Avvenire, 2 aprile 2025
«Insopportabile l’odore di morte»
Le squadre di soccorso nelle aree del Myanmar più colpite dal terremoto di venerdì scorso indicano come «necessità impellenti» rifugi, cibo e acqua. E sale la preoccupazione che la presenza di molti dispersi, e probabilmente di un numero superiore ai 2.719 morti e 4.521 feriti comunicati ieri dal governo militare, apra al rischio sanitario.
«La situazione si fa sempre più complicata. L’odore di morte che arriva dai cumuli di macerie si è fatto insopportabile, ma è evidente che il regime non può mobilitare soccorsi in grado di operare efficacemente» è la testimonianza diretta di un sacerdote della regione di Mandalay. Passate le 72 ore indicate come limite per la sopravvivenza in simili circostanze, il caso della donna di 63 anni tratta ieri in salvo dopo 91 ore sotto le macerie di un edificio ha riaperto alla speranza di ritrovare altri ancora in vita. Ma le conseguenze del terremoto di magnitudine 7.7 del primo pomeriggio di venerdì, il più forte registrato in Myanmar da oltre un secolo, sono state pesantissime. Sono milioni gli abitanti che si confrontano con una situazione di necessità che il Paese non può da solo affrontare, mentre molte aree sono ancora isolate.
«Nelle zone più colpite, mentre si lotta contro il tempo per localizzare eventuali sopravvissuti e fornire aiuti essenziali, le comunità faticano a soddisfare le necessità di base, come l’accesso all’acqua potabile e a servizi igienici», ha comunicato l’Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari umanitari. «Tanti che hanno già vissuto il terrore del terremoto vivono ora nella paura di scosse di assestamento e dormono all’aperto, per strada o nei campi», ricorda International Rescue Committee, l’organizzazione umanitaria statunitense fondata da Albert Einstein già presente in Myanmar.
Molti Paesi hanno accolto l’appello al soccorso umanitario della giunta militare, tra i primi gli alleati Cina, Russia e Bielorussia, oltre alla vicina India. Al momento lo sforzo umanitario è però complicato dalle azioni militari, soprattutto con mezzi aerei, contro i gruppi ribelli. Come denuncia Amnesty International gli ostacoli posti dalla giunta militare a chi voglia raggiungere la popolazione in stato di bisogno, indicano la determinazione a gestire gli aiuti in base alle sue necessità.
«È significativo che i leader militari abbiano indicato che non consentiranno alcuna assistenza ai civili nelle aree in cui sono vittoriose le Forze di autodifesa (ovvero le milizie coordinate dal governo di unità nazionale che opera dalla clandestinità, ndr). Questo complicherà e renderà anche più rischiosa la distribuzione dei soccorsi sul territorio», conferma la fonte della Chiesa cattolica. La proibizione all’ingresso ai giornalisti stranieri potrebbe anche negare la necessaria trasparenza nella distribuzione degli aiuti. Quello che il comitato di gestione del Paese guidato dal generale Min Aung Hlaing sta predisponendo sarebbe infatti il controllo a suo vantaggio della solidarietà internazionale.
Timori che il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite, Marcoluigi Corsi, ha ridimensionato in una conferenza stampa a Ginevra. «Finora siamo riusciti a fornire assistenza alla popolazione», ha affermato. «La distribuzione è in corso e per ora non abbiamo riscontrato alcun blocco» ma l’Onu, ricorda Corsi, chiede comunque la sospensione del conflitto e invita la comunità internazionale a inviare altri aiuti. Divergente la convinzione espressa su X dal relatore speciale delle Nazioni Unite sul Myanmar, Tom Andrews, che ha invece ribadito che «gli attacchi militari della giunta devono cessare. Gli ostacoli agli aiuti devono essere rimossi. I giovani non devono temere l’arresto o la coscrizione obbligatoria» ma nello stesso tempo «la comunità internazionale deve fornire un’assistenza più urgente. Ora».