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 2025  aprile 01 Martedì calendario

Chi si è piegato a Trump (per salvare i maxi fatturati): i grandi studi legali, università di élite e tutte le Big Tech

Questi giorni mi fanno pensare a Czesław Miłosz, premio Nobel per la Letteratura, quando racconta i primi incontri dell’immediato dopoguerra in cui gli emissari sovietici illustrano agli scrittori polacchi i temi da trattare. «L’atteggiamento della sala era decisamente ostile – scrive Miłosz ne La mente prigioniera del 1951 –. Tutti consideravano il realismo socialista come una teoria artificiosamente imposta. Accadeva che qualche coraggioso si producesse in un attacco pieno di velato sarcasmo. La risposta dei conferenzieri ogni volta lo schiacciava con argomentazioni assai meglio articolate, il cui peso veniva accresciuto da ben precise minacce sulla carriera e il futuro del ribelle».
Gli stati d’animo
Racconta ancora Miłosz: «Le facce nell’uditorio erano abbastanza impenetrabili», tuttavia «si poteva notare il rapido susseguirsi degli stati d’animo: rabbia, paura, ammirazione, diffidenza, pensosità. Avevo l’impressione di prendere parte a uno spettacolo d’ipnosi collettiva. In seguito, quelle persone avrebbero anche potuto ridere e scherzare nei corridoi, ma l’arpione era stato gettato. Dovunque andassero, ne avrebbero portato la punta con sé».
La torsione istituzionale
Era un mondo in cui i dissidenti erano esposti ad arresti, eliminazioni, occupazioni armate. Sarebbe assurdo paragonarlo ai primi due mesi del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Gli Stati Uniti sono e restano una democrazia. Il parallelismo è solo nel fatto che, ora come allora, chi è appena giunto al potere cerca d’imporre una torsione istituzionale che prende di mira anche le coscienze. Perché – che esistano dei precedenti oppure no – non c’è dubbio che gli Stati Uniti sono di fronte a una crisi costituzionale.
L’orbanizzazione del potere
Massimo Gaggi sul Corriere racconta da mesi le forzature di Trump o del suo «consulente» Elon Musk contro il Congresso, le sentenze dei giudici ignorate e le intimidazioni contro di essi, i licenziamenti (a quanto pare) illegali di decine di migliaia di funzionari e dei capi di varie autorità indipendenti. Ora anche l’idea del terzo mandato. Trump persegue consapevolmente una orbanizzazione accelerata del suo potere. Ma se l’arma sovietica per imporre una torsione nell’Europa centro-orientale fu la minaccia dell’uso della forza, quella di Trump è il denaro. La sua operazione avviene sullo sfondo di una crisi morale del capitalismo americano e non è comprensibile senza di essa. Vediamo.
(Non esitate a scrivermi: commenti o contestazioni e proposte).
I partner di Skadden
Non so se avete mai sentito parlare dello studio legale newyorkese Paul, Weiss, Rifkind, Wharton & Garrison o dell’altra «law firm» americana Skadden, Arps, Slate, Meagher & Flom. Già la lunga serie dei nomi dei primi partner sembra messa lì per dare l’idea della rete di relazioni e della penetrazione nel sistema. Skadden nel 2023 ha fatturato 3,27 miliardi di dollari, che la rende la quinta azienda legale più grande al mondo, con consulenze che costano di frequente tremila dollari l’ora; ogni partner di Skadden nel 2023 in media ha guadagnato 5,4 milioni di dollari e ogni suo avvocato – includendo i nuovi assunti – 1,9 milioni. Quanto a Paul Weiss, nel 2024 ha un fatturato di 2,6 miliardi di dollari, in aumento del 31% sull’anno prima, con guadagni medi per partner di 7,5 milioni di dollari e assunzioni di nuovi avvocati con salari di base di 20 milioni l’anno.
I clienti e le white shoe
Quei due studi sono la quintessenza delle imprese legali «white shoe», dalle scarpe bianche: un concentrato di classe, élite, competenza, reti, selezione feroce attraverso la Harvard Law School. Fra i clienti di Paul Weiss si contano solo grandissimi nomi: Exxon Mobil, Citigroup, Nippon Steel, Sony; fra i clienti di Skadden il fondo di private equity Blackstone o la Walt Disney Company. Il capitalismo americano sono loro. Sono il suo successo, la forza della legge e di chi sa farla valere. Entrambi, Paul Weiss e Skadden, si sono squagliati nelle mani di Trump in pochi giorni.
Lo studio legale anti-Trump
Com’è potuto accadere? Eppure Paul Weiss è pura aristocrazia democratica, contando fra le sue fila partner usciti dalle amministrazioni di John Fitzgerald Kennedy, Barack Obama o anche Joe Biden. A Trump quello studio legale ha sempre dato filo da torcere: il suo presidente Brad Karp ha raccolto fondi per molti candidati democratici, inclusa Kamala Harris, e durante la prima presidenza del tycoon aveva mobilitato molti avvocati americani per sfidare in giudizio l’amministrazione che strappava i migranti bambini ai loro genitori. Uno dei partner di Paul Weiss si è impegnato gratuitamente nelle cause contro i colpevoli del 6 gennaio e prima aveva lavorato nel team dell’inchiesta federale sul ruolo della Russia nella campagna di Trump nel 2016. Quanto a Skadden, ha assistito un privato contro il pubblicista di destra Dinesh D’Souza e le sue false accuse di frodi elettorali relative a quando Biden batté Trump nel 2020.
Piegato Paul Weiss
Per piegare Paul Weiss è bastato un ordine esecutivo del presidente. Per piegare Skadden, il timore che esso stesse per arrivare. Il testo su Paul Weiss sancisce il blocco di qualunque contratto del governo americano con lo studio legale e prospetta il taglio dei contratti del governo a qualunque «entità» che dovesse aver assunto avvocati di quello studio legale (section 3b); inoltre, minaccia di limitare l’accesso dei dipendenti di Paul Weiss a edifici del governo federale (forse dunque inclusi i tribunali) «quando tale accesso minacci la sicurezza nazionale o sia altrimenti incoerente con gli interessi degli Stati Uniti» (section 5).
Il decreto ad personam

È uno straordinario decreto ad personam contro un’impresa, senz’altro incostituzionale. Pochi giorni prima il presidente aveva fatto lo stesso contro un altro studio legale, Perkins Coie (1,2 miliardi di fatturato), il quale aveva reagito in tribunale ottenendo una sospensiva. Ma Trump non si è lasciato impressionare e nel giro di qualche ora, appunto, ha replicato contro Paul Weiss.
La sottomissione
Il resto è venuto da sé. L’ordine esecutivo è di venerdì 14 marzo. L’indomani mattina alle 8:30 il presidente di Paul Weiss, Brad Karp, è entrato nello Studio Ovale e trattato la resa nelle mani del presidente: la sua azienda si impegna a fornire servizi legali gratuiti all’amministrazione per 40 milioni di dollari e accetta – secondo la Casa Bianca – di cambiare le proprie politiche del personale mettendo da parte i principi di «diversità, equità e inclusione». Skadden ha fatto un accordo simile, ma i servizi legali gratuiti promessi al governo valgono cento milioni.
L’umiliazione pubblica
Quale che sia il merito, è la sottomissione che conta. L’umiliazione pubblica. E l’esempio. Quei grandi studi legali per un bel po’ non difenderanno cause contro Trump o il governo. Brad Karp di Paul Weiss in seguito si è lamentato che nessun altro studio legale abbia fatto sentire la propria voce in sua difesa e che i clienti si preparavano già ad abbondonarlo. «È probabile che il nostro gruppo non avrebbe potuto sopravvivere una prolungata lite con l’amministrazione», ha detto. Ma va messo tutto in prospettiva. Nessuno qui rischia la fame. Da quando è diventato presidente di Paul Weiss nel 2008, Karp avrà ammassato alcune centinaia di milioni di dollari e l’intera azienda avrebbe potuto vivere per qualche anno con fatturati da molte centinaia di milioni, invece che di miliardi. Sarebbero rimasti tutti ricchi comunque, giusto un po’ meno.
Il video su TikTok
Così per Skadden, in cui solo un’avvocatessa di trent’anni assunta da poco ha chiesto ai dirigenti di ritrattare la genuflessione. Il suo video su TikTok è stato visto da più di un milione di persone ma lei, Rachel Cohen, ormai è fuori. Non lavora più per Skadden. «Gli studi legali dovrebbero unirsi nel condannare queste azioni (di Trump, ndr) – ha scritto – ma hanno paura per un insieme di cause». La prima: quando uno è abituato a vivere con dieci o venti milioni di dollari l’anno, scendere a tre genera terrore. Meglio rinunciare ai principi di una società libera e aperta, anche se si mente a se stessi dicendosi che in fondo non è così.
Perkins Coie è rimasta sola
Di certo Trump ormai ha attaccato in questo modo sei grandi studi legali e la Equal Employment Opportunity Commission federale ha scritto a venti di essi chiedendo loro di giustificare le proprie politiche del personale. Un’altra intimidazione. Si riduce così il numero degli avvocati che oseranno schierarsi contro il governo nei tribunali. Perkins Coie, che ha sfidato l’ordine esecutivo di Trump in tribunale, è rimasta sola. La crisi morale del capitalismo americano è tutta qui: nel preferire una rendita di posizione (sostenuta da lucrosi contratti) alla difesa collettiva di ciò che ha reso l’America, America.
Miliardi, non princìpi
La crisi morale è in Jeff Bezos – il secondo uomo più ricco del mondo, fondatore di Amazon – che ha messo da parte ogni passata critica del presidente, ha versato 40 milioni di dollari a Melania Trump per un documentario sulla vita per Amazon Prime Video, ha versato altri milioni di dollari al presidente per ritrasmettere vecchie puntate di The Apprentice (dove Trump è protagonista) e ha proibito alla pagina dei commenti del Washington Post – il grande quotidiano della capitale, che Bezos stesso possiede – di occuparsi di politica. Si parva licet, come chiedere alla Gazzetta dello Sport di non commentare il calcio. Del resto, Bezos stesso ha contratti con il governo per 20 miliardi di dollari attraverso il suo gruppo spaziale Blue Origin e attraverso Amazon Web Services (fornitura cloud) e poco importa che Amazon nel 2024 abbia fatturato 638 miliardi: quei venti Bezos li vuole comunque, a qualunque prezzo politico e di reputazione personale.
La crisi del capitalismo
La crisi morale del capitalismo americano è poi in Mark Zuckerberk: non solo perché ha cancellato ogni filtro alla disinformazione dai suoi social, per allinearsi al potere di Trump; un recente libro di un’ex dirigente di Facebook (Careless People di Sarah Wynn-Williams) documenta come Zuckerberg e il suo team fossero così decisi a penetrare nel mercato cinese da prospettare al governo di Pechino «la possibilità di dargli un accesso speciale ai dati degli utenti» in modo da permettergli di praticare la sorveglianza di partito. Inutile poi parlare di Elon Musk e dei suoi conflitti d’interesse: le valutazioni di borsa delle aziende di questi capitani del Big Tech sono ormai talmente gonfiate e precarie che i fondatori sono pronti a qualunque compromesso con il potere, pur di sostenerle.
Tagli all’accademia
Ma che dire delle grandi università? Fra i primi ordini esecutivi di Trump ce n’è uno che prende di mira il National Institute of Health, minacciando di cancellare centinaia di milioni di dollari in sussidi alla ricerca medica per ciascuna di esse. La Johns Hopkins, per esempio, rischia di perdere oltre 200 milioni. La Columbia University ne aveva persi 400 e si affrettata a concludere un accordo in cui cede a una figura di nomina del governo il controllo dell’intero dipartimento di studi su Medio Oriente, Asia del Sud e Africa. Un altro atto di sottomissione in cambio di denaro, mentre vari professori mi raccontano che altri capi-facoltà in altri atenei importanti impartiscono al corpo docente l’indicazione di andarci piano con le critiche alla Casa Bianca: ne va dei soldi. Così oggi anche le istituzioni dell’Ivy League sono più sotto controllo, perché hanno paura di perdere alcune centinaia di milioni dal governo anche se hanno endownments (dotazioni di fondi propri) da alcuni miliardi o decine di miliardi sulle quali hanno guadagnato enormemente in questi anni.
Le posizioni di rendita da difendere
Trump è un immobiliarista newyorkese. Conosce la venalità nell’uomo, perché la conosce in sé. Sa che è una leva potente, in un’America dove decenni di culto del mercato «libero» hanno indebolito le autorità indipendenti di controllo Antitrust e del mercato. Sono troppe le posizioni di rendita e troppi i soggetti che non dormono la notte al timore di perderle. Nel suo libro sulla Polonia sottomessa a Mosca nell’immediato dopoguerra, Czesław Miłosz annota: «Non c’è da stupirsi che uno scrittore o un pittore comincino a dubitare dell’opportunità di resistere. Se avessero la certezza che la loro opera in disaccordo con la linea ufficiale ha un valore duraturo, non esiterebbero. Ma in maggioranza sono convinti che sarebbe artisticamente debole». Fosse vissuto fino ad oggi, forse Miłosz lo avrebbe scritto anche di certi cultori del capitalismo americano.