la Repubblica, 31 marzo 2025
Albania, l’arrivo dei primi migranti. Commissione Ue: “Sui cpr Italia in linea con legge europea”
Si ricomincia. A Shengjin e a Gjader, i due centri per migranti messi in piedi dal governo italiano per esternalizzare la gestione dei flussi migratori, c’è aria di ripresa, dopo settimane di noia. Sono rientrati in servizio i dirigenti di Medihospes, la società che gestisce le strutture, e i poliziotti che le presidiano. E in settimana potrebbero tornare anche i tanto attesi ospiti stranieri per i quali sono stati costruiti i bunker. Non avranno più, forse, i volti stanchi e spauriti di chi ha appena affrontato un lungo viaggio in mare, come i bengalesi e gli egiziani delle precedenti missioni, fatti salire in nave al largo di Lampedusa dalla marina militare. Verranno invece dai cpr, i centri di rimpatrio italiani. Per cercare di dare un senso alla nuova destinazione che il governo italiano, con il decreto approvato venerdì, ha voluto dare agli “italian migrant centers”, come li classifica ora Google maps.
Intanto proprio oggi il portavoce della Commissione europea per gli Affari interni, Markus Lammert, ha spiegato: “Siamo a conoscenza degli ultimi sviluppi riguardanti questo decreto e il centro in Albania. Siamo in contatto con le autorità italiane. Secondo le nostre informazioni, la legge nazionale italiana si applicherà al centro”, come “finora per l’asilo”. “E in linea di principio, ciò è in linea con la legge Ue. Continueremo a monitorare l’implementazione del protocollo” e “rimarremo in contatto con le autorità italiane. E in termini di soluzioni innovative, abbiamo detto che siamo pronti a esplorarle, sempre in linea con gli obblighi del diritto dell’Ue e internazionale e dai diritti fondamentali”.
Il trattenimento tra le montagne dei Balcani avrà ora tempi più lunghi, fino a diciotto mesi. E i migranti, se si ribelleranno, potranno diventare ospiti del braccio penitenziario presente a Gjader. Gennarino De Fazio, sindacalista della Uil, coglie al balzo la notizia della fuga di un 34enne di origini albanesi dal carcere Dozza di Bologna per evidenziare un paradosso: «Mentre il governo si ostina a mantenere un nucleo di polizia penitenziaria a sorvegliare un carcere vuoto in Albania, i detenuti albanesi in Italia evadono a causa della penuria di organici».
L’Albania è in piena campagna elettorale, si vota l’11 maggio, e del cambio di programma di Giorgia Meloni si parla poco. Se ne guarda bene il premier Edi Rama, che con lei ha firmato nel 2023 il memorandum con cui il Paese delle Aquile cede una porzione di territorio alla sovranità italiana. Il presidente socialista è lanciato nei sondaggi e ieri ha presentato il suo programma per i prossimi cinque anni. Il piatto forte è il salario minimo di 500 euro. Non una parola invece sull’accordo.
Ma Alfrida Marku, esponente dell’opposizione di Lezhe, la provincia in cui ricadono i due centri, ritiene che «lo stato albanese dovrebbe rifiutare l’attuazione di quest’accordo modificato» perché «problemi di sicurezza e la criminalità organizzata nel nostro Paese la mettono assolutamente a rischio». Per il quotidiano online “Gazeta Standard” il decreto trasforma l’Albania in un «protettorato». E lo scrittore Sazan Guri associa Gjader e Shengjjin all’enclave religiosa creata da Rama a Tirana, un mini-stato confessionale per la minoranza musulmana moderata dei Bektashi, sul modello del Vaticano: «In entrambi i casi si cedono pezzi di sovranità territoriale: sono precedenti pericolosi». E pone una domanda semplice: «Se i migranti vanno rimpatriati, perché non se li prendono direttamente i loro Paesi d’origine? Perché farli passare dall’Albania, che non ha le condizioni economiche e di sicurezza per ospitarli?».