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 2025  marzo 31 Lunedì calendario

Biografia di Benito Mussolini

 
Benito. Storia di un italiano
Giordano Bruno Guerri
Rizzoli 2024
348 pagine
27,00 €
 
 
«Vent’anni di fascismo non sono passati invano nella vita italiana ed è umanamente impossibile cancellarli» (Benito Mussolini)
 
Benito Mussolini a Galeazzo Ciano il 23 dicembre 1940, nel pieno del disastro della guerra alla Grecia: «Gli italiani del 1914 erano migliori di questi di oggi. Non è un bel risultato per il Regime, ma è così».
 
Nel 1931 Mussolini ricevette un telegramma della figlia Edda che aveva vent’anni e stava a Shanghai, sposata con il console generale d’Italia Galeazzo Ciano. Edda gli comunicava di aspettare un bambino, il primo nipote del Duce. Lui, felicissimo, rispose: «Guido e Giorgio sono nomi forti e semplici». Ma i genitori preferivano Fabrizio, e Mussolini abbozzò: «Sì, ma con due b, affinché si ricordi che è nipote di un fabbro ferraio».
 
Il divieto assoluto, per i giornali italiani, di chiamare Mussolini nonno.
 
Benito Mussolini fu a lungo il più giovane capo del governo della storia d’Italia. È stato battuto per una cinquantina di giorni da Matteo Renzi.
 
Benito Mussolini scrisse due autobiografie, una nel 1912 – in prigione – poi un’altra nel 1928, solo per il mercato americano, dove vendette centomila copie. Iniziava così: «Sono nato il 29 luglio 1883 a Varano di Costa. È una vecchia frazione su una collina, le case sono di pietra e la luce del sole e le ombre danno a questi muri e a questi tetti un colore variegato che ricordo bene. La frazione, dove l’aria è pura e si gode una buona vista, domina il paese di Dovia, e Dovia di trova nel comune di Predappio, nell’Italia nordorientale. Erano le due di una domenica pomeriggio, quando sono venuto al mondo, nella ricorrenza della festa del Santo patrono della chiesa e della parrocchia delle Caminate, la vecchia torre che domina orgogliosamente e solennemente l’intera piana di Forlì».
 
Nel 1923 una sottoscrizione popolare raccolse oltre cinquecentotrentamila lire e la «casa natale», in pietra, fu donata a Benito Mussolini assieme alla Rocca delle Caminate. Il Duce della seconda fece la sua residenza estiva; della prima, restaurata negli esterni e riallestita negli interni, fece un minuscolo museo, diventato luogo di culto nell’Italia fascista, persino il Re andò a rendere omaggio alla «casa natale».
 
«Non vengo da Piacenza per piacervi / né da Lodi per lodarvi / vengo da Predappio per predarvi» (la pasquinata che girava negli anni Venti).
 
Il commissario Giovanni Gasti, nel giugno 1919 – appena tre mesi dopo la fondazione dei Fasci di combattimento – scrisse una relazione di eccezionale acutezza sul «sovversivo Mussolini», «di forte costituzione fisica sebbene sia affetto da sifilide» (Benito aveva preso la malattia, molto diffusa all’inizio del secolo, un una delle sue scorribande amorose: secondo una legge altrettanto diffusa gli tarlò il cervello fino a condurlo alla pazzia. Non era vero, come hanno provato le autopsie, nonché gli esami minuziosi cui fu sottoposto il cervello dagli americani). «Questa sua robustezza gli permette un continuo lavoro. È un sensuale, e ciò è dimostrato dalle varie relazioni contratte con donne» continua Gasti. «È un emotivo ed un impulsivo, e questi caratteri lo rendono nei suoi discorsi suggestivo e persuasivo (…) È, in fondo, un sentimentale, e ciò gli attira molte simpatie ed amicizie. È disinteressato, prodigo dei denari che maneggia e ciò gli ha formato una reputazione di altruismo e filantropia. È molto intelligente, accorto, misurato, riflessivo, buon conoscitore degli uomini e delle loro qualità e manchevolezze. Facile alle pronte simpatie ed antipatie, capace di sacrificio per gli amici e tenace nelle inimicizie e negli odi». Dopo aver notato che «è coraggioso e audace», Gasti rasenta il vaticinio: «Ha qualità organizzatrici; è capace di determinazione pronte; ma non altrettanto tenace nelle convinzioni e nei propositi. È ambiziosissimo, è animato dalla convinzione di rappresentare una notevole forza nei destini d’Italia ed è deciso a farla valere. È un uomo che non si rassegna a posti di second’ordine. Vuole primeggiare e dominare».
 
Benito Mussolini adolescente, in collegio a Forlimpopoli, prese il gessetto e scrisse sulla lavagna: «La più nobile aspirazione dell’uomo è di essere un capo, chi vi è negato finisce servo indegno della libertà».
 
Nell’Italia di fine Ottocento un individuo su due era analfabeta, sei su dieci erano contadini impegnati a mantenere famiglie troppo numerose, con terre grame e sfruttate male. Gli italiani dell’epoca erano otto centimetri più bassi di quelli di oggi. Si mangiava granoturco, il consumo di carne era un sesto di quello di oggi. La vita media, comprese le morti infantili, era di 17 anni; se si escludono quelle si arrivava a 60. Nel decennio 1890-1900, con una popolazione che era metà di quella attuale, gli omicidi volontari furono quasi quattromila all’anno contro i millequattrocento di un secolo dopo, 22 volte più che in Gran Bretagna, 6 volte più che in Francia. Fra il 1890 e il 1911 i fatti di sangue raggiunsero l’inammissibile cifra di 2 milioni. Gli infarti erano scarsi, rari i tumori, micidiali le malattie infettive: duecentomila morti l’anno, oggi sono meno di diecimila. Altre ottantamila persone se ne andavano per malattie mentali e del sistema nervoso – così diagnosticate – contro le cinquemila. Ai contadini erano fatali la dissenteria, il catarro intestinale, la scrofola, ovvero la scrofolosi, dovuta alla povertà del cibo e al pane di granoturco. Il pericolo maggiore però era la malaria, una specie di ghigliottina che incombeva sugli italiani.
 
La Romagna negli anni in cui nacque Mussolini. Le risse e i delitti frequentissimi, le carceri piene di campagnoli violenti, gli animi esacerbati dalla passione politica. L’analfabetismo che in alcuni paesi sfiorava l’80 per cento. I poveri mangiavano pane misto a polenta senza vino né condimento, gli agiati grano e carne. Si registravano: pleuroneumoniti, tisi polmonare, reumatismi articolari, vizi organici del cuore, enteriti, pellagra. Il socialismo romagnolo era violento, rivoluzionario, mal sopportava la pazienza dei riformisti. Sentimenti politici molto radicati: la regione non si era mai rassegnata alla soluzione moderata, centralista e monarchica raggiunta con l’Unità.
 
I genitori di Benito. Il padre, Alessandro, fabbro socialista. La madre, Rosa Maltoni, insegnante, devotamente cattolica.
 
Alessandro Mussolini, nato a Predappio nel 1854 da piccoli possidenti agrari caduti in rovina. Esercitava il mestiere di fabbro con risultati mediocri, preferiva due passioni importanti: la politica e l’osteria. Nonostante le esperienze in consiglio comunale, rimase sempre fedele a una concezione anarchica del socialismo, contro la borghesia, i preti, la monarchia, l’esercito, il potere. In un articolo intitolato Che cos’è il socialismo scrisse: «È la ribellione aperta, violenta e morale, contro l’inumano ordine delle cose attualmente costituite. È la scienza e l’excelsior che illumina il mondo. È la ragione che s’impone alla fede. È il libero pensiero che si ribella al pregiudizio. È il libero amore che subentra al contratto legale. È il libero patto fra gli uomini tutti per vivere una vita veramente civile. È la giustizia vera che si asside sovrana sulla terra. Secondo noi il socialismo è una sublime armonia di concetti, di pensieri e d’azione che precede il carro dell’umano progresso nella sua marcia trionfale verso la gran meta del bello e del giusto e del vero». E tuttavia, Alessandro, così contrario al matrimonio, incontrata una brava ragazza cattolica, nel gennaio 1882 la sposò in chiesa.
 
Benito Amilcare Andrea, così chiamato in onore di Benito Pablo Juárez, rivoluzionario messicano, di Amilcare Cipriani, patriota anarchico, e di Andrea Costa, socialista rivoluzionario amico di Alessandro (finché «tradì», moderando le sue posizioni, una volta arrivato in Parlamento).
 
Rosa Maltoni, nata vicino a Forlì nel 1858, da una contadina e da un veterinario empirico, cioè da un maneggione che si occupava di animali. Però poté studiare, diventò maestra elementare, a fine Ottocento una professione ambìta e di prestigio. Non ebbe una vita felice. Benito la ricorda «tormentata da cento triboli», spesso «non poteva dormire e la udivo scendere dal letto… alla mattina si alzava spossata. E bisognava fare scuola!». Non stupisce che, come molte donne della società tradizionale, trovasse conforto nella religione.
 
Dopo Benito nacquero Arnaldo, nel 1885, così chiamato in onore dell’eretico Arnaldo da Brescia, e Edvige, nel 1888. Lui divenne il consigliere più fidato del fratello. Lei non uscì mai dai confini della Romagna e da quelli che la società aveva imposto per lei: un buon matrimonio con abbondante figliolanza; morì nel 1952.
 
Benito Mussolini fino all’età di tre anni non parlò, emetteva solo suoni inarticolati.
 
La passione del Mussolini bambino per la campagna, raccontata da Renzo De Felice: «Di carattere chiuso, improvvisamente sentiva il bisogno di isolarsi, faceva lunghe passeggiate da solo fra i campi o passava ore seduto melanconicamente sulle colline. Oppure cercava la compagnia di strani adulti, un vecchio contadino, Filippone, che lo lasciava zappare per ore e ore in silenzio; Giovanna, una vecchia fattucchiera, “strana e imperiosa, che metteva paura agli altri”. Aveva poi una vera passione per gli animali e la musica».
 
Mussolini bambino, scalmanato, violento e rissoso. In paese ricordavano: «Non parlava, picchiava». Racconta lui nella autobiografia scritta a 28 anni: «Ero un monello irrequieto e manesco. Più volte tornavo a casa con la testa rotta da una sassata, ma sapevo vendicarmi. Ero un audacissimo ladro campestre. Trascinavo a malaffari parecchi miei coetanei. Ero il capo di una piccola banda di monelli che imperversava lungo le strade e i corsi d’acqua e attraverso i campi».
 
Quando Benito aveva nove anni, mamma Rosa ebbe l’ardire di proporre al marito anticlericale – per il bene del piccolo – di farlo entrare in seminario. Alessandro capitolò prevedendo che, lì, Benito sarebbe divenuto più anticlericale di lui.
 
L’anticlericalismo di fine Ottocento, fiorito dopo quasi millecinquecento anni di predominio della Chiesa. Le polemiche risorgimentali, i progressi delle scienze, del materialismo, del positivismo, del socialismo, della massoneria. Finalmente era possibile parlare male dei preti senza subire sanzioni, che nel passato andavano dall’isolamento sociale al rogo. A fine Ottocento i sacerdoti erano, in proporzione, il quadruplo di oggi, una presenza insopportabile per chi individuava in loro i campion della reazione, del parassitismo, dell’ipocrisia. C’è da aggiungere che quel clero non era più all’altezza del proprio compito. Se, fino al Settecento, la Chiesa deteneva il monopolio – o quasi – della cultura, e il parroco di campagna era spesso l’unica persona capace di leggere, la sua educazione antilluminista, antiscientista, antimodernista lo aveva lasciato in un mondo che non esisteva più. Inoltre la nuova attenzione – arcigna – sulle attività del clero portava alla luce malefatte parecchio sgradevoli che non avevano mai potuto avere risonanza pubblica. I giornali anticlericali davano un risalto esagerato alle notizie di abusi sessuali, atti contro la morale o altri delitti del clero o dei cattolici. Il Partito socialista si impegnava a non irritare troppo i sentimenti popolari, e badava a non calcare la mano sulla religione, definendola «una questione di coscienza», ma non andava per il sottile nel gettare fango addosso ai «corvi», ai «neri», alle «locuste», così venivano chiamati i preti, «nemici del popolo». Erano anticlericali pure i repubblicani, i radicali, mentre parte della classe dirigente liberale manifestava rispetto alla religione, non ai suoi rappresentanti, avversari della patria e del progresso: si inauguravano monumenti e lapidi per Arnaldo da Brescia, Giordano Bruno e Paolo Sarpi. Tutto ciò conquistava chi era già orientato verso posizioni irreligiose, ma aveva l’effetto opposto di rafforzare i credenti nella fede. L’anticlericalismo socialista finì per smorzare l’anticlericalismo dei borghesi, che temevano il comunismo più di quanto detestassero i sacerdoti: la storia si sarebbe ripetuta nella seconda metà del Novecento, con la Democrazia cristiano trionfante grazie alla paura del comunismo.
 
Mussolini bambino, che aveva difficoltà a stringere amicizia. Caratteristica enfatizzata durante il regime, usata come criterio per condurre le relazioni internazionali: «Noi siamo forti perché non abbiamo amici». Benito dichiarò: «Io non posso avere amici. Io non ne ho, primo per il mio temperamento, poi per il mio concetto degli uomini. Perciò non sento la mancanza né di intimità né di discussione». Il figlio Vittorio conferma: «Riunioni di amici, pacche sulla schiena, scherzi e lazzi non lo interessavano: a volte non sembrava nemmeno un romagnolo».
 
Un giorno l’insegnante di italiano assegnò un tema, Il tempo è denaro. Dopo un minuto scarso, Benito consegnò il compito. Aveva scritto: «Il tempo è moneta, perciò vado a studiare la geometria, avvicinandosi l’esame. Non le pare più logico?»
 
La sera della licenza, come da tradizione, ci fu una festa a base di Sangiovese. Benito fu riportato a casa su un carroccio, ubriaco.
 
Mussolini da giovane, e il vizio dell’alcol. Benito beveva forte, aveva preso dal padre. Troppo spesso tornava ubriaco o veniva trovato sbronzo. I compaesani lo definivano «e’ matt», il matto. Pallido, pensoso, la barba scura, si aggirava per le strade con il cappello floscio, malvestito, dei libri sottobraccio. Stava ore sulla panchina della piazza (è tipico di chi non ha un centesimo e niente da fare), lì si teneva la testa fra le mani, parlottava fra sé, rumoreggiava, bestemmiava, inneggiava alla rivoluzione.
 
La prima esperienza di Mussolini con le donne, in un bordello di Forlimpopoli. «Fu una domenica, non mi costò che 50 centesimi. Uscii da quella casa a testa bassa e vacillante come un ubriaco, mi pareva di aver commesso un delitto. L’improvvisa rivelazione del godimento sessuale mi turbò». Fino a qui sembra un pentimento, un dispiacere per aver fatto qualcosa di brutto. Era il contrario. «La donna nuda entrò nella vita, nei miei sogni, nelle mie cupidigie. Svestivo con gli occhi le fanciulle che incontravo, le concupivo violentemente con il pensiero».
 
Nella sala del Mappamondo di palazzo Venezia ci sono dei grandi finestroni. Le donne si inginocchiavano sul gradone con il viso verso l’esterno e lui dietro, senza sfilarsi pantaloni e stivali, provvedeva alla necessità della situazione, spesso guardando il vigile – il pizzardone – addetto al traffico. Nell’Archivio centrale dello Stato, ci sono pacchi di documenti, suoi appunti, per il comandante dei vigili urbani di Roma: «Oggi il vigile alle ore 13 ha sbagliato una manovra», «Il vigile oggi era disattento e nervoso» e «Il vigile di oggi era assolutamente troppo categorico e rigido nelle manovre del traffico». Facendo sesso, continuava a lavorare, e lavorando faceva sesso
 
Il giovane Benito Mussolini e la sua passione per la lettura. Iniziò con la piccola biblioteca del babbo, Il capitale, gli opuscoli politici di Costa, dell’anarchico Carlo Cafiero e di altri rivoluzionari. C’erano giornali che si chiamavano Rivendicazioni e Il Risveglio, a volte arrivava l’Avanti! Pare che il suo primo romanzo sia stato I miserabili di Victor Hugo e che si fosse appassionato ai romanzi sociali francesi. Anno dopo anno il ritmo delle letture si fece più intenso, libri d’avventure, poemi cavallereschi, poesie di Manzoni e Carducci, La Divina Commedia. Cominciò a prendere i libri in prestito alla biblioteca di Forlì o a farseli prendere dalla madre. Lesse, e ne fu influenzato, Roberto Ardigò, un sacerdote divenuto ateo, il Manuale di storia della filosofia di Francesco Fiorentino, che era stato deputato della Sinistra. Girava con giornali, ritagli, appunti che gli spuntavano dalle tasche, accrescendo la fama di matto in un’epoca e in un paese in cui la lettura era un accessorio stravagante. Studiava musica, suonava il violino, pare piuttosto male, scriveva prose, poesie che sono andate perdute – purtroppo per la storia, forse bene per la poesia.
 
Il primo lavoro di Benito Mussolini: ai primi di marzo 1902 arrivò la nomina a supplente per la seconda e terza classe nella scuola maschile di Pieve Saliceto, a Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia. L’incarico durò poco, il lavoro non gli piaceva, non ottenne mai la riconferma. Aveva una relazione con una certa Giulia, coetanea, il cui marito era sotto le armi, uno scandalo all’inizio del Novecento. I due non si nascondevano, andavano a ballare, si allontanavano per i campi. Scrivendo a un amico, Benito confidò: «Tutte le sere la andavo a trovare da loro e ci giocavamo in campagna e ci baciavamo sui prati lungo le rive del Po». Nella sua prima autobiografia è più mussoliniano: «L’abituai al mio amore esclusivista e tirannico. Mi obbediva ciecamente. Disponevo di lei a mio piacere». Quando dovette andarsene da Gualtieri, non se ne curò più di tanto.
 
Alessandro Mussolini, arrestato nel 1902. A Predappio c’erano state le elezioni e i socialisti, per impedire la vittoria certa degli avversari, avevano fracassato le urne.
 
Benito Mussolini, emigrato in Svizzera. A Ginevra attaccò la repubblica che lo ospitava, incitò i compagni alla violenza. Provocava, cercava ogni occasione per menare le mani, non usciva mai senza il coltello e il pugno di ferro. Per vivere fece di tutto: il garzone, il cameriere, il macellaio, il rigattiere, l’insegnante di italiano e di francese. Iniziò come manovale nella costruzione di una fabbrica: «Il lunedì mattina, alle 6, entrai nel cantiere. Io non avevo mai lavorato e dopo poche ore le mani mi si gonfiarono e screpolarono. Quella fatica era per me una tortura. L’orario era sfibrante. Ben dodici ore al giorno! V’era un orologio sopra al cantiere. Io avevo di continuo gli occhi fissi su le frecce che, a mio avviso, non si muovevano mai. Alla sera, schiantato, colle ossa rotte, mi gettavo sopra un giaciglio di paglia e cercavo invano il sonno. Durai una settimana e poi mi congedai. E alla domenica mattina… presi il treno per Losanna». Non trovò lavoro, finì a dormire sotto un ponte, dentro una cassa. Arrestato per vagabondaggio, poi rilasciato dopo tre giorni perché aveva i documenti in regola. Un muratore lo introdusse al ristorante cooperativo dove si riunivano gli attivisti italiani. Tra loro c’era Giacinto Menotti Serrati, elegante esponente socialista. Fu quell’incontro a persuadere Benito a raffinarsi, puntando sui contenuti, sulla scrittura, l’immagine, l’oratoria.
 
Benito Mussolini alla fine del 1902 prese in considerazione la possibilità di emigrare in Madagascar, dove alcune società francesi stavano avviando delle piantagioni.
 
Il dibattito tra Benito Mussolini, socialista ateo, e Alfredo Taglialatela, pastore evangelico, alla Casa del Popolo di Losanna, nell’agosto 1904, sul tema dell’esistenza di Dio. Mussolini chiese un orologio, a quei tempi non tutti ne possedevano uno, lo posò sul tavolo e disse che, se Dio esisteva, gli concedeva massimo dieci minuti di tempo per fulminarlo.
 
A Losanna Mussolini frequentò le lezioni di Vilfredo Pareto, sociologo e insegnante di economia politica, che descriveva un mondo diviso in dotati e inferiori, in aristocratici e popolo, in menti e braccia.
 
Una mattina ricevette un telegramma del padre: «Mamma aggravatissima vieni!». Partì subito, percorse quasi correndo – non c’erano tanti mezzi – i 15 chilometri che separano Forlì da Dovia e arrivò quando Rosa era appena spirata. Un dei momenti più dolorosi della sua vita.
 
Benito Mussolini nel 1906, supplente alle elementari di Tolmezzo, senza nessuna voglia di insegnare, che tentava di zittire gli studenti distribuendo caramelle.
 
Benito Mussolini nel 1906, supplente alle elementari di Tolmezzo. Fu richiamato dal consiglio scolastico e denunciato da alcuni genitori, pare che gli scappassero delle bestemmie durante le lezioni. Aveva preso anche la curiosa abitudine, ogni tanto, di andare di notte nel cimitero a declamare versi. Né mancò di dare scandalo avendo una relazione con una signora sposata, relazione culminata a cazzotti con il marito della donna.
 
Benito Mussolini nel 1908 ottenne un incarico come insegnante di francese alle superiori di Oneglia, in Liguria. Si trovò bene, nonostante i contrasti con le autorità scolastiche cattoliche. Lo appoggiava il consiglio comunale, socialista, e ottenne di dirigere un giornale locale, La Lima, che stava per chiudere. Il discorso di insediamento alla minuscola redazione: «Ho accettato il mandato della Sezione. Badate però che intendo esercitarlo severamente. Il giornale non deve essere più aperto ad una collaborazione irregolare per cui chi arriva prima in tipografia consegna e fa pubblicare il suo manoscritto, qualunque sia l’argomento e il contenuto. L’indirizzo e il tono del giornale saranno di mia sola competenza. Ognuno di voi avrà un suo incarico ben preciso, una rubrica ben definita, e tutti gli scritti passeranno al mio vaglio. Se accettate, bene, diversamente declino la nomina e non ne parliamo più».
 
Benito Mussolini nel 1908, ormai influenzato dal pensiero di Nietzsche, che scrisse un piccolo saggio intitolato Filosofia della Forza: «Verrà una nuova specie di “liberi spiriti” fortificati nella guerra, nella solitudine, nel grande pericolo, spiriti che conosceranno il vento, i ghiacci, le nevi delle alte montagne e sapranno misurare con occhio sereno tutte le profondità degli abissi. Spiriti che ci libereranno dall’amore del prossimo, dalla volontà del nulla, ridonando agli uomini le loro speranze. Spiriti nuovi, liberi, molto liberi, che trionferanno su Dio e sul Nulla!».
 
Alessandro Mussolini, rimasto vedovo, non voleva più fare il fabbro. Lasciò Dovia e aprì un’osteria vicino alla stazione di Forlì, in società – anche amorosa – con una Anna Lombardi, vedova Guidi, una donna del popolo, madre di una ragazza di 15 anni. Rachele. Formosa, piccola, bionda, occhi azzurri, belle gambe, la caratteristica che più piaceva a Benito. Era pure risoluta, le sue quattro sorelle la chiamavano «paura di niente». Fino ad allora aveva fatto la guardiana di capre e la domestica a Forlì. Benito la scelse. Lei lo ammirava per la vita avventurosa, per l’impegno, per la cultura. Accettò il corteggiamento, però tenendogli testa fin dall’inizio. Benito pretese che lei tagliasse i ponti con gli altri corteggiatori, che bruciasse le loro lettere, che non andasse a ballare senza di lui, arrivò al punto di servire i clienti al posto suo.
 
Alessandro Mussolini e Anna Guidi, non contenti della relazione tra i loro figli. Dopo l’ennesima discussione Anna dette un ultimatum a Benito: «Se voi continuate a tormentarla vi denuncio e vi faccio mettere in carcere». Per tutta risposta, lui tornò con una pistola: «Se non me la date, qui ci sono sei colpi: uno per lei e cinque per me». Megalomane e insensato, non si capisce perché avrebbe dovuto uccidersi con cinque colpi.
 
Benito, che chiamava la fidanzata Rachelina.
 
Benito, secondo cui i tre compiti delle donne sono: badare alla casa, fare figli, portare le corna.
 
Alcide De Gasperi, definito da Mussolini «pennivendolo senza idee» e «uomo senza coraggio che soffre di stitichezza intellettuale».
 
Benito Mussolini giornalista a Trento, talmente polemico da attirare l’attenzione della magistratura: multe, brevi periodi di prigionia, sequestri della rivista, quasi sempre per oltraggio ai collaboratori di De Gasperi. Uno era «un pezzo d’asino sgrammaticato chiercuto e prete dalla mentalità piccina». L’altro una «povera bertuccia non si sa come fuggita alla colonia residua di Gibilterra», sulla quale minacciò di lasciare il segno «non facilmente delebile delle mie mani». Un terzo era un «povero scemo», un «lurido personaggio», «prete idrofobo». Quando, vent’anni dopo, Pio XI definì Mussolini «l’uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare», quei sacerdoti devono aver pensato che la Provvidenza aveva lavorato davvero parecchio per trasformarlo così.
 
Benito Mussolini, espulso dal Trentino per ordine delle autorità austriache continuò a collaborare con il giornale di Cesare Battisti pubblicando persino, in cinquantasette puntate, un romanzo anticlericale: Claudia Particella. L’amante del cardinale. Il feuilleton si spirava alle vicende avvenute nel Trentino seicentesco alla corte del principe vescovo Emanuele Madruzzo. Da quanto racconta Margherita Sarfatti, Mussolini ebbe a discutere con Battisti per questioni simili a quelle che agitano gli sceneggiatori delle serie televisive e cinematografiche odierne: quando il direttore sospettava che si avvicinasse la morte della protagonista, raccomandava: «Non me l’ammazzare, per carità! È il momento di rinnovare gli abbonamenti!». L’esausto e truculento autore iniziò così a sfogarsi sui personaggi secondari, aggiunse la componente sociale e socialista, si dilungò sullo sfruttamento del popolo da parte di un clero parassitario e in preda «ai furori di un erotismo coartato». Benché avesse successo, l’opera era meno che mediocre. Più tardi lo stesso Mussolini la definì un romanzo «da sartine» e «un orribile libraccio». Dette il permesso di pubblicarlo all’estero, mai in Italia.
 
Mussolini nel 1909, che meditava di emigrare a New York. «Sono stanco di stare in Romagna, sono stanco di stare in Italia, sono stanco di stare al mondo (intendi, l’antico, non la lacrimarum valle). Voglio andarmene nel nuovo, mi seguirai se farò, come spero, fortuna».
 
Edda Mussolini, nata la mattina del primo settembre 1910 in via Merenda a Forlì. Benito le aveva comprato una culla di legno perché non dovesse dormire schiacciata fra i genitori, come accadeva nelle famiglie povere. La «figlia della povertà». Non venne battezzata ma un impiegato comunale sparse la voce che la bambina avesse ricevuto il sacramento per danneggiare l’immagine del capopopolo socialista. Mussolini si precipitò in municipio e lo costrinse – con due schiaffi – a confessare la menzogna.
 
Routine di Benito Mussolini a Milano, da direttore dell’Avanti! Si alzava presto, in venti minuti sbrigava toeletta e colazione con caffellatte e pane. Era più vorace la rassegna stampa gratuita concessa dell’edicolante di piazza Saffi: i commenti del «professore» attiravano crocchi di clienti. Poi iniziava il lavoro d’ufficio, interrotto solo per il pranzo rigorosamente in famiglia. Da giovane (come da duce) mangiava in fretta, e la cattiva abitudine contribuì al bruciore cronico allo stomaco che lo tormenterà negli anni successivi. La dieta «ascetica» imposta dalle magre sostanze e dalle usanze paesane un po’ lo aiutava: per tutta la settimana si mangiava in prevalenza pane con minestra e verdura, solo la domenica si faceva festa con carne bollita.
 
La volta che Mussolini rincasò all’alba, tenuto in piedi a braccia, lo sguardo perso, mentre Rachele lo pensava in guardina o all’obitorio. Quando restarono soli, cercò di scuoterlo – possiamo immaginare con poco garbo – scatenando una crisi isterica dell’ubriaco, che fracassò sedie e piatti. Al risveglio, il giorno dopo, ricevette un ultimatum: «Se torni ancora in questo stato ti ammazzo». Benito giurò (sulla testa della figlia) e da allora, era la fine del 1910, non toccò più alcolici, se non, da duce, in occasioni ufficiali.
 
Leonida Bissolati, alle consultazioni con il re Vittorio Emanuele III per formare un nuovo governo. Bissolati era stato direttore dell’Avanti!, che andasse al Quirinale per rendere conto al re sembrò uno scandalo. Benito guidò la federazione di Forlì alla scissione, al motto «O col Quirinale o col socialismo!», ma nessun’altra federazione la seguì.
 
Prima residenza di Benito Mussolini a Milano: al numero 12 di via Castelmorrone, in un condominio circondato dai campi, allora in periferia.
 
Benito Mussolini, che rifiutò lo stipendio da direttore dell’Avanti! (700 lire) e ne volle solo 500. Rachele la prese male.
 
Dal 1928 al 1943 Mussolini rinunciò allo stipendio di capo del governo, di ministro, ecc. ma era proprietario del Popolo d’Italia e del mensile Gerarchia, che rendevano. Si faceva pagare molto bene libri, raccolte di articoli e di discorsi, interviste a giornali stranieri. La sua seconda autobiografia, pubblicata nel 1928 all’estero, gli fruttò soltanto nei primi due anni un milione di lire.
 
Rachele Mussolini non sopportava Margherita Sarfatti. La giudicava altera e indisponente, con il portamento tronfio tipico – a suo parere – di donne smancerose cresciute sui libri e non nei campi. Capì subito che tra lei e suo marito c’era una tresca, e cominciò a odiarla.
 
Sotto la direzione di Claudio Treves l’Avanti! non aveva mai superato le 37 mila copie. All’inizio del 1914, dopo poco più di un anno dall’arrivo di Mussolini, ne vendeva 50 mila. Quando Mussolini lo lasciò, qualche mese dopo, vendeva circa 60 mila copie, con punte di 100 mila.
 
Il 28 giugno 1914, a Sarajevo, venne ucciso da un attentato l’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria. Al momento Benito non capì la gravità dell’episodio e a cosa avrebbe portato, commentò che si trattava di un episodio della lotta tra nazionalismi e potere centrale nell’Impero austriaco. Soltanto il 25 luglio, dopo l’ultimatum austriaco alla Serbia, scrisse un violento articolo intitolato Abbasso la guerra!: «È venuto il giorno per il proletariato italiano di tener fede alla vecchia parola d’ordine: “Non un uomo! Né un soldo!” A qualunque costo!». Il giorno successo titolò la prima pagina con un cubitale Verso un nuovo macello di popoli.
 
Il Popolo d’Italia, presentato da Mussolini come «un giornale indipendente, liberissimo, personale, mio». Prima redazione: in una casa di ringhiera oggi distrutta al numero 35 di via Paolo da Cannobbio.
 
Benito Mussolini soldato, che mandava al giornale corrispondenze di guerra (poi raccolte in un volume) e alla sua bambina letterine corredate da fiori di montagna.
 
Già nel dicembre 1915 Mussolini si ammalò di tifo. Rachele e Edda andarono a trovarlo a Cividale del Friuli, dopo un viaggio angoscioso in una pianura Padana sconvolta e attraversata da convogli militari, spesso stracolmi di feriti. Fu per quella visione della morte che Rachele pretese il matrimonio civile, celebrato il 16 dicembre 1915, per procura, perché il funzionario comunale non poteva o non voleva andare in ospedale.
 
Nell’inverno 1915-16 Mussolini comparve a casa a sorpresa, per una licenza, e venne concepito il secondogenito, chiamato Vittorio come augurio per l’esito della guerra.
 
Vittorio Mussolini, nato il 27 settembre 1916, mentre Benito era al fronte. Fu un trauma per Edda che dovette lasciare il posto di reginetta della casa: da anziana confessò di avere tentato di uccidere il fratellino, facendo cadere da una sedia la nonna mentre lo teneva in braccio.
 
Ronchi dei Legionari, in provincia di Gorizia, che qualcuno vorrebbe ribattezzare Ronchi dei Partigiani.
 
Edda Mussolini, che da bambina aveva paura delle rane. Il padre la costrinse a stringerne in mano una viva e palpitante. «Non era possibile che la figlia di Mussolini avesse paura di qualche cosa».
 
Rachele Mussolini, che quando si annunciavano i rari, modesti bombardamenti su Milano, con il lento e solenne Zeppelin, imponeva alla figlia di lavarsi. «Non si deve morire sporchi!».
 
Il 1° agosto 1918 dalla testata del Popolo d’Italia scomparve il sottotitolo «Quotidiano socialista», sostituito da «Quotidiano dei combattenti e dei produttori». La stessa immagine di Benito rifletteva la svolta, non si vestiva più con la disinvolta noncuranza del bohémien, era più austero, più direttore. Lo stesso anno nacque il terzogenito, Bruno, e i Mussolini si trasferirono in un elegante appartamento all’ultimo piano in via Foro Buonaparte 38. Mai più – sperava Rachele – finestre senza tende, tappezzerie incollate alla bell’e meglio, intonaci ingialliti, mobili sgangherati, letti scomodi. Tra i condomini c’era persino chi aveva l’automobile. Nel 1920 ne acquistò una anche Benito, una Bianchi Torpedo, e poco dopo non si fece mancare nemmeno l’autista. «Non c’era più niente che ci potesse distinguere agli altri borghesi di Milano», si compiaceva Rachele.
 
Bruno Mussolini, chiamato così in onore di Giordano Bruno.
 
Prezzolini osservò acutamente che Mussolini non era tanto un prodotto della Romagna, se non nell’irruenza della passione politica, era un prodotto della società industriale, di quella milanese in particolare. E che gli anni di Milano – in cui poté comandare, guidare, dirigere, produrre – furono quelli decisivi per la svolta. È vero: lo spirito milanese divenne una caratteristica della sua personalità.
 
Il nome Fasci, che adesso sembra un’invenzione, era usatissimo: c’erano fasci di tutti i tipi, operai, sindacali, di tranvieri, di netturbini, eccetera.
 
Partecipanti alla riunione di piazza San Sepolcro in cui nacquero i Fasci di combattimento: da cento a trecento, la prima cifra è più realistica. C’è chi ha calcolato il numero esatto in 103. A fascismo imperante il numero si moltiplicò, e i sansepolcristi divennero migliaia.
 
La retorica di Mussolini, che a noi appare enfatica, forzata, teatrale, ma all’epoca suonava moderna, secca e asciutta.
 
Mussolini all’inizio si impegnò così poco nei Fasci di combattimento che la prima riunione si tenne a marzo e il programma del partito venne elaborato solo in giugno.
 
Programma di San Sepolcro: suffragio universale allargato alle donne e ai diciottenni; assemblea nazionale per scegliere fra monarchia e repubblica; abolizione del Senato; giornata lavorativa di otto ore; minimi salariali di Stato; affidamento dei trasporti a organizzazioni proletarie; totale libertà di pensiero, di parola, di associazione, di stampa; sequestro dei beni delle congregazioni religiose; abolizione dei titoli nobiliari; imposta progressiva sul patrimonio; revisione di tutti i contratti delle forniture belliche; nazionalizzazione delle industrie di guerra e istituzione di una milizia nazionale.
 
Alle elezioni del 1919 i Fasci subirono una disfatta, nessun fascista venne eletto. La batosta provocò un crollo del movimento. Mussolini per lo sconforto pensò persino di vendere il giornale, rimasto privo di finanziamenti. I socialisti lo deridevano persino sotto casa, con striscioni e finti funerali.
 
Alcide De Gasperi, alla fine del 1921: «Noi non condividiamo il parere di coloro i quali intendono condannare ogni azione fascista sotto la generica condanna della violenza. Ci sono azioni in cui la violenza, anche se assume l’apparenza di una aggressione, è in realtà una violenza difensiva, cioè legittima».
 
Italo Balbo, l’unico gerarca a non aver nessun complesso di inferiorità verso il duce, cui dava del tu anche in pubblico.
 
Benito non metteva sedie davanti alla scrivania, il duce riceveva seduto e chi veniva ricevuto doveva stare in piedi – gerarchi, ministri, segretari del Fascio – a meno che non si trattasse di ambasciatori o simili. Balbo risolveva il problema sedendosi sulla scrivania.
 
«Benito fece la rivoluzione per telefono», disse Italo Balbo in uno scatto d’ira appena capì che il Duce considerava l’aspetto militare della marcia su Roma poco più di una parata.
 
Nel dicembre 1922, dopo un attacco sanguinoso dei fascisti contro i comunisti di Torino, Mussolini disse: «Come capo del governo debbo ordinare il rilascio dei comunisti arrestati. Come capo del fascismo mi dolgo che non ne abbiamo ammazzati di più».
 
Benito Mussolini, appena nominato presidente del Consiglio, si vide assegnato un giovane diplomatico, elegantissimo, incaricato di occuparsi del suo aspetto e del suo comportamento nella vita pubblica. Gli sceglieva le cravatte e le scarpe, gli insegnava come stare a tavola e come salutare. Lo stesso Benito consigliava ai fascisti più vicini di vestirsi ammodo, per darsi un tono più ortodosso. Scoprì il cilindro, il colletto a farfalla, portò perfino la bombetta finché si accorse dai film americani – li amava, specie quelli comici – che era un segno distintivo di Stanlio e Ollio.
 
Prima residenza romana di Benito Mussolini: il lussuoso Grand Hotel, oggi il St. Regis, di via Vittorio Emanuele Orlando. All’inizio del 1923 un aristocratico gli procurò uno sfarzoso appartamento all’ultimo piano di palazzo Grimani Tittoni, al numero 155 di via Rasella.
 
Nel 1923 un circense regalò a Benito Mussolini una leonessa cucciola, lui apprezzò il dono e la sistemò nel suo appartamento di via Rasella. Benito la ribattezzò Italia e si compiacque di mostrarsi mentre giocava con la belvetta, lasciandosi mordere e graffiare, per poi mostrare le mani agli astanti: «Sanno di leone». Il Duce si fece fotografare con Italia finché, cresciuta, non gli dette una zampatina non amichevole e venne donata allo zoo di Roma. Ernest Hemingway osservò che gli uomini veramente coraggiosi non hanno bisogno di posare per i fotografi con un leone (D’altronde Malaparte scrisse di Hemingway che gli uomini veramente coraggiosi non hanno bisogno di andare a fare caccia grossa).
 
Subito dopo la nomina di Benito Mussolini a presidente del Consiglio, spuntarono decine di amici e benefattori, che si vantavano di averlo portato in salvo quando era stato ferito in guerra.
 
Benito Mussolini, da poco arrivato al governo, spiegò a un giornalista straniero il segreto del successo in politica: «Fare del proprio cuore un deserto». Amicizia, cordialità, fedeltà, non potevano che allontanare dal senso del comando.
 
Margherita Sarfatti, ospite frequente di Benito a palazzo Grimani Tittoni, che sopportava stoicamente l’odore della moquette resa fetida dagli escrementi della leoncina.
 
Dopo il 1924 Mussolini continuò a frequentare Margherita Sarfatti controvoglia. Confesserà a Clara Petacci: «Non l’ho mai amata: è stata una cosa puramente sessuale. Due anni ha durato l’effetto. Dopo abbiamo continuato così, senza amore. Forse lei mi amava: io no. E poi faceva troppo la presidente: mi imitava». Forse era questo, a urtarlo di più. O forse era stato lui ad averla imitata e a quel punto avere uno specchio costantemente davanti agli occhi era intollerabile. Lei, fin quando poté, coltivò la propria fama e la propria carriera non facendo mistero del legame con il capo del fascismo. Tra la seconda metà degli Venti e il 1932 accettò persino di frequentarlo assieme alla figlia adolescente Fiammetta, innamoratissima del duce, che non mancò di togliersi lo sfizio, quasi sotto gli occhi della madre, invecchiata precocemente.
 
Benito Mussolini era più piccolo di quanto sembrasse nelle foto ufficiali, che dunque lo riprendevano dal basso, e ovviamente non amava i fotografi stranieri, che non avevano un simile riguardo. Sulla parte posteriore del collo, a sinistra, aveva una ciste evidente, quindi bisognava inquadrarlo in modo da non mostrarla, oppure ritoccare le immagini. Portò i capelli corti finché – per apparire ancora più virile alla sua immagine, e perché li stava perdendo palesemente – decise di rasarsi a zero. Provvedeva uno dei suoi poliziotti di scorta, non si fidava di nessun altro con un rasoio in mano.
 
Benito Mussolini, che soffriva di ulcera. Veniva curato con antiacidi e antispasmodici. Doveva nutrirsi principalmente di liquidi. Beveva tre litri di latte al giorno, e mangiava almeno sei porzioni di frutta. Però i dolori ricomparivano spesso.
 
Benito Mussolini, che voleva tenere per sé tutti i ministeri. Pratica che serviva per alimentare l’immagine di capo onnipresente e onnisciente, di fatto possibile solo perché gli autentici gestori dei ministeri erano i sottosegretari di Stato.
 
Benito Mussolini visitando la fabbrica della Perugina e parlando alle maestranze, proclamò dal podio: «Io vi dico, e vi autorizzo a ripeterlo, che il vostro cioccolato è veramente squisito!», applausi, etc. Passò una settimana e l’ultima pagina del Corriere della Sera fu occupata dalla pubblicità della Perugina con la frase: «…vi dico, e vi autorizzo a ripeterlo, che il vostro cioccolato è veramente squisito!», firmato Mussolini. Il giornale venne sequestrato.
 
«Il fascismo è un fenomeno religioso» (Benito Mussolini).
 
Il Vaticano apprezzò moltissimo la riforma della scuola realizzata nel 1923 da Giovanni Gentile per volontà di Mussolini, che la definì «la più fascista di tutte le riforme». Tra le altre cose, l’insegnamento della religione era reintrodotto nelle scuole primarie. Erano imminenti le elezioni dell’aprile 1924. La Santa Sede si dichiarò al di fuori e al di sopra dei partiti, ma centocinquanta fra le personalità cattoliche di maggiore rilievo firmarono un manifesto contro i popolari – e in favore del fascismo – che venne affisso in quasi tutte le chiese.
 
Durante l’estate 1924, con lo scandalo provocato dal delitto Matteotti, un’ondata di sdegno percorse il Paese. Molti iscritti al partito gettarono i distintivi e restituirono la tessera, fra giugno e dicembre la tiratura del Popolo d’Italia si ridusse di un terzo. In seguito il regime considerò le iscrizioni dell’estate del 1924 meritorie quanto quelle precedenti la marcia su Roma.
 
«La carta della dittatura è una carta grossa, che si gioca una volta sola, che impone rischi terribili, e, giocata una volta, non si gioca più» (Benito Mussolini, alla Camera, 1° dicembre 1921).
 
Arnaldo Mussolini convinse il fratello ad accostarsi alla Chiesa. Nell’estate 1925 si volle impartire a Edda e ai fratelli, nella cappella di una villa a Camaldoli, la prima comunione e la cresima: con una cerimonia solenne tenuta dal cardinale Vincenzo Vanutelli. In dicembre si celebrò, in una stanza dell’appartamento di lei in via Pagano, a Milano, il rito delle nozze cattoliche tra Benito Mussolini e Rachele Guidi. Al termine della funzione, monsignor Giuseppe Magnaghi, rettore di San Pietro in Sala, prese da parte il novello marito, e gli chiese con curiale rudezza: «Abbiamo finito o no di sposarci?».
 
I dissidi dei Mussolini in fatto di mobilio, subito dopo il trasloco a Villa Torlonia. Lei voleva buttare all’aria tutto, e arredare sobriamente. Lui si opponeva, un po’ perché abituato all’incuranza domestica dello scapolo, un po’ perché non voleva sfigurare davanti al principe di Torlonia. Alla fine Rachele la spuntò e in poco più di due mesi, servendosi di personale rigorosamente romagnolo, trasformò la villa in una grande casa borghese moderna, avendo cura di lasciare affreschi, lampadari di Murano e mobili particolarmente pregiati.
 
Rachele definiva il parco di villa Torlonia «la mia piccola Romagna»: vi aveva fatto costruire un forno per cuocere il pane, l’orto era ben coltivato, c’erano il pollaio con centinaia di galline, tacchini e conigli e il recinto con un paio di maiali. Oltre ad allevare animali, amava cacciarli: sparava agli storni sia nel parco sia nella tenuta di Castelporziano. Fu lei – non il pater familias – a trasmettere ai rampolli Vittorio e Bruno una passione che sfogheranno in Africa.
 
I Mussolini trasformarono la limonaia di villa Torlonia (oggi un bar-ristorante) in un cinema privato, con tanto di riscaldamento. Più sere alla settimana vi venivano proiettati i nuovi film, o tutto ciò che la famiglia richiedeva, con un gruppo di tecnici inviati dall’Istituto Luce. Il personale di servizio poteva godere delle proiezioni, beninteso in fondo alla sala. Quando i figli crebbero, la platea si arricchì delle loro personali corti di amici o aspiranti tali. Qualche volta, se non era troppo stanco, appariva pure lui. Evitava i film intellettuali o drammatici, come capita a chi «non stacca mai» e comunque non vuole altri rovelli. Guardava volentieri i film comici. Gli piacevano Stanlio e Ollio, Chaplin, Ridolini. Vittorio – che più di tutti approfittò di quel privilegio faraonico – sostenne che qualsiasi fosse il film, il padre si fermava al primo tempo. Quel che gli interessava davvero erano i cinegiornali Luce, li criticava aspramente, e berciava: «Tagliate quella scena! Dovrei fare pure il regista!».
 
Mussolini apprezzava il jazz, lo trovava divertente. Una passione che trasmise al figlio Romano, poi divenuto un buon pianista jazz. Soprattutto, diceva Romano, «gli piaceva la musica lirica e gioiosa, il lirismo guerriero e passionale di Verdi e di Wagner e la giocondità di Rossini».
 
Benito Mussolini tutte le mattine andava a cavallo nel parco di Villa Torlonia. L’equitazione divenne un rito, uno dei suoi passatempi preferiti. A inizio giornata un drappello di militari al comando di un ufficiale gli portava i cavalli da caserma vicina. Quando si impratichì con il salto a ostacoli permise a fotografi e cineprese di riprenderlo, immortalando talvolta capitomboli colossali rimasti per decenni nascosti in archivio.
 
L’autista presidenziale Ercole Boratto, ereditato da Facta: rimase con il Duce per vent’anni, Benito disse che non avevano mai scambiato una parola.
 
Benito Mussolini, che aveva bisogno degli occhiali ma non voleva mostrarlo in pubblico. Si era fatto fare una macchina da scrivere speciale, che batteva caratteri abbastanza grandi da permettergli di leggere a occhi nudi.
 
Benito Mussolini, che a mano a mano che invecchiava proibì ai giornali di scrivere la sua età.
 
La decisione del Duce di sventrare i quartieri medievali-rinascimentali tra Campidoglio e Colosseo, e le resistenze di archeologi e urbanisti «filologici», che intendevano preservare almeno una parte degli edifici che Lui riteneva «scenograficamente» superflui. Nel settembre 1931 il senatore Pietro Fedele, celebre accademico medievista, già ministro dell’Istruzione dal 1925 al 1928, propose di salvare almeno «l’unico esempio rimastoci di casa popolare della Roma medioevale». Benito scrisse al governatore di Roma: «Continui a demolire. Se necessario demoliremo anche le melanconie del senatore Fedele, che si commuove ridicolmente, per un mucchio di latrine».
 
La mania del Duce di collezionare incarichi lo costringeva, giocoforza, a rimandare le decisioni fino a quando, nella migliore delle ipotesi, organizzava una riunione di tecnici; nella peggiore, prendeva una decisione facendosi influenzare dall’interlocutore di turno. Scrisse nel 1945 Alberto Albertini, fratello di Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera: «Invece di pensare a governare, egli passò il tempo essenzialmente a concionare e a polemizzare. Molti si sono ingannati su questo punto. Pareva l’onniveggente e l’onnipotente, e invece le sue giornate erano perlopiù praticamente oziose. Le questioni più ardue, che avrebbero richiesto studio, informazioni e meditazione, egli le risolveva in quattro e quattr’otto, burbanzosamente, senza riflettere un minuto».
 
Benito Mussolini odiava il pigiama, portava la camicia da notte.
 
La pasquinata che circolava negli anni Venti: «Galeazzo Ciano, / conte di Cortellazzo, / bella la rima in ano, / migliore quella in azzo».
 
Nel 1927, con un documento segreto noto solo al re e al diretto interessato, il Duce aveva designato Costanzo Ciano a succedergli in caso di sua morte improvvisa.
 
Galeazzo Ciano era risultato uno dei migliori maturandi d’Italia.
 
Il matrimonio tra Galeazzo Ciano e Edda Mussolini fu fissato, fra la soddisfazione generale e la reciproca esultanza degli sposi, per il 24 aprile 1930. Dopo un fastoso ricevimento a Villa Torlonia e la cerimonia in una chiesa vicina, la coppia partì per la luna di miele con tre automobili, una per gli agenti di scorta, la terza con cameriera e bagagli. Destinazione Capri. Il marito sapeva guidare a stento e la neo-contessa non si fece pregare per prendere il volante dell’Alfa Romeo. Forse avrebbe seminato la scorta se non avesse notato che li seguiva una quarta macchina. La guidava Benito, con Rachele a bordo, deciso a non perdere di vista la sua primogenita, come colto da improvvisa gelosia. La corsa durò poco. «Fin dove vuoi arrivare, papà? Sei ridicolo, e mangi solo la polvere!» lo apostrofò Edda. «Stavo già per tornare indietro» rispose il duce, con un tono dimesso e balbettante di cui forse si indignò lui stesso. Prima di lasciarli, Rachele passò nella mano di Edda mille lire. «Nel caso avessi bisogno di soldi».
 
Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri. «Il suo nome finisce in azzo, / il cognome finisce in ano; / egli è genero di un pazzo / ed è figlio di un ruffiano. / Ti par forse cosa strana / che la moglie sia puttana?»
 
Benito Mussolini, che teneva Il Principe sul comodino. Sosteneva che Niccolò Machiavelli fosse il più grande dei pensatori italiani, non solo riguardo a come si conquista uno Stato, anche sui comportamenti umani.
 
La misantropia del Duce. «Un capo non può avere né uguali né amici, e non può ammettere alcuno nella propria confidenza».
 
La timidezza del Duce, che tendeva a subire la personalità di chi non lo temeva. Alfred Adler, creatore degli studi sulla psicologia individuale, era certo che la sua prima infanzia gli avesse lasciato la convinzione di essere inadeguato.
 
«Il guaio è che fatta la rivoluzione restano i rivoluzionari» (Benito Mussolini).
 
Il Tribunale speciale per la sicurezza dello Stato, in diciassette anni di attività, emise 42 sentenze capitali (31 eseguite) e 4.595 condanne, per un totale di 27.752 anni ci carcere: statisticamente, 270 condanne l’anno, per una media di sei anni ciascuna.
 
Cittadini italiani finiti al confino durante il fascismo: 15.470, non tutti per motivi politici. Si poteva essere confinati per omosessualità, mafia, reati annonari. Si punì qualcuno per aver scritto «Abbasso il duce» su un muro, e un uomo venne accusato di avere esclamato «Dio Mussolini!»: in tribunale si discusse se poteva essere considerata una bestemmia oppure un’esaltazione del duce. Si preferì credere che fosse una lode alla divinità, e il povero Cristo venne assolto.
 
Winston Churchill, cancelliere dello Scacchiere, in visita a Roma nel gennaio 1927, ammise di avere subito il fascino personale del Duce «Se fossi italiano sono sicuro che sarei stato interamente con voi dal principio alla fine nella vostra lotta vittoriosa contro i bestiali appetiti del leninismo. Il vostro movimento ha reso un servizio al mondo intero». Quel 15 gennaio di fine anni Venti i due futuri avversari decisero la pubblicazione sul Popolo d’Italia delle memorie di guerra di Churchill in 17 uscite sulla prima pagina, dal 17 febbraio.
 
Gandhi, nel dicembre 1931, di ritorno da Londra, volle incontrare il Papa e Mussolini. Pio XI non lo ricevette, pare a causa delle vesti succinte del Mahatma. Benito invece accettò di vederlo, in un incontro cordiale, e commentò: «È un santone, un genio che, cosa rara, usa la bontà come arma».
 
La tassa sul celibato, la tassa sui matrimoni infecondi. Si glorificavano le famiglie con più di dieci figli. L’omosessualità era punita, in genere con lunghi periodi di confino. Gli aborti – clandestini, praticati con tecniche arcaiche e pericolose – erano numerosi perché non c’era nessuna educazione sessuale. La pubblicità dei profilattici era proibita per legge.
 
«La lotta alla mafia scomparirà non solo quando non ci saranno più i mafiosi ma quando il ricordo della mafia sarà scomparso definitivamente dalla memoria dei siciliani» (Benito Mussolini).
 
«L’opposizione non è necessaria al funzionamento di un sano regime politico» (Benito Mussolini).
 
Benito Mussolini sosteneva che non è uomo chi non è padre.
 
Nell’Italia degli anni Venti si danzava, soprattutto con le canzoni di Alberto Travagliati e del Trio Lescano. Si ballava ovunque, nelle pensioncine al mare e nelle piazze delle città, nelle sagre paesane, nelle nuove e sperdute villeggiature istriane e dalmatiche, nelle aie contadine e nei lussuosi alberghi di Capri e di Viareggio. Pure Lui, che detestava essere ripreso in pose frivole, fu ritratto in coppia sulle aie delle paludi pontine bonificate, e persino in divisa bianca, durante un valzer a Riccione con una signora elegante.
 
Pio XI, molto contrario al fatto che il fascismo organizzasse «pubblici concorsi di atletismo femminile, dei quali anche il paganesimo mostrò di sentire le sconvenienze e i pericoli». Insomma, lamentava che le ragazze facessero ginnastica in calzoncini.
 
La convenzione finanziaria tra Santa Sede e Stato italiano. Il Vaticano non aveva mai voluto incassare gli oltre tre milioni l’anno previsti nel 1871 dalla legge delle Guarentigie. Eppure, nel 1929, al momento del Concordato, chiese gli arretrati con gli interessi per l’esorbitante cifra di tre miliardi e centosessanta milioni di lire (per farsi un’idea di quanto valessero tre miliardi dell’epoca basti considerare che i depositi in tutte le duemilacinquecento banche cattoliche ammontavano a circa un miliardo). La trattativa economica venne chiusa, in apparenza a vantaggio dell’Italia, con un miliardo di titoli al portatore e settecentocinquanta milioni in contanti, però lo Stato dovette concedere una serie di vantaggi fiscali che alla lunga si riveleranno molto più onerosi. L’accordo consentì al Vaticano di estendere il proprio apparato di intervento nella società italiana: con tutti quei buoni del Tesoro diventò uno dei principali creditori dello Stato, in grado di condizionarlo anche economicamente. E nel dopoguerra non esitò a far pesare questo potere per favorire la Dc.
 
Per il terzo anniversario dei Pati lateranensi, l’11 febbraio 1932, Pio XI insignì solennemente Mussolini dello Speron d’oro, massima onorificenza civile dello Stato pontificio, assegnato a chi ha contribuito in maniera importante alla gloria della Chiesa. Il Duce lo ricevette in altissima uniforme, tutta piena di fronzoli, una di quelle che non indossava mai. Prima di lui lo avevano ricevuto, fra gli altri, Raffaello, Tiziano, Vasari, Scarlatti, Gluck, Mozart e Paganini. Sicuramente Benito pensò che, dopo aver dimostrato la non esistenza di Dio da socialista, da fascista stava beffando il suo rappresentante in terra.
 
«C’era una volta un bambino di modesta famiglia. Suo padre batteva il ferro, sua madre era maestra. Il bambino era vivace e irrequieto, ma generoso e intelligente. Divenuto grande, egli scrisse sui giornali, si fece conoscere per il suo genio. Quando la nostra patria fu in pericolo, il figlio del fabbro la salvò. Il Re lo chiamò e lo fece Capo del governo. Questa non è una favola: è storia vera. È la storia del Duce: Benito Mussolini» (da un testo scolastico delle elementari).
 
La geniale scultura di Renato Bertelli, il Profilo Continuo, mostra un Mussolini che tutto vede, tutto controlla, in perpetuo.
 
«La massa per me non è altro che un gregge di pecore, finché essa non è organizzata. Non sono affatto contro di essa. Soltanto nego che essa possa governarsi da sé» (Benito Mussolini).
 
Arturo Carlo Jemolo, storico cattolico e antifascista, in Anni di prova: «Resto dell’avviso che Mussolini per larghezza di consensi, per profondità di affetti, sia stato amato come non furono né Garibaldi né Mazzini. E fermamente reagisco alla leggenda di un Mussolini caro solo ai ricchi e ai borghesi; chi ricorda certi deliri dele masse operaie per lui, certi sdilinquimenti isterici di donne del popolo, chi nella propria cerchia rammenta i molti umili, i molti poveri che giuravano per il duce, tremavano per lui alla notizia di un attentato non può aderire a questa leggenda».
 
Un ragazzo napoletano chiese di baciare la fotografia del duce prima di subire l’amputazione di una gamba.
 
Gli arabi della Libia, convinti che dopo una sua visita la siccità sarebbe cessata: combinazione, piovve davvero.
 
Consumo medio pro-capite di calorie: nel 1926, 2.973 al giorno; diminuì fino a 2.657 nel 1939. E sarebbe calato ancora durante la guerra.
 
Dissero al Duce: «Starace è un cretino». Rispose: «Lo so, ma è un cretino obbediente».
 
Starace impose che la parola DUCE fosse scritta, ovunque, in maiuscolo.
 
La statua di Mussolini alta 37 metri che doveva svettare a Monte Mario, se ne incaricò lo scultore Aroldo Bellini, ma ne fu realizzato solo un piede per mancanza di fondi.
 
Il fascismo scoraggiava l’istruzione superiore femminile.
 
A Starace gli italiani dedicarono mille barzellette e un epitaffio, mentre era ancora in vita: «Qui giace Starace/ vestito d’orbace / di nulla capace / requiescat in pace».
 
Benito Mussolini, che in pubblico esaltava gli italiani come un grandissimo popolo, il più grande della terra e della storia, in privato ci disprezzava. Dal Diario di Galeazzo Ciano: «La razza italiana è una razza di pecore», con la quale «ci vuole bastone, bastone, bastone»; quello italiano è un popolo di «secolare pigrizia mentale»; «È la materia prima che mi manca. Anche Michelangelo aveva bisogno del marmo per fare le sue statue. Se avesse avuto solo dell’argilla, sarebbe stato solo un ceramista»; «Un popolo che è stato per sedici secoli incudine, non può in pochi anni diventare martello»; «Questo popolo d’esteti! L’arte ha invigliacchito gli italiani!»; «Gli italiani tutte le altre doti, resistenza, sobrietà, le hanno: il carattere no».
 
Il ministro delle Colonie Alessandro Lessona, investito dallo sfogo del Duce: «Dovreste tutti capire di lasciarmi fare senza contraddirmi, perché mi fate sorgere dubbi e mi portate fuori carreggiata, mentre il mio fiuto d’animale non m’inganna mai!».
 
Il popolo chiamava i gerarchi «loro», contrapposti a «Lui», con la maiuscola.
 
Nel primo, attesissimo, discorso di Mussolini alla radio, appena il Duce iniziò a parlare, arrivò al popolo – per qualche disfunzione tecnica – una specie di muggito, uhmmmmm, lunghissimo.
 
L’Opera nazionale Balilla. Dal 1937, Gioventù italiana del littorio, che inquadrava i giovani dai 6 ai 21 anni, alle dipendenze dirette del Pnf. Maschi e femmine fra i 6 e gli 8 anni erano Figli della Lupa, fratelli di Romolo e Remo. Da quell’età in poi, i maschi diventavano Balilla (8-11 anni), Balilla moschettieri (11-13 anni), Avanguardisti (13-15 anni), Avanguardisti moschettieri (15-17 anni), Giovani fascisti (17-21); le femmine erano Piccole italiane (dagli 8 ai 14 anni), Giovani italiane (dai 14 ai 17) e Giovani fasciste (dai 17 ai 21). Dopo i 21 si poteva passare ai Fasci di combattimento, sempre divisi in maschili e femminile.
 
Pnf, ossia «per necessità familiare».
 
Il Rex, inaugurato nel 1931, la nave di linea più veloce mai esistita.
 
Benito, convinto che solo a pochi intellettuali importi davvero della libertà, mentre ai più bastano le piccole libertà quotidiane e, soprattutto, stare bene.
 
Nell’agosto 1933, a New York, il capo della tribù indiana dei Sioux, Black Horn, conferì a Italo Balbo il titolo di Capo Aquila volante.
 
Nel 1925 il Duce volle mostrarsi in linea con posizioni che aveva sostenuto in passato e – contrastando il parere della Camera – fece approvare una legge per concedere il voto amministrativo alle donne. Per votare dovevano saper leggere e scrivere, pagare una certa quota di tasse, oppure essere imparentate con caduti in guerra. Si trattò comunque di un provvedimento puramente teorico, perché l’anno dopo le elezioni amministrative furono abolite.
 
Il Fascismo cercò di restringere l’emancipazione femminile raggiunta in età liberale, la «nuova italiana» dovendo essere principalmente una sana madre di famiglia. Nel dicembre 1926 alle donne fu impedito di insegnare materie umanistiche al liceo, materie tecniche negli istituti tecnici e di essere presidi. Nel 1934 venne approvata una legge che potevano accedere ai concorsi, e quattro anni dopo fu fissato un limite per il personale femminile negli uffici.
 
Nel codice penale del 1930 era previsto un «valore minore per la donna». L’omicidio di «coniuge, figlia o sorella» per «questioni d’onore» era punito con una pena tra i tre e i sette anni; inoltre veniva introdotta la possibilità di espiare la violenza sessuale con un «matrimonio riparatore».
 
Il modello della virilità fascista. «Tutti gli organi del partito funzionano», tuonava Starace. «Devono perciò funzionare anche i genitali».
 
Le disposizioni precise del regime affinché le riviste femminili non facessero troppi servizi sul trucco.
 
Nel 1931 il regime scatenò la guerra ai pantaloni indossati dalle donne. In merito il capo dell’ufficio stampa della presidente del Consiglio, quindi in pratica lo stesso Benito, inviava direttive alla stampa. Ecco un brano della rivista Critica fascista, di Bottai: «Lo chic vuole donne piatte, non troppo colorite (che è contadini), ma colorabili, dal corpo perpetuamente adolescente. E in omaggio a questo arbitrio tirannico si limitano i pasti, si ingeriscono specialità perniciose, si praticano espedienti malvagi». Con questo tipo di donna ci sarebbe sempre stato da «temere per i destini della Patria».
 
C’è chi ha calcolato il numero delle donne che ebbe il Duce in tutta la vita: variabile fra le sessantaquattro e le settanta (A lui sembrerebbero poche, visto che si vantava di averne avute tre o quattro a sera nei primi anni dopo la marcia su Roma).
 
Nell’Archivio centrale dello Stato è conservata una quantità inverosimile di lettere, scritte da donne italiane e straniere, che si offrivano più o meno apertamente al Duce.
 
Claretta Petacci, che lo soprannominava Ben.
 
Francesco Saverio Petacci, padre di Claretta, che aveva alcune grane giuridiche e voleva accompagnare la professione di medico a quella più mondana che oggi definiremmo di «divulgatore». Benito gli trovò un posto di opinionista ultra remunerato al Messaggero, dove ai tempi delle leggi razziali il chirurgo spese fiumi di inchiostro per lodare la politica sulla «purezza della razza italiana».
 
Marcello Pettacci, fratello di Claretta, di due anni più grande, che ottenne scatti di carriera prima nella Regia marina, poi come medico. E si rivelò soprattutto un faccendiere.
 
Claretta Petacci, che nel 1934 sposò Riccardo Federici. L’unione, incoraggiata dal Duce, doveva sedare il chiacchiericcio della Roma bene. Lui era frustrato, distante, alcolista, violento. I due si separarono nel 1936, e Clara tornò a dividersi tra Palazzo Venezia, i numerosi pied-à-terre messi a sua disposizione, e la villa di famiglia.
 
Claretta raccontò gli scoppi d’ira di Ben, per gelosia o nervosismo. Accadde che la prese a schiaffi: «una scena tremenda, dando dei colpi alla sedia, calci ai giornali»; in un’altra occasione la trascinò fuori dalla stanza per i capelli: «Ho da lavorare, non sono un garzone di bottega». Trascorsa qualche ora, arrivava la telefonata: «Sono giorni terribili. Mi devi capire», le disse nel 1938 dopo averla fatta sanguinare per la frustrazione provocatagli dall’invasione tedesca dell’Austria.
 
Quando Claretta non «se la sentiva» di andare nella stanza del capo, era Myriam, la sorella più piccola, a sgattaiolarvi per rimanerci fino all’alba.
 
Quando Hitler esordì in Baviera, diversi giornali inglesi lo chiamarono «il Mussolini tedesco».
 
Nell’ottobre 1923, intervistato dal Daily Mail, Adolf Hitler dichiarò: «Se la Germania avesse il dono di un Mussolini tedesco… la gente gli si inginocchierebbe davanti e lo adorerebbe più di quanto Mussolini sia mai stato adorato».
 
Benito Mussolini, che quando Hitler era ancora lontano dal potere lo fece penare per avere un suo ritratto autografato da appendere in ufficio.
 
Adolf Hitler nel 1934, dopo il suo primo incontro con Mussolini: «Uomini come lui nascono una volta ogni mille anni… Io, è naturale, mi sono trovato alquanto impacciato con il duce, ma sono felice di aver potuto parlare lungamente, di aver sentito le sue idee. Che sorta di oratore è! E quale potenza esercita sul suo popolo».
 
Il celebre discorso pronunciato a Bari il 6 settembre 1934, in cui Mussolini riempiva Hitler di sberleffi: «Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine d’oltralpe, sostenute dalla progenie di gente che ignorava la scrittura, con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto. Sono parole citate spesso – di più dopo la seconda guerra mondiale – per dimostrare da distanza di Mussolini dal fanatismo razzista di Hitler. In realtà questa interpretazione ignora, spesso consapevolmente, che la dichiarazione di Benito era dettata solo dalla convenienza politica del momento e che in ogni caso non contestava il razzismo in sé bensì la supremazia della «razza ariana» e l’idea di uno «spazio vitale pangermanico» che giustificasse l’unificazione tra Germania e Austria.
 
Durante l’impresa d’Etiopia le «femmine negre» potevano essere mostrate a petto nudo.
 
 Nel 1935 per finanziare la guerra d’Etiopia gli italiani donarono alla patria 37 tonnellate d’oro, 115 d’argento, circa 16 milioni di lire fra contanti, valuta estera, titoli, ecc.
 
Due amici si incontrano e chiacchierano di attualità. «Quando finirà la guerra?». «Quando in Germania mangeranno i topi e in Italia il topital!» (barzelletta che circolava durante la seconda guerra mondiale).
 
Bruno e Vittorio Mussolini, durante la guerra d’Etiopia entrati nella cavalleria del cielo ansiosi di cimentarsi in imprese aviatorie.
 
«Quando la pugna divenne pugnetta / tutti i gerarchi accorsero in fretta / e al più lieve stormire di vento / chiesero e ottennero medaglie d’argento» (canzoncina diffusa tra i soldati della guerra d’Etiopia).
 
Durante la guerra d’Etiopia Farinacci perse una mano pescando in un lago con delle bombe a mano. L’incidente si trasformò in ferita di combattimento, con ricadute di medaglie.
 
Anna Maria Mussolini, colpita da una grave forma di poliomielite virale all’età di 7 anni, rimase claudicante. Nel dopoguerra si sposò, ebbe due figli, lavorò con successo alla radio della Rai come conduttrice di un programma musicale. Per non farsi riconoscere, usava il cognome del marito, Giuseppe Negri, ma venne scoperta e perdette il lavoro. Morì per un tumore al seno a 38 anni, il 25 aprile 1968, anniversario della Liberazione. Le sue due figlie, Edda e Silvia, crebbero con nonna Rachele.
 
Anche il partigiano che nel 1945 scoprì, su un camion, Mussolini travestito da tedesco, si chiamava Giuseppe Negri.
 
L’atteggiamento di Mussolini e di Ciano nei confronti degli antifascisti italiani caduti prigionieri durante la guerra di Spagna. «Fucilateli! I morti non raccontano la storia».
 
Dopo il bombardamento di Guernica dell’aprile 1937, l’Italia la uguagliò con il meno famoso bombardamento su Barcellona, dal 16 al 18 marzo 1938. La città ne uscì distrutta, ma per sua fortuna Benito non ebbe un Picasso a immortalare quel crimine.
 
Tributo italiano alla causa franchista nella guerra di Spagna: 3.819 morti, oltre 11 mila feriti, e una grande quantità di materiale bellico.
 
La nobiltà romana, ignorata da Mussolini.
 
Galeazzo Ciano, soprannominato Gallo, anche dalla stessa Edda, che sottolineava così di sapere ma di lasciar correre.
 
Edda Ciano, che avrebbe preferito essere nata maschio e voleva assomigliare al padre.
 
Edda Ciano, che giocava d’azzardo, di solito perdendo, e beveva forte.
 
Galeazzo Ciano, che ascoltando alla radio un discorso del duce, il 4 luglio 1938, «si mise a lacrimare come un bambino». Ai suoi occhi il suocero aveva tutte le virtù desiderabili in un capo, «un istinto infallibile», una «intransigenza d’acciaio», un «grande spirito, sempre all’avanguardia degli eventi e degli uomini». Come spesso avviene, Ciano ammirava le doti che meno sentiva di possedere.
 
Uno dei maggiori motivi del distacco umano e politico tra Ciano e Mussolini: Galeazzo era borghese, Benito no.
 
La dichiarazione di guerra del regime alla borghesia. Benito in un discorso del 18 marzo 1934 rivelò il proprio disprezzo verso lo spirito borghese inteso come «spirito di soddisfazione e di adattamento, con una spiccata tendenza allo scetticismo, al compromesso, alla vita comoda, al carrierismo». Contro questo atteggiamento bisognava combattere: «Il credo del fascista è l’eroismo, quello del borghese l’egoismo. Contro questo pericolo non v’è che un rimedio: il principio della Rivoluzione continua». Nel 1941 arrivò alla definizione finale: «Il borghese è quella persona che sta bene ed è vile».
 
I «tre poderosi cazzotti nello stomaco» alla borghesia, espressione di Mussolini. L’abolizione del «lei» a favore del «voi» (più consono alla vena maschia del regime e scevro dal «servilismo» dell’altro appellativo), l’introduzione del passo romano (che imponeva ai soldati italiani, dalle gambe mediamente corte, di cimentarsi nel «passo dell’oca» dei più longilinei militari tedeschi) e l’adozione delle leggi razziali. I fascisti più devoti ne furono entusiasti, meno o per nulla la borghesia, ora trattata come bestia nera da rieducare, pur essendo rimasta sempre uguale a sé stessa.
 
Alla fine del 1938 l’editore Angelo Rizzoli ribattezzò «Annabella» una rivista che aveva la sfortuna di chiamarsi «Lei».
 
Le leggi razziali nell’Africa Orientale. Oltre a proibire il tradizionale «madamato» – la consuetudine di ufficiali e coloni di prendere «mogli» eritree o somale – venne incrementato gradualmente l’apartheid, arrivando addirittura a impedire agli operai di lavorare al fianco di quelli indigeni o di frequentare ragazze locali, persino a pagamento. Complici il machismo, l’esotismo e la distanza, le disposizioni furono in gran parte, di fatto e con buona pace di Benito, ignorate.
 
Alla fine degli anni Trenta Mussolini investiva diverse ore della giornata per cercare soluzioni ai «rapporti interraziali». Nell’aprile 1938, parlando con Claretta, prendeva la Francia a perfetto esempio negativo: il premier Léon Blum era di religione ebraica e il presidente della camera, Gaston Monnerville, era originario della Guyana, cioè «negro». Benito profetizzò: «Fra qualche anno la Francia non sarà più popolata da bianchi, ma da negri, perché la natura si vendica…». Proseguì, dimostrando scarse conoscenze fisiologiche: «Devi sapere che la donna francese ama il negro. Perché non hanno l’uccello ben solido e piantato come i nostri, ma sembra che sia lungo e sottile sottile. Quindi questo pare che le diverta di più. Sì, sono folli degli uomini negri, tutte».
 
Musolini, per cui era intollerabile che gli italiani fossero tutto sommato tiepidi sull’antisemitsmo. Se non per razzismo, per la volontà di essere obbedito. «Ora tutti piangono per questi poveri ebrei», sbottò con Clara il 9 settembre 1938. «Gli italiani vili dal cuoricino tenero si commuovono…». Arrivò a ipotizzare a una sua «Israele», ma con le modalità forzate del confino fascista. L’11 ottobre, sempre a Clara: «Ho confinato settantamila arabi, potrò confinare cinquantamila ebrei. Farò un isolotto, li chiuderò tutti là dentro… Già tutti hanno un loro ebreo da difendere… sono stato un debole, ma vedranno: altro che Hitler!». Nelle confidenze con l’amante era una rivendicazione costante: «Io sono razzista dal Ventuno, non so come possano pensare che imito Hitler», e quando Clara gli rinfacciava la relazione con Margherita Sarfatti, da lei soprannominata «la Rifatti», lui se ne serviva per ribadire l’orrore per il sesso interraziale arrivando addirittura ad attribuirsi una cilecca: «È stato un errore con la Sarfatti... sai ciò che mi accadde la prima volta. Non ci riuscii nemmeno la seconda. Non potevo per l’odore, l’odore terribile che hanno addosso. Sono una razza maledetta».
 
Claretta Petacci, che dopo le leggi razziali, rinfacciava a Mussolini la sua relazione con Margherita Sarfatti, da lei soprannominata «la Rifatti», ebrea. Lui allora giurava di avere orrore per il sesso interraziale, arrivando addirittura ad attribuirsi una cilecca: «È stato un errore con la Sarfatti... sai ciò che mi accadde la prima volta. Non ci riuscii nemmeno la seconda. Non potevo per l’odore, l’odore terribile che hanno addosso. Sono una razza maledetta».
 
Il discorso di Benito a Berlino nel settembre 1937, da una tribuna allestita in un’immensa pianura accanto allo stadio olimpico, davanti a seicentocinquantamila persone. Esaltò la comune lotta contro il bolscevismo, ribadì che nessun altro governo aveva lo stesso consenso di quelli italiano e tedesco, annunciò la costruzione di un «nuovo ordine» europeo. A discorso avviato iniziò a scendere una pioggia fitta e insistente. L’immenso uditorio si inzuppò con resistenza stoica, lasciandosi sfuggire qua e là scherzosi cori «du-ce, du-ce», che in tedesco suonavano come «doccia, doccia». Benito si buscò un raffreddore e, su consiglio dell’ipocondriaco Hitler, passò la serata a mollo nella vasca da bagno.
 
L’11 marzo 1938 Hitler compì l’Anschluss, l’annessione dell’Austria, senza curarsi dell’Italia. A cose avvenute, scrisse una lettera privata a Mussolini assicurandosi che la mossa era nel pieno interesse dei loro Paesi. Benito rispose di considerare la questione chiusa, in nome dell’amicizia fra i loro popoli. «Non lo dimenticherò mai», gli rispose Hitler, portato in trionfo a Vienna con celebrazioni che fecero fremere Benito di rabbia e d’invidia. «Neanche noi meridionali arriviamo a tanto», sbottò con Claretta, sfogando la frustrazione prima con il sesso, poi con gli schiaffi.
 
Durante il viaggio a Roma del 1938, Hitler era ospite del re al Quirinale: la visita venne gestita con tanto di istruzioni minuziose da parte del ministero degli Esteri tedesco circa le esigenze di Hitler e della sua corte. Per esempio, ogni menu dovette includere un’alternativa vegetariana, con pane e acqua provenienti dalla Germania.
 
Hitler trovava insopportabile Vittorio Emanuele III, che gli parlava in francese. Consigliò a Mussolini di sbarazzarsene.
 
«Sai, questi tedeschi sono simpaticissimi, e Hitler è un ragazzone quando è con me» (Benito Mussolini, a Claretta Petacci, 1938).
 
«Se Hitler avesse avuto tra i piedi una testa di cazzo di Re non avrebbe mai potuto prendersi l’Austria e la Cecoslovacchia» (Benito Mussolini).
 
«Noi non possiamo cambiare politica, perché non siamo delle puttane» (Benito Mussolini).
 
Mussolini, al contrario di quel che si potrebbe pensare, aveva risparmiato sulle spese militari prima di arrivare alla guerra d’Etiopia. Basti dire che nel 1913-14 coprivano il 36,43 per cento del bilancio dello Stato, nel 1923-31 il 31,7 per cento e nel 1931 il 25,03 per cento.
 
Hitler, che, quando subiva un rovescio militare, con ai propri generali infliggeva sfuriate isteriche, mentre con Mussolini si mostrava addolorato, e quasi dimesso.
 
Nell’agosto 1941 Hitler e Mussolini visitarono la linea del fronte in Ucraina: assistettero alle manovre, visitarono città semi-fantasma, apparirono negli accampamenti e consumarono il rancio tra ufficiali e truppe. Avendo sorbito ore di logorroiche lezioni strategiche, per giunta in una lingua non sua, Benito non resistette a una rivalsa. Quando si trattò di riprendere il volo, si mise al comandò dell’aereo. Hitler accettò, imbarazzato, ma rassicurato dalla presenza di un pilota, che risultò decisivo: appena prese quota, l’apparecchio iniziò a sobbalzare. Tutto si risolse tra le risate nervose del Führer e degli altri passeggeri gallonati. «Che favore che stavamo facendo a Stalin!», chiosò Hitler.
 
Alla fine del 1942 Benito suggerì a Hitler una strategia in pieno stile mussoliniano: dal momento che l’attacco a est era stato fermato, perché non avviare trattative con i sovietici? Alcune concessioni a Oriente sarebbero bastate per concentrare tutte le forze contro le demoplutocrazie. Ciano, inviato a fare la proposta, ebbe un’accoglienza gelida: Hitler, più lucidamente, aveva chiara l’indisponibilità dei russi a trattare e – perentorio – disse all’alleato di vietare alle truppe italiane di arretrare. Quando vide che l’imposizione restava lettera morta, i tedeschi si accontentarono di usare i lenti alleati per coprire la loro ritirata di fronte all’Armata rossa. Il naufragio umiliante della sua proposta di pace separata con i russi e la disastrosa ritirata incrudelì il rancore di Benito contro i militari: «Se ne fregano di vincere. Non si fa che indietreggiare…».
 
Bruno Mussolini, dei tre figli maschi il preferito dal Duce, quello che più gli somigliava, che era il più vicino all’ideale del nuovo italiano: semplice, sportivo, audace. Aveva ottenuto il brevetto di pilota militare a 17 anni e a 18 aveva combattuto in Etiopia, poi come volontario in Spagna. Deteneva record di volo, e la passione per gli aeri gli costò cara. Il 7 agosto 1941 morì, a 23 anni, mentre provava un bombardiere, vicino a Pisa; aveva una figlia di neppure un anno e mezzo, Marina. Il trasporto della salma da Pisa alla tomba di famiglia, a Predappio, avvenne fra due ali di folla commossa, e fu forse l’ultima volta che tutti gli italiani si strinsero intorno al duce. Benito scrisse, di getto, Parlo con Bruno, sotto forma di lettera al figlio: «Bruno! Il mio Bruno! Brunone come ti chiamavo quando ti accarezzavo con violenza i capelli. Bruno, cos’è accaduto?». È un libro commovente, finché non precipita nella retorica: «Tutto quello che io ho fatto o farò è nulla a paragone di quanto tu hai fatto. Una sola goccia del sangue che sgorgò dalle tue tempie lacerate e scorse sulla tua faccia impallidita, vale più di tutte le mie opere presenti, passate e future. Perché solo il sacrificio del sangue è grande; tutto il resto è effimera materia. Solo il sangue è spirito, solo il sangue conta nella vita degli individui e in quella dei popoli: solo il sangue dà la porpora alla gloria».
 
Nei primi tre anni di guerra il costo della vita raddoppiò, e oltre; il regime non riusciva a frenare la spinta inflazionistica. Se nel 1933 in una famiglia impiegatizia romana media i prodotti agricoli incidevano per il 25 per cento, nel periodo bellico l’incidenza salì al 75 per cento.
 
Mussolini, che si dispiaceva di non avere sui propri gerarchi la stessa presa assoluta che aveva Hitler. «È inutile, non è possibile continuare così», sbottò con Clara. «Fintanto che i miei collaboratori non crederanno a questa mia infallibilità di vedute, datami dal destino, io avrò sempre i dispiaceri che ho oggi».
 
Benito, che negli anni più duri della guerra, quando riceveva Claretta, aveva bisogno di «un aiutino»: una pillola di Hormovin, che gli forniva il padre di lei: per beffa, il farmaco veniva dalla Germania.
 
Dino Grandi ha sempre sostenuto di essere andato alla seduta del Gran Consiglio del 25 luglio portandosi due bombe a mano, per la peggiore evenienza.
 
Alle 2 di notte del 25 luglio, dopo nove ore e mezzo, Benito mise ai voti l’ordine del giorno Grandi. Quando fu il momento, Ciano – come tutti – si alzò per esprimere il voto. Il suocero socchiuse gli occhi per fissarli meglio in quelli del genero. Galeazzo sostenne lo sguardo e il suo «sì» fu chiaro e forte. Forse in quel momento sarebbe piaciuto a Edda.
 
Villa Savoia, oggi sede dell’ambasciata egiziana, circondata dal parco oggi chiamato Villa Ada.
 
Alle quattro meno un quarto del mattino del 25 luglio, subito dopo la riunione, Claretta Petacci alzò il ricevitore, trepidante:
«Com’è andata?»
«Come vuoi che andasse», rispose lui.
«Mi spaventi».
«C’è poco da spaventarsi. Siamo giunti all’epilogo… alla più grande svolta della storia».
«Ma che hai, Benito mio, non ti capisco».
«La stella si è oscurata».
«Non tormentarti, spiegami», insistette lei.
«È finito tutto. Occorre che anche tu cerchi di metterti al riparo».
 
Dopo l’arresto, il Duce affidò a un ufficiale un biglietto per Rachele: «Il latore ti dirà quello che mi è accaduto. Tu sai quel che il mio stato di salute mi permette di mangiare, ma non mandarmi molto: solo qualche vestito, perché non ne ho, e dei libri. Non posso dirti dove sono, ma posso assicurarti che sto bene. Resta calma e bacia i ragazzi». Rachele ricevette il messaggio assieme a una lettera di Badoglio che le chiedeva di provvedere al vitto del prigioniero. La donna e i suoi aiutanti prepararono subito un bagaglio con pollo, uova, pomodori, frutta, olio, vestiario e letture.
 
Subito dopo il 25 luglio la folla dette l’assalto agli indirizzi degli odiati Petacci. Prima venne attaccato lo studio del padre di Clara, in via Nazionale, poi la villa della Camilluccia, invasa da dimostranti e giornalisti che in poche ore produssero succosi articoli su quel covo lussuoso e sul patrimonio non facilmente trasportabile che vi era rimasto.
 
Subito dopo il 25 luglio, Hitler, che non sapeva neppure dove fosse prigioniero il Duce, si affrettò a mandargli un segno della sua vicinanza, largamente pubblicizzato dalla stampa tedesca: il 29 luglio, per il suo compleanno, gli fece recapitare la raccolta delle opere di Nietzsche in edizione pregiata.
 
Il feldmaresciallo Kesselring iniziò a pianificare l’occupazione di Roma già dal 25 luglio.
 
L’8 settembre i tedeschi, preparati da mesi, ebbero la meglio sugli italiani, lasciati senza ordini. Disarmarono quasi tutto l’esercito: tra 7 mila e 12 mila militari furono uccisi, e 600 mila deportati nei campi d’internamento in Germania. Nel frattempo le forze armate germaniche occuparono due terzi dell’Italia, ripristinarono le organizzazioni fasciste e sequestrarono quantità enormi di materiali utili alla guerra e alla vita civile. Joseph Goebbles, ministro della Propaganda nazista, scrisse nel suo diario: «Il vecchio Hindenburg aveva ragione quando disse che nemmeno Mussolini sarebbe mai riuscito a fare degli italiani altro che degli italiani».
 
Dopo il 25 luglio Mussolini fu confinato per una decina di giorni sull’isola di Ponza, dove era prigioniero anche Pietro Nenni. «Ora vedo col cannocchiale Mussolini: è anch’egli alla finestra, in maniche di camicia e si passa nervosamente il fazzoletto sulla fronte. Scherzi del destino! Trent’ani fa eravamo in carcere assieme, legati da un’amicizia che pareva sfidare le tempeste della vita… Ora eccoci entrambi confinati nella stessa isola: io per decisione sua, egli per decisione del re e delle camarille di corte, militari e finanziarie, che si sono servite di lui contro di noi e contro il popolo e che oggi si disfano di lui nella speranza di sopravvivere al crollo del fascismo». Pure Mussolini ricordò l’episodio, attribuendosi il merito di aver salvato la vita al capo socialista, catturato a Parigi dai nazisti e trasferito in Italia, invece che in un campo di concentramento: «Quando, dopo il 25 luglio, mi tradussero a Ponza, vi era confinato anche Nenni. Oggi sarà un uomo libero. Ma se è ancora in vita, lo deve proprio a me. Sono molti anni che non lo vedo, ma non credo sia cambiato molto».
 
A Monaco Mussolini poté riabbracciare Rachele, che si era rifugiata in Germania con Vittorio, Romano, Anna Maria. Passarono la notte insieme. «E adesso cosa facciamo? Cosa farai?», chiese lei. «Come tante altre volte, ricominceremo da zero».
 
Il primo incontro di Mussolini liberato con Hitler, sulla pista di Rastenburg. Benito fu accolto con tutti gli onori, circondato da capannelli di alti ufficiali e personalità. L’incontro, bersagliato dai click delle macchine fotografiche e impresso nelle pellicole delle cineprese, sembrava ricalcare il primo, a Venezia, con ruoli invertiti. Hitler strinse la mano di Benito, a lungo, sorridendogli, come si fa con un amico bisognoso di consolazione. Le immagini furono subito diffuse tramite la propaganda, la stampa internazionale e persino con volantini lanciati su tutta l’Italia: «Così Adolfo Hitler ha serbato al suo amico Mussolini la fedeltà».
 
Pensieri Pontini e Sardi, il libro scritto da Mussolini mentre era prigioniero sull’isola di Monza e alla Maddalena. «Il sangue, la infallibile voce del sangue, mi dice che la mia stella è tramontata per sempre». E: «Quando un uomo crolla col suo sistema, la caduta è definitiva, soprattutto se quest’uomo ha passato i sessant’anni».
 
Alla fine di agosto 1943, Edda e Galeazzo Ciano salirono su un aereo tedesco convinti di essere diretti in Spagna, sotto la protezione di Franco. Atterrarono invece vicino a Monaco. Per uno scalo tecnico, li aveva rassicurati.
 
Monaco di Baviera, fine agosto 1943. Edda aveva convinto il padre che gli unici veri traditori erano Grandi, Bottai e Federzoni, mentre tutti gli altri, compreso il marito, erano stati «degli imbecilli in buona fede». Il duce abbracciò il genero. Seduto a capotavola, vestito con un abito borghese scuro, il nodo della cravatta fatto alla meno peggio, aveva alle spalle una finestra da cui filtrava la luce debole di quella sera piovosa, sufficiente tuttavia a mostrare i lineamenti invecchiati. Solo gli occhi, troppo grandi per il volto dimagrito, conservano un po’ della loro forza, ma comunicavano lo spirito della rassegnazione, più che della rivalsa. Mangiò poco, qualche cucchiaiata di brodo di verdura, assorto in pensieri che nessuno cercava di interpretare. Galeazzo invece sembrava tornato quello di un tempo. Forse era la felicità del rinato amore di Edda a renderlo sereno, solo che a lui la serenità non riusciva bene, sempre accompagnata com’era da un contegno superiore, da un atteggiamento di distanza – elevata – dalle cose. Non lo faceva apposta, non voleva essere arrogante, non ne avrebbe avuto motivo. Era fatto così, e questa natura, che fino a ieri aveva indispettito la moglie, lo rendeva ancora più odioso alla suocera. Era elegante, di un’eleganza eccessiva con il vestito che grigio chiaro e il fazzoletto candido che spuntava dal taschino della giacca. Aveva i capelli pettinati con tanta brillantina e cura, si permise persino il lusso della sagacia commentando la povertà della cena: un’anatra, poche patate lesse e una fetta di burro giallastro. Dall’altra parte del tavolo, Rachele e Edda, entrambe in silenzio, l’una con gli occhi nel vuoto, cupi, l’altra è presente solo nel fisico, infastidita da qualsiasi pensiero diverso della fuga e della salvezza. Della Edda polemica di un tempo non c’era traccia: la guerra, l’alleanza, il fascismo, il nazismo, che tanto l’avevano appassionata, ora erano parole senza significato e Rachele aveva già dichiarato quello che avrebbe fatto a Galeazzo: «Gli sputo in faccia se mi viene vicino!». Non lo fece, però prima della cena l’ho preso da parte aggredendolo con parole che purtroppo ci sono arrivate soltanto nel linguaggio artefatto dei compilatori delle sue memorie e che si possono sintetizzare con «Traditore, me la pagherai!».
 
I figli dei Ciano: Fabrizio, Marzio e Raimonda.
 
Hitler sentenziò: «Uno dei primi atti del nuovo governo dovrà essere la condanna a morte dei traditori del Gran Consiglio». Primo fra tutti, il conte Ciano, definito quattro volte traditore: della patria, del fascismo, dell’alleanza con la Germania, della famiglia. «Se fossi al vostro posto», aggiunse guardando Benito negli occhi, «niente mi avrebbe trattenuto dal fare giustizia con le mie stesse mani». Il Duce tentò un rifiuto: «È il marito di mia figlia che adoro, si tratta del padre dei miei nipotini». Il Führer rincarò il verdetto definendo Ciano «il Satana del movimento fascista», il rinnegato, la rovina dell’Italia.
 
A partire dal 1943 alcuni giornalisti italiani trasmettevano da Radio Monaco notiziari e appelli alla fede. Spesso veniva mandato in onda il nuovo Credo dei fascisti: «Credo in Dio onnipotente, Signore del cielo e della terra, credo nella giustizia e nella verità, credo nella resurrezione dell’Italia fascista. Credo in Mussolini e nella vittoria finale dell’Italia».
 
«Sono fiorentino e fazioso» (Alessandro Pavolini, segretario del Partito fascista repubblicano).
 
La nuova Italia repubblicana, che aveva dovuto cedere alla Germania le tanto celebrate «terre redente»: Alto Adige, Trentino, Venezia Giulia, l’intero litorale Adriatico.
 
Il 16 ottobre 1943, a Roma, furono rastrellati 1.007 ebrei. Ne tornarono solo 16.
 
Mussolini capo dell’Italia repubblicana, sistemato a Gargnano, nella lussuosa villa Feltrinelli, affacciata sul lago e trasformata in fortezza. La famiglia Feltrinelli, diventata ricchissima con il commercio di legnami, fu costretta a lasciare la villa: vi abitava anche Giangiacomo, 17 anni.
 
Rachele, che raggiunse Mussolini a villa Feltrinelli solo in novembre. Subito rivoluzionò la dimora come aveva fatto a villa Torlonia. Portò il suo esercito di domestici e aiutanti romagnoli, cui fece riarredare gli appartamenti e allestire gli orti e l’allevamento. Allo stesso tempo riuscì a «espellere» gradualmente gli uffici del governo e il corpo di guardia tedesco, confinandoli nei palazzi dei dintorni. Gli uffici erano nella vicina Villa delle Orsoline, sempre di proprietà dei Feltrinelli, oggi di proprietà della Statale di Milano. Il vecchio percorso tra villa Torlonia e palazzo Venezia ora si limitava a una breve passeggiata.
 
Mussolini a Salò, controllato dai tedeschi anche nella dieta. I medici di Hitler sostituirono gli amati bicchieri di latte con integratori di loro composizione. Rachele non ebbe da ridire, anzi: «Non lo avevo mai visto così agile e vitale. Scomparsi i dolori atroci allo stomaco, aumentato il vigore fisico».
 
I militi scelti della Legione M, detta anche Guardia del Duce.
 
I passatempi di Mussolini a Salò: il tennis e la bicicletta.
 
Georg Zachariae, medico tedesco, inviato da Hitler a tutelare la salute di Mussolini, praticò al Duce una cura con ormoni e vitamine. «Dopo una settimana, allorché lo stato del malato era leggermente migliorato, continuai con iniezioni di ormoni femminili, dapprima in pari dose, che aumentava man mano che il miglioramento progrediva». Gli ormoni femminili nell’uomo possono essere usati contro l’ipertensione e per abbassare il colesterolo «cattivo» a favore di quello «buono».
 
Mussolini a Salò, un uomo dall’emotività altalenante.
 
Mussolini a Salò, sconvolto nel vedere che nell’Italia libera le masse accoglievano gli angloamericani come liberatori: «Troppi italiani hanno l’anima dello schiavo. Poco da fare. Ho sognato. Tremendamente sognato».
 
Il 1° febbraio 1944, durante la sua solita rassegna stampa, Mussolini rimase molto colpito dal giudizio severo che gli dedicò il giornale socialista svizzero Libera Stampa. «Mussolini ha perso orami tutte le possibilità di diventare un “eroe” perché non ha saputo morire “in bellezza” come i fascisti hanno sempre dichiarato di voler morire. Ora altre morti pesano su di lui. Mussolini è diventato solo un tragico cadavere vivente». Ritagliò l’articolo. Lo fece avere a Clara con un appunto. «Ho chiesto cinque copie di quel giornale. Se potessi gli manderei a dire che ha ragione. Io sono un cadavere vivente e ridicolo».
 
La Repubblica sociale, che quasi non aveva difesa aerea.
 
La Repubblica sociale, dove chi veniva trovato con un volantino degli angloamericani rischiava di essere fucilato sul posto.
 
Clara vedeva in Hitler il salvatore dell’Europa e l’unico che potesse resuscitare il suo Ben.
 
Il 10 agosto, a seguito di un attentato a una camionetta tedesca che provocò anche vittime civili (la dinamica e i responsabili non sono mai stati accertati), le SS e i militi della Legione autonoma Ettore Muti prelevarono quindici antifascisti dalle carceri e li fucilarono a piazzale Loreto, lasciando i corpi – così com’erano caduti – in esposizione per l’intera giornata. Per i milanesi, molti obbligati armi alla mano a passare lì davanti, fu un trauma non attutito dalla pratica di rimbalzare la responsabilità sui partigiani. Mussolini ne era consapevole, e protestò con i tedeschi: «Da azioni condotte in questo modo otterremo tre risultati: odio da parte della popolazione verso le forze armate tedesche ed italiane; accrescimento delle file dei ribelli di molta gente, che per paura di essere presa e portata in Germania preferisce darsi alla montagna; diserzione degli operai ed impiegati dal lavoro e dagli uffici». Non poteva immaginare una quarta conseguenza: il montare della rabbia partigiana avrebbe gettato il suo corpo, il corpo di Clara e di quindici gerarchi, sul selciato di quella piazza L’ira dei milanesi avrebbe fatto il resto.
 
Il 19 ottobre 1943 Ciano venne caricato su uno Juncker 52, scortato da una decina di SS ghignanti. Lo avevano sempre invidiato quanto detestato. I loro capi gli avevano detto che lo riportavano in Italia, dove avrebbe potuto servire la Repubblica sociale come colonnello dell’aviazione, quello che il conte aveva chiesto al suocero più di un mese prima. Era l’ennesima menzogna. A Verona, caposaldo tedesco, le SS lo consegnarono ai soldati della Repubblica sociale. Il questore, da cui Ciano si aspettava il saluto ossequioso cui era abituato, senza dire una parola lo colpì con due terribili manrovesci. Poi lo dichiarò in arresto.
 
Edda, sconvolta dall’arresto del marito. Incontrò Benito, lo aggredì, lo minacciò di scatenare uno scandalo gigantesco contro di lui, forte delle rivelazioni che nei diari si soffermano sulle sue responsabilità. Aveva capito che i nuovi potenti della Repubblica sociale volevano la testa di Galeazzo, in primis Pavolini. Non si rassegnava, anche se la prostrava vedere il padre ridotto così, irriconoscibile, incapace di dirle altro se non: «Stai calma. Hai bisogno di riposarti. Sei troppo nervosa». Il massimo dello sforzo dialettico di Mussolini fu in queste parole: «Io non credo né ho mai creduto che la condanna di questi uomini possa giovare al Paese e al ristabilimento della nostra situazione interna!» Eppure concluse: «Non posso fare nulla». Salvare il genero equivaleva a perdere del tutto la fiducia dei suoi ultimi seguaci, furibondi vendicatori. In lui il calcolo politico stava prevalendo sul sentimento, era deciso a non intervenire, covava la speranza assurda che qualcosa di imponderabile, o qualcuno di impensato, potesse salvare Galeazzo e gli altri imputati. Edda invece poteva affidarsi solo a sé stessa. Adesso, per lei, Benito era un rivoluzionario fallito e piegato ai tedeschi che l’avevano sempre ingannato. Non sarebbe diventata loro complice, sarebbe diventata la loro nemica implacabile, l’eroina che li avrebbe sfidati fino in fondo per salvare il padre dei suoi figli. La mattina del 26 dicembre 1943 si precipitò nello studio del padre. Era una furia con gli occhi fulminanti d’ira, non supplicava più, incalzava; non pregava, aggrediva. Il duce non sapeva placarla, ribadiva che tutto era affidato alla giustizia, lui non poteva fare nulla. L’uomo che aveva sempre scommesso e vinto, che aveva indovinato tutte le giocate, ora aveva davanti a sé la figlia prediletta che lo odiava. La guardò sbattere i pugni sul tavolo, inondato di parole irripetibili e investito dall’ultimo anatema: «Sei pazzo, tu e quelli che come te si fanno ancora illusioni! L’avete persa, questa sporca guerra! I tedeschi resisteranno ancora qualche mese, non di più. Te ne rendi conto? E condanni Galeazzo in queste condizioni?». Edda avrebbe voluto prenderlo a schiaffi, ma riuscì a trattenersi, in un’ultima stilla di pietà per quell’uomo che commiserava nella sua malinconica debolezza. Ecco com’era finito il duce degli italiani.
 
Mussolini, a Salò, ormai inerte e rassegnato. A volte si affacciava in lui la considerazione – estranea alla sua natura violentemente artefice del proprio destino – di trovarsi dinnanzi a giudizi universali, che si compivano per un disegno già scritto.
 
Edda, dopo aver tentato con alcuni gerarchi uno scambio impossibile (i diari contro la liberazione di Galeazzo), riuscì a rifugiarsi in Svizzera. A processo già iniziato scrisse a Hitler: «Führer, soltanto il fatto che i nostri soldati sono caduti fianco a fianco sui campi di battaglia mi ha sinora trattenuto dal passare al nemico. Se mio marito non verrà liberato secondo le condizioni che ho specificato al vostro generale, nessuna considerazione mi tratterrà più. Gia da qualche tempo i documenti sono nelle mani di persone autorizzate a farne uso, e non solo nel caso che accada qualcosa a mio marito, bensì anche nel caso che accada a me, ai miei bambini, alla mia famiglia. Ma se, come credo e spero, le mie condizioni saranno accettate e noi saremo lasciati in pace ora e nel futuro, non si sentirà più parlare di noi. Sono dispiaciuta di essere costretta a fare questo passo, ma voi comprenderete».
 
Edda Mussolini, che chiamava il padre Duce, ma gli dava del tu.
 
Edda Mussolini, che scrisse una lettera durissima al padre: «Duce, ho atteso fino a ora che mi dimostrassi un minimo sentimento di umanità e di giustizia. Ora basta. Se Galeazzo fra tre giorni non sarà in Svizzera, secondo le modalità che ho fatto conoscere ai tedeschi, tutto ciò che so, con prove alla mano, sarà usato in forma spietata. In caso contrario e qualora noi Ciano saremo lasciati vivere tranquilli e sicuri, non sentirete più parlare di noi. Edda Ciano».
 
Edda Mussolini, che dopo la fucilazione del marito continuava a comunicare con il padre tramite don Giusto Pancini, un prete che faceva la spola fra la Svizzera e Gargnano. Il primo messaggio di Edda per il Duce fu: «Gli dica che la sua situazione mi fa pena; gli dica che due sole soluzioni potranno riabilitarlo ai miei occhi: fuggire o uccidersi». Era il 23 marzo 1944, venticinquesimo anniversario della nascita del fascismo. Due mesi dopo: «Porto il nome insanguinato di mio marito con orgoglio. E questo valga per te, per i tuoi servi e per i tuoi padroni». I messaggi di Benito erano sommessi, quasi umili: «Cara Edda, il tanto bravo padre Pancino mi ha portato la tua risposta e le tue notizie che attendevo con ansia. Mi rendo conto della tua situazione e spero che un giorno più o meno lontano ti renderai conto della mia, e personale e politica». Risposta: «L’ingiustizia e la vigliaccheria degli uomini e tua mi hanno fatto tanto soffrire che ormai non posso più soffrire oltre. Prego solo che tutto finisca presto». La vedova fu di parola. Benito riebbe il rispetto e l’amore della figlia quando anche lui venne fucilato. Prima di quel giorno, Edda firmò il contratto per la pubblicazione negli Stati Uniti dei diari 1939-1943. Benito non fece in tempo a leggerli, ma già da molti mesi la stampa nemica e quella neutrale pubblicavano «sensazionali rivelazioni» e anticipazioni. Benché fossero dei falsi, erano abbastanza verosimili per dargli modo di affrontare il discredito che avrebbero gettato sulla sua figura storica e umana. Proprio lui aveva consigliato a Galeazzo di tenere un diario, se ne ricordava benissimo.
 
Alessandro Pavolini, ferito al sedere durante un combattimento con i partigiani.
 
Il 9 dicembre 1944 Benito scrisse a Clara: «Tutta la nostra Romagna è ora sotto il giogo odiatissimo di negri, polacchi e simili bastardi».
 
Il 12 dicembre 1944, al Teatro Lirico di Milano, per la prima volta nella sua carriera da tribuno, il Duce tenne un discorso con gli occhiali.
 
Il Duce che parlava dei «nostri multicolori nemici», «e dico multicolori perché, a parte pochi bianchi bastardi, sono genti di tutte le razze».
 
Gli ultimi giorni di Mussolini a Villa Feltrinelli, a Gargnano. «Io non sono che un ridicolo personaggio. Io sono un fantoccio grottesco. Io sono preso in giro bellamente», scrisse a Clara. «La valle del Po va alla malora e le unghie non si vedono e i denti meno ancora. Ciò che ho detto nel discorso di Milano è stato ignorato in Germania. Prossimamente andrò in una piazza a parlare. Al punto in cui sono le cose, non mi importa di essere ucciso. Lo desidero ardentemente».
 
Il 3 aprile 1945 Rachele decise di affrontare Claretta Petacci a viso aperto. Nonostante una forte pioggia, la testa insaccata nel foulard, si fece accompagnare a Villa Fiordaliso e pretese di vedere «la signora». Nemmeno le SS di guardia la fecero desistere. La giovane dovette apparire nell’atrio e fu subito investita dalle urla dell’attempata contadina, che ricordò così la scena: «Le gridai che era odiata da tutti e continuava a sciogliersi in lacrime». L’ufficiale SS addetto a Claretta riportò dettagli più brutali e precisi: «Siete una puttana! Che eleganza. Veste bene la mantenuta di un capo di Stato. E guardate me che l’ho sposato! Cosa credete di essere? Credete di aver fatto perdere la testa a mio marito ma mi fate ridere, perché ne ha avute tante ma tante, siete stata tradita anche voi, e forse ha tradito più voi che me… non vi vuole bene, me lo ha detto ieri che se vi levate dai piedi gli fate un piacere… e fate un piacere a tutti». Clara si difese con il silenzio, abilmente. «Finirete male, signora» ha raccontato Rachele di averle urlato alla fine, prima di lasciarsi allontanare. Benito seppe quasi in diretta dello scontro e – come aveva sempre fatto durante le crisi familiari – ne restò lontano. Quella notte rimase nel suo studio, a villa delle Orsoline, mentre le due donne affrontavano ognuna il proprio smarrimento. Tornata a villa Feltrinelli, Rachele tentò il suicidio inghiottendo della candeggina, la cameriera se ne accorse in tempo e la fece vomitare. Rachele non voleva morire, rincorreva un passato perso, il presente era invivibile, il futuro angosciante. «Non aveva il coraggio di venire da me» ricordò Rachele «anche se si macerava nel timore di perdermi. A un certo punto mi fece recapitare un biglietto che mi commosse: con grande umiltà mi domandava se desideravo vederlo». La raggiunse, non sappiamo cosa le disse, ma riuscì a ricostruire una parvenza di equilibrio in quel rapporto ormai compromesso. Allo stesso tempo, Benito scrisse all’amante che, crollata dopo l’incontro, si era ripresa con del cognac e alcune gocce di cardiotonico. Le inviò un biglietto breve, passionale e retorico, conosceva i gusti di Clara: «Mi piacerebbe stare almeno una notte ancora con te, svegliarci insieme e salutare dalle finestre spalancate il lago e il sole… Il nostro avvenire è appeso a un filo. Si decide attraverso l’urto della guerra». Nei giorni successivi, il fantasma di d’Annunzio sembrò venirgli in aiuto: Clara fu trasferita all’interno delle mura del Vittoriale, a villa Mirabella, messa a disposizione dell’architetto Gian Carlo Maroni, sovrintendente del Vittoriale. Per un curioso incrocio di destini, in quella villa il Vate ospitava la moglie quando andava a trovarlo, mentre teneva le amanti in casa. Il duce avrà pensato che d’Annunzio, stavolta, lo aveva battuto.
 
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