Avvenire, 1 aprile 2025
L’Irlanda teme di non ruggire più: a rischio 18 miliardi e 80mila posti
La Tigre celtica rischia di non ruggire più. Dopo anni di successo economico e una lunga e reciproca relazione d’interesse con le grandi multinazionali, l’Irlanda guarda infatti con estrema preoccupazione ai dazi annunciati da Donald Trump. Dal settore farmaceutico a quello scientifico-tecnologico, sono molti i settori commerciali in cui l’isola di smeraldo è uno dei principali esportatori di beni verso gli Stati Uniti. Un punto di forza che rischia improvvisamente di trasformarsi nella principale debolezza dell’economia irlandese.
Le stime diffuse nei giorni scorsi dall’Economic and Social Research Institute (Esri), in caso di scenario peggiore con dazi Usa al 25 per cento, prevedono una possibile recessione con una contrazione del Pil fino al 3,7 per cento nei prossimi 5-7 anni, con danni stimati per l’economia irlandese in 18,4 miliardi di euro (oltre il doppio del budget annuale statale) e la perdita di 50-80mila posti di lavoro. Di più, le grandi imprese potrebbero decidere che produrre beni in Irlanda non sia più così conveniente, lasciando il campo: per il Paese sarebbe una catastrofe. «La nostra ricerca dimostra che le politiche protezionistiche hanno il potenziale per avere un impatto significativo sull’economia irlandese, con il settore commerciale colpito in modo sproporzionato – evidenzia Paul Egan, tra gli autori dello studio dell’Esri –. Ciò, a sua volta, porterebbe a un impatto significativo sul mercato del lavoro, sui consumi e sull’economia nazionale nel suo complesso. Le politiche protezionistiche potrebbero anche spingere le multinazionali a trasferirsi negli Stati Uniti, ponendo ulteriori rischi per l’economia irlandese e le finanze pubbliche». L’Irlanda è uno dei principali bersagli di Trump: secondo il presidente Usa, infatti, Dublino si è tra l’altro «impossessata delle case farmaceutiche statunitensi», sottraendo agli Stati Uniti le entrate fiscali «che queste aziende avrebbero dovuto pagare a Washington».
Il riferimento è alle storicamente basse aliquote fiscali irlandesi: l’aliquota d’imposta sulle società del Paese – che ora è stata aumentata, con una soglia minima al 15 per cento – è rimasta per anni al 12,5 per cento. In Irlanda si sono trasferite molte multinazionali Usa: solo nel settore farmaceutico ci sono Pfizer, Boston Scientific, Eli Lilly. I loro farmaci vengono venduti negli Usa, ma le tasse vengono pagate vantaggiosamente in Irlanda. Il surplus commerciale irlandese nei confronti degli Usa segue soltanto quelli di Cina, Messico e Vietnam, non male per un Paese che conta appena 5,5 milioni di abitanti. L’export irlandese negli Stati Uniti nel 2024 è stato infatti di 70 miliardi di dollari, con un +34% rispetto all’anno precedente: i soli farmaci arrivano a un valore di 50 miliardi (+42% in un anno). L’import dagli Usa vale invece per l’Irlanda appena 22,5 miliardi di dollari, e nel 2024 è stato anche in calo del 2% rispetto all’anno prima. L’Irlanda è insomma per i farmaci quello che il Messico è per le auto: il più grande serbatoio di produzione per il mercato statunitense. L’economia irlandese è stata negli ultimi anni, anche grazie alla sua politica fiscale di favore per le imprese, tra quelle più in salute dell’eurozona. Le casse statali sono piene e la disoccupazione bassa, anche se i prezzi restano alti e beni di prima necessità come la casa e l’assistenza sanitaria sono sempre meno accessibili. Nel 2015, il gettito dell’imposta sulle società ammontava a 7 miliardi di euro, nel 2024 è stato di 24 miliardi. Di recente, la Corte di giustizia europea ha stabilito che il Paese ha concesso a un colosso come Apple vantaggi fiscali illegali, costringendo la multinazionale a pagare all’Irlanda 13 miliardi di euro di tasse non pagate. Dublino si era schierata in realtà dalla parte di Apple, temendo che sentenze del genere potessero spingere altre multinazionali che si sono stabilite in Irlanda a lasciare il Paese. Un rischio che potrebbe ora materializzarsi proprio a causa dei dazi.
Il tema è stato al centro dell’incontro avvenuto alla Casa Bianca il 12 marzo fra Trump e il premier irlandese Micheál Martin. Il presidente Usa ha detto di non voler «punire troppo l’Irlanda», visto che il suo obiettivo è l’Ue nel suo complesso, ma è difficile capire come Dublino possa far fronte alla buriana. Quasi a “giustificarsi”, Martin ha sottolineato nello Studio Ovale che aziende irlandesi come Ryanair e AerCap sono tra i principali acquirenti di aerei della statunitense Boeing. Difficile però che basti.
«Abbiamo un enorme deficit con l’Irlanda e con altri Paesi», la posizione del presidente Usa, che ha ribadito come le aziende farmaceutiche statunitensi e non solo si sono trasferite in Irlanda a causa delle sue politiche fiscali: «Ho grande rispetto per l’Irlanda, ma gli Stati Uniti non avrebbero dovuto permettere che ciò accadesse». Secondo alcune stime, con dazi Usa al 25 per cento la produzione farmaceutica irlandese potrebbe contrarsi del 12 per cento: sarebbe il segnale che qualcosa sta cominciando ad andare paurosamente storto.