitana». A sottolineare l’importanza di ripensare al tipo di città che abitiamo è anche don Nazario Costante, responsabile diocesano della Pastorale sociale e del lavoro: «Dobbiamo dare un’anima alla città – ha sottolineato – che chiede di essere abitata e vissuta. La sfida per la Chiesa locale è di favorire le relazioni e i luoghi dove piccole attività, famiglie, scuole, progetti educativi possano ritrovarsi».