La Stampa, 31 marzo 2025
Netanyahu sfida la Cpi e vola da Orban L’Ue: "Si rispetti il mandato di arresto"
È stata una festa di sangue per i palestinesi di Khan Younis. I bombardamenti israeliani ripresi il 18 marzo dopo una tregua di due mesi non si sono fermati nemmeno per l’Eid-Al Fitr, la festività musulmana che celebra la fine del mese di digiuno del Ramadan. Secondo il Nasser Hospital, i raid hanno ucciso almeno 17 persone, «per lo più bambini e donne» che si trovavano in una tenda per sfollati.
«Una violenza inaccettabile», sostiene il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ogni anno ricorda con un messaggio la fine del Ramandan ma stavolta non può non sottolineare come durante questo periodo sacro all’Islam, in cui di solito anche le armi tacciono, in Medio Oriente si continua a bombardare e a morire. «È doloroso constatare che anche quest’anno il raccoglimento proprio del mese di Ramadan sia stato turbato da violenze inaccettabili e da perduranti tensioni, soprattutto in Medio Oriente», scrive Mattarella.
«La pressione militare su Hamas sta funzionando», si è giustificato il presidente israeliano Benjamin Netanyahu, deciso a andare avanti a ogni costo. Nemmeno l’accusa di crimini contro l’umanità riesce a fermare Netanyahu che mercoledì sfiderà anche la condanna della Corte penale internazionale e volerà a Budapest dal presidente ungherese Viktor Orbàn, che ha garantito che non eseguirà il mandato di arresto spiccato dai giudici dell’Aja. Orbàn aveva definito «vergognose» le accuse e aveva invitato Netanyahu a Budapest.
Una posizione che sta creando forte imbarazzo all’interno dell’Unione. «Come affermato nelle Conclusioni del Consiglio del 2023 – spiega il portavoce della Commissione europea Anouar El Anouni – il Consiglio invita tutti gli Stati a garantire la piena cooperazione con la Corte, anche mediante la rapida esecuzione dei mandati di arresto pendenti, e a stipulare accordi volontari».
Durante l’incontro con Orbàn il premier israeliano dovrebbe discutere del futuro di Gaza in modo da allargare il consenso internazionale su quello che ha in mente di fare. Il piano di Netanyahu prevede di colpire Hamas per costringerlo a riconsegnare gli ultimi ostaggi e poi ad arrendersi. I mediatori egiziani, qatarini e americani hanno presentato una nuova proposta per ripristinare il cessate il fuoco. Hamas ha fatto sapere di averla approvata, pur confermando di non essere intenzionato a rinunciare alle armi. Israele ha a sua volta presentato una sua controproposta. La fazione di Gaza sarebbe disposta a rilasciare 5 ostaggi durante il periodo dell’Eid al-Fitr per una tregua di 50 giorni, lo Stato ebraico insiste su 10 dei 24 che si ritiene siano ancora vivi. In attesa che la partita degli ostaggi si chiuda, Netanyahu va avanti sulla strada tracciata dalla Casa Bianca per il futuro di Gaza: Israele garantirà la sicurezza nella Striscia e «consentirà l’attuazione del piano Trump per la migrazione volontaria».
Netanyahu quindi va avanti sulla linea tracciata da Trump a Gaza e prosegue l’attività per favorire l’insediamento dei coloni nella Cisgiordania occupata. Ieri ha annunciato l’approvazione di un progetto per la costruzione di due nuove strade che rafforzeranno la presenza dei coloni nell’area di Maale Adumim. Palestinesi e Ong denunciano questi progetti, che taglierebbero in due il territorio amministrato dall’Anp e impedirebbero la creazione di un Stato con continuità territoriale. Ma Netanyahu non si ferma sapendo di poter contare sul pieno sostegno del presidente degli Stati Uniti. In un’intervista Trump ha minacciato «bombardamenti» e «dazi secondari» all’Iran se il regime non troverà un accordo con gli Usa sulla rinuncia al programma nucleare a scopi militari. Una dichiarazione che non può che far piacere al premier israeliano. —