ilgiornale.it, 31 marzo 2025
Violenze e occupazioni in ateneo ma alle urne antagonisti da flop: "Cambiare rotta" è penultima
Hanno provato ogni strada per vincere le elezioni per il rinnovo del Senato accademico all’Università di Torino, passando anche per la violenza, ma i militanti rossi di Cambiare rotta hanno registrato un tonfo storico con appena 436 voti. Non è servito a nulla occupare per mesi gli spazi dell’Università, bloccare perfino il rettore, interrompere le assemblee non di loro gradimento, seminare il caos e cercare lo scontro con i gruppi di opposta estrazione politica: a conti fatti, valgono appena il 3% del totale. A vincere sono stati gli Studenti indipendenti con 3.960 voti mentre, appena dietro, si è piazzato Obiettivo studenti con 3.630 voti. Anche di recente, poco prima del voto, i militanti di Cambiare rotta hanno cercato di fermare un volantinaggio organizzato dal Fuan, gruppo di destra che ha triplicato le preferenze, presso il Campus Einaudi, costringendo all’intervento la Squadra Mobile e la Digos per evitare tafferugli.
Ma chi è Cambiare rotta? È un’organizzazione studentesca di stampo comunista, che segue le ideologie marxiste-leniniste e che ha alle spalle organizzazioni come la «Rete dei Comunisti» e «Potere al Popolo». Ha una ramificazione particolarmente radicata nel territorio, con cellule insediate pressoché in ogni città universitaria anche grazie alle influenze dei centri sociali locali. A Torino, Cambiare rotta è un’organizzazione attiva in ogni contesto antagonista: dalle manifestazioni pro-Cospito a quelle per la Palestina, che hanno devastato la città tra il 2023 e il 2024, il gruppo di studenti comunisti ha sfilato in gran parte delle occasioni al fianco di Askatasuna. Il che non stupisce, perché i militanti di Cambiare rotta a Torino sono assidui frequentatori del centro sociale occupato in viale Regina Margherita che il Comune guidato da Stefano Lo Russo vuole legittimare, nonostante i procedimenti penali in corso.
Quest’oggi, per altro, verrà letta la sentenza del maxi processo che vede imputati 28 militanti di Aska, per i quali sono stati chiesti 88 anni complessivi di carcere e un risarcimento di 6 milioni e 800 mila euro per le spese che lo Stato ha dovuto sostenere in Val Susa per proteggere il cantiere della Tav dalle manifestazioni violente, alle quali spesso hanno partecipato anche i militanti di Cambiare rotta.
Agli esponenti del centro sociale ha espresso la propria vicinanza anche Ilaria Salis, che dai social si è schierata «dalla parte di Askatasuna» perché, a suo dire, il processo è «un tentativo di inquadrare il dissenso in crimine, la solidarietà in pericolo»: nonostante il seggio in Europa, continua a fare antagonismo.