La Stampa, 1 aprile 2025
Nel derby di Pasqua i mitra delle Wermacht crepitano allo stadio
Parte 2 – Continua
La sparatoria, improvvisa, parte al decimo minuto del secondo tempo. I tedeschi fanno crepitare le potenti mitragliatrici Maschinengewehr 42, in grado di sparare 1500 colpi al minuto. Dall’altro lato degli spalti dello Stadio Municipale Mussolini (oggi Comunale Grande Torino) gli antifascisti rispondono con numerosi colpi di pistole Beretta e di fucili Carcano 91 sottratti al Regio Esercito. Stupiti e spaventati, i giocatori delle due squadre si gettano a terra, dimenticando come d’incanto le ragioni della rissa in campo causata dagli errori arbitrali. Le squadre sono entrambe cittadine. Si disputa l’atteso derby tra la Juventus-Cisitalia, capitanata da Pietro Rava, terzino campione del mondo nel 1938, e il Torino-FIAT, con il capitano Valentino Mazzola detto “Tulen”, per l’abitudine da ragazzino di prendere a calci oggetti di latta, le “tole” in piemontese.Sono quasi le quattro di pomeriggio del primo aprile, domenica di Pasqua. Il sole splende sulle gradinate dove si sono radunati 40 mila spettatori. I cori dei tifosi tacciono, gli insulti dimenticati: tutti sono ammutoliti, terrorizzati. E pensare che doveva essere una amichevole di beneficienza, in ricordo di Pio Marchi, un giocatore bianconero rimasto vittima dei bombardamenti nel 1942, e invece rischia di trasformarsi in un bagno di sangue. I nervi di tutti sono a fior di pelle.
A questo punto il signor Canavesio, l’arbitro che prima ha assegnato un rigore ai bianconeri, per poi ripensarci, scatenando così le scazzottate in campo, urla con tutto il fiato che ha in gola: «Partita sospesa». I giocatori si rifugiano negli spogliatoi, gli spettatori incominciano a lasciare lo Stadio Mussolini, costruito per i Littoriali del 1933. Finalmente gli animi si calmano, le armi tacciono e dopo una sospensione di mezz’ora riprende il più pazzo derby torinese della storia. Finisce con la vittoria della Juventus 3 a 1. I tabellini indicano i marcatori: per il Toro, Valentino Mazzola al 22’; e per la Juve Vittorio Sentimenti III al 43’ e al 50’, Ugo Conti al 75’ Espulsi tre giocatori per la rissa: i granata Mazzola e Loik e il bianconero Capaccioli.
Quella partita del 1° aprile 1945 non finisce in tragedia perché i soldati della Wermacht mandati a mantenere l’ordine sparano soltanto in aria. In fondo, nessuno se la sente di rovinare l’atmosfera di festa per la Pasqua. L’assurdità della vicenda è che i calciatori della partita rischiano di essere colpiti da una pallottola vagante, mentre sono stati assunti come “operai” dalle ditte sponsor delle squadre, proprio per evitare di andare al fronte. La FIAT – per intercessione dell’avvocato Mario Dal Fiume presso l’amministratore delegato Vittorio Valletta – soltanto per la stagione del 1944-1945 sostiene il Torino, mentre la Cisitalia del presidente bianconero Pietro Dusio, ex calciatore, pilota automobilistico, imprenditore, è partner della Juventus. Giovanni Agnelli spiegherà poi quella stranezza, dicendo che era impegnato in guerra e non poteva occuparsi della squadra di famiglia.
Con la penisola divisa in due, dopo l’8 settembre 1943 il Campionato di calcio è stato sospeso e si svolgono soltanto partite amichevoli e tornei regionali: a Torino si disputano poche partite, il Torino-Fiat gioca al Motovelodromo di corso Casale (il Filadelfia è danneggiato dai bombardamenti), i bianconeri al Municipale Mussolini. Quel derby è dunque un’occasione preziosa, ma sugli spalti rimangono soltanto la paura vissuta dai tifosi e … qualche bossolo.
«Ho conservato uno di quei bossoli – racconta oggi lo scrittore e giornalista Nico Ivaldi, che a quella partita ha dedicato il piacevole libro Derby di guerra –, perché mi è stato consegnato proprio da un testimone diretto: Amedeo Bertello, allora bambino di nove anni, portato allo stadio dal papà. Lo incontrai per caso al Balon, mi incuriosì con i suoi ricordi e così andai a casa sua per farmeli raccontare. Bertello mi consegnò persino la prova, un bossolo di Carcano 91. Mi disse che suo padre lo aveva esortato a fuggire dallo stadio: “Alzati o finirai schiacciato da questa mandria di cavalli"».
Con la presidenza di Ferruccio Novo, nel 1939 incomincia l’era degli “Invincibili": dopo lo scudetto 1942-1943 (l’ultimo pre-RSI di Mussolini), il Torino ne vince altri quattro di seguito. Ma quattro calciatori granata che si salvano dal fuoco delle mitragliatrici MG42, il 4 maggio 1949 perderanno la partita con Ade, la divinità dell’oltretomba: sono Guglielmo Gabetto, Ezio Loik, Valentino Mazzola e Franco Ossola. Per loro sarà fatale l’impatto del trimotore FIAT G.122 con la collina di Superga, durante il volo di ritorno da Lisbona.
Tra i campioni di quella partita di Pasqua c’è anche il bianconero Carlo Parola, che al triplice fischio dell’arbitro prende in mano il pallone di cuoio e lo porta via, prima che succedano altri guai: negli anni 50 diventerà il beniamino dei ragazzini, grazie all’immagine della sua celebre rovesciata volante effigiata sulla copertina degli album di figurine Panini.
Sui giornali del 1° aprile 1945 si legge un annuncio che suona simile a quello di ottant’anni dopo: «Ricordiamo che nella notte da domenica a lunedì l’ora solare verrà anticipata di un’ora e cioè i tutti gli orologi alle ore due dovranno essere portati alle tre». La vita normale continua. E non c’è soltanto il derby. Dopo i riti della Pasqua, celebrati in Duomo dal Cardinale Fossati, i torinesi nel pomeriggio di domenica hanno l’imbarazzo della scelta tra ben quaranta pellicole proiettate in altrettanti cinematografi, tutti regolarmente in funzione, oppure possono anche accompagnare i figli a una recita per bambini al Teatro Carignano, o alle 17 recarsi al Teatro del Popolo – come era stato battezzato il vecchio Teatro Vittorio Emanuele II, dove oggi c’è l’Auditorium RAI di via Rossini – per la prima dell’opera lirica «Barbiere di Siviglia» diretta dal maestro Mario Braggio. E non manca perfino il varietà con un «complesso artistico di comici, cantanti, ballerine», al Cinema Fréjus. Titolo del musical: «Buonumore alla ribalta». Torino ne ha decisamente bisogno, per affrontare quell’ultimo pesante mese di guerra.