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 2025  marzo 31 Lunedì calendario

L’arma de l debito contro quella dei dazi L’Europa risponda

Come dovrebbe reagire l’Europa alle tariffe di Donald Trump? Ormai è acclarato che la trumpeconomics non segue una logica economica ma è dettata dall’obiettivo ideologico di re-industrializzare gli Stati Uniti, ripudiando l’architettura del sistema di regole e alleanze che ha governato l’equilibrio mondiale nel Dopoguerra.
Un obiettivo alimentato anche dal malcelato disprezzo nei confronti degli ex alleati come emerso dalla chat in cui il vicepresidente J.D. Vance definisce «parassiti» gli europei, o dalla volontà di Trump di annettere Canada e Groenlandia.
Inutile appellarsi agli accordi internazionali o alle logiche del diritto e dell’economia con chi trasforma Vladimir Putin da aggressore a partner affidabile con cui fare affari spartendosi le risorse dell’Ucraina, o la proprietà dei gasdotti per riportare il gas russo in Europa.
Danni per gli Usa
La trumpeconomics danneggia prima di tutto gli Stati Uniti perché in un’economia integrata col resto del mondo le tariffe aumentano i costi per le aziende americane che hanno delocalizzato le produzioni e/o importano componenti proprio per sfruttare i vantaggi comparati alla base del commercio internazionale.
Le tariffe comprimono margini e redditività delle imprese e aumentano i prezzi al consumo, mentre l’incertezza sulla politica tariffaria con i continui annunci a sorpresa riduce la fiducia dei consumatori, scoraggia gli investimenti, provoca la caduta dei titoli in Borsa e mantiene elevati i tassi di interesse: il fantasma della stagflazione (inflazione nonostante il rallentamento economico) comincia ad aleggiare a Wall Street. L’aspettativa iniziale era che i cali in Borsa, dove è investito gran parte del risparmio previdenziale, i timori di inflazione, e gli elevati tassi sui mutui avrebbero incrinato il sostegno a Trump degli elettori inducendolo a fare retromarcia. Ma il tasso di adesione ideologico al Maga del presidente prevale ancora su qualsiasi considerazione razionale. Se il deterioramento dell’inflazione e delle prospettive economiche dovessero continuare, un’eventuale svolta potrebbe avvenire solo con le elezioni di midterm nel novembre del 2026, quando l’intero Congresso e un terzo dei senatori verrà rieletto: la perdita del controllo di un ramo del legislativo potrebbe segnare l’inizio della fine della trumpeconomics. Ma le sue conseguenze dureranno ben oltre la presidenza Trump.
Risposta europea
I governi europei devono quindi elaborare rapidamente la risposta alla guerra tariffaria ma con una visione di lungo termine. Ribattere colpo su colpo alle tariffe è una strategia perdente perché l’Europa ha un avanzo commerciale e infliggerebbe quindi agli Stati Uniti un costo necessariamente inferiore a quello che subirebbe.
Basta guardare al Canada dove Trump ha risposto raddoppiando le tariffe americane in risposta a ogni tariffa canadese. In una guerra commerciale Trump ha inoltre il vantaggio negoziale di spaccare l’Europa perché gli interessi dei paesi sono diversi: le tariffe sulle auto toccano gli interessi tedeschi più di quelli francesi, mentre sarebbe l’opposto nel caso del vino. Prestarsi al gioco del divide et impera di Trump, come sta facendo Giorgia Meloni pensando con il suo equilibrismo di ottenere un trattamento privilegiato è doppiamente sbagliato perché non ci conviene rompere con l’Europa visti i tanti interessi in gioco (Pnrr, debito pubblico elevato, spaccatura su Ucraina e difesa europea, immigrazione), ma soprattutto perché le tariffe vengono imposte su categorie di beni, a prescindere dal paese esportatore, e saremmo comunque colpiti vista la grande diversificazione settoriale delle nostre esportazioni.
L’Iva
La Commissione pensa di rispondere penalizzando indirettamente i servizi delle grandi multinazionali americane, con la Digital Tax, la regolamentazione dell’uso dei dati, i diritti di proprietà, le norme sull’uso dell’intelligenza artificiale, le norme antitrust. Ma l’uso di imposte e regolamentazione per contrastare le tariffe ci espone alla critica americana che considera l’Iva un indebito sussidio di stato alle esportazioni. In Europa consideriamo l’Iva un’imposta neutrale in quanto grava in egual modo su un bene prodotto localmente, come su di uno importato; e l’esenzione per le esportazioni garantisce la neutralità negli Stati Uniti. Corretto, ma è anche vero che, come argomentano gli americani, a un’impresa europea conviene maggiormente vendere un bene negli Usa piuttosto che in Europa, perché può farlo a un prezzo più basso, e guadagnare quote di mercato, in quanto non è gravato dal 20 per cento dell’Iva. Se gli Stati Uniti chiudono il loro mercato alzando barriere tariffarie, l’Europa può reindirizzare le proprie esportazioni verso altri mercati come quello cinese. Ma mentre siamo esportatori netti verso gli Stati Uniti, abbiamo un disavanzo crescente verso la Cina che, oltretutto, avendo una struttura produttiva più simile alla nostra, è un concorrente temibile più che un mercato di sbocco.
Il debito americano
Nella trattativa con gli Stati Uniti è pertanto inevitabile che finiremo per fare delle concessioni a Trump, come l’acquisto di più armi e gas naturale, la riduzione di imposte e regole per i servizi digitali, e maggiori investimenti diretti negli Stati Uniti. Ma è chiaro che, al netto di tutto, la trumpeconomics finirà per costituire una “tassa” sulla crescita europea: un semplice messaggio da trasmettere all’opinione pubblica, e soprattutto ai cittadini che, in buona fede, sostengono le forze politiche populiste che vedono in Trump un modello, e che da noi sono al governo. Ma sono i movimenti di capitale il punto debole della trumpeconomics; e anche l’arma più efficace per contrastarla. I persistenti disavanzi commerciali degli Stati Uniti significano che il paese sta accumulando debiti nei confronti del resto del mondo, con cui paga per i beni importati. Così la posizione netta debitoria degli Stati Uniti è cresciuta da circa il 20 per cento del Pil al momento della crisi finanziaria di Lehman all’80 per cento odierno. Gli stranieri detengono 8.500 miliardi di debito pubblico americano, per il 45 per cento riserve ufficiali, principalmente di Cina e Giappone. La maggioranza dei titoli, quasi 5.000 miliardi sono dunque detenuti da investitori privati, in molta parte europei, che hanno comprato questi titoli per la fiducia nella garanzia del governo federale, la liquidità, la trasparenza del mercato, la certezza del diritto e delle regole.
Gli stessi europei detengono anche 9.000 miliardi di azioni americane, più della capitalizzazione di tutte le borse in Europa: investimenti dettati non solo dalla maggior redditività delle aziende americane (rappresentano il 54 per cento della capitalizzazione mondiale ma solo il 43 per cento dei profitti) ma soprattutto per le migliori prospettive dell’economia Usa, la capacità di innovare e la solidità delle sue istituzioni. Trump sta dunque minando tutte le ragioni alla base dei massicci investimenti finanziari in America: per l’Europa c’è dunque un’occasione storica per riportare a casa i propri capitali, che sarebbero sufficienti a finanziare la difesa comune, la rivoluzione ambientale, gli investimenti in tecnologia e pure lo stato sociale. E lascerebbe Trump alle prese con un debito pubblico insostenibile, tassi elevati e un aumento del costo del capitale, rendendo oltremodo difficile il progetto di re-industrializzazione, oltre al rischio della stagflazione.
Inoltre, alcune delle infrastrutture necessarie al funzionamento dei mercati internazionali sono sotto la giurisdizione europea, come Euroclear e Clearstream, che custodiscono le attività finanziarie e hanno permesso all’Europa di porre sotto sequestro le riserve ufficiali russe, a prescindere da Trump; o Swift, essenziale per le transazioni bancarie internazionali, ma usata proprio dagli Stati Uniti per imporre sanzioni finanziarie a suo piacimento. Sono dunque i capitali l’arma efficace dell’Europa contro le tariffe di Trump. Andrebbe usata con determinazione. Ma ci vorrebbe unitarietà di intenti, una chiara visione, e soprattutto la percezione del momento storico per la creazione di un vero mercato unico europeo dei capitali: potrebbe essere il canto del cigno del dominio finanziario americano e della trumpeconomics. Se non ora, quando?