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 2025  marzo 31 Lunedì calendario

"Le lettere, i cioccolatini e De Nicola Vi racconto mio nonno Benedetto Croce"

Al secondo piano del Palazzo Filomarino di Napoli, dove per quarant’anni ha abitato, c’è una stanza che racconta bene chi fosse Benedetto Croce. Non ha a che fare né col suo archivio né con gli ottantamila volumi della sua biblioteca, da tempo custoditi dalla fondazione che porta il suo nome. È la sala da pranzo: più lunga che larga, con un grande tavolo in noce.
È lì, e non in salotto, che il filosofo amava chiacchierare, invitando a pranzo anche chi arrivava senza preavviso. «Quell’abitudine conciliava perfettamente le due esigenze del nonno: la socievolezza e l’orrore del perdere tempo», racconta oggi la francesista Benedetta Craveri, che da un paio di anni guida la fondazione intitolata alla biblioteca del filosofo più influente del Novecento italiano, custodendone l’eredità intellettuale. «L’intera casa era organizzata per rispettare i suoi orari. Era un patriarca affettuoso, circondato da un immenso rispetto, che non andava disturbato quando lavorava».
Nessuna deroga, nemmeno per la piccola nipote?
«L’unica concessami era quella di andare a consegnargli la corrispondenza. Quando accadeva, mi dava la chiave dell’armadio di una stanza vicina al suo studio: conteneva una scatola di cioccolatini. Mi lasciava scegliere, poi commentava la mia preferenza con la massima serietà. Ma una mattina, avrò avuto sei o sette anni, mi venne impedito di farlo».
Perché?
«Il nonno stava ricevendo l’ex presidente della Repubblica Enrico De Nicola».
Il primo della nostra storia.
«E io, nonostante il divieto di disturbare, non resistetti alla curiosità. Feci così capolino nello studio, scoprendo che quell’illustre visitatore non aveva un mantello di ermellino e non portava alcuna corona in testa».
Ne rimase delusa?
«Molto. Peraltro il nonno mi prese affettuosamente in giro, dicendo a De Nicola che sognavo solo re e regine. Così quando, poco dopo, accompagnai in visita la nonna da un altro presidente, Luigi Einaudi, non mi feci grandi illusioni. E tuttavia, davanti a certi squisitissimi pasticcini serviti con il tè, pensai che essere nipoti di un capo dello Stato avesse i suoi vantaggi».
La sua curiosità infantile era incoraggiata?
«Per niente. Sono cresciuta in un’epoca in cui i genitori non si proponevano di fare la felicità dei propri figli, ma di educarli».
Suo fratello, lo storico Pietro Craveri, raccontò che la prima parola che si ricordava di vostra madre Elena fu un rimprovero.
«La guerra era ancora in corso e lui, piccolissimo, scorgendo la tavola appena apparecchiata, aveva esclamato felice: “Ma c’è del burro!”. Fu immediatamente azzittito con un “cafone, non si commentano i cibi!"».

Era un’educazione improntata all’austerità.
«Attenta alle forme e aliena da qualsiasi sentimentalismo e smanceria. Tutto era implicito, non si impartivano lezioni di morale: noi bambini dovevamo capirle a partire dal comportamento degli adulti».
Di sua madre Elena, il germanista Cesare Cases disse che fu «l’ultima levatrice di intellettuali».
«Era rabdomantica, intuiva le attitudini inespresse dei suoi interlocutori e li aiutava a prenderne consapevolezza. Oltre che la generosità, a spingerla era l’imperativo paterno di rendersi utile difendendo il patrimonio storico-paesaggistico e sprovincializzando la cultura dopo gli anni del fascismo».
E in effetti il suo salotto, a Roma, fu un crocevia della cultura europea contemporanea.
«Ma mia madre avrebbe odiato la parola salotto: per lei, erano incontri tra persone che avevano qualcosa di interessante da dirsi».
Fu lì comunque che Roberto Calasso, prima di diventare l’editore di Adelphi, incontrò il filosofo tedesco Theodor W. Adorno.
«Alla fine di quella conversazione, mia madre chiese proprio ad Adorno cosa pensasse di Roberto, allora ventenne. “Molto intelligente – le rispose – ha letto tutti i miei libri, persino quelli che non ho scritto"».

A sua madre si deve, tra l’altro, la segnalazione del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
«Lesse il manoscritto, lo trovò notevole e lo diede a un suo grande amico, Giorgio Bassani. Il quale, dopo averlo letto, le telefonava ogni mattina, ribadendo: “Elena, è un capolavoro"».

Sempre a Roma, lei conobbe il poeta e futuro Nobel Iosif Brodskij che le ha poi dedicato le sue Elegie romane.
«Era in Italia per la Biennale del dissenso del ‘77, lo portai a cena da degli amici intellettuali. Ma nessuno gli rivolse la parola, nonostante in quei giorni fosse su tutti i quotidiani: una classica cosa alla romana. Per farmi perdonare, lo portai in giro per una splendida Roma notturna sulla mia Cinquecento. Finimmo a bere una camomilla in via Veneto alle due del mattino e diventammo amici».
In quegli anni lei aveva già iniziato a scrivere?
«Avevo curato l’edizione di poesie di André Chénier, su cui mi ero laureata con Giovanni Macchia, ma non osavo continuare: mi sentivo, e a giusto titolo, troppo inadeguata agli standard familiari».
Chi la spinse al suo esordio da saggista?
«Roberto Calasso: senza di lui non avrei scritto un rigo. Alla fine degli anni Settanta, gli proposi una scelta di lettere di una delle grandi epistolografe della Francia del ’700, Madame du Deffand. E lui, per tutta risposta, mi ingiunse di farne una biografia».
Di lì in avanti lei avrebbe scritto di molte protagoniste dell’Ancien Régime.
«Il contributo di quelle donne alla civiltà letteraria francese classica è indiscutibile. Furono loro a partire dal Seicento a dettare legge in fatto di lingua, di stile, di gusto, oltre che di buone maniere. Non solo determinando il successo degli scrittori, ma scrivendo loro stesse dei capolavori».
Nacque così quella «civiltà della conversazione» a cui lei, peraltro, ha dedicato molti anni e molte pagine.
«Era un ideale di socievolezza sviluppatasi sotto il segno dell’eleganza e della cortesia, che contrapponeva alla regola del più forte un’arte di stare insieme basata sulla seduzione e sul piacere reciproco».
Sembrano tutte cose lontanissime da oggi.
«La conversazione si basa sull’ascolto reciproco, implica due giocatori che si rimandano la palla. Oggi la parola d’ordine è il monologo autocelebrativo e, dobbiamo pur dirlo, quello dell’ipertrofia dell’io è uno spettacolo piuttosto noioso». —