Avvenire, 1 aprile 2025
«Parsifal, un eroe contro la guerra»
È strano di questi tempi ascoltare un’opera nuova e potente che si interroga sul mistero del bene e del male, della guerra e del perdono con un chiaro riferimento a Dio e a Cristo. Ci vuole del coraggio e dello studio serio per affrontare e rielaborare il mito di Parsifal, l’eroe senza macchia e senza paura alla ricerca del Santo Graal, in un’opera musicale contemporanea, con un testo che scava in profondità nei dubbi della coscienza. Ma, dopo avere ascoltato Parsifal, l’uomo delle stelle di Facchinetti- D’Orazio-Negrini, possiamo dire “missione compiuta”.
È da quando i Pooh uscirono con Parsifal il loro sesto album, nel 1973, che Roby Facchinetti ci pensa. Ora il suo sogno si realizza: quel disco, che figura fra i cinquanta brani prog del Novecento, diventa una vera opera-prog, con il titolo Parsifal, l’uomo delle stelle. Per il momento solo in CD, uscito venerdì scorso, con i due dischi prodotti dalla Warner Music Italy, per un totale di 44 brani. Ma in prospettiva una vera opera musicale da rappresentare sul palcoscenico: le musiche di Roby Facchinetti e le liriche di Stefano D’Orazio e Valerio Negrini, i due amici del gruppo che non ci sono più. Facchinetti pensa a un tour estivo nel 2027 (non il 2026 che sarà l’anno celebrativo per i 60 anni dei Pooh), nelle belle piazze d’Italia. In prospettiva un film.
Facchinetti vede già il palcoscenico, con due orchestre ai lati, l’orchestra di Budapest e l’Orchestra Ritmico Sinfonica Italiana, dirette dal maestro Diego Basso. Al centro la scena. Gli interpreti principali, oltre allo stesso Facchinetti nella parte di Parsifal, sono Giada Maragno (Lady Kara), Petter Bjallo (Re Artù), Federica Alcione (Maria), Fabrizio Voghera (Sir Horn), Christian Lansante (Padre di Parsifal), Daniela Pobrega e Federica Basso (le Muse). I costumi di Alessandra Facchinetti.
Roby, chi ha avuto l’idea di un lavoro sul cavaliere della Tavola Rotonda Parsifal?
«Mi mancano Valerio e Stefano e il poter condividere con loro questa cosa, ma speriamo che ovunque siano (e che loro ci siano ne sono molto convinto) ne siano felici. La prima intuizione “divina” è stata di Valerio Negrin. Noi arrivavamo dai successi di Piccola Katy, Pensiero, Noi due nel mondo e nell’anima, da lì a un’opera il salto è lunghissimo. Poi gli facemmo ascoltare una suite di 12 minuti, con 8 temi musicali diversi, perché il prog e contaminazione fra rock e classico. Nacque Parsifal che ha cambiato i nostri percorsi, da lì in poi abbiamo capito che la nostra musica avere sfaccettature diverse. Ma per tutti gli anni della nostra carriera non c’era tempo di lavorare a un’opera. Poi, nel 2013 Valerio ci ha lasciato. Nel 2016 ho cominciato a lavorare seriamente al progetto di Parsifal: con Stefano ci sono voluti in tutto cinque anni di lavoro. Ma il 6 novembre 2020 anche Stefano ci ha lasciati».
L’ispirazione arriva da “Parsifal” di Wagner?
«Wagner lo conoscevo perché da bambino suonavo la fisarmonica e il mio maestro, il maestro Ravasio, aveva formato un grande organico di trenta, quaranta bambini e facevamo anche pezzi d’opera e fra questi brani c’era anche il Coro dei pellegrini di Wagner. Ma Parsifal non lo conoscevo. Fu Valerio Negrini a dirmi: “Facchinetti fidati di me!” La storia di Parsifal è molto articolata, questo personaggio senza macchia, che aveva in sé una sorta divinità, il più grande dei cavalieri… e poi le Crociate e il santo Graal: mi sono innamorato. Da li pensato di farlo diventare un’opera vera e propria».
Nel vostro Parsifal vediamo un cavaliere che dapprima combatte nelle Crociate, ma poi getta la spada e rifugge la gloria.
«C’era l’esigenza di umanizzare questo personaggio, che è quasi una sorta di divinità. Stefano ha apportato due cambiamenti importanti: il primo è che il nostro Parsifal si innamora, si sposa e ha un figlio: questo lo ha avvicinato a noi. Il secondo cambiamento è la visione spirituale del Santo Graal, la coppa che raccolse il sangue di Cristo sul quale ci sono scuole di pensiero contrastanti. Stefano ha dato sua libera interpretazione, che viene enunciata dal padre di Parsifal, morto durante le Crociate, che appare in visione al figlio ferito gravemente in battaglia. Il padre gli svela che il Santo Graal è una invenzione, il pretesto dei potenti che scatenano guerre per la loro voracità. Ma, scrive Stefano D’Orazio, “Il Graal è semplicemente la Verità che il Cristo / ci ha lasciato prima di essere crocifisso / è la coscienza che ognuno di noi si porta dentro”. Ovvero il Santo Graal è la parte più straordinaria e bella dentro di noi che non sempre siamo capaci di tirare fuori: altrimenti non ci sarebbe la guerra. Le cose importanti nella vita le abbiamo dentro spiritualmente, è un invito a lavorare su di noi».
Qual è il rapporto con Dio di Roby Facchinetti?
«Io sono cresciuto in una famiglia cattolica e praticante: ho una zia suora, un fratello che ha frequentato il collegio per diventare frate, ho respirato molto questa atmosfera. Dall’età di 6 anni ho fatto il chierichetto nella chiesa dell’ex monastero di Astino, a Bergamo. Mio padre, che di mestiere era falegname alla Dalmine, aveva la gestione della chiesa. Io sono credente e credo che sia presuntuoso pensare che tutto ciò che ci circonda sia solo opera dell’uomo: c’è qualcosa di magico che sfugge a noi poveri omini mortali. Credo perché ne ho la sensazione interiore. In cosa credevano Stefano e Valerio? Una volta me lo son chiesto con un amico gesuita, dato che ogni due per tre loro parlano di Dio nelle loro canzoni, basti pensare alla frase “Dio delle città e dell’immensità” di Uomini soli. Lui mi rispose: “Non c’è miglior credente di uno che dice di non esserlo”. La musica ha in sé qualcosa di divino, che è al di sopra di quello che è umano. Fare musica è un po’ parlare con Dio e io ci credo».