Corriere della Sera, 1 aprile 2025
Una regola, una fede. La svolta di Nicea
Nella primavera di mille e settecento anni fa, arrivarono a Nicea vescovi da ogni parte del mondo all’epoca conosciuto. Probabile che molti di quegli uomini sapessero a malapena dove fosse quella città che oggi si chiama Iznik e si trova in Turchia a un centinaio di chilometri da Istanbul, scrivono Gian Guido Vecchi e Giovanni Maria Vian in La scommessa di Costantino. Come il concilio di Nicea ha cambiato la storia, in uscita per Mondadori martedì 8 aprile. All’epoca era vicina a Nicomedia. A convocarli era stato l’imperatore Costantino che nel giro di pochi mesi aveva posto fine all’ultima grande persecuzione contro i cristiani, si era convertito al cristianesimo e nel 324 aveva deciso di fondare una nuova capitale nell’antica colonia di Bisanzio. Costantino, ha scritto Santo Mazzarino in L’Impero romano (Laterza) è stato l’uomo politico «più rivoluzionario» della sua epoca. Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che fosse poco più che un politico, solo capace di cogliere al volo le opportunità che gli si presentavano. No, ha replicato Mazzarino, «in realtà un freddo calcolo politico non basta a svegliare in un uomo, sia pure un grande uomo, le energie che occorrono per cambiare il volto del mondo». Per questa ragione, Costantino, secondo Mazzarino «non può essere considerato un puro politico». Egli «ha certamente creduto nel Dio dei cristiani».
Ma i cristiani, acquisita capacità di movimento e legittimità dopo tre secoli di intermittenti persecuzioni, avevano iniziato a litigare tra loro. Riferisce Eusebio di Cesarea, l’unico testimone diretto di quei giorni: «In ogni città i vescovi si scagliavano contro i vescovi, i popoli insorgevano contro i popoli e per poco, nel conflitto, non si massacrarono a vicenda». Il concilio nelle intenzioni dell’imperatore doveva servire proprio a comporre queste lacerazioni.
Nicea è il primo concilio imperiale, cioè, convocato e presieduto dall’imperatore. E imperiali saranno tutti i concili ecumenici sino all’ottavo. Tutti si svolgeranno alla presenza del Papa di Roma o saranno comunque da lui approvati. L’ottavo concilio – quarto di Costantinopoli (869-870) – non verrà riconosciuto in Oriente. I successivi concili ecumenici saranno tali solo per la Chiesa cattolica. Se ne contano tredici: dal Lateranense I (1123) al Vaticano II concluso nel 1965. In tutto, dunque, sono stati ventuno.
Ma torniamo a Nicea. Eusebio racconta che «tutti si precipitarono con il massimo zelo, quasi che scattassero da una linea di partenza». I vescovi – concordano Arnaldo Marcone in Costantino il grande (Laterza) e in Pagano e cristiano. Vita e mito di Costantino (Laterza) nonché Alessandro Barbero in Costantino il vincitore (Salerno) – provenivano da Egitto e Palestina, Siria e Fenicia, Grecia e Macedonia, Persia e Mesopotamia. Dell’Occidente latino, precisano Vecchi e Vian, erano rappresentate soltanto sei diocesi. Mancava il vescovo di Roma, Silvestro, che aveva però delegato i suoi preti Vito e Vincenzo. E poi, proseguono Vecchi e Vian, c’erano cinque vescovi, «uno dei quali aveva tuttavia un ruolo decisivo»: lo spagnolo Ossio di Cordova, uomo di fiducia dell’imperatore che, però, con ogni probabilità si trovava già alla corte imperiale di Nicomedia. Gli altri latini erano Ceciliano di Cartagine, Nicasio di Die (in Gallia), Marco di Calabria e Domno di Sirmio (dalla Pannonia danubiana). Secondo Eusebio di Cesarea erano più di duecentocinquanta. Eustazio di Antiochia parla di duecentosettanta. Costantino ne ricordava trecento.
Francesco Berlingieri ne Il concilio di Nicea (Eretica) pone al centro di quel consesso – come tutti gli studiosi che se ne sono occupati – la «questione ariana». Ario era attento «in modo esasperato» – scrive Massimo Guidetti in Costantino e il suo secolo. L’editto di Milano e le religioni (Jaca Book) – alla trascendenza di Dio. Lo muoveva la preoccupazione di salvaguardarne l’unità, secondo il precetto biblico: «Ascolta, Israele, il signore, tuo Dio, è uno». Tanto accentuò questo concetto da porre una «radicale diseguaglianza» tra il Padre e il Figlio, «insopportabile», afferma Guidetti, «per quanti vedevano invece Cristo generato dalla sostanza stessa del Padre». Alessandro, vescovo di Alessandria, dapprincipio fu un estimatore di Ario soprattutto per «l’ascesi personale e la capacità dialettica» da lui dimostrata. Ma quando si rese conto delle possibili conseguenze politiche della dottrina di Ario (il prete libico minimizzava la figura di Cristo, scrivono Vecchi e Vian, «facendone di fatto un dio minore»), lo scomunicò assieme ai chierici che lo seguivano. Malgrado questa scomunica, l’insegnamento di Ario si diffuse al punto da coinvolgere numerose personalità dell’epoca tra i quali Eusebio capo della chiesa di Nicomedia e l’altro Eusebio, vescovo di Cesarea. La tensione, prosegue Guidetti, giunse al punto di creare fronti dottrinali contrapposti tra la chiesa d’Antiochia e quella di Alessandria.
Ma chi era Ario? Era stato negli anni giovanili un discepolo di un famoso martire palestinese, Luciano di Antiochia. Quasi sicuramente – ma la notizia non è certa – era stato poi un «meleziano», vale a dire un seguace di Melezio di Licopoli. In quanto tale era stato dapprima scomunicato, poi perdonato da Alessandro vescovo di Alessandria. Che, come si è detto, ne aveva individuato le qualità fino a metterlo a capo di una delle comunità più importanti, quella di Baucalis, il quartiere del porto alessandrino. Un autore a lui avverso, Epifanio di Salamina, lo descriverà più tardi come orgoglioso e subdolo. Talché presto Alessandro sarà portato a diffidarne. E a chiedergli di ritrattare alcune sue posizioni. Ma Ario, nel frattempo, è diventato assai popolare e decide di continuare la sua predicazione senza piegarsi ad Alessandro. Anzi intensifica questa predicazione, scrivono Vecchi e Vian, con grande abilità perché diffonde le sue idee in modo originale. Le trasforma, cioè, in canzoni che imitano le melodie più conosciute. Arrivando in tal modo – scrive Manlio Simonetti in un libro fondamentale per capire ciò di cui ci stiano occupando, La crisi ariana nel IV secolo (Pubblicazioni agostiniane) – ad «ambienti difficilmente raggiungibili dalle consuete opere teologiche: marinai, mugnai, commercianti». Con il coinvolgimento dei due Eusebi di cui si è detto, «l’incendio» oltrepassa i confini di Alessandria e dell’Egitto per propagarsi all’intero Oriente.
Costantino, scrivono Vecchi e Vian, non aveva idea di chi potesse essere Ario quando fu informato della sua esistenza. E soprattutto era lontano dal prevedere che burrasca avrebbe costituito il problema ariano, motivo della convocazione del concilio niceno, «una burrasca durata oltretutto decenni con strascichi che sono arrivati fino all’Alto Medioevo».
Quando nel 324 Costantino apprese per la prima volta del dissidio tra Ario e Alessandro – scrive Manfred Clauss in Costantino e il suo tempo (il Mulino) – credette d’istinto che si trattasse di una «scaramuccia tra due intellettuali eccentrici». In una lettera ai due ecclesiastici, Costantino li ammonì considerando il loro come «un dissenso su sofisticherie che nessuno capiva». Cosa su cui, per quanto lo riguardava, aveva certamente ragione. Dopo che divenne sovrano anche dell’Oriente greco, però, le prime esperienze in loco gli mostrarono, secondo Clauss, «che le richieste di composizione amichevole non erano servite a molto». Adesso Costantino aveva scelto un dio che, annota Clauss, diversamente da Giove o dal dio del sole, «non tollerava più al proprio fianco altre divinità». La conseguenza fu che, scrive Clauss, «il cammino verso la Chiesa cristiana di stato cominciò inesorabilmente e fu improntato alla connaturata intolleranza e aggressività che il cristianesimo mostrava nei confronti di altre divinità, di altri culti nonché dei loro seguaci».
Fin qui gli studi precedenti. Nicea, scrivono adesso Vecchi e Vian, doveva risolvere, nelle intenzioni di Costantino, la divisione causata dalla predicazione di Ario che finiva per «svuotare la divinità di Cristo». E fissare la data della Pasqua. Ci fu una fase iniziale del Concilio in cui sembrò che il sovrano avesse raggiunto i suoi obiettivi. Ma non fu così.
In merito alla disputa ariana, secondo Manfred Clauss «il concilio di Nicea non valse a chiarire gran che». La formula che fu trovata – «consustanziale al padre» – all’epoca non aveva molto senso, «perché non si era provveduto a definire in modo più preciso tale consustanzialità». Non può sorprendere perciò, prosegue Clauss, che la controversia teologica e le sue ripercussioni non ebbero termine con il concilio e continuarono da subito dopo la sua conclusione.
Quanto alla Pasqua, proseguono, Vecchi e Vian, preceduta dieci anni prima da misure legislative ostili al proselitismo ebraico, la decisione di fissarne la data in una diversa da quella israelitica «avrà l’effetto di allargare il fossato – già molto grande – che divideva i cristiani dagli ebrei». Quella decisione ha ancor più allontanato il cristianesimo dalla sua radice ebraica, «con conseguenze nefaste i cui strascichi», secondo Vecchi e Vian, «si prolungano ancora oggi». Poi, a partire dal V secolo, la separazione e le misure antiebraiche verranno ancora più accentuate dalla legislazione ecclesiastica e imperiale per crescere ulteriormente nel Medioevo.
In realtà, dopo Nicea, Costantino lascia presto cadere la condanna nicena dell’arianesimo, con la conseguenza che «la crisi ariana continua con vicende alterne per oltre mezzo secolo». Solo il concilio di Costantinopoli del 381 conclude la controversia sul piano teologico e pone termine alle discussioni sulla Trinità. Da tempo però missionari ariani avevano cristianizzato i goti e altre popolazioni barbariche che dalla fine del IV secolo avrebbero dilagato nelle parti occidentali dell’impero. E, con i vandali, gli ariani sarebbero arrivati in Africa settentrionale dove avrebbero perseguitato con ferocia i cattolici. Talché l’arianesimo sopravviverà fin verso la fine del VII secolo quando i Longobardi si convertiranno mentre «la vivace cristianità africana» verrà «del tutto sommersa dalla marea islamica».
Nicea, sostengono Vecchi e Vian, ha rappresentato una vera e propria svolta nella storia del cristianesimo, «prima e unica religione a stabilire formalmente cosa credere». Ma non ha certo «inventato il cristianesimo», come spesso si ripete in alcuni dei libri di cui si è detto. Né ha costituito una frattura: «Una svolta sì, una frattura no», secondo Vecchi e Vian. Per la prima volta il concilio niceno ha elaborato una «regola di fede» che sviluppa certo formulazioni precedenti e per di più sarà presto contestata. Ma, comunque «l’ha stabilita, per tutti i cristiani». Per la prima volta ha dettato un serie di norme, a cominciare dalla fissazione della data comune per la Pasqua che fino a quel momento le comunità cristiane celebravano in tempi diversi
Nelle società occidentali odierne, scrivono gli autori, la religione è relegata nel privato e teoricamente separata dalla politica. Le due dimensioni invece si intersecano soprattutto dopo la svolta costantiniana e con il progressivo inserimento del cristianesimo nelle strutture imperiali come appare già durante la «crisi ariana» e nel corso delle successive controversie sulla figura di Cristo. Nicea inizia così, secondo Vecchi e Vian, un processo di «romanizzazione dei cristiani» e di «cristianizzazione dell’impero» che si prolungherà nell’impero bizantino e culminerà in Occidente con Carlo Magno e il Sacro romano impero, soppresso formalmente soltanto da un altro imperatore, Napoleone Bonaparte.