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 2025  marzo 31 Lunedì calendario

Intervista ad Adriano Alia

Le foto di Bianca Balti, oggi la più top delle top model (non solo per la moda). Quelle di Tony Effe con Giulia De Lellis all’outing da coppia. I Club Dogo. Anna Pepe alla festa per il lancio di un singolo. Youssef e Giovanni che tirano calci a un pallone. In comune gli scatti hanno l’autore. Però, nell’ultimo, lo sfondo non è glam: «Giocavano a calcio nell’aria di Bollate».
Aria?
«Il cortile della prigione. Lo chiamiamo così».
Adriano Alia: «Io, fotografo di moda dopo 4 anni in carcere per spaccio. Bianca Balti mi ha cercato su Instagram, ho pensato: se sbaglio scatto è la fine»
Adriano Alia firma tutti i ritratti ma solo quando parla dei carcerati dice «noi». «Io mi sono fatto la galera. Lì – racconta – ho imparato a fotografare. Non avrei mai immaginato che sarebbe diventato un lavoro...». E invece.
Adriano Grassi, in arte Adriano Alia («il paesino siciliano della famiglia di mia madre»), ha trent’anni ed è milanese di Città Studi. La sua è una carriera che va di corsa. Bianca Balti – icona ben oltre il recinto del fashion anche per la poderosa reazione al cancro – è l’ultima in ordine di tempo ad averlo scritturato e ad aver ripostato le foto di Adriano facendogli fare il giro del mondo. «Il telefono suona in continuazione, l’agenda è piena: incredibile. Fino a qualche mese fa scattavo gratis, bastava farmi conoscere. La mia prima macchina l’ho presa in mano tre anni fa con un corso per detenuti. In carcere ho imparato a ritrarre anche chi non vuole farsi ritrarre, però sempre chiedendo il permesso».
Andiamo con ordine. Chi è Adriano Alia?
«Ho studiato all’artistico di via Hajech. Pecora nera di una famiglia perbene, padre giornalista, madre stilista. Finito il liceo pensavo solo alla bella vita: discoteche, viaggi, ristoranti. Frequentavo giri sbagliati, mi sono messo a vendere marijuana perché vedevo soldi facili».
Il termine giusto è spaccio.
«Anni buttati, tempo buttato, tutto sbagliato. Ero una testa calda, di notte facevo il writer. Mi sono iscritto al Politecnico, ho passato il test di design e non mi sono immatricolato. Nel 2014 sono partito per Lanzarote tentando di staccare dal vortice di Milano. Noleggiavo bici sul lungomare. Non è durata e sono tornato. Ho frequentato un corso da sarto e lanciato una linea di abbigliamento, tuttavia ci sono ricascato».
Come è finito in carcere?
«Il 3 luglio 2019 ero nel negozio che gestivo con mio fratello in via Sighele ed è arrivata la polizia. Non ho fatto resistenza. Hanno trovato 5 chili di erba. Condanna per il codice 73 comma 4: spaccio, appunto. Arriveranno quattro anni e 10 mesi (poi me li sarei fatti tutti, senza sconti, la buona condotta non è il mio forte). Prima destinazione San Vittore: una settimana nelle celle dell’accoglienza, eravamo in tre più tanti scarafaggi. Caldissimo. Poi mi hanno inviato nel penalino, con i ragazzi fino a 25 anni: l’educatrice, Fiore, era eccezionale e in cella ho trovato un compagno delle elementari. Quasi quasi me la passavo bene, lontano dal capire ciò che avevo combinato. Finché non mi hanno mandato a Opera».
Perché il cambio?
«La condanna era diventata definitiva. Il pullmino mi scarica davanti al cancello alto 10 metri e largo 10, in testa avevo racconti del 41 bis. Ero senza fiato. Terrorizzato. Opera è difficile, alle finestre trovi inferriate più reti: non vedi fuori. Le attività sono poche: ti alleni e giochi a carte. Per non impazzire mi sono iscritto all’università, beni culturali. Gli esami non li ho potuti dare: era arrivato il Covid».
Pandemia vissuta in prigione.
«Routine stravolta, chiusi nelle celle, i contatti con le famiglie ridotti a una telefonata di 10 minuti alla settimana. È scoppiata la rivolta: temevamo di non rivedere più i nostri cari. La luce alla fine del tunnel non si vedeva».
Qui si è pentito della sua vita precedente?
«Ero disperato. Avevo capito bene di avere sbagliato tutto in quegli anni vuoti».
Poi, però, è uscito.
«Un magistrato lungimirante ha scelto l’affidamento al territorio. Dovevo stare a casa dei miei dalle 23 alle 6 mentre durante il giorno facevo due lavori: uno con la coop ZeroGrafica e uno nel negozio di vestiti di famiglia. Poi è successo di nuovo un pasticcio. A un’amica è stato trovato nella borsa un sacchetto con dell’erba. Accusato di essere coinvolto sono finito di nuovo a processo ed è saltato l’affidamento: torni in carcere. Era il 2021».
Ci dica com’è oggi la sua situazione con la giustizia.
«In questo secondo processo sono stato assolto con formula piena. Per il primo ho pagato interamente il mio conto con la giustizia: sono libero».
Torniamo al 2021. Quindi rientra a Opera?
«Stavolta a Bollate. Racconto la mia storia per dire: quel carcere è gestito in modo davvero efficiente, il direttore Giorgio Leggieri fa un lavoro immenso. Puoi costruirti una seconda opportunità. All’interno ho iniziato a lavorare come grafico».
Quando entra in scena la fotografia?
«Si presentano Diego Sileo, direttore del Padiglione di arte contemporanea di Milano, e il fotografo Amedeo Novelli, ambasciatore di Sony. Il Pac e la onlus Ri-scatti lanciavano un corso di fotografia tra i detenuti sostenuto da Comune di Milano, Tod’s e lo studio legale Lca. Mi sono candidato».
Racconti.
«Eravamo dieci (gruppi analoghi partivano a Opera, San Vittore e Beccaria) ci hanno dato una macchinetta digitale: potevamo fotografare tutto ciò che volevamo fino alle tre del pomeriggio».
Anche cose che non si sarebbero dovute vedere?
«Qualche problemino sì, è entrato nell’obiettivo. Era una cosa rivoluzionaria, se ci pensate. Dieci detenuti con la macchina fotografica liberi di girare. Non è mai stato cancellato nulla: c’era ovviamente un processo di condivisione. Ciò che è uscito all’esterno aveva la liberatoria, nelle mie immagini ci sono soprattutto i miei amici (anche Vallanzasca, che era lì: parlavamo, il Covid l’ha provato tantissimo). Il 18 febbraio 2022, il mio compleanno, ho scattato la prima di migliaia di foto».
Giovanni e Youssef che giocano a calcio. Davvero bella.
«Sileo e Novelli mi hanno riempito di complimenti e ho pensato: so fare qualcosa! Dal percorso è nata una mostra, una cosa grossa per Milano. La foto del manifesto, vista in tutta la città, era mia. Tra le celle ho imparato a scattare veloce, a chiedere “posso?” anche a chi non aveva nessuna voglia di finire nell’obiettivo, a cercare foto non costruite. Finito il corso mi sono proposto come fotografo del giornale interno carteBollate, curato da Susanna Ripamonti. Ce l’ho fatta. Ero orgogliosissimo: Bollate è un carcere molto aperto, si fa teatro, arrivano i politici. Potevo darmi da fare quasi 24 ore su ventiquattro. Da carcerato ho immortalato l’allora ministra Cartabia in visita e l’immagine è diventata quella ufficiale».
Quando è uscito?
«Fine pena 18 agosto 2023. Assurdo: avevo paura. Mi chiedevo: adesso cosa faccio? Dico grazie una volta di più alla mia famiglia e agli amici d’infanzia. Sono loro ad avermi detto: sai fare le foto? Vai avanti! Io non ci credevo tanto, cazzeggiavo. Mi hanno portato a comprare la prima macchina solo mia: ho scelto un’analogica, perché “digitali le fanno tutti”. Resta la mia tecnica: uso il rullino, bisogna aspettare lo sviluppo».
Non proprio l’ideale per le celebrità che sui social postano istantaneamente. Come ha fatto ad arrivare in quell’ambiente?
«Sulla tecnica, dico questo: le foto particolari attirano, c’è un po’ di suspence. Poi anche io, se richiesto, lavoro in digitale».
Sì, ma il giro come se l’è fatto?
«Stavo tutto il giorno a fotografare nel negozio di tatuaggi dei miei amici, Zano e Andrea. Satattt, in porta Venezia, è una realtà importante: passano artisti, gente dello spettacolo, addetti ai lavori. Hanno iniziato a invitarmi ai release party, legati ai lanci degli album. Io mi vergognavo, ma i miei amici raccontavano la storia: si è fatto il carcere! In quell’ambiente non ti scansano, diventi piuttosto oggetto di qualche curiosità. Così sono andato avanti a testa bassa: non avevo contratti, scattavo gratis, come tra amici, sperando che qualcuno notasse il mio lavoro. La prima è stata Anna Pepe: ha rilanciato un ritratto e, con i suoi 3 milioni di follower, fatto conoscere il mio profilo Instagram, che è il mio portfolio».
Nel frattempo come si manteneva?
«A Bollate lavoravo come grafico, dunque avevo uno stipendio, e spendevo pochissimo. Così mi sono trovato con da parte un po’ di soldi e li ho investiti per darmi un periodo in cui fare pratica: ritraevo di tutto – paesaggi, mobili, persone – sette giorni su sette. Conoscevo Bresh, Tedua, li seguivo. Ero a Roma per uno show di Tedua e ho incontrato il manager di Tony Effe, Gianmarco Barbieri, che poi mi richiama a settembre: ritrai tu Tony a Verona? Nel van arriva Giulia De Lellis. Sarebbero stati i primi scatti della coppia, su cui impazzava il gossip».
Non era un nome sulla breccia. Secondo lei perché l’hanno scelta?
«Penso sapessero di potersi fidare. Non avrei venduto lo scoop. Tony ha postato le mie foto sui social, le hanno riprese tutti i media. La beffa: nessuno metteva il credit. Allora ho telefonato alle redazioni: non voglio soldi, però mi firmate lo scatto? Siccome non avevo un contratto era difficile. Tony mi ha richiamato per la cover web su Vanity Fair del 27 settembre, lì ho aperto la partita iva. Poi ci sono stati altri servizi: Andrea Ferrara (Sixpm, producer marito di Rose Villain) mi ha ingaggiato per un servizio su l’Officiel. Iniziavo a mantenermi come fotografo».
Come incontra Bianca Balti?
«A Sanremo. La incrocio che esce da un ristorante. “Bianca posso farti una foto?”. Qualche giorno dopo mi sveglio: Bianca Balti ti segue su Instagram. Non ci potevo credere, mi sono fatto coraggio e le ho scritto. Lei ha risposto subito».
Lei in persona?
«Lei, lei. Mi ha messo in contatto con la sua manager: sarebbe stata a Milano per la Fashion Week e ha proposto di farle dei ritratti. Ero tesissimo. Mi dicevo: non sono nessuno e una foto a Bianca Balti sarà ovunque e se sbaglio è la fine».
Non ha sbagliato.
«Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme ho pensato: con gli amici degli amici è un conto, ma adesso devo spiegare a una top model che il corso di fotografia l’ho fatto in prigione. Che sono stato in galera».
E?
«Non ha fatto una piega, era curiosa. È fantastica. Mi ha contattato per seguirla a marzo anche a Parigi, per le sfilate di Valentino: ho avuto il badge di fotografo accreditato (anche queste immagini, grazie al repost della top model con molti cuoricini, sono diventate virali). Ora la mia agenda è piena, mi chiamano per la Design Week, devo rinunciare agli ingaggi perché sono troppi. Se ripenso al carcere, ai miei compagni lì che se posso risento, mi devo ripetere: non è fantascienza! È un lavoro. Il mio. È la mia seconda enorme opportunità».