la Repubblica, 1 aprile 2025
Javier Cercas “Il mio viaggio con il Papa in Mongolia”
«Un libro del genere non era stato mai scritto, non esisteva! Non riuscivo a crederci: il Papa, il Vaticano, la Chiesa universale che spalancano le loro porte a uno scrittore ateo e anticlericale come me. Ma siete matti?, ho domandato a Lorenzo Fazzini quando me l’ha proposto. Pazzi e coraggiosi». La risata potente di Javier Cercas passa attraverso lo schermo del computer durante il collegamento via Teams, punteggiando i passaggi più incredibili di una storia sorprendentemente bella e commovente. «L’avventura di un folle senza Dio alla ricerca del folle di Dio», ripete lo scrittore dalla sua casa di Barcellona, un interno rigorosamente bianco, perfetto per una intervista che parla di vita spirituale, morte e resurrezione della carne. Tutto nasce dalla visita di Francesco in Mongolia, nell’agosto di due anni fa, quando Cercas viene invitato a unirsi al viaggio papale “alla fine del mondo” con i centurioni di Bergoglio e i missionari di Ulan Bator, e quindi a scriverne in piena libertà, con la possibilità di soddisfare ogni curiosità, anche la più indiscreta.
Ne è scaturito il libro che da tempo si desiderava leggere, imprevedibile e ironico come è Francesco, amabile come il Papa rivoluzionario a cui non si finisce di voler bene, perfino scandaloso perché «un romanzo su Bergoglio che non sia scandaloso non è un romanzo su Bergoglio» (Il folle di Dio alla fine del mondo, tradotto per Guanda da Bruno Arpaia).
Quattrocentosessanta pagine che alternando saggio, racconto, inchiesta, biografia e autobiografia corrono con la velocità della luce fino all’epilogo, sull’urto di una domanda la cui risposta arriva nelle ultime righe. Esiste davvero la resurrezione della carne? «Ci tenevo a chiederlo a Francesco perché questa è la vera essenza del Cristianesimo. E perché volevo riferire la sua risposta a mia madre, donna di integra fede, la quale non aspettava altro che rivedere mio padre nell’aldilà».
La risposta era prevedibile, per un credente. Cosa l’ha sorpresa?
«La reazione fulminante di Francesco. Non ha esitatoneppure un millesimo di secondo, evitando di dilungarsi in complessi passaggi biblici, come invece avevano fatto molti dei suoi cardinali da me interpellati. Quella di Bergoglio è una fede irrevocabile, priva di chiaroscuri, costruita con la pietra. E viene espressa con la semplicità di don Florián, il parroco di campagna da cui mia madre andava a confessarsi».
In fondo è questo “il segreto di Francesco”, raccontato alla fine del libro: la sua umanità.
«È un uomo comune, certo. E come tutti gli esseri umani è provvisto di una duplicità, di uno sfasamento intimo, che equivale alla distanza che esiste tra l’io sociale e l’io personale. Non ha mai fatto niente per nascondere la sua insofferenza alla papalatria, al culto della personalità che fatalmente circonda la sua persona. Un’idealizzazione che lui vive come un’aggressione, un atto quasi offensivo, perché il Papa non è superman, ma un uomo come tutti gli altri».
Quindi anche un peccatore. Lei insiste su un aspetto che sembra affascinarla molto.
«Ha mai fatto caso che molto spesso papa Francesco si accomiata dalle persone invitandole a pregare per lui?
Bergoglio è ancora un uomo in lotta con sé stesso: contro il proprio carattere, contro le proprie debolezze, contro i propri demoni. Per questo le prime parole pronunciate nella Cappella Sistina dopo la sua elezione sono state: “Anche se sono un grande peccatore”. Ma è questo a renderlo davvero un cristiano seduto sul trono di Pietro: perché la Chiesa è quella dei peccatori e non dei virtuosi, dei deboli e non dei forti. Non è stato il fondatore della Chiesa a tradire Cristo per ben tre volte?».
Ma quando dice che papa Bergoglio è in lotta con sé stesso a cosa si riferisce?
«I gesuiti che l’hanno conosciuto tra gli anni Settanta e Ottanta in Argentina lo descrivono come un uomo dal temperamento forte, non estraneo alla pratica dell’autoritarismo, e non privo di superbia. Ora questa immagine è molto distante dal Bergoglio che abbiamo conosciuto noi, l’uomo mite, umile, il semplice seguace di Gesù di Nazareth. Nella sua biografia c’è una cesura – l’esilio a Cordova imposto dai gesuiti – che segna una trasformazione profonda. Il nuovo Bergoglio addomestica e depura il vecchio, però non smette di lottare con lui. Io credo che sia stata l’elezione a Papa a metterlo d’accordo con sé stesso. È Francesco a rappresentare la versione più compiuta di Bergoglio, un Bergoglio ideale».
Fino alla fine del libro lei ribadisce il suo ateismo. Ma quanto l’ha cambiata questo viaggio?
«Moltissimo. Ogni libro che scrivo è un’avventura, ma questa volta è stata un’avventura straordinaria.
In fondo tutti i miei romanzi sono costruiti intorno a un enigma, come in un romanzo poliziesco. E c’è sempre qualcuno che lo vuole decifrare».
Nei precedenti lavori si è misurato con la storia, qui con il soprannaturale.
«È questa la ragione del mio cambiamento profondo, che riguarda sia la mia persona che la mia concezione del Cristianesimo. Sa cosa diceva Hannah Arendt? Quanto sono stupidi gli atei che pensano di sapere quello che non si può sapere. Dopo aver perso la fede nell’adolescenza, ho sempre creduto insieme a Nietzsche che quella cristiana fosse una visione sminuente della vita terrena,ridotta a una valle di lacrime in attesa del riscatto. Alla fine di questo mio viaggio dentro la Chiesa, ho capito che il messaggio evangelico contiene una celebrazione della vita e una formidabile ribellione contro la morte. La promessa della vita eterna è la più grande rivoluzione immaginata».
Cercas, colpisce la passione con cui ne parla. Non ha avuto la spinta a cedere a quel che lei chiama il “superpotere”, cioè la fede?
«A me piacerebbe moltissimo averlo, ma come si fa? Purtroppo l’ho perduto molti anni fa. È un superpotere, ne sono convinto: come farebbero quei fuori di testa dei missionari in Mongolia a vivere gli inverni a quarantagradi sotto zero e a patire la solitudine propria di una minoranza assoluta? Sono loro l’essenza del Cristianesimo, i veri folli di Dio».
Sono stati i missionari a provocare quel cambiamento personale a cui faceva riferimento prima?
«Sì, l’incontro con loro è stata una esperienza molto seria. C’è in queste persone una vocazione radicale che è discreta, mai esibita, encomiabile. Ne ho tratto la conferma che la virtù o è segreta o non è virtù. L’energia miracolosa di padre Ernesto, la straordinaria furia di padre Giovanni contro la sua Chiesa, il talento esplosivo di suor Ana e di suor Francesca: la passione estrema con cui vivono la loro missione è quella che dovrebbe avere ogni scrittore».
Lei racconta di essere diventato scrittore perché aveva perso la fede.
«Sì, mi ero imbattuto nella lettura di Miguel de Unamuno, in particolare del suo San Manuel Bueno, martire, la storia di Emanuele che smette di credere ma continua a ingannare i suoi parrocchiani per renderli felici.
Fu così che cominciai a scivolare in quel gran caos morale da cui non sono mai uscito. La perdita di fede significa perdita della sicurezza più grande e cioè che la vita abbia un senso. E io sono andato a cercare il senso nella letteratura, ma è stato un errore».
Perché?
«La letteratura non dà certezze, al contrario ti offre domande più che risposte. Ma quando l’ho scoperto era troppo tardi: ero già diventato uno scrittore».
Ha capito perché il Vaticano ha scelto lei, Cercas?
«È l’unica domanda che non ho mai fatto, ma nella scelta dello scrittore ateo vedo soprattutto la visione di questo Papa. Andare a cercare gli altri, gli scettici, i non credenti o i credenti in altre fedi. Non una Chiesa chiusa in sé stessa, ma ad gentes, proiettata sulle periferie, parola chiave della sua concezione missionaria».
Il Papa ha letto il libro, ora pubblicato in Italia, in Spagna e in America Latina?
«Ma no, non me l’aspetto. È vecchio, malato, con un gran lavoro da fare. Figurati se ha tempo per leggere il mio libro».
Possiamo rivelare la risposta di Francesco sulla resurrezione della carne?
«Eh no, è il finale del romanzo. Limitiamoci a dire che è stata scandalosa. Che cosa c’è di più stupefacente della promessa che Dio resterà sempre con noi?».
Con una delle sue formidabili risate, Cercas scompare dal video. E non facciamo a tempo a chiedergli della madre, una figura molto presente in questo come in altri suoi libri. Lo scrittore è riuscito a tornare da lei, a Barcellona, con la risposta del Papa filmata dal suo cellulare. Ormai non c’erano dubbi, avrebbe rincontrato il marito tanto amato. Quando poi è mancata, nel dicembre dello scorso anno, a Cercas è squillato il cellulare. «Pronto, sono Bergoglio, si ricorda di me? Siamo stati insieme in Mongolia. Ho saputo di sua madre…». Si ricorda di me?, ha detto il Papa.
Ed è qui che il folle senza di Dio per la prima volta è rimasto senza parole, forse trovando il senso che cercava.