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 2025  marzo 31 Lunedì calendario

Il gran falò del risparmio. Crac bancari, in migliaia non vedranno un euro

“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Il primo comma dell’articolo 47 della Costituzione è, o meglio dovrebbe essere, chiaro. Ma la sua applicazione non lo è per nulla. Un’effettiva, reale tutela del risparmio non è stata garantita né da Banca d’Italia, né da Consob, né dai tribunali per quasi un milione di azionisti, bondisti subordinati e clienti finiti “azzerati” dalle banche “risolte”, liquidate, nazionalizzate o “salvate”. Famiglie e imprese che da inizio secolo hanno visto andare in fumo 72 miliardi nei collassi della lunga stagione della crisi bancaria italiana. Una via crucis le cui stazioni si chiamano Carige, Etruria, Banca Marche, Carife, CariChieti, Popolare Vicenza, Veneto Banca, Mps, Popolare di Bari. A distanza di quasi un decennio dalla prima fiammata del novembre 2015, sono decine e decine di migliaia i risparmiatori che attendono ancora giustizia. A pochi mesi dalla prescrizione dei primi diritti al risarcimento, le loro speranze sono ormai al lumicino. Lo stanno ribadendo anche le decisioni legali degli ultimi giorni, ad esempio quelle sulla liquidazione delle ex Popolari di Vicenza e Veneto Banca. Intanto, da un decennio le vittime e le loro famiglie sono in difficoltà.
L’album delle vittime inizia con il nome di Luigino D’Angelo, 68 anni: il 28 novembre 2015, sei giorni dopo la risoluzione di Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti il pensionato dell’Enel si suicidò a Civitavecchia (Roma) dopo aver perso i suoi risparmi investiti in Etruria. I familiari ritrovarono nel suo pc un testo scritto per spiegare il suo gesto. Da 50 anni era correntista e da mesi cercava di rientrare in possesso dei suoi soldi: tutto inutile. Nei giorni scorsi il Corriere di Bologna ha raccontato l’odissea di uno tra i 32mila ex azionisti e obbligazionisti subordinati che, 10 anni fa, ha perso tutto nella “risoluzione” della Cassa di risparmio di Ferrara e non ha ancora recuperato nulla. Ivaldo Bruciaferri, 76 anni, pescatore di Goro, pensionato, il 22 novembre 2015 vide andare in fumo 130 mila euro, i risparmi di una vita: “Era quasi ora di pranzo. Mi chiamarono chiedendomi se potessi andare in banca a Goro. Appena arrivai invece mi fecero entrare in ufficio dal direttore, che era il solo che conoscevo, dove mi attendevano altre quattro persone. A un certo punto mi dissero il perché mi avevano telefonato. Uscii e non so nemmeno io come feci a tornare a casa, per fortuna sono riuscito a riprendermi grazie al supporto della mia famiglia e siamo ancora qua. Vivere con la nostra pensione è dura, molto dura. La speranza è l’ultima a morire, anche se – a dire la verità – non ne ho molta. Non tanto per una questione personale, ma perché nella gente vedo rassegnazione e anche un pizzico di menefreghismo. Non ne capisco il perché. Sento poco trasporto e interessamento. Spero tanto di sbagliarmi”, ha detto Bruciaferri.
Ma dal prossimo 22 novembre, a dieci anni dalla “risoluzione”, per gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati azzerati di Carife, CariChieti, Banca Marche ed Etruria cadranno in prescrizione i diritti al risarcimento. Per interrompere la prescrizione, prima di quella data dovranno inviare una raccomandata o una pec alle banche subentrate ai loro istituti (Bper per Carife, Ubi e quindi Intesa in cui è confluita per le altre tre) alle quali è stata riconosciuta “la legittimazione passiva quali acquirenti” dalla sentenza della Cassazione 33416 del 2023, chiamandole a risarcire i danni subiti. Una strada però che non vale per tutti ed è comunque in salita. Chi ha ottenuto i ristori del Fondo indennizzi risparmiatori o chi ha aderito ad accordi tombali non potrà percorrerla.
Poi c’è il disastro delle due Popolari del triveneto, Vicenza e Veneto Banca. Entrambe poste in liquidazione il 25 giugno 2017. Per quei due crac, 41 mila creditori chiedono 5,6 miliardi ai liquidatori i quali nei giorni scorsi, dopo sette anni, hanno ammesso allo stato passivo crediti per 2,4 miliardi. Per la Vicenza 15 mila richieste per un valore di 2 miliardi, il 70% del totale, sono degli azionisti azzerati legate a violazioni sulla compravendita delle azioni, mentre quelle degli obbligazionisti subordinati, che hanno subito la stessa sorte, sono oltre 12 mila per 587 milioni. Per Veneto Banca, le domande degli azionisti sono 11 mila per 1,5 miliardi, quelle per obbligazioni sono 451 per 635 milioni. Dal 20 marzo, quando gli stati passivi sono stati depositati ai tribunali di Vicenza e Treviso e in Banca d’Italia, i creditori esclusi hanno 15 giorni per opporsi. Ma nessuno vedrà un euro, nemmeno i piccoli creditori ammessi: la legge varata in fretta e furia per la liquidazione delle due banche ha stabilito che i fondi a disposizione andranno prima a pagare Intesa, che ha acquisito per 1 euro i due istituti, e poi lo Stato. Non resterà un euro per nessun altro.
L’ultimo paradosso arriva dalla vicenda Mps: il salvataggio di Stato del dicembre 2016 ha bruciato quasi 40 miliardi versati da 150 mila piccoli azionisti e 40 mila obbligazionisti subordinati, che non hanno recuperato quasi nulla. L’11 ottobre 2023 la Cassazione aveva confermato le assoluzioni per i reati di falso in bilancio, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza dell’ex presidente Giuseppe Mussari e dell’ex direttore generale, Antonio Vigni. Ma il 17 marzo la seconda sezione civile della Cassazione ha respinto il ricorso di Antonio Vigni, ex direttore generale del Monte, contro tre sanzioni della Banca d’Italiaper un totale di 541 mila euro per mancate comunicazioni ed errate segnalazioni alla Vigilanza nell’acquisizione di Antonveneta. Così, da un lato, il top management in carica all’epoca dell’infausta acquisizione può dire di essere stato assolto, dall’altro Bankitalia può vantarsi di essere stata turlupinata ma di aver fatto il suo dovere. E la tutela del risparmio dei quasi 200mila investitori devastati? Non importa, Mps è morta di freddo