La Stampa, 31 marzo 2025
Ddl Sicurezza, il Quirinale insiste per le modifiche. Ora Meloni teme la bocciatura del testo
Il primo ok della Camera al disegno di legge Sicurezza è datato 18 settembre 2024. Sono passati quasi sette mesi e il testo fino allo scorso giovedì galleggiava nel limbo del Senato, finito in un pantano politico-istituzionale che sta logorando i partiti della maggioranza. E che ha riacceso l’attenzione del Quirinale. Lungo la scorsa settimana ci sono state triangolazioni tra gli uffici della Presidenza della Repubblica, Palazzo Chigi e i capigruppo in Parlamento di Fratelli d’Italia e Forza Italia. Stando a fonti parlamentari e di governo, della questione si è occupato direttamente il segretario generale Ugo Zampetti.
Questo accade perché la Lega resta indisponibile a cambiare la norma seguendo le indicazioni del Colle, nonostante gli azzurri e i meloniani avessero garantito che le modifiche ci sarebbero state. Adesso il testo tornerà alla Camera: dopo quasi un anno in Parlamento, a Palazzo Madama si sono accorti che le coperture finanziarie sono insufficienti. Risultato: i tempi si allungano. È il tentativo estremo di trovare una soluzione che possa accontentare tutti: chi è critico (compreso il Quirinale) e chi, come la Lega, ha l’esigenza di salvare la faccia dopo mesi di battaglie e di promesse.
Il ddl ha ricevuto un’attenzione particolare da parte di Sergio Mattarella: il Capo dello Stato aveva mosso precise osservazioni su alcuni capitoli a rischio di incostituzionalità. Si va dalla detenzione in carcere per le donne incinte fino al divieto di vendita di sim telefoniche ai migranti e all’elenco di opere pubbliche sulle quali viene esteso il reato di manifestare, come le stazioni. Sono misure bandiera per la destra, introdotte durante la campagna elettorale per le Europee, una dimostrazione muscolare e identitaria contro la comunità rom, contro gli immigrati e contro i movimenti di protesta, che a causa anche di una formulazione legislativa, a quanto pare, un po’ sgrammaticata, ha spinto gli uffici quirinalizi a intervenire.
Quando l’elenco delle criticità è stato recapitato a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ha dato personale disponibilità a emendare il testo, durante i lavori parlamentari. Modifiche che apparivano quasi scontate per Forza Italia, l’anima più moderata della coalizione, poco incline a seguire le norme punitive degli alleati sovranisti. Ma anche FdI, su input della premier, aveva aperto alle correzioni del Colle. Certo Meloni non si aspettava che Matteo Salvini non si sarebbe ammorbidito e che non avrebbe ceduto fino a questo punto. Mercoledì scorso è stato il capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo a sentenziare: «Per noi si va avanti su questa strada, il ddl deve passare così com’è». Le interlocuzioni del Quirinale con i capigruppo (che avrebbero coinvolto Maurizio Gasparri di FI, Lucio Malan e Galeazzo Bignami di FdI) sono avvenute quasi contestualmente. Nella risposta di Marco Lisei, relatore del partito guidato da Meloni, c’è la traccia di quale potrebbe essere stato l’avvertimento del Colle. Lisei non esclude modifiche e dice che il governo è aperto «a un provvedimento fatto bene che non abbia problematiche successive». Quello che temono Meloni e i suoi parlamentari è che Mattarella possa –una volta approvato – rimandare indietro il testo, se non sarà corretto nelle parti indicate. È nei suoi poteri di garante della Costituzione farlo anche se in passato ha preferito evitarlo.
Secondo indiscrezioni che insistentemente circolano dentro FdI, la premier potrebbe anche avere un colloquio al Quirinale nei prossimi giorni. Il nodo del ddl Sicurezza sarebbe certamente sul tavolo del confronto con Mattarella. Ma c’è anche altro. Meloni vuole evitare che le tensioni con le toghe si sfoghino in un cortocircuito tra istituzioni. Mercoledì 26 marzo la giunta esecutiva dell’Associazione nazionale magistrati è stata ricevuta dal Capo dello Stato. Nel corso dell’incontro, ha poi rivelato l’Anm, è stata espressa preoccupazione «per i frequenti attacchi rivolti alla magistratura negli ultimi mesi». Da quanto è stato possibile ricostruire, Mattarella non ha dato sponde, né avrebbe intenzione di interferire con il lavoro del Parlamento su una riforma molto divisiva come la separazione delle carriere, che la destra vuole comunque approvare entro la legislatura. Di sicuro però ha già fatto arrivare a Palazzo Chigi che vanno abbassati i toni. E Meloni non sempre lo ha ascoltato: non quando, per difendersi o difendere il suo fedelissimo sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, condannato in primo grado, si è scagliata con durezza contro i magistrati.