il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2025
La cassetta in Canadà: ritrovato il nastro dei “favolosi quattro”
Notte di San Silvestro 1961. L’amico Neil Aspinall ha guidato per dieci ore da Liverpool a Londra. Ha sbagliato itinerario, il viaggio è stato stancante. Intruppati con Neil in auto, i quattro Beatles. C’è Pete Best, Ringo non è ancora un’opzione per la batteria. Il manager Brian Epstein segue in treno la band. A Trafalgar Square, Lennon nota gli ubriachi che si buttano già nella fontana, malgrado il countdown di Capodanno non sia questione di secondi. Come sia, questi ragazzi non devono far baldoria, ma dare il massimo per l’audizione di domattina alla Decca. Epstein ha trattato con l’etichetta, che il 13 dicembre ha mandato in missione al Cavern Club uno dei migliori talent scout, Mike Smith. Si può fare, aveva sentenziato Smith. Che però ha fatto serata, diamine!, e il 1° gennaio 1962 si presenta in Decca con un consistente ritardo, l’emicrania e la luna storta. Pessima idea, fissare un’audizione alle 10 del mattino di un giorno simile. E questi provincialotti si sono portati dietro degli amplificatorini da dilettanti. Attaccheremo i loro spinotti all’impianto di sala, sperando non salti tutto, bofonchia Smith. Pronti?
Il tecnico pigia il bottone dello start, il nastro inizia a girare, nessuno capisce che qui si sta facendo la Leggenda. Un provino serio, si va avanti fino al pomeriggio: ben 15 brani, quasi tutte cover rock’n’roll più Like lovers do, che Paul aveva composto tre anni prima, e Hello Little Girl, di John. Andata? Si firma il contratto? Uhm, vi faremo sapere, temporeggiano i cervelloni della Decca. Intanto propongono a Epstein di acquisire un acetato con alcune tracce. Un mese dopo ecco la sentenza: “Spiace, crediamo che i gruppi basati sulle chitarre siano una moda al tramonto”. Ciao Beatles, alla Decca ingaggiano un’altra band valutata il primo dell’anno, Brian Poole & The Tremeloes: sono di Londra e costano meno per la gestione. Epstein non demorde e bussa alle porte della EMI, dove accettano di prendersi cura dei pivelli di Liverpool con la consociata Parlophone. Alla Decca si rendono conto della frittata, e per correre ai ripari si assicurano i promettenti Rolling Stones. Fine della novella? Macché: seguiamo il nastro dei Beatles, rispunterà ai giorni nostri dall’altra parte del mondo, anche se i bootleggers dispongono da sempre di registrazioni grezze dell’iconica session. Nel 2012 un presunto master originale viene venduto all’asta per 35mila sterline a un collezionista giapponese; gli osservatori notano che contiene solo 10 pezzi e gira su degli Ampex che nel ‘62 non erano in dotazione alla Decca. Dov’è quello vero, o almeno una sua copia perfetta? A Vancouver, in un negozietto di dischi, Neptoon Records. Nei giorni scorsi il proprietario, Rob Frith, si è deciso ad ascoltare quella bobina su cui è scritto “Beatles 60s Demos”: l’ha comprata un bel po’ di tempo fa, facendole prendere polvere su uno scaffale. Era certo fosse il riversamento di un bootleg. Invece, ecco lì: “Una qualità di suono incredibile, pareva che i Beatles fossero entrati nella stanza” attraverso una macchina del tempo. Come era finito in Canada il “reel” della Decca? Frith ha rintracciato l’uomo che glielo aveva consegnato, Jack Herschorn, un discografico di Vancouver al quale il prezioso reperto era stato a sua volta passato “negli anni 70 da un produttore inglese, con il consiglio di venderlo”. Ma Herschorn aveva trovato “immorale” la speculazione sottobanco sulle origini dei Beatles, e il nastro era arrivato nelle mani dell’ignaro Frith. Che ha postato sui social un frammento di Money (That’s What I Want), giurando di essere pronto a donare la reliquia a McCartney, a patto che si presenti in negozio. Come sia, qui c’è nuovo materiale di studio per i filologi e i detective del rock mobilitati a inseguire dischi perduti, file trafugati, brani diffusi in Rete dai pirati. Tra i più perseguitati gli U2, che hanno visto sparire gran parte dei loro lavori provvisori per ben cinque album, tra computer e cd rubati, valigette dimenticate, registrazioni sottratte dagli studi. Nel 1981, dopo un concerto a Portland, svanì nel nulla l’agenda dove il ventenne Bono aveva scritto i testi per il secondo LP, October: si pensò a tre disinibite ragazze conosciute nel backstage, poi a un roadie distratto. Bono fu costretto a ricostruire a memoria i versi per le canzoni ancora tutte da completare, il risultato fu deludente. Uno choc che quasi lo indusse a uscire dal gruppo. Ogni volta che tornava in tour a Portland chiedeva dal palco se qualcuno avesse notizie del suo block-notes. Finché nel 2004 una donna glielo restituì: lo aveva trovato, sostenne, nella soffitta della casa presa in affitto a Tacoma, nello stato di Washington. Anche in quel caso la Storia sotterranea del rock era finita in un remoto nascondiglio. Chissà come.