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 2025  marzo 31 Lunedì calendario

Giada, porti e terre rare Corsa alle ricchezze birmane in mano alla giunta militare

Oltre agli edifici, alle infrastrutture e alle strade, il terremoto in Myanmar fa tremare anche numerosi interessi. Peraltro già vacillanti, oltre quattro anni dopo il golpe militare che ha di fatto dato il via a una sanguinosa guerra civile, che continua ad aprire nuove ferite in un Paese già martoriato dalla repressione della minoranza Rohingya e dalle antiche dispute con i gruppi etnici e le milizie armate.
La Birmania è sempre stata uno snodo chiave per gli equilibri asiatici. Affacciandosi sul Golfo del Bengala e sul mare delle Andamane, ha un accesso diretto alle rotte marittime dell’Oceano Indiano. Le dittature militari, le sanzioni internazionali, un passato e un presente pieni di eventi drammatici hanno reso il Myanmar poverissimo. Eppure, il suo territorio è ricco di risorse. Al largo delle coste ci sono numerosi giacimenti offshore, su cui hanno messo gli occhi Cina, India e Thailandia. Le sue foreste forniscono un’ampia quantità di teak pregiato, molto richiesto sul mercato internazionale. Il sottosuolo conserva una grande quantità di pietre preziose come rubini, zaffiri e soprattutto giada. Secondo un report del 2015 di Global Witness, solo nel 2014 il valore proveniente dal mercato della giada sarebbe stato pari a 31 miliardi di dollari, circa il 50% del Pil del Myanmar.
La politicizzazione degli aiuti umanitari per il post sisma è pressoché scontata, così come una loro distribuzione arbitraria. Oltre a regolare qualche conto con i ribelli, bombardati anche in questi giorni, dopo il terremoto la giunta militare potrebbe provare a guadagnare legittimità. Già lo scorso novembre, il generale golpista Min Aung Hlaing è stato a Kunming, Cina, per un vertice dei Paesi del fiume Mekong.
Poche settimane fa è stato ricevuto da Vladimir Putin al Cremlino. La Russia fornisce al regime jet militari utilizzati per attaccare i ribelli, droni e assistenza nella costruzione di una centrale nucleare. I rapporti sono positivi anche con l’India, che nel 2020 ha regalato all’esercito il suo primo sottomarino. Tradizionalmente, il primo partner del Myanmar è però la Cina. Lungo il Corridoio economico Cina-Myanmar, arteria vitale per la Belt and Road, sono sorti oleodotti e gasdotti. Attraverso lo sviluppo del porto di Kyaukpyu, la Cina mira all’accesso diretto al Golfo del Bengala per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Malacca, passaggio quasi obbligato e potenziale “collo di bottiglia” della maggioranza delle merci che si muovono tra Oriente e Occidente. Le imprese cinesi hanno un ruolo chiave anche nel potenziamento dell’energia idroelettrica, con la costruzione di svariate dighe.
La guerra civile ha già messo a rischio il flusso energetico e la sicurezza delle forniture, interrompendo progetti approvati per diversi miliardi di dollari. Il terremoto ha causato nuovi danni agli oleodotti e rischia di causarne anche alle dighe. Negli scorsi mesi, peraltro, i ribelli Kachin hanno preso il controllo della cintura mineraria di terre rare nel Nord, che conserva risorse cruciali per produrre turbine eoliche e veicoli elettrici: due settori strategici per Pechino, le cui importazioni di ossidi e terre rare birmane sono crollate dell’89% tra febbraio 2024 e 2025. La Cina ha provato a intervenire nella crisi, favorendo due tregue parziali e dalla breve durata. Xi Jinping aveva ottimi rapporti con Aung San Suu Kyi, ma ha spesso supportato la giunta militare. Alla Cina interessa stabilità, a prescindere da chi possa garantirla. Min Aung Hlaing lo sa e ora mira a una normalizzazione più ampia. A meno di cancellazioni a causa del sisma, da mercoledì il generale sarà a Bangkok per il summit Bimstec, che riunisce i Paesi del Golfo del Bengala. Qui dovrebbe incontrare il premier indiano Narendra Modi.
In attesa di legittimazione, dopo il golpe il Myanmar è diventato il maggiore produttore di oppio al mondo. Qualche mese fa, il New York Times lo ha definito il più grande hub di criminalità organizzata al mondo. Una sorta di parco giochi per signori della guerra, trafficanti di armi e di esseri umani, costellato di miniere illegali per estrarre risorse contrabbandate poi all’estero.
Le foreste sono invase dai bracconieri a caccia di animali selvatici e legno, mentre nelle zone di confine si sono sviluppati immensi centri di truffe online. Difficile pensare che, in questa situazione, le possibili elezioni farsa promesse dall’esercito entro il 2025 possano dare stabilità a un Paese che sta cadendo a pezzi. In modo tragicamente sempre più letterale.