ilfattoquotidiano.it, 1 aprile 2025
Spazzatura da raccogliere e bagni da pulire: la nuova vita dei dipendenti federali con Trump
Vuole alleggerire la macchina della burocrazia e il Doge – l’ente guidato dal patron di Tesla Elon Musk – ha già eseguito, tagliando dipendenti federali o mettendone centinaia in congedo e nel frattempo riformulare le loro condizioni e ambienti di lavoro. Dopo avere abolito anche il ministero dell’Istruzione per portarlo sotto il controllo diretto della Casa Bianca, qualche giorno fa Donald Trump ha firmato un nuovo decreto esecutivo che revoca il diritto alla contrattazione collettiva per i dipendenti di almeno 18 agenzie federali, inclusi i dipartimenti della Difesa, Stato, Tesoro, Ambiente e Salute. E l’Ufficio per la gestione del personale federale, nel frattempo, che ha già ordinato la cessazione degli accordi sindacali in corso. Nel frattempo, i dipendenti federali hanno iniziato a rientrare fisicamente in sede dopo il congedo, senza alcuna considerazione per chi aveva un contratto che prevedeva il lavoro da casa. Tornano a scaglioni obbligatoriamente in presenza, e chi ha già messo piede negli uffici ha trovato situazioni surreali. C’è chi ha ricevuto settimane di preavviso per il rientro, chi solo pochi giorni. A descrivere le nuove condizioni è il New York Times. Alcuni hanno dovuto diversificare, per così dire, i loro compiti: ora si trovano a dovere pulire i bagni, a raccogliere la spazzatura. Altri sono stati obbligati a rientrare per poi essere rispediti a casa, per lavorare da remoto. E ancora: c’è chi si è trovato senza postazione, altri con l’acqua del rubinetto dove era stato rilevato del piombo, come è capitato alla Federal Aviation Administration. Tante le spese tagliate, inclusa la carta igienica in alcuni uffici. Il rientro dei lavoratori è stato organizzato e voluto a tappe dal presidente, come garanzia che stessero effettivamente facendo il loro lavoro. Ma in realtà, a queste condizioni, il governo spinge verso i licenziamenti volontari. “Riteniamo che un numero molto consistente di persone non si presenterà al lavoro e quindi il nostro governo diventerà più snello ed efficiente”, ha affermato Trump. Con Biden i dipendenti federali potevano lavorare da casa per metà della settimana, mentre Trump ha preteso che tutti tornassero, anche chi non aveva motivo di lavorare in presenza.
Tra le testimonianze raccolte dal giornale, quella di un dipendente dell’Agenzia delle entrate che ha dovuto scegliere “tra presentarsi in un ufficio sapendo che non c’era abbastanza spazio o continuare a lavorare da casa violando le regole dell’agenzia”. Un altro ha riferito “di aver lavorato seduto sul pavimento durante parte del primo giorno di rientro in ufficio, perché la postazione che aveva prenotato non era più disponibile”. E poi un medico del dipartimento per i veterani che, dopo avere lavorato da remoto negli ultimi due anni, si è dovuto occupare della sistemazioni delle postazioni, della pianificazione degli orari e della ricerca delle attrezzature necessarie per sé e i colleghi. Tutte operazioni estranee alle sue mansioni. E ancora: un’impiegata del Forest Service, assunta per lavorare da remoto, ora deve cercare una postazione in un qualsiasi ufficio federale nell’arco di 50 miglia dalla sua residenza. Quindi, sia lei che altri colleghi, vanno dove c’è una scrivania disponibile e continuano a lavorare online, esattamente come facevano da casa. E anche questo è tutt’altro che facile, visto che in molte zone il segnale wireless è debole, con conseguente difficoltà a comunicare.
Una situazione fortemente demotivante a livello psicologico, che rientra nel piano della “massiccia e dirompente revisione della forza lavoro federale guidata dal miliardario della tecnologia Elon Musk“. La strategia del patron di Tesla include “licenziamenti in massa, riassunzioni, reintegrazioni imposte dal tribunale e congelamenti della spesa”. Ma, “nonostante il nome del gruppo guidato dal signor Musk, Department of Government Efficiency – continua il New York Times – i dipendenti federali affermano che non c’è quasi nulla di efficiente nel modo in cui l’amministrazione Trump sta affrontando i tagli. Ha spinto un massiccio cambiamento nei programmi con un mandato di ritorno in ufficio, incoraggiando allo stesso tempo i dipendenti federali ad andare in pensione o a licenziarli solo per essere costretti a riassumerli”. Nel frattempo i lavoratori vivono sulla graticola, nel timore di essere licenziati. Di non riuscire più ad andare a prendere i figli a scuola, di non potere conciliare i tempi del lavoro con quelli della vita privata. Poi l’ultimo drammatico quanto illogico tassello: “Al Department of Energy – conclude il Nyt – per alcune divisioni, la dirigenza dell’agenzia ha affermato che i dipendenti devono tornare negli uffici nell’area di Washington entro il 5 maggio, anche se alcuni lavorano a migliaia di miglia di distanza da lì ma vicino ad altre strutture dipartimentali. Per alcuni, ciò significa prendere la decisione di andare a lavorare e trasferirsi senza nemmeno sapere se faranno parte del prossimo ciclo di licenziamenti“.
Gli ultimi a portare via i propri effetti personali dagli uffici federali sono i dipendenti presso la sede dell’U.S. Institute of Peace (Usip) a Washington, ente che svolge un ruolo attivo nella mediazione dei conflitti e nell’assistenza a negoziati di pace in paesi devastati dalla guerra, tra cui l’Ucraina. Il Doge – che nonostante le sfide legali in corso, ha già preso di mira diverse agenzie e iniziative, tra cui l’Usaid e i media finanziati dagli Stati Uniti in Ucraina – ha licenziato tra i 200 e i 300 dipendenti della sede principale, secondo quanto riferito al Washington Post da alcuni membri del personale. La maggior parte del personale all’estero dell’Usip, circa 600 a livello globale, rimane in servizio. I dipendenti hanno spiegato che i licenziamenti improvvisi avranno un impatto immediato sulle zone di conflitto.