il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2025
Povera lingua italiana. Da “mecciare” all’Inps borbonica: ridateci Nanni Moretti
Il distinto signore disegnava arabeschi nell’aria con maestria consumata. Con il piglio convincente di chi è abituato ad avere davanti piccole platee in ascolto e sa addomesticarle con la parola fluente. Una barba accennata, un fare affabulatorio. Se per la massa degli studenti universitari presentare la propria tesi di laurea è una fatica condita di stress e di emozioni, per lui appariva l’ennesima prova di abilità oratoria in diritto amministrativo degli enti locali. Fin lì superata piuttosto bene, benché classicamente inondata da una sequenza di “in qualche modo”. Sicché tra i membri della commissione di laurea restava solo da capire se si trattasse di un consigliere comunale o, come si sarebbe capito dopo, di un funzionario esperto di cosa pubblica. A un certo punto però giunse il fulmine (le parole possono esserlo) che travolse la naturale simpatia dei commissari verso il loro interlocutore, in ogni caso un lavoratore studente. “Vedete”, disse lui forse volendo strafare, e dar segno di cosmopolitismo, “se noi mecciamo questi due elementi…”. Lo disse con l’aria dello schermidore che è riuscito a piazzare la stoccata risolutiva. Come se da quel momento la commissione dovesse riservargli oltre la benevolenza anche un po’ di ammirazione. “Mecciamo”. Detto due, tre volte in cinque minuti. Fu allora che mi venne in mente, chissà perché, un cantante di sessanta anni fa. Come evocato da quell’astruso verbo mi ricomparve un giovanotto piacente e dalla voce confidente. Il primo per il quale si fosse usata la definizione di “cantautore”. Si chiamava Gianni Meccia, proprio così, “meccia”, e aveva al suo arco due pezzi pregiati: un brano intitolato “il barattolo” e un altro intitolato “il pullover” (“che mi hai dato tu/ sai mia cara/ possiede una virtù”…).
Ecco dove l’ho sentita, questa parola, pensai. Ma il nostro distinto signore probabilmente nulla sapeva della passata esistenza di questo giovane artista primi anni sessanta. “Mecciare” veniva invece dall’inglese “match” – accoppiare, combaciare… – Se le cose che si incontrano si mecciano. Italiano più inglese, semplice no? Santo cielo, Palombella rossa, vieni tu a ricordarci la tua verità biblica: chi parla male pensa male. La colpa forse non era del laureando, che aveva solo narcisisticamente cercato la parola ad effetto. Ma di quel fittissimo sottobosco che adora masticare due parole di inglese ogni frase italiana, e di cui tutti abbiamo trista esperienza. Signore e signori, ma che fine vogliamo far fare alla lingua italiana? Qualche superpotenza ci ha messo un dazio sopra? E fosse solo un caso…
Uno ben più grave mi arriva dell’Inps, centro antico di produzione di linguaggio burocratico per il popolo italiano. Sentite che cosa mi è arrivato a casa in ben due documenti. Una ingiunzione di versamento “entro 30 giorni” a causa di “somme indebitamente percepite”. Sapete che cosa è successo? Che l’Inps ha sbagliato i conti e mi ha corrisposto in tutto 600 euro o giù di lì che ora mi chiede di restituire. Nulla di male (oddio…). Ma sapete, sarebbe tanto più civile se ti arrivasse una lettera che ti dicesse: “Egregio signore, le abbiamo corrisposto per errore 600 euro in più, e ora, scusandoci per l’errore e per il disturbo, le chiediamo di restituircele”. No: “lei ha indebitamente percepito”, come se una frode o una falsa attestazione mi avesse consentito di fruire “indebitamente”, malandrino che non sono altro. Assaporate il rovesciamento di responsabilità. Ecco, è il classico caso in cui chi parla male pensa male. Male del cittadino. Che è per definizione un profittatore. Il quale merita perciò non solo quel linguaggio, non solo il fastidio di doversi dar da fare per rimborsare il malloppo, ma deve anche pagare una commissione sull’operazione. Le parole, le parole. Che cosa sono quando vengono usate “indebitamente” e fanno “percepire” quell’odore di naftalina borbonica…