ilfattoquotidiano.it, 1 aprile 2025
Gli alunni con disturbi dell’apprendimento sono il 6%: nel Nord Ovest certificazioni dsa sopra la media. Esperti divisi sui criteri per le diagnosi
In Italia gli alunni con un disturbo specifico dell’apprendimento (dsa) sono il 6% sul totale dei frequentanti. È l’ultimo dato pubblicato dal ministero dell’Istruzione e del Merito prendendo in considerazione l’anno scolastico 2022/2023. Un incremento dal 2014/2015 inferiore a mezzo punto percentuale. Numeri credibili secondo l’Associazione italiana dislessia (Aid) che, tuttavia, parla di un “sommerso” che non emerge a causa del ritardo delle diagnosi e delle famiglie che non vogliono riconoscere il problema segnalato dalla scuola. L’aumento dei casi resta comunque correlato a una maggiore sensibilizzazione e formazione del personale scolastico e sanitario, che permette una migliore capacità di identificare e supportare gli studenti Dsa. Un quadro, quello italiano, che però non mette d’accordo tutti gli specialisti. Se da un lato c’è chi crede ai numeri del ministero e chiede mezzi per permettere diagnosi più tempestive, dall’altro esiste una corrente di pensiero che parla di dati esagerati e denuncia una sorta di business messo in piedi dai centri privati.
I dati del ministero – Partiamo dal report edito da viale Trastevere. Il primo dato significativo riguarda il periodo scolastico in cui emergono i dsa: se alla scuola primaria le unità arrivano a 49.418, per la secondaria di primo grado si salta a 112.210 e a 192.941 per le superiori. Considerando i singoli gradi di istruzione si osserva che gli alunni con dislessia sono pari all’1,3% del numero complessivo degli allievi nella primaria; al 3,8% nelle medie e al 4% nella secondaria di secondo grado. Quelli con disgrafia sono pari allo 0,7% del totale dei frequentanti le elementari; al 2,2% nella secondaria di primo grado e al 2,1% nella secondaria di secondo grado. Per quanto riguarda la disortografia sono lo 0,8% del totale degli alunni nella scuola primaria; il 2,7% tra gli undici e i tredici anni e il 2,4% i più grandi. Infine, gli alunni con discalculia sono risultati pari allo 0,5% del totale dei frequentanti nella scuola primaria, al 2,2% nella secondaria di primo grado e al 2,7% nella secondaria di secondo grado. Perché questo divario? A spiegarlo è Lucia Iacopini, pedagogista, docente, membro del Consiglio direttivo e del comitato scientifico di Aid: “Dal punto di vista clinico si tratta di forme più lievi che emergono quando il carico di lavoro aumenta e la richiesta di prestazione esige più velocità”.
Ma c’è anche la questione delle diagnosi tardive: “Un intervento tempestivo, auspicato più volte negli anni dal legislatore, oltre ad abbassare le componenti emotive, rende di certo più efficaci gli interventi migliorativi, sia nei potenziamenti a scuola che in adeguate terapie extrascolastiche”. Con l’emanazione della Legge 170/2010, c’è più sensibilità da parte delle scuole e delle famiglie, ma è lasciata a queste ultime la libertà di effettuare o meno una diagnosi: “Qualche volta – racconta Iacopini – le famiglie fanno resistenza o non comprendono bene l’entità del problema. Quando individua un dsa la scuola ha la responsabilità di effettuare un potenziamento mirato, ma laddove le difficoltà permangono deve comunicare ai genitori il probabile disturbo. Sono loro, poi, a dover scegliere se provvedere a una certificazione o meno”.
Le differenze territoriali – E su questo punto si torna ai dati e alle notevoli differenze territoriali. Nel biennio preso in esame le regioni del Nord Ovest registrano il maggior numero percentuale di certificazioni (7,9%) seguite da quelle del centro e del Nord Est (6,1% e 6,7%.). Decisamente distante il Sud, dove la percentuale di studenti con diagnosi è ferma al 2,8%. Si tratta di una macroscopica evidenza che dovrebbe indurre ad una riflessione circa la capacità del sistema sanitario nazionale a supportare in maniera geograficamente omogenea le esigenze relative alle fasce deboli e la reale attuazione delle Leggi Regionali in questo ambito. “Là dove le direttive regionali – spiega l’Aid – consentono una adeguata rete di servizi (pubblici, convenzionati e/o accreditati) e campagne di screening funzionali e continuative, viene garantita una presa in carico soddisfacente, e le percentuali di soggetti individuati sono in linea con quanto previsto dalla letteratura scientifica”. D’altro canto per effettuare una diagnosi servono mesi e più specialisti. Una filiera che lo Stato non riesce a garantire in tempi brevi. Da qui il proliferare di centri privati che, secondo testimonianze raccolte da ilfattoquotidiano.it, chiedono dai 700 ai mille euro per una certificazione.
Chi certifica cosa – E qui arriviamo al nodo degli screening. Spesso le scuole, autorizzate dalle famiglie, effettuano per gli alunni frequentanti la scuola dell’infanzia e i primi due anni della primaria test specifici per individuare probabili disturbi di apprendimento che tuttavia non possono essere considerati ancora come diagnosi. Secondo i dati del ministero gli alunni “a rischio dsa” frequentanti la scuola dell’infanzia, sono risultati pari a 1.725 nell’anno scolastico 2021/2022 e a 2.080 nel 2022/2023. Per quel che concerne la scuola primaria si sono attestati a 4.205 unità nel 2021/2022, e a 4.388 nel 2022/2023. “Studi clinici – spiega Iacopini – ci dicono che oggi ci sono segni che ci possono far pensare a una fragilità già all’ultimo anno della scuola dell’infanzia. Tutto ciò serve a noi per attenzionare e lavorare su potenziamenti mirati”.
L’aumento delle diagnosi – Carlo Di Pietrantoni, dirigente analista di epidemiologia, ha analizzato i dati negli anni: “Dal 2014/2015 al 2022/2023, il numero di studenti con certificazione dsa mostra una crescita contenuta. In particolare, negli ultimi sette anni scolastici si sono osservati per ogni anno incrementi inferiori a un mezzo punto percentuale. Nell’anno scolastico 2020/2021 – ha aggiunto – l’incremento rispetto all’anno scolastico precedente è stato particolarmente contenuto (+0,1%), probabile effetto della pandemia e dell’impossibilità di ottenere certificazioni durante quel periodo, che però ha determinato un lieve incremento nei due anni successivi. Per ciclo scolastico, la certificazione si stabilizza attorno al 3% nella primaria, tende al 6,5% nella secondaria di primo grado e al 7,0% nella secondaria di secondo grado. Il sistema – ha concluso – sembra avviarsi a una stabilizzazione, ma persiste un divario tra Nord e Sud, suggerendo una sotto diagnosi nelle regioni meridionali”.
C’è chi dice no – I dati del ministero, come detto, non hanno convinto tutti gli specialisti. Il pedagogista Daniele Novara, ad esempio, è critico su tutta la linea, a iniziare dalle diagnosi fatte alla fine della scuola dell’infanzia: “Il governo dovrebbe intervenire di fronte a queste procedure selvagge – ha detto – Considerare la naturale immaturità un problema, attraverso questi screening, è assurdo”. Stesso discorso per quando riguarda l’aumento delle diagnosi, questione che anche di recente ha dato vita a esternazioni e polemiche da parte anche di Umberto Galimberti. “È lo stesso ufficio scolastico della Regione Emilia Romagna ad aver evidenziato un eccessivo aumento – ha sottolineato Novara – La scuola anziché guardare i progressi neo-valutativi continua a usare metodologie arcaiche che non considerano i normali ritardi nello sviluppo della letto scrittura. Non voglio dire che i disturbi non esistono – ha aggiunto – ma non in queste percentuali che contraddicono le previsioni internazionali”.
E quali sarebbero queste previsioni? È lo stesso Novara a elencarle: “I dati epidemiologici degli studi internazionali si attestano al 2-3%, secondo le stime della Consesus Conference del 2010, a cui partecipano esperti dei ministeri di diverse parti del mondo. Nel nostro Paese sono il doppio. È assurdo – ha attaccato il pedagogista – Non siamo negazionisti. Proliferano sempre più centri privati che effettuano test senza alcuna base scientifica e senza alcun intervento normativo”. D’altro canto sono diverse le varianti che fanno pensare alle ragioni di un incremento notevole in Italia rispetto ad altri Paesi. Secondo diverse fonti di letteratura internazionale e inchieste sul tema, l’aumento dei casi in Italia è correlato a una maggiore sensibilizzazione e formazione del personale scolastico e sanitario. C’è una migliore capacità di identificare e supportare gli studenti Dsa, insomma, ma a detta di altri esperti si tratta di criteri diagnostici e metodi di raccolta dati diversi. Novara non ha usato mezze misure e parlato di “business”.
L’eccellenza italiana – A dare una lettura completamente diversa dei dati è Marco Pontis, docente di pedagogia e didattica speciale delle disabilità intellettuali e dei disturbi generalizzati dello sviluppo che da vent’anni lavora con le persone con disturbi, con le famiglie e le scuole: “Dalla Legge del 2010 c’è più attenzione da parte della scuola, è quindi chiaro che i numeri siano aumentati. Stimo Galimberti ma rispetto alle sue dichiarazioni sulla ‘scuola come clinica psichiatrica‘ va detto che ai suoi tempi nessun insegnante conosceva i disturbi specifici di apprendimento, ad esempio, e spesso nemmeno venivano diagnosticati i disturbi dello spettro autistico. Un alunno con dsa, ad oggi, non ha diritto a un insegnante specializzato per il sostegno – ha continuato – e il termine da lui utilizzato, ovvero ‘handicappato dal punto di vista psichiatrico’, oltre ad essere anacronistico è offensivo e irrispettoso della dignità della persona”. E ancora: “Non solo, il ‘percorso facilitato’ non esiste – ha spiegato – C’è un piano educativo individualizzato (Pei) per gli alunni con disabilità certificata in base alla Legge 104/92 e può essere ordinario, personalizzato oppure differenziato oppure un piano didattico personalizzato (Pdp), obbligatorio per gli alunni con dsa e facoltativo per altri BES (bisogno educativo speciale) non legati a una certificazione clinica”. È proprio su quest’ultimo punto che si sofferma Pontis: “Il Pdp si può fare anche per un alunno con semplici difficoltà in matematica o comprensione del testo o lettura che non soddisfa i criteri di una diagnosi per dsa. Una programmazione personalizzata aiuta – ha concluso – Dobbiamo andare oltre la diagnosi che è solo un tassello”.