Il Messaggero, 1 aprile 2025
Intervista a Pietro Morandi
«Ero sempre fattissimo», rappa Tredici Pietro in Morire, una delle tredici canzoni contenute nel suo nuovo album Non guardare giù, in uscita venerdì 4 aprile. E ancora: «Io su un trip, lei gocce di Rivo (un potente ansiolitco Rivotril, ndr) / botte di sushi e cocaina». Tredici Pietro è Pietro Morandi, il figlio rapper di Gianni. Classe 1997, nato dall’unione tra l’Eterno Ragazzo della musica italiana e Anna Dan, ai tempi dell’esordio del 2018 con Pizza e fichi non voleva neppure essere associato al padre (tanto da rimuovere il cognome dal nome d’arte – 13 è un riferimento ai membri della comitiva che frequentava da adolescente a Bologna). Oggi Morandi jr. ha fatto pace con il cognome. E non solo con quello. Nelle canzoni del disco, che arriva a tre anni dal precedente Solito posto, soliti guai, racconta con coraggio – mischiando vecchio rap, soul e r&b – un momento difficile della sua vita, tra «comportamenti autolesionistici» e uso di sostanze.
Quali sostanze?
«Non la cocaina, che in realtà non mi ha mai attratto, anche se la cito nel pezzo. E neppure le droghe in generale».
Quindi? Psicofarmaci, medicinali?
«Un mischione, diciamo così. Vorrei non parlarne, ma ci ho fatto un disco».
Cos’è successo?
«Mi ero trasferito da Bologna a Milano. Non solo per lavoro, ma anche per vivere insieme alla mia ex ragazza. È andato tutto male, però. La relazione è finita. E a Milano mi sono perso. Lo dico anche in Morire: “Sopra Milano c’è solo il cielo grigio / perché veramente è la città dei cattivi / e veramente mi sentivo smarrito”. Mi sentivo uno sfigato».
Perché?
«Lì bisogna essere fighi a tutti i costi, seguire le mode, farsi vedere sempre. Banalmente, non ci si può prendere un anno di tempo per fare un disco. Sono andato in tilt e ho cominciato ad avere comportamenti autolesionistici».
Quando parla di comportamenti autolesionistici allude per caso a tentativi di suicidio?
«No, no. Non ho mai avuto pensieri di quel tipo. Mi facevo del male usando sostanze».
Come ne è uscito?
«Nel 2023 sono stato ricoverato per un problema di salute di non voglio parlare e quell’episodio ha acceso una scintilla che mi ha portato a fare i conti con me stesso. Sono andato in analisi».
Suo padre e sua madre in che modo le sono stati vicino in quel periodo?
«Non li ho inclusi. Ho preferito non lasciare a loro questa responsabilità».
Quindi apprenderanno tutto leggendo questa intervista?
«Sì. Ma vorrei non parlarne più».
Suo padre compariva nel video del singolo “Big Panorama”, uscito un anno fa, che la ritraeva sdraiato sul letto di un ospedale: “Mi libero di un bel macigno che avevo dentro”, ha detto a “Vanity Fair”. Quale macigno?
«Il fatto di avere lui come padre è una fortuna, ma al tempo stesso rappresenta una grossa ombra dalla quale è difficile uscire. È dappertutto. Quando sono andato in analisi ho parlato tanto della mia famiglia, ma non so se abbia avuto a che fare con la crisi».
“Senza mio padre non avrei imparato il valore dei soldi”, dice in “Verità”. I suoi fratelli Marco e Marianna dicono che con loro vostro padre fu severo e rigorosissimo. Con lei, invece?
«Quella canzone l’avevo presentata per Sanremo, quest’anno. Non è andata. Comunque rispetto a loro io sono stato più libero. Ma non mi ha mai fatto percepire il privilegio di essere nato in una famiglia benestante: grazie a lui ho capito che le cose non piovono dal cielo. È da quando ho 13 anni che mi devo guadagnare le cose».
Prima del rap in che modo se le guadagnava?
«Intendevo dire che se volevo fumarmi le canne, per dire, i miei non mi davano certo i soldi per divertirmi».
E dove li trovava?
«Ero un ragazzino. O li rubavo dal portafoglio di mamma o facevo in modo di procurarmi 20 euro per uscire. Modi leciti, ci tengo a chiarire. Qualche lavoretto in casa, ad esempio».
In “Emirates” alla fine una voce dice: “Se stai sul filo dell’equilibrista non guardare giù sennò cadi”. Chi è?
«È il signor Leonardo del bar di via Guerrazzi del centro di Bologna. Un punto di riferimento della mia città. È il narratore del disco. Mi piace che il titolo lasci spazio all’interpretazione. Per me non guardare giù significa non farsi distruggere da ciò che ci circonda, non fermarsi: a volte guardare giù ci paralizza».
In cosa si sente maggiormente cambiato rispetto a “Pizza e fichi”?
«Sono meno ingenuo. All’epoca facevo rap tanto per. Oggi so cosa voglio».
E cosa vuole?
«Alzare costantemente la mia asticella e fare musica di valore».