corriere.it, 1 aprile 2025
Intervista a Umberto Tozzi
Si aggiungono due tasselli, stasera e domani, al mosaico di L’ultima notte rosa – The Final Tour, il lungo e planetario tour d’addio di Umberto Tozzi. E sono capitoli davvero speciali, visto che si celebrano all’Auditorium del Lingotto, nella città in cui il cantautore è nato nel 1952 e ha mosso i primi passi della carriera.
Come stanno andando le «ultime notti rosa»?
«Molto bene. Ricevo ovunque grandi manifestazioni d’affetto e le emozioni che vivo sul palco sono intense: mentre canto, penso “chissà se tornerò in questa città”».
Stasera (martedì 1 aprile) e domani se lo chiederanno anche i fan torinesi: possono sperare in qualche data extra o questi sono proprio gli ultimi suoi live sotto la Mole?
«Non saprei dirlo. È un tour particolare, tocca diversi continenti e si evolve continuamente. Abbiamo ancora qualche mese e neanch’io so quando e dove si concluderà. Da poco, per esempio, abbiamo aggiunto una data il 5 ottobre all’Arena di Verona (e un’altra più a portata torinese, il 29 agosto al Forte di Bard, ndr)».
Qualche fan si è inventato modi particolarmente scenografici per salutarla?
«No, in molti mi chiedono semplicemente perché».
Già, perché?
«Perché tutto ha il suo tempo ed era da un po’ che avevo maturato l’idea che il mio percorso musicale fosse concluso. Ringrazio Dio per ciò che sono riuscito a fare, una carriera impensabile».
Nata ai bordi della periferia occidentale torinese, negli anni Sessanta. Quale fu la scintilla?
«Sentire Love Me Do dei Beatles alla radio. Avevo 12 anni e pensai: “Mamma mia”. Mio fratello suonava e cantava in un gruppo, in casa giravano strumenti, ho imbracciato la chitarra di un suo amico e ho provato subito qualcosa nella pancia. Allora me ne sono comprato una mia. Ricordo il prezzo: 1.500 lire. E ho iniziato a studiarla da autodidatta».
In scaletta in questo tour ci sono canzoni nate durante il suo periodo torinese?
«Basterebbe citare Gloria, che ho scritto sul pianoforte a muro a casa dei miei genitori in via Frejus. All’epoca vivevo ancora con loro. Ma anche
Qualcosa qualcuno e Notte rosa».
Se all’uscita del Lingotto trovasse una limousine ad aspettarla, anzi, diciamo una vecchia 500 con autista, dove si farebbe portare?
«Negli stessi luoghi che ho rivisto qualche anno fa girando un documentario con Red Ronnie. Dove è iniziato tutto: la casa di via Mattie, la parrocchia dove andavo per giocare a calcio e suonare, la scuola elementare Baricco in corso Peschiera».
Tempo di bilanci. Qualche rimpianto?
«Non essermi goduto alcuni momenti della carriera. Ho sempre fatto ciò che mi andava, senza mai prevedere, programmare o fare il punto della situazione. Ripensandoci, alcune cose sono state un po’ frettolose, bruciate dalla velocità. Diciamo che sono stato “travolto da un insolito destino” e tra un’onda e l’altra era già tanto che respirassi».
Come mai?
«Un po’ per incoscienza, un po’ perché era un mondo diverso: quando nel 1982 ho vinto il Golden Globe, me l’hanno consegnato in una stanza del Ministero della Cultura a Milano, o qualcosa del genere. E quando ho fatto l’Eurovision con Raf non lo trasmettevano nemmeno in tv, c’era la sensazione di andare a fare una passeggiata all’estero. Solo qualche anno fa sono riuscito a rallentare e ho capito che ciò che avevo fatto era magico».
Cosa farà da pensionato?
«Io mi vedo già da un pezzo in pensione, non patirò troppo il passaggio. Ho un paio di progetti particolari, di cui non posso dire nulla, che spero si concretizzeranno dopo la fine del tour e sarebbero un modo gratificante per chiudere la carriera. E penso che riprenderò a dipingere, un’attività che mi ha sempre affascinato».