Avvenire, 1 aprile 2025
Con le mani segnate dal male le ostie per restituire speranza
«Ho ricevuto un’educazione religiosa, ma la religione rimaneva lontana dalla vita. Anzi, devo dirti che con Dio ero arrabbiato, molto arrabbiato. Poi, lavorando qui dentro, le cose hanno cominciato lentamente a cambiare. Anche perché questo non è un lavoro qualsiasi...». Mauro ha 66 anni, due occhi azzurri ancora vispi incastonati dentro un volto scavato che lascia trasparire le molte ferite che lo hanno segnato. «Ho due fratelli, siamo figli di tre padri e di una madre che faceva la vita. I nonni ci consideravano il frutto del peccato, all’epoca si ragionava così, e io sono cresciuto con tanti sensi di colpa sentendomi sempre una persona sbagliata. Poi è arrivata l’età della ribellione, ho deciso di andarmene da casa e sono scappato finendo inghiottito dalla strada. La galera l’ho conosciuta già da ragazzo, dentro un carcere minorile, poi è diventata un appuntamento periodico». L’ abisso della tossicodipendenza, un reato dopo l’altro per procurarsi la droga, le porte del carcere come porte girevoli dalle quali usciva e poi rientrava. Le cose hanno cominciato a cambiare da quando lavora nel luogo dove ci incontriamo, il laboratorio di produzione delle ostie nella casa di reclusione di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena (la diocesi invece è quella di Bologna). Quello che svolge Mauro, come dice lui stesso, «non è un lavoro qualsiasi, e ha portato un po’ di pace nella mia vita tormentata. Sì, direi che mi è servito per riavvicinarmi a Dio. E per tenere viva la speranza, anche se il futuro rimane avvolto nell’oscurità a causa della mia detenzione particolare». Mauro appartiene alla categoria degli internati, persone che hanno già scontato la pena per i reati commessi ma rimangono in carcere perché considerati socialmente pericolosi. Una condizione che spesso si associa a situazioni di emarginazione sociale, alla mancanza di riferimenti familiari, a problematiche psichiatriche, tutti elementi che rendono problematico un percorso di reinserimento nella società. La Casa di reclusione di Castelfranco Emilia ospita 100 detenuti, quasi la metà sono internati, alcuni reclusi qui da vent’anni. Vivono un presente sospeso senza poter conoscere quale sarà il loro futuro. Nella struttura sono molte le iniziative trattamentali, dalla scuola alle attività di lavoro: un call center, una lavanderia industriale, un’azienda agricola che si sviluppa su 20 ettari di terreno e viene gestita dall’amministrazione penitenziaria e i cui prodotti sono venduti nei mercati del territorio. A nche Nino, come Mauro, è un internato e porta sulle spalle il peso di una serie di reati per i quali ha già scontato sedici anni di carcere. Con il lavoro nell’ostificio è riuscito a dare un senso e un ritmo alle sue giornate senza tempo, svolgendo ogni giorno un’attività elementare. Gli ingredienti sono semplici – farina doppio zero e acqua –, cura le fasi della lavorazione armeggiando con l’impastatrice, la macchina per le cialde, l’umidificatore, la taglierina, la sigillatrice. «Un lavoro semplice ma che ha dentro un senso profondo: nella Messa le particole che produciamo diventano ostie, accade qualcosa di sacro, e io sono contento di offrire il mio piccolo contributo. Al momento dell’Eucaristia provo una grande emozione, la Messa è diventata la cosa più importante della settimana. Prego per la salute di papa Francesco e sono devoto alla Madonna che si venera nel santuario del mio paese, Aci Catena, dove viene ricordata Maria come Colei che può liberare i suoi figli da qualsiasi catena che attanaglia l’esistenza». Mauro e Nino, due storie di dolore e di ripartenza umana, come molte altre che dal 2019 si sono avvicendate tra i muri di questo ostificio gestito dalla cooperativa sociale Giorni Nuovi che si occupa della produzione e commercializzazione delle particole. Francesco Pagano, volontario del Rinnovamento nello Spirito Santo e presidente della cooperativa, in questi anni è stato testimone di tante vite cambiate e ha visto il sorriso fare capolino su volti intristiti dalla sofferenza: «L’attività così particolare che viene svolta in questo luogo è diventata in molti casi lo strumento per intraprendere un cammino di riconciliazione con il proprio passato, di riavvicinamento alla fede e persino di conversione. Quello che viene prodotto è destinato a diventare Corpo di Cristo, il modo con cui Dio si rende presente agli uomini. È straordinario che le medesime mani che sono state strumento di male diventino strumento per la produzione del segno che testimonia un Amore più forte del male».
I macchinari per la produzione sono stati acquistati grazie a un contributo della Curia di Bologna, con il cardinale Zuppi a sottolineare «l’importanza di un’attività che va incontro a situazioni di grande fragilità umana, aiutando a ritrovare motivi di speranza e a creare opportunità di lavoro». Sono più di quaranta le parrocchie e i monasteri che acquistano le ostie prodotte in carcere, per la maggior parte in Emilia Romagna, ma anche in altri territori. Da qui sono uscite le 35mila particole consacrate l’anno scorso durante la Messa celebrata allo stadio di Verona da papa Francesco e quelle consumate in occasione del Congresso eucaristico nazionale di Matera nel 2022. Ogni giorno si producono 25 pacchi da 32 particole e 15 confezioni da 18 ostie usate dal celebrante. La cooperativa Giorni Nuovi gestisce anche altre attività, tra cui l’assemblaggio di presepi per conto di un’azienda locale e una piccola sartoria per il confezionamento di oggetti religiosi. «Il lavoro è una molla potentissima perché questi uomini segnati dalla sofferenza riguadagnino l’autostima e tornino a sentirsi protagonisti – ragiona Pagano –. E mettendosi all’opera tante persone hanno scoperto che la detenzione non è un tempo sospeso in cui la vita trascorre in attesa del fine pena ma può diventare l’occasione per ritrovare ragioni per sperare, per riconoscere l’abbraccio misericordioso di Dio». Un’occasione per avviare processi di riconciliazione con sé stessi e con la società ferita dai loro reati. Come accade nell’esperienza del Sicomoro, un progetto di giustizia riparativa nato per iniziativa dei volontari del Rinnovamento nello Spirito Santo che ha coinvolto centinaia di persone detenute in tante carceri.
In questi anni negli istituti penitenziari italiani sono nati altri laboratori per la produzione di ostie: a Palermo, a Vallo della Lucania e nelle carceri milanesi di San Vittore e Opera, in questi due casi per iniziativa della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti. Luoghi dove il male commesso dagli uomini si è misteriosamente incontrato con la potenza redentrice del sacrificio di Cristo. Luoghi dove la speranza si è riaccesa e l’esistenza è ripartita, come è accaduto per Mauro e Nino.