Corriere della Sera, 31 marzo 2025
Intervista a Gianni Bugno
«Da piccolo ero timido e introverso: parlavo poco, giocavo da solo. I bambini hanno sempre un sogno per il loro futuro, io ne avevo tre. Sognavo di fare il pilota d’aereo o di elicottero per salvare vite umane o il ciclista per vincere tante corse. Ma adoravo anche il lavoro del camionista. Due di quei sogni li ho realizzati». Gianni Bugno ha vinto un Giro d’Italia (1990) in maglia rosa dalla prima all’ultima tappa (nemmeno Merckx e Pogacar ci sono riusciti), due Mondiali di fila (idem), una Sanremo, un Lombardia e altre sessanta grandi corse. Sceso dalla bicicletta, Bugno ha preso il brevetto di pilota d’elicottero e volato per cinquemila ore salvando centinaia di vite umane in autostrada, in montagna o sulle piattaforme petrolifere. Oggi, a 61 anni, tutela i suoi ex colleghi ciclisti studiando come migliorare la sicurezza in corsa.
La sua prima bici, Gianni?
«Una Graziella. Ero l’unico a pedalare fino a scuola, impiegavo metà tempo rispetto ai compagni. E il sabato ci andavo a trovare mia zia suora a Viganò, a 30 chilometri da Monza. Più la usavo, più mi sentivo libero».
E i camion?
«Li vedevo sfrecciare sulla statale del Sempione. Immaginavo le vite degli autisti, i loro itinerari, la cabina dove riposavano. Avrei voluto essere come loro».
La sua prima corsa?
«In Brianza, non ricordo dove di preciso. Pronti, via e subito in fuga da solo. Mi ripresero poco prima del traguardo».
La fuga metafora di libertà?
«Macché. Non sapevo stare in bici e in gruppo avevo paura di cadere. Scappavo per non combinare disastri».
Seconda corsa?
«A Monza, sotto casa. Pronti, via. Non mi hanno ripreso».
Braccia alzate sul traguardo?
«Mai stato capace. In due vittorie importanti, il Mondiale di Benidorm e il Giro delle Fiandre, le ho tirate su in modo così goffo che quasi mi battevano. Le foto infatti fanno schifo».
La decisione di diventare ciclista?
«In quarta liceo, colpa di una professoressa convinta che chi faceva sport non potesse andare bene a scuola. Bravo in fisica, chimica e matematica, pessimo in italiano e latino: per la timidezza mi esprimevo in modo disastroso. Lei mi rimandò in due materie, per ripicca non mi presentai agli esami di riparazione e mi bocciarono. Andai dai miei spiegando che con la scuola avevo chiuso: avrei fatto il ciclista».
Come la presero?
«Malissimo. Mio padre Giacomo e mia madre Giustina erano grandi lavoratori. Veneti di Treviso, a fine anni Cinquanta emigrarono in Svizzera per cercare fortuna in fabbrica. Io sono nato lì, a Brugg, ma quando arrivò mia sorella si stabilirono a Monza per aprire una tintoria. Per me sognavano la laurea e un lavoro da dottore».
Lei scelse il ciclismo.
«Prima il militare: dopo il Car a Barletta, bersagliere a Milano. Fu un bel periodo, mattina in caserma, pomeriggio ad allenarmi con il gruppo atleti. La compagnia era piena di matti, in camerata c’erano i Righeira, quelli di Vamos alla Playa».
Imparò anche a suonare la fanfara?
«No, era riservata ai più dotati. Però correvamo sempre, da regolamento. Al bagno, in mensa, per attraversare il cortile era obbligatorio il passo di corsa, busto proteso in avanti e fez in testa. Fu divertente, peccato che poi sia venuto fuori qualche problema».
Spieghi...
«Due anni dopo, quand’ero già atleta, arrivano i carabinieri a casa e mi caricano in macchina. In caserma il comandante dice: “Caro Bugno, i disertori come lei finiscono dritti al carcere militare”. Dovetti trovare i documenti per dimostrare che avevo già fatto il servizio. Stessa storia due anni dopo a Rimini. Renitente alla leva, otto ore in caserma. Da quel momento girai con il foglio di congedo in tasca per evitare equivoci».
Intanto correva e vinceva. Ma è vero che nascondeva le coppe e i trofei?
«Prima di arrivare a casa le avvolgevo in carta da giornale e poi le mettevo nei sacchetti della spesa. I fiori li faceva sparire mio padre».
Perché?
«La gente invidia chi vince o ha successo. L’invidia è un brutto sentimento. Mi piaceva essere considerato come gli altri, uno normale».
Difficile quando vinci un Giro d’Italia in rosa dalla prima all’ultima tappa. È il suo successo più bello?
«Non saprei. È stato bello ma ricordo la prima vittoria da ragazzino a Monza: una sensazione fortissima, mai più vissuta. A posteriori ho capito che apprezzavo di più le sconfitte: mi facevano rimuginare sugli errori e su come correggerli. Ho imparato tantissimo da come ho perso».
Lei è considerato il più grande talento mai espresso dal ciclismo italiano. È arrivato anche secondo e terzo nei Tour de France di Indurain, con un po’ di convinzione in più avrebbe potuto vincerli.
«Non saprei: mi piaceva correre e fare fatica. Ma consideravo il ciclismo solo una tappa della mia vita».
Il cambio di vita?
«Pianificato mentre ero corridore: guardavo l’elicottero della Rai che ci svolazzava sopra e pensavo che quello sarebbe stato il mio nuovo lavoro».
Non è roba per tutti.
«Se non sei stato pilota militare parti svantaggiato. Il primo ostacolo era il diploma di scuola superiore che non avevo. Disputavo il Giro e mi iscrissi al quinto anno da privatista. Poi la maturità scientifica: derivate, integrali, funzioni complesse. Ma ero motivato in modo spietato e passai. Da quel giorno e per anni andai in trasferta con due trolley: nel secondo c’erano i manuali per gli esami di volo».
Il suo addio al ciclismo, al Giro Lombardia 1998, è raccontato in una sequenza del fotografo Ilario Biondi. Al traguardo l’aspettavano autorità, compagni, tifosi e giornalisti per celebrarla ma lei si dileguò in una stradina secondaria e si tolse il numero dalla schiena.
«Andai diretto a casa, misi la bici in cantina e feci la doccia. Non volevo togliere spazio al vincitore, odio le cerimonie, quando proiettano un video con una mia vittoria abbasso la testa e mi tappo le orecchie».
Iniziava la sua seconda vita.
«Cinquemila ore in volo prima con la Rai poi al 118. Dormivo in branda negli aeroporti militari, turni di dodici ore. Cinque minuti per accendere i motori dopo la chiamata, trenta secondi per decidere se decollare o meno».
Decidere cosa?
«Nelle situazioni di meteo critico ti alzi solo se sai di poter tornare altrimenti rischi la vita dell’equipaggio oltre a quella di chi sta male. Come capitano, la decisione è solo tua».
Le situazioni più difficili.
«Autostrade e piattaforme petrolifere. Atterri in un fazzoletto, se il tempo è brutto non è facile».
Paura?
«È come in bici: se segui la procedura va tutto bene. Quando ti rilassi può succedere il casino».
Nel 2020 lei ebbe un malore a terra, le tolsero il brevetto e non glielo restituirono più.
«Non c’è stato verso di riaverlo. Avevo programmato la mia vita pensando sempre al capitolo successivo e qui non lo vedevo. È stato un periodo bruttissimo dove tutti, a partire dalla Federazione Ciclistica, mi hanno abbandonato. Vedevo nero».
Chi l’ha salvata?
«Claudio Chiappucci, il mio antico avversario».
El Diablo?
«Lui. Ha cominciato ad invitarmi a incontri, eventi, pedalate turistiche. Siamo diventati inseparabili, mi ha aiutato a ridare un senso alla vita».
È tornato anche in corsa.
«Seguo le grandi gare sulla macchina della giuria. Studio quello che succede e suggerisco accorgimenti per garantire che nessuno si faccia male in un mestiere dove si corrono ancora troppi rischi».
Situazione sentimentale?
«Non voglio parlarne. Per due volte non sono stato un buon marito e come padre ero piuttosto assente. Ma ho due figli, Alessio e Giacomo, e due nipoti a cui voglio molto bene. Ricambiato, credo».
Le resta un sogno incompiuto: autista di camion.
«Ho le patenti B, C e D. Tranne i bus di linea, posso guidare tutto. Se qualcuno ha bisogno, io ci sono».