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 2025  aprile 01 Martedì calendario

Capitali e scienziati in fuga dagli Usa, per l’Europa la presidenza Trump è anche un’opportunità

Forse non tutto il male viene per nuocere. Da questi primi, caotici e turbolenti mesi di presidenza Trump l’Europa sembrerebbe aver avuto anche qualche beneficio, o almeno se ne sono gettate le basi. A quanto pare gli investitori sono piuttosto spaventati dalla strada su cui si sono incamminati gli Stati Uniti. E lo sono pure gli statunitensi più facoltosi. Ciò si traduce in un ritorno di interesse per altri mercati, a cominciare dall’Europa. E nella ricerca di luoghi sicuri in cui mettere al sicuro i propri patrimoni.
Qualche giorno fa il Financial Times, il quotidiano finanziario più importante al mondo, ha dato conto del boom di richieste per l’apertura di conti in Svizzera da parte di cittadini statunitensi. Un operatore elvetico ha affermato di non aver mai visto nulla del genere dal 2008, anno della devastante crisi dei mutui subprime. Se i comportamento di ricchi e ricchissimi è sintomatico ma ha un impatto modesto sulle sorti generali. Più interessante è quanto ha osservato Ana Botin, presidente del Banco Santader, secondo gruppo bancario europeo per capitalizzazione. “Non avevo mai visto un interesse così grande da parte dei grandi investitori statunitensi e internazionali, delle grandi figure, dei fondi di pensione, tutti, a investire in Europa, neanche prima della crisi finanziaria. È un’opportunità che, come europei, non possiamo lasciarci sfuggire”, ha affermato.
La banchiera ha spiegato che il ritorno dell’interesse per l’Europa non è avvenuto da un giorno all’altro, né è dovuto solo allo scossone sul fronte della difesa ed economico provocato da Trump, che è stato “un grande campanello d’allarme” per la Ue. Ma riflette la domanda di cambiamento da parte dei cittadini europei, che “vogliono qualcosa di diverso“, anche se in scala “e allo stile europeo”. Traduzione: la scossa provocata da Trump che ha smosso i paesi europei dal loro torpore, viene guardata con interesse da chi ha soldi da investire. In particolare, la svolta epocale della Germania, che ha abbandonato l’assoluto rigore sulla spesa pubblica, per finanziare piani di riarmo e sostegno alla crescita, è stato percepito come foriero di nuove opportunità per chi vuole investire nel Vecchio Continente. C’è poi la speranza che, messa con le spalle al muro, l’Ue possa fare un passo avanti nell’integrazione, dando vita anche a quel mercato unico dei capitali da tanti auspicato ma che pare ancora un miraggio.
Qualcosa ce la dicono anche gli indici di borsa. Da inizio 2025 i due principali listini statunitensi sono in rosso. L’S&P500 è in calo di oltre il 5%, il Nasdaq del 10%. Banalmente significa che si sono vendute più azioni americane di quante ne siano state comprate. In Europa è accaduto esattamente l’opposto. Da gennaio la borsa di Francoforte segna un + 12%, quella di Parigi +7% mentre Piazza Affari quasi + 14%. Per inciso, anche il listino di Hong Kong, la porta da cui la Cina si affaccia sui mercati finanziari internazionali, è in positivo di quasi il 20%. Non bisogna attribuire significati univoci ed eccessivi a questi movimenti divergenti, i motivi possono essere molteplici e non solo connessi agli stravolgimenti geopolitici. Tuttavia, di sicuro, non segnalano un particolare gradimento per le sembianze che sta assumendo l’America trumpiana.
Nei mesi scorsi non sono passate inosservate le mosse del ricchissimo finanziere statunitense Warren Buffett e della sua Berkshire Hathaway. Nel corso del 2024, Buffett ha scaricato azioni statunitensi per un valore di oltre 140 miliardi di dollari, accumulando sul suo “conto corrente” fino a 340 miliardi di dollari. Non è stato l’unico miliardario a farlo. Pure Jeff Bezos ha venduto azioni della sua Amazon per circa 12 miliardi. La ragione principale è, probabilmente, la consapevolezza che le quotazioni di Wall Street siano ormai molto tirate e che i margini per crescere ancora siano ridotte. Tuttavia questo “voto con il portafoglio” non pare neppure un’attestazione di fiducia nei confronti dell’”Età dell’oro” promessa da Trump. Anche perché, negli ultimi tempi, Buffett ha iniziato a muovere questa gigantesca pila di denaro, scegliendo però di investire in società giapponesi, lontano dagli Stati Uniti.
Tra i fenomeni che, in prospettiva, possono favorire una crescita della competitività europea a danno di quella statunitense, c’è poi l’esodo di ricercatori universitari, penalizzati dai tagli dei fondi per università e ricerca decisi da Trump, oltre che dal negazionismo della Casa Bianca su varie questioni scientifiche come la crisi climatica e da politiche migratorie particolarmente restrittive ed arbitrarie.
L’Europa cerca così di attrarre i migliori scienziati nei suoi atenei e centri di ricerca. La Francia è uno dei paesi che si sta muovendo con più determinazione. Parigi lavora ad un programma da 100 milioni di euro per accogliere i ricercatori in “fuga”. L’ateneo di Aix Marseille ha lanciato il suo programma Safe Place for Science finanziandolo con 15 milioni di euro. L’Università di Parigi Scienze e Lettere ha aperto 15 nuove posizioni per ricercatori. CentraleSupélec (ingegneria) ha stanziato 3 milioni di euro per attrarre docenti/ricercatori di alto profilo. Paris-Saclay finanzierà contratti di tesi per studenti di dottorato e soggiorni di durata flessibile per ricercatori statunitensi. Qualcosa si muove pure a livello europeo. Il Consiglio europeo della ricerca e la Federazione europea degli accademici di scienze e discipline umanistiche spingono per un’azione coordinata a livello continentale.