Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2025  aprile 01 Martedì calendario

Intervista a Vincenzo Sarno

"A 10 anni parte per 120 milioni”. Da Napoli a Torino. Quel titolo, affiancato da una foto del bambino che palleggia di testa, lo ha accompagnato per il resto della carriera, influenzandola. Ora la carriera è finita, a 37 anni, ed è tempo di riavvolgerla.
"Appena mi mettevo a letto, piangevo”, ricorda Vincenzo Sarno. “Trasferire un bambino da Secondigliano a Torino, senza genitori, appoggiarlo prima in albergo, poi nella cameretta di un conoscente, fu non solo un errore, ma una condanna. Ero infelice. Oggi ho tre figli, di nove, tredici e sedici anni. Non lascerei partire nessuno, neppure la più grande”.

Ripartiamo dall’inizio, il Torneo di Natale del 1998. La Scuola calcio Gaetano Scirea di Secondigliano schiera il piccolo Sarno, 10 anni, con gli Esordienti, categoria più adulta. Lampi e tuoni. Finte, dribbling. Con il sinistro, Vincenzino mette in crisi squadre che sono la cantera di club professionistici, e vince il Pallone d’oro della manifestazione. Lo chiamano, un’altra condanna, “il figlio di Maradona”. “Ho poco memoria, e molte cose le ho rimosse. Ricordo solo che ero felice con il pallone tra i piedi”.
Ci fu la fila, alla porta di suo padre Ernesto, nel quartiere di Secondigliano. Naturalmente il Napoli, poi il Parma, l’Empoli, anche il Coventry City, allora Premier League inglese. Papà era disoccupato e con quattro figli. Scelse il Torino, Vincenzo partì il 29 gennaio 1999.
“Molte cose non sono più dentro di me, ero davvero piccolo, facevo la quinta elementare. Hanno detto che il Torino avrebbe dato un lavoro a mio padre, che lui avrebbe trasferito la famiglia al Nord. Non andò così. Mi ritrovai da solo, dentro una vita che non conoscevo. E che da subito ho rifiutato”.
Perché suo padre non scelse il Napoli, la strada più vicina e naturale?
“Non era stato contento di come avevano trattato mio fratello più grande, Antonio, giovane calciatore anche lui”.
Per averla in rosa il Torino offrì 120 milioni alla sua famiglia.
“Quello è il titolo dei giornali, ma la mia famiglia ha visto ben poco. Sul mio trasferimento c’è stato un bel business. È stata una scelta sbagliata, fatta da persone che giravano attorno a me. Hanno cavalcato l’onda, i giornali, Porta a Porta, Domenica In, Le Iene. Non è stata colpa del Torino, e neppure della mia famiglia, che ha deciso ben poco. Non parlo volentieri di quel periodo. È stato breve, poco più di un mese, ma le pressioni sono arrivate forti. E mi hanno segnato”.
Torna a casa. Alessandro Del Piero, il suo idolo, gliel’aveva detto in diretta tv: ‘Devi pensare a divertirti’.
“A Secondigliano, infatti, sono di nuovo felice. È il mio mondo e il calcio torna un gioco”.
Resta un anno e mezzo, poi di nuovo fuori, a Roma.
“Appena rientrato, avevo firmato per i giallorossi: sarei andato da loro a 14 anni. E così è stato”.
Un trasferimento più consapevole?
“Sì, di Roma ho bei ricordi”.
L’abbiamo vista nei Giovanissimi nazionali, sui campi in terra della periferia della capitale: era un calciatore importante per loro. E per Bruno Conti, supervisore dei giovani.
“Avrebbe dovuto essere il periodo della mia formazione, il salto, ma l’ho vissuto con la società in crisi, che via via curava sempre meno il settore giovanile. È stata brutta la separazione: c’erano vecchi accordi, cose che il club doveva pagare a chi mi aveva seguito da adolescente. Non sono riuscito ad arrivare alla Primavera. E per me non c’erano mai soldi”.
Un’altra scelta sbagliata.
“Ne ho fatte tante. Meglio, a quell’età le hanno fatte per me”.
Fino a quando è andato a scuola, Sarno?
“La terza media a Napoli, una stagione in anticipo perché ero primino. Le superiori in giro per l’Italia, perdendo un anno. No, non mi sono diplomato, per i vari impegni del calcio: mi manca l’ultimo anno. Ricordo che non ho dato l’esame di maturità, dovevo andare in tournée con la prima squadra della Roma, ma, appunto, eravamo nella fase della crisi societaria e mi spinsero verso il Chelsea. Si liberarono di me”.
Il primo Chelsea di Mourinho, siamo nel 2005. Lei ha 17 anni.
“Sì, una gita di due settimane. Ero di nuovo da solo, non avevo mai viaggiato, non conoscevo l’inglese. Con Mourinho non ho mai parlato”.
Inizia allora, neppure maggiorenne, un lungo viaggio nella Serie C italiana.
“Inizio, a parametro zero, nella Sangiovannese, in provincia di Arezzo. E da lì avrei iniziato a muovermi per tutta l’Italia, Giulianova, Brescia, dove esordisco in B, Potenza. Centro, Sud, Nord, ancora Sud. Tanti trasferimenti, quattordici società, un po’ di campo, molta panchina. Il calcio è così, un giorno sei intoccabile, il giorno dopo si scordano di te”.
Si lamentava, allora, che gli allenatori italiani non premiavano mai i giovani.
“Era così. io ero titolare nella Nazionale U20 di Francesco Rocca e avevo giocato nell’U16, ma spesso non trovavo posto in un undici di Serie C. In quegli anni più eri vecchio, più ti facevano giocare. Una mentalità arretrata”.
A quel livello, ha comunque un palmares: quattro promozioni dalla C alla B con Virtus Entella, Virtus Lanciano, Foggia e Padova, una dalla D alla C con il Catania, una Coppa Italia di C e due Supercoppe di C.
“Sono contento di quello che ho fatto. E ho avuto la fortuna di conoscere un allenatore come Roberto De Zerbi, un genio, oggi uno dei più forti al mondo. Sono stato al Foggia dal 2014 al 2018, tre stagioni con lui, in tutto trenta gol. Non mi sono più ripetuto. De Zerbi era unico per quello che ti diceva negli spogliatoi, per come ti schierava in campo. Ha aperto un’era in cui gli allenatori sono diventati più attenti ai giovani. I ragazzi che esordiscono oggi sono fortunati”.
Con la Reggina è stato messo fuori rosa: problemi disciplinari?
“Scelte tecniche. Quell’anno, 2011, abbiamo perso la semifinale dei play-off per salire in Serie A”.

Perché “il figlio di Maradona” ha accettato una vita in Serie C?
“Mi era entrato in testa un meccanismo che mi diceva che in B non avevo lo stesso mercato, preferivo vincere nella serie inferiore che fare un campionato meno importante tra i cadetti. Con la testa di oggi, avrei scelto diversamente, ma se ho deciso così allora avrò avuto le mie buone ragioni. Non rinnego le mie decisioni: sentivo di fare così”.
Ha chiuso con l’Fc Pompei, questa stagione, in Serie D.
“Ho fatto il ritiro in estate, ma a ottobre mi sono fermato”.
Perché? Due anni prima si era rotto il crociato del ginocchio.
“La verità è che non mi divertivo più e avevo altri progetti”.
Quali?
“Ho preso il patentino da osservatore”.
Ha avuto persone che l’hanno consigliata nel corso della sua carriera?
“Mio padre e il procuratore Willy Arciello, un fratello maggiore”.
È alto 1,67, l’essere piccolo le ha limitato la carriera in queste stagioni in cui la forza fisica è diventata decisiva?
“Non lo so, non ci ho mai pensato. Ero comunque veloce, nella corsa e nell’esecuzione”.
Come è stata la sua vita nel calcio? Per le società in cui arrivava era sempre “Vincenzino trasferito a 10 anni”?
“Quella storia ha pesato. Ho fatto una vita di pressioni, ho dovuto sempre dimostrare qualcosa”.
Avrebbe meritato la Serie A?
“Alla fine ognuno ha quel che merita... Sì, l’avrei meritata, ma se non è arrivata è per colpa delle scelte che ho fatto. Non ho rimpianti, però”.
È soddisfatto del tenore economico che le ha dato il calcio?
“In Serie C pagavano bene, più di seimila euro al mese. Sono soddisfatto, vengo da una famiglia povera”.

Suo figlio, quello di 13 anni, gioca a calcio?
“È bravino, ma oggi si deve solo divertire, me l’ha insegnato Del Piero. Tutto quello che arriverà, sarà un di più. Lo proteggo da qualsiasi pressione, non vado neppure a vederlo la domenica”.