Rassegna Stampa Vaticana, 31 marzo 2025
Rassegna Stampa Vaticana del 31 marzo 2025
RASSEGNA STAMPA
DICASTERO PER LA COMUNICAZIONE
lunedì, 31 marzo 2025
Rassegna Stampa Dicastero per la Comunicazione
lunedì, 31 marzo 2025
31/03/2025 Vatican News
Il Papa: in Sud Sudan si apra un tavolo per negoziare la pace
31/03/2025 africarivista.it
Kenya, Odinga nominato da Ruto inviato per il Sud Sudan
31/03/2025 Fides
Sud Sudan. L’Università Cattolica, un segno di speranza nel Sud Sudan
29/03/2025 Vatican News
Myanmar, il cardinale Bo: urgente il cessate il fuoco per portare aiuto alla gente
31/03/2025 Corriere della Sera Pagina 8
Caldo torrido e ospedali al collasso. «Tanti corpi ancora sotto le macerie»
31/03/2025 LaRepubblica Pagina10
Catastrofe Myanmar: migliaia sotto le macerie, gli ospedali al collasso
31/03/2025 IlGiornale Pagina13 Myanmar: crematori pieni, sos farmaci
31/03/2025 IlMessaggero Pagina8
Myanmar, ultime speranze. Scatta l’allarme epidemie il rogo dei corpi in strada
31/03/2025 IlMessaggero Pagina9 Ore di angoscia nel monastero
31/03/2025 Corriere della Sera Pagina 9
Kim, il figlio di Suu Kyi: «Non so nulla di mia madre. Non fidatevi dei generali, sfrutteranno anche il sisma»
31/03/2025 Corriere della Sera Pagina 9
I militari e il Paese da sempre in guerra contro se stesso
31/03/2025 La Stampa Pagina 15
Giada, porti e terre rare. Corsa alle ricchezze birmane in mano alla giunta militare
SANTA SEDE E VATICANO
31/03/2025 Il Tempo Pagina 13
«La quaresima è tempo di guarigione dell’anima». Nell’Angelus di Francesco speranza per i malati
31/03/2025 Libero Pagina 14
Il Papa e «la guarigione nell’animo e nel corpo»
31/03/2025 The Times Pagina 25
Recovery sign: Pope can write full name again
30/03/2025 lanacion.ar
Francisco: “Estoy experimentando un tiempo de curación en el alma y en el cuerpo”
30/03/2025 clarin.com
A una semana de recibir el alta, el papa Francisco pidió vivir la cuaresma como “un tiempo de curación”
30/03/2025 apnews.com
La disposición del papa a mostrar su fragilidad es ejemplo para jóvenes y mayores
30/03/2025 La Verità Pagina 15
Con Francesco convalescente aumentano i poteri della Curia
30/03/2025 abc.es
El Papa no se plantea por ahora reformar la ley del cónclave
EVIDENZA
Tiziana Campisi Redazione Javier Trapero
Deborah Castellano Lubov Giusi Fasano N.C.,G.Mod. FabioPolese MauroEvangelisti M.Ev. Paolo Saolom P. Sa. Lorenzo Lamperti
Redazione
Redazione Philip Willan Elisabetta Piqué Julio Algañaraz Colleen Berry Lorenzo Bertocchi Javier Martínez-Brocal
5 7 8
10 12 15 17 19 21 23 25 27 29 30 31 32 34 36 38 40 30/03/2025 Vatican News
Fisichella: è il perdono che cambia la vita
29/03/2025 Vatican News
Il Papa ai Missionari della Misericordia: conversione e perdono, le carezze di Dio
30/03/2025 Vatican News
Gallagher in Ungheria: l’amore del Padre ci accoglie da ogni ’paese lontano
31/03/2025 Il Fatto Quotidiano Pagina 8
Francesco e le “sirene della sodomia": da casa Trump, la crociata del vescovo rimosso
30/03/2025 Domani Pagina 11
Un pontificato grandioso e controverso. Vent’anni fa la morte di Giovanni Paolo II
31/03/2025 Il Tempo Pagina 13
L’anno dei tre Papi e la guerra segreta che portò al Soglio Karol Wojtyla
30/03/2025 Il Tempo Pagina 12
Quando Wojtyla ringraziò Il Tempo per l’attenzione alla Polonia
30/03/2025 Il Tempo Pagina 13 Giovanni Paolo II tra Dc e spie
POLITICA INTERNAZIONALE
31/03/2025 Corriere della Sera Pagina 2
Il giallo del drone russo, polemiche e un’inchiesta
31/03/2025 Corriere della Sera Pagina 5
Trump, nuove minacce a Putin: «Sanzioni se saboterà i negoziati»
31/03/2025 La Stampa Pagina 7
Vacilla la speranza dello zar di spartirsi il mondo con gli Usa
31/03/2025 IlMessaggero Pagina6
La pace potrebbe costare alla Russia più della guerra. È il sospetto che inizia a circolare tra molti analisti.
31/03/2025 LaRepubblica Pagina4
Soldati scelti da Aleppo e Sudzha, così Mosca è tornata ad avanzare
31/03/2025 Le Figaro Pagina 9
Les militaires se préparent à une confrontation de long terme avec la Russie
31/03/2025 Corriere della Sera Pagina 6 Usa-Ucraina. La storia segreta
31/03/2025 Corriere della Sera Pagina 1 Europei sul serio
31/03/2025 La Verità Pagina 3
Sberla degli italiani ai guerrafondai. Il 94% non vuole truppe in Ucraina
30/03/2025 La Stampa Pagina 9
Un italiano su 10 pro Putin, il 40% non sceglie. E solo il 6 per cento pensa a inviare le truppe
31/03/2025 La Stampa Pagina 3 Riarmo della discordia
30/03/2025 Avvenire Pagina 1 Disarmare le menti
30/03/2025 Avvenire Pagina 6
Giulio Tremonti: «L’Ue anticipi Putin. Prepari la pace allargando a Est»
30/03/2025 IlFattoQuotidiano Pagina5
Varsavia raddoppia i soldati. Arruolabili per cittadinanza
31/03/2025 Il Fatto Quotidiano Pagina 7
Il bluff interferenze russe spinge la Romania sempre più a destra
31/03/2025 Corriere della Sera Pagina 21
Netanyahu: «Il piano Usa è il nostro». E sfida l’Aia con la missione da Orbán
Alessandro Di Bussolo Benedetta Capelli Alessandro Di Bussolo Fabrizio D’Esposito Giovanni Maria Vian Nico Spuntoni Nico Spuntoni Luigi Bisignani
Virginia Piccolillo Giuseppe Sarcina Anna Zafesova LorenzoVita GianlucaDiFeo Nicolas Barotte Lorenzo Cremonesi Angelo Panebianco Maurizio Belpietro Alessandra Ghisleri Francesco Moscatelli Stefano Zamagni Angelo Picariello MichelaA.G.Iaccarino Luana De Micco Davide Frattini
42 44 45 47 49 52 54 56 59 61 63 65 67 69 71 73 75 77 79 81 83 87 89 92 31/03/2025 Corriere della Sera Pagina 21
Gli spari sui soccorsi, quei corpi ritrovati: il caso delle ambulanze
31/03/2025 Il Fatto Quotidiano Pagina 7
Striscia di Gaza. La finta di Doha e il vero piano Idf: riprendersi tutto
31/03/2025 Domani Pagina 7
Senza Assad alawiti massacrati. I siriani in fuga verso il Libano
31/03/2025 Libero Pagina 4
Nell’esecutivo siriano entrano cristiani, drusi e alawiti
31/03/2025 D o m a n i Pagina 7
Sul tavolo degli Usa è tornata prioritaria la questione iraniana
31/03/2025 The New York Times International Edition Pagina 3 Crackdown on opposition in Turkey animates movement
31/03/2025 La Vanguardia Pagina 5 Orbán, el sueño del poder eterno
31/03/2025 Corriere della Sera Pagina 11
Groenlandia, pressione Usa: «Nostra, anche con la forza»
31/03/2025 Il Fatto Quotidiano Pagina 15
Battaglia navale: così gli Usa sognano di sfidare Cina&C.
CHIESE LOCALI
30/03/2025 Avvenire Pagina 7
«La Chiesa cambia stile e passo per toccare il cuore del Paese»
31/03/2025 Il Fatto Quotidiano Pagina 17
La chiesa con le coperte d’oro dei migranti acceca la destra
31/03/2025 T h e G u a r d i a n Pagina 7
Ex-archbishop Welby says he would forgive serial abuser of 130 boys
SOCIETA’ E CULTURA
30/03/2025 L a S t a m p a Pagina 12
José Manuel Barroso: “Gli Usa non taglino i fondi per i vaccini. il mondo rischia un milione di morti”
31/03/2025 Corriere della Sera Pagina 13 Satelliti Starshield. I rischi per l’Italia
31/03/2025 L a V e r i t à Pagina 9
Rocco Buttiglione: «Spinelli padre dell’Europa è un mito creato dalla sinistra»
30/03/2025 Il Messaggero Pagina 2
Nascite, nuovo anno nero le culle al minimo storico
Marta Serafini Redazione Agnese Stracquadanio
94 96 97
A. M. 100 Renzo Guolo 102 Ben Hubbard, Safak Timur 104 Abdy Robinson 107 Massimo Gaggi 110 Alessandro Aresu 112
Ben
Mimmo Muolo 115 Tomaso Montanari 118 Quinn, Harriet Sherwood 120
Giuseppe Bottero 122 Francesco Bertolino, Milena Gabanelli 125 Laura Della Pasqua 128 Andrea Bassi 132 G. And. 134 Giacomo Andreoli 136 Filippo Maria Battaglia 138 Amalia Ercoli Finzi 141
30/03/2025 Il Messaggero Pagina 2
Alessandro Rosina: «Sotto 1,2 figli per ogni donna l’impatto su welfare e imprese rischia di essere irreversibile»
31/03/2025 Il Messaggero Pagina 10
Natalità, un piano famiglia. Supporto ai neo genitori per i primi 1.000 giorni
31/03/2025 L a S t a m p a Pagina 19
Benedetta Craveri: “Le lettere, i cioccolatini e De Nicola. Vi racconto mio nonno Benedetto Croce”
31/03/2025 Corriere della Sera Pagina 30 La ricerca si nutre di bellezza
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lunedì 31 marzo 2025
Vatican News EVIDENZA
Il Papa: in Sud Sudan si apra un tavolo per negoziare la pace
Nel testo dell’Angelus diffuso dalla Sala Stampa della Santa Sede, Francesco
chiede alle parti in lotta del Paese africano di lavorare per la stabilità e alla
Comunità internazionale l’invito a fornire aiuti per fronteggiare la grave
catastrofe umanitaria nel vicino Sudan. La preghiera per le nazioni in guerra e
il Myanmar, ’che soffre tanto anche per il terremoto’. È una Quaresima “di
guarigione. Anch’io la sto sperimentando così nell’animo e nel corpo”. Città
del Vaticano. Da Casa Santa Marta, dove da otto giorni è convalescente e
prosegue le terapie, dopo essere stato dimesso domenica scorsa dal
Policlinico Gemelli, Francesco continua a volgere il suo pensiero all’attualità
internazionale e in particolare ai Paesi dilaniati da guerre e ostilità. Nel testo
dell’Angelus diffuso dalla Sala Stampa della Santa Sede, dopo una breve
riflessione sulla misericordia di Dio e su questa Quaresima, da vivere ’come
tempo di guarigione’, il Papa manifesta la sua ’preoccupazione’ per la
’situazione in Sud Sudan’. Rinnovo il mio appello accorato a tutti i leader,
perché pongano il massimo impegno per abbassare la tensione nel Paese.
Occorre mettere da parte le divergenze e, con coraggio e responsabilità,
sedersi attorno a un tavolo e avviare un dialogo costruttivo. Solo così sarà possibile alleviare le sofferenze dell’amata popolazione sud-sudanese e costruire un futuro di pace e stabilità. LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DELL’ANGELUS DI PAPA FRANCESCO Siano avviati negoziati in Sudan L’apprensione del Pontefice è anche per il vicino Sudan, dove ’la guerra continua a mietere vittime innocenti’, da qui la richiesta di tutelare la popolazione, aprire trattative per far tacere le armi e inviare aiuti umanitari. Esorto le parti in conflitto a mettere al primo posto la salvaguardia della vita dei loro fratelli civili; e auspico che siano avviati al più presto nuovi negoziati, capaci di assicurare una soluzione duratura alla crisi. La Comunità internazionale aumenti gli sforzi per far fronte alla spaventosa catastrofe umanitaria. L’invito a pregare per la pace E non manca, nelle parole del Papa, l’invito a non dimenticare gli altri Paesi dove si combatte da tempo o ci sono emergenze e difficoltà. Confidando nella misericordia di Dio Padre, continuiamo a pregare per la pace: nella martoriata Ucraina, in Palestina, Israele, Libano, Repubblica Democratica del Congo e Myanmar, che soffre tanto anche per il terremoto. L’ottimo risultato diplomatico tra Tajikistan e Kyrgyzstan Con lo sguardo all’intera umanità, Francesco cita anche i ’fatti positivi’ più recenti, come ’la ratifica dell’Accordo sulla delimitazione
Tiziana Campisi
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Pagina 5
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lunedì 31 marzo 2025
Vatican News EVIDENZA
del confine tra il Tajikistan e il Kyrgyzstan, che rappresenta un ottimo risultato diplomatico’, e incoraggia ’entrambi i Paesi a proseguire su questa strada’, invocando ’Maria, Madre di misericordia’ perché ’aiuti la famiglia umana a riconciliarsi nella pace’. Quaresima tempo di guarigione Nel testo dell’Angelus, il Papa ricorda, poi, ai fedeli, la parabola che Gesù narra su quel ’padre che ha due figli: uno se ne va di casa ma poi, finito in miseria, ritorna e viene accolto con gioia; l’altro, il figlio ’obbediente’, sdegnato col padre non vuole entrare alla festa’. Un racconto che ’rivela il cuore di Dio: sempre misericordioso verso tutti; guarisce le nostre ferite perché possiamo amarci come fratelli’. Francesco sposta l’attenzione al cammino verso la Pasqua, esorta a vivere ’questa Quaresima, tanto più nel Giubileo, come tempo di guarigione’, e parla in prima persona. Anch’io la sto sperimentando così, nell’animo e nel corpo. Perciò ringrazio di cuore tutti coloro che, a immagine del Salvatore, sono per il prossimo strumenti di guarigione con la loro parola e con la loro scienza, con l’affetto e con la preghiera. Lo sguardo del Papa si allarga, quindi, a tutti gli uomini con l’auspicio della fratellanza in Gesù Salvatore. La fragilità e la malattia sono esperienze che ci accomunano tutti; a maggior ragione, però, siamo fratelli nella salvezza che Cristo ci ha donato.
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Pagina 6
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lunedì 31 marzo 2025
africarivista.it EVIDENZA
Kenya, Odinga nominato da Ruto inviato per il Sud Sudan
Il presidente del Kenya William Ruto ha nominato l’ex primo ministro Raila Odinga, suo nuovo sodale politico, come inviato speciale per il Sud Sudan. La nomina segue l’escalation di tensione nel Paese in seguito all’arresto del primo vicepresidente Riek Machar e di sua moglie. La scorsa settimana Ruto ha avuto una conversazione telefonica con il suo omologo sudsudanese, Salva Kiir Mayardit, in seguito alla notizia dell’arresto di Machar: dopo la telefonata, Ruto ha annunciato che avrebbe mandato un inviato speciale nel Sudan del Sud per allentare le tensioni e ha confermato di essersi consultato con i suoi omologhi ugandese, Yoweri Museveni, ed etiope, Abiy Ahmed, prima di prendere la decisione. Odinga, appena nominato, ha viaggiato in Sud Sudan per seguire gli ultimi sviluppi. L’ex premier s i è recato nella capitale Juba per trasmettere il messaggio di Ruto sia al presidente Salva Kiir che all’ex rivale Machar e per parlare con le altre parti interessate, coinvolte negli sforzi per porre fine all’escalation.
Redazione
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Pagina 7
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lunedì 31 marzo 2025
Fides EVIDENZA
Sud Sudan. L’Università Cattolica, un segno di speranza nel Sud Sudan
Quando si parla del Sud Sudan, la maggior parte delle informazioni riguarda
conflitti e crisi umanitarie. Tuttavia, in questo Paese si respira anche l’energia
e il dinamismo dei giovani, desiderosi di costruire un futuro migliore per il loro
Paese. All’Università Cattolica del Sud Sudan, situata a Rumbek, si promuove
la ’trasformazione’. I Missionari del Sacro Cuore dedicano particolare
attenzione ai più vulnerabili, con un focus specifico sull’istruzione delle
donne, nella convinzione che l’educazione sia la chiave per un Paese più
prospero. L’università rappresenta un’opportunità concreta per superare
l’emergenza che il Sud Sudan continua ad affrontare. Le sfide, tuttavia, sono
enormi. La più grave al momento è la guerra civile in Sudan, che ha avuto
ripercussioni devastanti: molte parrocchie, scuole e cliniche sono state
costrette a chiudere. In alcune zone, sacerdoti, religiosi e laici continuano a
servire le loro comunità, nonostante il pericolo crescente.Rifiutano di
abbandonare il loro popolo, anche a costo di affrontare viaggi estremi: per
raggiungere alcune parrocchie, possono essere necessari tre giorni di
navigazione su una piccola canoa, dormendo sotto una zanzariera su isolotti
improvvisati, seguiti da due giorni di cammino. Spesso un sacerdote riesce a visitare una comunità solo una volta all’anno, se non meno, rendendo i catechisti locali figure fondamentali per la vita della Chiesa. In Sud Sudan, la Chiesa è davvero composta da “pietre vive” che, giorno dopo giorno, costruiscono una casa spirituale. Il sistema scolastico del Paese è fragile: le scuole primarie e secondarie offrono un livello di istruzione molto basso. L’Università Cattolica del Sud Sudan cerca di invertire questa tendenza offrendo un’educazione di qualità, grazie a docenti esperti e a programmi di tirocinio in istituti cattolici come il Loreto o il La Salle. I primi laureati dell’Università stanno già facendo la differenza nelle loro comunità. Tra di loro, molte donne – le prime nelle loro famiglie a completare un percorso di istruzione superiore – tornano nei loro villaggi come insegnanti, assistenti sociali, infermiere e professioniste. Queste giovani non solo migliorano le loro vite, ma stanno trasformando il tessuto sociale, sfidando i pregiudizi sull’istruzione femminile e offrendo nuove prospettive per il futuro. Le lezioni si svolgono nel pomeriggio, con un programma intensivo, per permettere alle studentesse di sostenere le proprie famiglie al mattino o di lavorare per mantenersi. L’Università offre tre corsi di laurea: Business Administration and Management, Educazione
Javier Trapero
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Pagina 8
[§614675§]
lunedì 31 marzo 2025
Fides EVIDENZA
con specializzazione in Inglese e Letteratura Inglese e Commercio, Educazione Religiosa e Cittadinanza. La retta annuale è di 120 dollari, ma i Missionari del Sacro Cuore forniscono aiuti economici agli studenti che non possono permettersela. Il campus è accessibile a tutti: sono stati realizzati spazi adatti alle persone con disabilità, inclusi servizi igienici accessibili in sedia a rotelle. Qui, l’unico requisito per studiare è la determinazione e la passione. I Missionari del Sacro Cuore lavorano con dedizione per generare un cambiamento reale nella vita delle persone, affinché possano costruire un futuro più solido e dignitoso per sé e per il loro Paese.
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Pagina 9
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sabato 29 marzo 2025
Vatican News EVIDENZA
Myanmar, il cardinale Bo: urgente il cessate il fuoco per portare aiuto alla gente
Deborah Castellano Lubov
L’arcivescovo di Yangon e presidente dei vescovi del Paese era in auto al
momento della drammatica scossa di terremoto:"Abbiamo visto enormi
crateri aprirsi sulla strada. la gente fuggiva in cerca di salvezza. È stato un
momento di paura per tutti”. L’appello perché arrivino presto aiuti umanitari
alle persone e per una tregua delle ostilità in corso. La vicinanza del Papa,
“un balsamo di consolazione per le persone”. Città del Vaticano. ’È stato
sconvolgente vedere la natura aggravare le sofferenze di persone che
vivono in zone già provate da quattro anni segnati da violenza, dal crollo
dell’economia e dallo sfollamento forzato’. Il cardinale Charles Maung Bo,
arcivescovo di Yangon e presidente della Conferenza episcopale del
Myanmar, esprime ai media vaticani tutto il dolore per il disastroso terremoto
di magnitudo 7,7 che ha colpito la regione di Mandalay, causando finora più
di mille vittime in Myanmar e oltre 2.300 feriti, con la triste certezza che non
appena verranno rimosse le macerie dei palazzi distrutti il numero dei morti
salirà di molto. Sono centinaia i dispersi, tremila gli edifici sbriciolati, decine
di strade e ponti gravemente danneggiati. Un sisma che ora, racconta il
cardinale, viene chiamato ’il grande terremoto del secolo’. Ascolta l’intervista in lingua originale con il cardinale Bo L’appello al sostegno umanitario Al momento della scossa di terremoto il porporato stava attraversando in automobile proprio i luoghi maggiormente colpiti da morti e distruzioni. ’Mentre lottavamo in mezzo al traffico bloccato, abbiamo visto enormi crateri aprirsi sulla strada. La nostra auto si muoveva in modo incontrollato, così come tutti gli altri veicoli. È stato un momento di paura per tutti noi’. Il cardinale Bo descrive le ’drammatiche scene di uomini e donne che correvano per le strade, in cerca di sicurezza’, spiegando poi di aver già fatto appello ’a tutte le parti interessate per un urgente sostegno umanitario, per un accesso senza ostacoli alle popolazioni colpite e per il cessate il fuoco da parte di tutti i gruppi in ostilità’. La preoccupazione soprattutto riguarda la distribuzione degli aiuti che, a causa della violenza, ’potrebbero essere ostacolati dai disordini dei gruppi armati’, con riferimento ’alle parti di entrambi gli schieramenti’. L’intervento della Chiesa Riconciliazione, dialogo e pace restano ’l’unica soluzione’, sebbene ad ora il migliore canale per portare assistenza ai bisognosi siano i gruppi religiosi e la Chiesa cattolica. Il cardinale informa quindi di aver attivato ’un piano per rispondere all’emergenza’ denominato MERCI (Myanmar
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Pagina 10
[§614619§]
sabato 29 marzo 2025
Vatican News EVIDENZA
Earthquake Response Church Initiative – Iniziativa della Chiesa in risposta ala terremoto in Myanmar) e di aver convocato un incontro tra gli esponenti della Chiesa e il personale Caritas di tutte le aree colpite. La Caritas nazionale e gli uffici diocesani si sono attivati per intervenire nella diocesi di Mandalay che è la più colpita e poter rispondere in modo rapido ai bisogni, in collaborazione con le autorità locali, con i leader religiosi e con le organizzazioni umanitarie. Nelle zone colpite le comunicazioni non funzionano, si è senza Internet e con pochissima elettricità. ’Le persone hanno bisogno di tutto, di cibo, di un riparo, di medicine e di tutto il materiale salvavita’, continua Bo, con le organizzazioni non governative che lanciano l’allarme circa l’emergenza sanitaria, con ospedali già in partenza poco attrezzati, con strumentazioni inadeguati e che ora sono al collasso. Le parole del Papa, ’balsamo di consolazione’ ’Più di ogni altra cosa, la nostra gente ha bisogno di pace, non dell’angoscia che si scatena a causa di tutto quello che sta subendo’. Per il popolo ’il balsamo di consolazione’, sono state le parole del Papa che, ’nonostante la sua recente malattia’, ha espresso la sua vicinanza con un telegramma, così come ’durante gli ultimi difficili quattro anni’, ha sempre mostrato con i suoi appelli che hanno ’costantemente consolato le persone’. Lacrime che uniscono Sono le lacrime, in questo momento, a unire una popolazione devastata dalle sofferenze, prosegue il cardinale Bo, perché quando ’la natura attacca, gli esseri umani dimenticano tutte le loro differenze, e se si riesce a sopravvivere come specie è perché ci si riesce a commuovere per le lacrime degli altri che, in qualsiasi luogo, che sia in Thailandia o in Myanmar, sono comunione’. L’arcivescovo di Yangon quindi assicura la vicinanza della Chiesa al Paese: ’Noi sentiamo il loro dolore, saremo al fianco di tutti in questo momento di dolore per aiutare a guarire le ferite. Lo abbiamo dimostrato dopo lo tsunami, lo abbiamo dimostrato dopo il ciclone Nargis, supereremo anche questa crisi, perché la compassione è la religione comune nei momenti di disastro naturale’.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 8
Corriere della Sera EVIDENZA
Caldo torrido e ospedali al collasso. «Tanti corpi ancora sotto le macerie»
Terremoto birmano: in quattro estratti vivi da una scuola. Le scosse di assestamento. La preghiera del Papa
Giusi Fasano
Bangkok. «Qui si sente l’odore della morte». Dalle zone del Myanmar sbriciolate dal terremoto arrivano racconti che definire drammatici è riduttivo. I pochi che riescono a stabilire qualche contatto con il mondo fuori o lontano dagli scenari peggiori, chiedono di fare di più, molto di più. E di fare in fretta, soprattutto.
Ieri il termometro ha toccato i 42 gradi, ci sono quartieri di Mandalay e interi villaggi nel distretto di Chaung U (a Sagaing, epicentro del sisma) dove la situazione è immobile; tutto come un minuto dopo che la terra ha smesso di tremare. E sotto i cumuli imponenti delle macerie, nel caldo torrido di queste ore, ci sono corpi in decomposizione; c’è la vita perduta di chissà quante migliaia di persone che arriva al mondo di sopra con quell’«odore di morte» insopportabile nell’aria.
I superstiti Eppure, anche se le giornate e le speranze sono in ginocchio, succede che proprio nella regione più devastata di Sagaing vengono estratti vivi in quattro da un edificio scolastico collassato. Per ora sono loro i sopravvissuti che hanno resistito più a lungo sotto uno dei palazzi rasi al suolo venerdì dalla potenza del sisma, anche se per poche ore è sembrato possibile un altro miracolo, stavolta a Mandalay, città da oltre un milione e mezzo di abitanti nel cuore del Paese.
Una donna incinta è stata recuperata viva ma è morta poco dopo in ospedale, racconta l’ Agence France Presse.
Un raggio di sole spento prima che potesse scaldare il cuore dei soccorritori, sfiniti dalla fatica e con attrezzature inadeguate a fronteggiare una catastrofe che nell’ex Birmania, poi diventata Myanmar, «non si vedeva da oltre un secolo», secondo la Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (Ficr).
Nel Paese sconvolto dal 7,7 della scala Richter l’emergenza continua a essere totale. Le associazioni umanitarie che sono riuscite a contattare i loro operatori sul posto riferiscono di moltissime strade non percorribili, di molti ponti crollati o lesionati e quindi di soccorritori che si muovono con lentezza. Manca tutto, specie sul fronte sanitario: sacche di sangue, anestetici, medicinali, kit per traumi, ma anche acqua potabile, materiale per costruire ripari... Praticamente
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Pagina 12
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lunedì 31 marzo 2025
Corriere della Sera EVIDENZA
tutti gli ospedali delle aree colpite hanno subito danni gravi e sono «sotto una pressione mostruosa per il numero dei feriti che aumenta sempre più, per la mancanza di personale medico e paramedico, di farmaci e attrezzature diagnostiche», ci spiega Tommaso Della Longa, portavoce della Ficr che da Ginevra raccoglie e diffonde i racconti di chi è sul campo. Le tende, le barelle e i lettini davanti agli ingressi ospedalieri sono in crescita, come la gente senza posto curata per terra. «Gli ospedali della parte centrale e nord-occidentale del Paese hanno difficoltà a gestire l’afflusso dei feriti», conferma l’Ocha, l’Ufficio Onu degli affari umanitari. Un disastro.
La finestra della speranza per captare segni di vita da sotto le macerie è ancora aperta ma è chiaro per tutti che il nemico più grande è il tempo che passa. E poi ci sono le scosse di assestamento, altre nemiche temutissime: ieri mattina una di magnitudo 5,1 a nord-ovest di Mandalay, nel Comune di Mattara.
Tutto si è messo a tremare di nuovo e le macerie in bilico si sono mosse mettendo a rischio le eventuali vite ancora accese del mondo di sotto e certamente quelle dei soccorritori del mondo di sopra.
Le previsioni Nessuno può sapere quando la grande faglia di Sagaing smetterà di muoversi e la scossa abbastanza potente di ieri ha lavorato sulla fragilità anche psicologica di chi è rimasto vivo, con il risultato che migliaia di persone sono sfollate per strada anche se hanno abitazioni ancora agibili.
Quello che le voci dal Myanmar fanno sapere al mondo esterno è che serviranno mesi, probabilmente anni, per fronteggiare la crisi umanitaria che il terremoto ha sommato a tutto il resto, dalla guerra civile alla povertà, passando per violente alluvioni.
Ed eccolo l’altro grande nemico in agguato: le piogge.
«La stagione dei monsoni è dietro l’angolo, fra poche settimane, e prima di allora servirà un riparo per milioni di persone che non hanno più un tetto» lancia l’allarme Paolo Felice, capomissione del Cesvi a Yangon, la città più popolosa del Myanmar.
Papa Francesco nel testo scritto per l’Angelus di ieri ha invitato i fedeli a «pregare per il Myanmar che soffre tanto anche per il terremoto», proprio mentre la giunta militare del Paese diffondeva il nuovo bilancio delle vittime: 1.700.
Un numero destinato inesorabilmente a crescere e al quale si aggiungono anche i morti di Bangkok, sepolti da una montagna di cemento e ferro che erano la Torre di 30 piani in costruzione, davanti al mercato di Chatuchak. I futuri uffici per i revisori generali dei conti sono implosi (unica struttura in città) dopo la prima scossa di venerdì. Fino a ieri le vittime estratte erano 17, ma ne mancano ancora all’appello più di 50.
Sul caso è stata aperta una inchiesta e secondo il Bangkok Post nel consorzio che stava costruendo c’era anche una società italo-thailandese quotata alla Borsa della Thailandia dal 1994: la «Italian-Thai Development Public Company Limited». Fondatori (nel 1958): il thailandese Chaijudh Karnasuta e il genovese Giorgio Berlingieri. Il quotidiano riferisce che «era una joint venture tra Italian-Thai Development e una sussidiaria di China Railway No.10 Engineering Group, fra le più grandi società di ingegneria e costruzione al mondo». Ora al posto della torre ci sono
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lunedì 31 marzo 2025
Corriere della Sera EVIDENZA
macerie alte quanto un palazzo di sette piani.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 10
La Repubblica EVIDENZA
Catastrofe Myanmar: migliaia sotto le macerie, gli ospedali al collasso
Mandalay, salvate 29 persone. Altre scosse, in arrivo anche i monsoni Infezioni, allarme Oms. L’Unicef: sono milioni i bambini in pericolo
L’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato un appello per trovare rapidamente 8 milioni di dollari per salvare vite umane e prevenire epidemie nei prossimi 30 giorni, aggiungendo di aver classificato questa crisi come emergenza di livello 3: il più alto. «La fornitura di elettricità e acqua rimane compromessa, il che complica l’accesso ai servizi sanitari e aumenta il rischio di infezioni», dice l’Oms. Millesettecento i morti finora, 3.400 i feriti.
Ma con le comunicazioni interrotte in molte aree, la vera portata del disastro rimane poco chiara e si prevede che il bilancio peggiorerà. Anche l’Unicef chiede aiuto alla comunità internazionale e parla di miliondi di bambini a rischio.
Le nuove scosse e la ripresa dell’offensiva militare contro i ribelli hanno rallentato i soccorsi verso le aree più colpite. La giunta militare, al potere dopo il golpe del febbraio 2021, ha dimostrato ieri di non aver nessuna intenzione di rispettare il cessate il fuoco, chiesto due giorni fa da alcuni gruppi ribelli per facilitare gli aiuti. Un attacco aereo ieri pomeriggio nella cittadina di Pakokku, nella regione di Magway, nel nord-ovest del paese,
N. C., G. Mod.
Banhkok. L’odore dei corpi in decomposizione permea le strade di Mandalay e Sagaing, le aree più colpite dal terremoto che tre giorni fa ha devastato il Myanmar. E con il caldo l’aria diventa ancora più irrespirabile. Negli ospedali del Paese, già dilaniato dalla guerra civile, non c’è più spazio per i morti e, con i forni crematori pieni, i cadaveri vengono bruciati per strada.
I volontari locali si sono ritrovati a cercare sopravvissuti con mezzi limitati e con la terra che è tornata a tremare. Ieri sono state registrate scosse di assestamento, alcune di magnitudo 5.1. Nonostante la paura tra gli abitanti di Mandalay, i soccorritori non hanno mai smesso di scavare. Hanno cercato di farsi largo come meglio potevano tra i detriti di un complesso di quattro edifici da 11 piani. Tutti hanno applaudito quando sono riusciti a trarre in salvo 29 persone, ma la gioia è durata poco: una donna di 35 anni, incinta, è morta poco dopo essere stata estratta viva. Oltre a lei, altre 9 persone sono decedute nel crollo. Altre 90 sono ancora intrappolate.
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lunedì 31 marzo 2025
ha ucciso due donne e ferito altre sette persone.
La Repubblica EVIDENZA
Nonostante sabato le autorità birmane avessero dichiarato che l’ex leader Aung San Suu Kyi, arrestata dopo il colpo di stato di quattro anni fa e in carcere nella capitale Naypyidaw, non fosse stata colpita dal terremoto, suo figlio Kim Aris ieri alla Bbc ha raccontato invece di non aver avuto alcuna conferma sulle condizioni di salute di sua madre. Aggiungendo che i contatti erano scarsi anche prima del sisma: «Le è stato permesso di scrivere solo una volta in quattro anni di prigionia».
Secondo le autorità locali, almeno 100 persone sono state estratte vive dagli edifici crollati negli ultimi due giorni. Ma il Paese, da solo, non è in grado di fornire l’assistenza necessaria a feriti e alle famiglie dei dispersi.
Ieri, il World food program (Wfp) agenzia Onu responsabile dell’assistenza alimentare in caso di emergenze come questa è riuscito a distribuire delle prime scorte alimentari a 140 persone nella regione di Naypydaw, la nuova capitale a circa 200 chilometri dall’epicentro, per un consumo che copre 5 giorni. «I beneficiari sono famiglie che aspettavano fuori dell’ospedale in attesa dei propri cari sepolti dalle macerie», ha spiegato a Repubblica Paolo Mattei vicedirettore del Wfp in Myanmar. Oggi l’agenzia comincerà a portare aiuti alimentari ed economici anche a Sagaing e nello stato di Shan, tra le zone più colpite.
Intanto nel Paese sono arrivate squadre di soccorritori dalla vicina Thailandia, dalla Cina, dall’India, da Singapore, dalle Filippine, dal Vietnam, dalla Russia. Gli Stati Uniti hanno promesso 2 milioni di dollari in aiuti «attraverso organizzazioni di assistenza umanitaria con sede in Myanmar».
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 13
Almeno 1.700 le vittime accertate
Myanmar: crematori pieni, sos farmaci
Il Giornale EVIDENZA
I feriti intasano gli ospedali, ma mancano sacche di sangue e medicine essenziali
Chiang Mai (Thailandia) Mandalay brucia. Brucia per i corpi cremati in strada, tra le macerie e la disperazione di chi non ha neanche un luogo per seppellire i propri cari. Dopo il terremoto di magnitudo 7,7 che venerdì ha colpito il Myanmar, i crematori della seconda città più grande del Paese non bastano più.
Le autorità parlano di almeno 1.700 vittime, ma si teme che il numero reale sia molto più alto. I cimiteri principali sono ormai pieni. «Due giorni fa abbiamo cremato oltre 300 corpi. Solo nella mattinata di ieri ne sono arrivati più di 200», ha raccontato un lavoratore a Myanmar Now.
Fabio Polese
In un Paese già stremato da quattro anni di guerra civile, il sisma ha travolto
una popolazione fragile, infrastrutture precarie e un sistema sanitario al limite.
L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha
denunciato una gravissima carenza di forniture mediche. Mancano kit per
traumi, sacche di sangue, anestetici, tende e farmaci essenziali. Gli ospedali
delle regioni centrali e nord-occidentali, tra cui Mandalay e Sagaing, non
riescono a gestire l’afflusso di feriti. A complicare tutto, le strade crollate o bloccate rendono i soccorsi lenti e frammentati.
«Il Paese è già alle prese con una crisi umanitaria allarmante, in gran parte causata da conflitti persistenti e disastri ricorrenti», ha dichiarato Marcoluigi Corsi, rappresentante dell’Unicef in Myanmar. «In questo momento critico, la popolazione ha urgente bisogno di un sostegno concreto e coordinato».
Nel caos di questi giorni, sono gli stessi cittadini a organizzarsi per cercare i sopravvissuti. A Mandalay si scava con pale improvvisate e a mani nude. Le squadre di soccorso ufficiali sono poche, mal equipaggiate e in ritardo. Un operatore, che ha chiesto di restare anonimo, ha raccontato a un media locale di aver lavorato tra edifici ancora instabili, con il rischio costante di nuovi crolli. «Molti palazzi sono troppo pericolosi per entrarci, ma sappiamo che sotto ci sono persone vive».
La Thailandia ha inviato 55 militari specializzati, 6 cani da ricerca e mezzi pesanti. Pechino ha spedito 82 soccorritori e annunciato l’invio di aiuti economici. Hong Kong ha mandato 51 operatori e 2 cani da salvataggio, mentre l’India ha fatto atterrare aerei con team di emergenza,
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lunedì 31 marzo 2025
Il Giornale EVIDENZA
ospedali da campo e cibo. Malesia e Russia hanno inviato personale e materiali di supporto. Gli Stati Uniti hanno dichiarato in una nota che forniranno aiuti fino a due milioni di dollari attraverso organizzazioni di assistenza umanitaria locali.
Nonostante un cessate il fuoco dichiarato dalle forze anti-giunta nelle regioni terremotate, l’esercito ha continuato a condurre attacchi aerei, anche poche ore dopo il sisma. «Il fatto che la giunta abbia continuato a bombardare dopo il terremoto dice tutto su quale sia la sua priorità: non salvare vite, ma reprimere la popolazione a ogni costo», ha scritto su X Elaine Pearson, direttrice per l’Asia di Human Rights Watch.
Il Myanmar Red Cross Society ha mobilitato centinaia di volontari per offrire primo soccorso e distribuire beni di prima necessità. Ma gli aiuti sono ancora troppo lenti rispetto all’entità del disastro. E in molte zone colpite, nessuno è ancora arrivato.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 8
Il Messaggero EVIDENZA
Myanmar, ultime speranze. Scatta l’allarme epidemie il rogo dei corpi in strada
Mauro Evangelisti
I crematori di Mandalay e delle altre regioni del Myanmar devastate dal terremoto non sono più sufficienti. Bruciano cadaveri a pieno regime, ma in molte aree i familiari dei morti, non avendo alternative, sono costretti a dare fuoco ai corpi dei propri cari per strada. Questa è la situazione di un Paese in ginocchio, dove i dati del tutto inattendibili della giunta militare parlano di 1.700 vittime, quando è ormai evidente che i morti sono almeno cinque volte tanto. Ci sono città come Sagaing che sono state distrutte all’80 per cento: detta in altri termini, su 10 edifici solo due sono ancora in piedi. Siamo nella zona controllata dalle forze anti-regime. Questo significa che, oltre al dolore per le vittime, il Myanmar avrà a che fare con il rischio di una emergenza sanitaria e di epidemie, non tanto a Mandalay, che comunque è la seconda città del Paese, ma nelle aree più remote. Inoltre, c’è la catastrofe degli sfollati: decine di migliaia di persone che non hanno più un tetto, con la terribile beffa che una parte di loro è rappresentata da rifugiati fuggiti dalle aree più calde della guerra civile.
IL PROBLEMA Tutto questo mentre in Myanmar sta per cominciare la stagione dei monsoni (tra due mesi) con il rischio di inondazioni che questo stupendo Paese del Sud-Est asiatico ha già dovuto affrontare un anno fa. Racconta Giuseppe Pedron, responsabile dei progetti in Asia per Caritas Italiana: «I team dei soccorritori sono riusciti ad arrivare nella zona più colpita dal sisma. Si scava a mani nude per salvare vite umane». E ancora: «Presto si porrà il problema delle abitazioni, perché la maggior parte, nella zona dell’epicentro, è andata distrutta e serviranno dei rifugi semipermanenti. Non vanno bene le tendopoli che in queste occasioni vengono installate per la prima emergenza, perché in quella zona sono in arrivo anche i monsoni, tra giugno e luglio. Saranno necessari aiuti per almeno cinque anni». La Federazione Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa (Ifrc) conferma: «Quello che stiamo vedendo in Myanmar è un livello di devastazione che non si vedeva da oltre un secolo in Asia». L’Unicef: sono urgenti nuovi fondi, ci sono milioni di bambini a rischio. Scrive Myanmar Now, un portale nato a Yangon prima dell’ennesimo colpo di stato dei militari e che ora opera da Melbourne: «I crematori di Mandalay stanno lottando per far fronte all’aumento delle vittime in seguito al forte terremoto. I cimiteri più grandi, tra cui Kyanikan, Taung-Inn e Myauk-Inn, sono sopraffatti
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lunedì 31 marzo 2025
Il Messaggero EVIDENZA
e i cadaveri si accumulano, mentre le famiglie cercano di cremare i loro defunti». «Ieri abbiamo cremato oltre 300 corpi. Questa mattina, ne sono già stati processati più di 200 – ha detto a Myanmar Now un operatore di un sito di cremazione – Alcuni familiari ricorrono alla cremazione dei propri cari al di fuori dei luoghi di sepoltura designati, poiché i crematori sono sovraffollati».
Ieri in Myanmar c’è stata una nuova scossa, meno potente delle due di venerdì (7.7 e 6.7 di magnitudo), ma comunque non banale, visto che era 5.1. Questo rende più difficile il lavoro dei soccorritori e di chi deve scavare in condizioni di precarietà, soprattutto in quei villaggi dove gli aiuti non sono ancora arrivati, perché non sono raggiungibili o perché sono controllati dai ribelli e per questo la giunta militare li esclude. Resta un filo di speranza perché anche dopo 60 ore sono state recuperate persone in vita. Purtroppo, come confermato dalle Nazioni Unite, la giunta militare continua a bombardare le zone prese dalle forze di opposizione (da tempo c’è stata un’inedita alleanza tra le varie forze anti-regime di diverse etnie). In totale ci sono state sette vittime. Denunciava ieri il Movimento di Disobbedienza Civile: «La giunta sta bombardando in questo momento a Magwe. A questo punto siamo oltre le parole, imploriamo aiuto e attenzione. C’è zero indignazione da parte della comunità internazionale per quanto riguarda l’attentato, anche se i resoconti credibili dei media e l’Onu stessa hanno detto che la giunta sta bombardando». Il Governo di Unità Nazionale (Nug), che è nato in opposizione alla giunta militare dopo il colpo di stato di quattro anni fa, ha schierato il personale del Movimento di Disobbedienza Civile per «gli sforzi di salvataggio nelle aree controllate dalla giunta», ma senza gli aiuti internazionali, che arrivano al regime, non è semplice. A Bangkok, intanto, nel cantiere del palazzo in costruzione crollato a causa della scossa di venerdì, proseguono le ricerche.
I parenti dei dispersi sono ospitati nelle tende allestite proprio di fronte, con decine e decine di telecamere e giornalisti. Molti hanno perso anche tre o quattro dei loro cari, perché solitamente in questi cantieri (dove lavorano soprattutto immigrati del Myanmar o dalle province settentrionali della Thailandia) sono impiegati interi nuclei familiari. Il governo thai ha aperto una inchiesta sui materiali utilizzati, per capire perché solo in quel cantiere, a Bangkok, vi sia stato un crollo così disastroso. L’ultimo bilancio parla di 18 vittime e 78 dispersi.
Mauro Evangelisti © RIPRODUZIONE RISERVATA.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 9
Ore di angoscia nel monastero
Il Messaggero EVIDENZA
Sono seduti su sedie di plastica bianche, nel cortile ricoperto di pietre e detriti. Indossano le tradizionali tonache di colore ocra e hanno tutti la testa rasata. A decine assistono alle operazioni di ricerca tra le macerie. In lontananza si sente il rumore dei martelli pneumatici. Altri si avvicinano, indossano mascherine per proteggersi dalla polvere. Cercano di scrutare cosa sta succedendo. Sono i monaci buddisti che, quando la terra ha cominciato a tremare, venerdì mattina, stavano sostenendo la terza sessione di un esame che solitamente dura sei giorni per il conseguimento del grado monastico avanzato, nel monastero di tre piani di U Hla Thein, a Mandalay. La potenza della scossa ha distrutto l’edificio. Secondo le prime notizie diffuse dall’Onu, all’interno del monastero, durante gli esami, c’erano 600 monaci.
Circa 200 sono rimasti intrappolati. Una ventina sono stati recuperati in vita,
ricoperti di polvere bianca, mentre almeno ottanta sono morti. Gli altri sono
dispersi, per questo le ricerche non si stanno fermando. Oltre ai monaci
sopravvissuti, che aspettano l’esito delle ricerche, ci sono anche diversi
familiari dei religiosi che mancano all’appello. Racconta il sito birmano Mizzima: «Tra i dispersi c’era anche Seikta, il figlio dell’agricoltore Kyaw Swe, che stava sostenendo l’esame. Divenne novizio a nove anni e da 31 anni è un monaco.
“Spero che sia vivo – dice il padre a un giornalista di Afp, mentre una lacrima gli riga la guancia – Sua madre è molto triste. Se riesci a rispettare il Dhamma (le scritture buddiste) troverai un po’ di sollievo, ma se non riesci, sarai tormentato"». Tra le testimonianze riportate c’è anche quella di San Nwe Aye, 60 anni, fratello di uno dei monaci sorpresi dalla scossa durante gli esami e che si trova sotto le macerie. Impossibile sapere se sia ancora vivo: «Spero che non sia tormentato dal pensiero della famiglia mentre è intrappolato.
Voglio sentire il suono della sua predicazione. Ha una voce così bella. Mi sento felice ogni volta che lo vedo», dice il fratello. Bhone Thuta, monaco da 18 anni, racconta ai giornalisti: «Il buddismo insegna l’accettazione. Questo accade perché è destino. Nel buddismo, crediamo che sia a causa del nostro karma delle nostre vite passate. Stiamo semplicemente ripagando i nostri debiti. Solo Buddha sa cosa accadrà e questo è un debito che dobbiamo ripagare». IL CUORE Mandalay viene considerata il cuore culturale, ma soprattutto religioso, del Myanmar. È importante per il buddismo theravada, diffuso in tutto il Sud-Est asiatico. Anche se esistono
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M. Ev.
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lunedì 31 marzo 2025
Il Messaggero EVIDENZA
minoranze musulmane e cattoliche, il 90 per cento della popolazione è di religione buddista. Mandalay, inoltre, ospita un elevato numero di pagode, templi, ma anche centri monastici. La città è stata l’ultima capitale del regno birmano e, prima della pandemia, del colpo di stato e della guerra civile, era visitata da un milione di turisti all’anno. C’erano hotel, ostelli, ristoranti, un clima allo stesso tempo spirituale e internazionale. Tutto questo ora ha lasciato il posto a dolore e sofferenza.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 9
L’intervista
Corriere della Sera EVIDENZA
Kim, il figlio di Suu Kyi: «Non so nulla di mia madre. Non fidatevi dei generali, sfrutteranno anche il sisma»
«La prigione sarebbe ancora in piedi: da lei una lettera in 4 anni»
«Non ho notizie di mia madre.
Pare che la prigione dove è trattenuta, a Naypyidaw, non sia stata danneggiata dal terremoto. Ma è impossibile avere una conferma. Io continuo a scriverle, a mandarle pacchi.
Ma le autorità le impediscono di rispondere. Da lei ho ricevuto una sola lettera in quattro anni».
Kim Aris è il secondogenito del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. Risponde al telefono dagli Stati Uniti, dove si trova per raccogliere fondi a favore del Myanmar-Birmania. «Visito le diverse comunità di birmani in esilio, cerco di condividere quello che so sulla situazione nel Paese». Sua madre, leader indiscussa del Paese, è stata arrestata il giorno stesso del colpo di Stato voluto dal generale Min Aung Hlaing, il 1° febbraio 2021. «I militari dicono di averla spostata agli arresti domiciliari. Ma è una bugia: per quanto ne so io, mamma è in prigione da quattro anni ormai. Non capisco come si possa prestare fede a quello che dicono i generali».
Cosa si propone di ottenere visitando le comunità di birmani in esilio?
Paolo Saolom
«Sto cercando di sollevare lo spirito, di aiutare il morale, la speranza nel futuro. Dal giorno del colpo di Stato la prospettiva di una soluzione, di un ritorno alla democrazia è molto bassa. Per questo serve lavorare sul domani».
Come?
«Raccolgo donazioni che servono per inviare aiuti nel Paese. Incontro esponenti dell’Amministrazione americana per sollecitare un loro intervento. Anche se al momento, data la situazione politica dell’America, questo è il punto che mi lascia più perplesso... Comunque mi pare che la disposizione delle persone che incontro sia tutto sommato costruttiva».
Ma è vero che l’esercito avrebbe bombardato i cosiddetti «ribelli» nonostante la tragedia del terremoto?
«Anche qui, avere notizie precise dalla Birmania è di fatto virtualmente impossibile. Mi è stato riferito, tuttavia, che un’ora prima che il sisma colpisse, l’aviazione della giunta
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lunedì 31 marzo 2025
Corriere della Sera EVIDENZA
stava lanciando un attacco. Non credo che gli aerei siano stati fermati. Quindi sì, la guerra sta continuando».
Uno dei problemi fondamentali, nel caso della Birmania, è proprio il fatto che tutto è controllato dall’esercito. Dunque, come si fa ad aiutare la popolazione? Come si può essere certi che quanto si invia nel Paese raggiungerà i civili?
«È così. Bisogna raccogliere gli aiuti e spedirli all’interno della Birmania solo attraverso canali verificati. Altrimenti i militari si impadroniranno di ogni cosa e i naturali destinatari non riceveranno nulla».
Kim, lei pensa che questa immane tragedia, il terremoto, riuscirà a suscitare un minimo di consapevolezza nella giunta? Si renderanno conto, i generali, che non possono continuare a gestire così il loro Paese?
«Temo proprio di no. I militari hanno avuto altre occasioni nel passato anche recente, come l’inondazione causata il settembre dello scorso anno dal passaggio del tifone Yagi. Il loro comportamento non ne è stato affetto in nessun modo. Hanno usato gli aiuti internazionali soltanto a proprio vantaggio. O, peggio, come un’arma ulteriore contro il loro stesso popolo: chi è considerato un nemico resta ai margini, non ottiene nemmeno le briciole».
Come possono cambiare le cose? Ha senso sperare nel futuro?
«Io continuo ad avere speranze. La situazione è drammatica, non c’è dubbio. Ma è chiaro a tutti che non potrà andare avanti così a lungo.
Nessuno si sente al sicuro, nemmeno chi porta la divisa.
Possono combattere contro i ribelli, certo. Ma per quanto ancora? Prima o poi il popolo si libererà dei generali».
Sua mamma compirà 80 anni il prossimo giugno. Per quanto ancora potrà essere tenuta in un carcere?
«Io continuo a sognare di rivederla. Ma il suo destino è legato a quello del Paese intero, del suo popolo. Se vincerà la rivoluzione, lei tornerà libera. Se i generali vorranno la pace, dovranno negoziarla con lei».
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 9
La situazione
Corriere della Sera EVIDENZA
I militari e il Paese da sempre in guerra contro se stesso
Il Myanmar ovvero l’ex Birmania è un Paese in guerra con se stesso dall’anno dell’indipendenza, nel 1948. Anzi, per essere più precisi, dal 19 luglio 1947, quando il generale Aung San, il padre della Patria (e di Aung San Suu Kyi) fu assassinato da un sicario, inviato da un rivale politico, durante una riunione del governo. La frattura in realtà, lì per lì, si ricompose. Partiti gli inglesi, la Birmania debuttò nella Comunità internazionale nella forma di una democrazia.
P. Sa.
Ma i militari, ovvero la casta che si sentiva investita di un diritto naturale di
dominio sulle sorti del giovane Stato, già nel 1962 si sollevarono per garantirsi
il primato negli anni a venire. Povero e arretrato, suddiviso in lingue e etnie le
più diverse, il Paese del Sud-Est asiatico nonostante la presenza di ingenti
risorse naturali e la bellezza del suo patrimonio artistico-culturale è rimasto da
allora isolato dal resto del mondo, mentre i padroni in divisa sperimentavano
uno sviluppo sulla falsariga del socialismo reale che già stava fallendo nei
Paesi modello: Cina e Urss. Ogni tanto era scosso da rivolte e proteste in
particolare da parte dei giovani, quegli studenti che sognavano la libertà di muoversi e sperare nel futuro. Nel 1988, la sollevazione del Paese contro la giunta militare che di fatto aveva tutti i diritti, in particolare quello di arricchirsi sulla pelle dei sudditi arrivò a un passo dal successo. I generali acconsentirono a tenere libere elezioni due anni più tardi, elezioni che furono vinte (nonostante i brogli) da Aung San Suu Kyi e dalla sua Lega nazionale per la democrazia. Bastò questo per riportare tutto alla casella di partenza: elezioni annullate manu militari, l’Orchidea di Ferro arrestata e condannata a diversi anni di carcere (l’anno successivo avrebbe vinto il Nobel per la Pace per il suo rifiuto di rispondere ai generali con la violenza). Il potere nelle loro mani, l’opposizione dietro le sbarre, la giunta riportò indietro le lancette dell’orologio, chiudendo il Paese alle «malefiche» influenze esterne e contando sull’appoggio dei pochi amici al di là delle frontiere, in particolar modo la Cina. Ma la brace della rivolta, pur attenuata, non si era spenta. E nel 2007, di nuovo nel nome di Suu Kyi, il popolo si sollevò contro i «padroni».
Questa volta furono i monaci, figure vicine alla santità nella cultura nazionale, anche per i generali, a scendere in piazza. Niente da fare: il timore di perdere il potere fu tale che
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lunedì 31 marzo 2025
Corriere della Sera EVIDENZA
ai soldati fu ordinato di sparare su quegli uomini (e donne) avvolti nella veste color zafferano (di qui: la Rivoluzione Zafferano). La perdita di legittimità, tuttavia, costrinse il regime a cercare un compromesso: una nuova costituzione e, nel novembre 2010, la liberazione di Suu Kyi. Sembrava la svolta: per dieci anni la Birmania si è aperta al mondo e ha navigato a vista le acque della libertà. Ma quando, nel 2020, le elezioni avevano dato alla Signora la forza di rendere irreversibile il processo democratico, i generali hanno di nuovo scelto la guerra. Contro il loro stesso popolo. Una guerra che dura tuttora.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 15
L’analisi in polinesia
La Stampa EVIDENZA
Giada, porti e terre rare. Corsa alle ricchezze birmane in mano alla giunta militare
I generali approfittano del sisma e regolano i conti con i ribelli. L’obiettivo è guadagnare legittimità sfruttando i legami con Russia e Cina
Lorenzo Lamperti
Taipei. Oltre agli edifici, alle infrastrutture e alle strade, il terremoto in Myanmar fa tremare anche numerosi interessi. Peraltro già vacillanti, oltre quattro anni dopo il golpe militare che ha di fatto dato il via a una sanguinosa guerra civile, che continua ad aprire nuove ferite in un Paese già martoriato dalla repressione della minoranza Rohingya e dalle antiche dispute con i gruppi etnici e le milizie armate.
La Birmania è sempre stata uno snodo chiave per gli equilibri asiatici.
Affacciandosi sul Golfo del Bengala e sul mare delle Andamane, ha un
accesso diretto alle rotte marittime dell’Oceano Indiano. Le dittature militari,
le sanzioni internazionali, un passato e un presente pieni di eventi drammatici
hanno reso il Myanmar poverissimo. Eppure, il suo territorio è ricco di risorse.
Al largo delle coste ci sono numerosi giacimenti offshore, su cui hanno
messo gli occhi Cina, India e Thailandia. Le sue foreste forniscono un’ampia
quantità di teak pregiato, molto richiesto sul mercato internazionale. Il
sottosuolo conserva una grande quantità di pietre preziose come rubini,
zaffiri e soprattutto giada. Secondo un report del 2015 di Global Witness, solo nel 2014 il valore proveniente dal mercato della giada sarebbe stato pari a 31 miliardi di dollari, circa il 50% del Pil del Myanmar.
La politicizzazione degli aiuti umanitari per il post sisma è pressoché scontata, così come una loro distribuzione arbitraria. Oltre a regolare qualche conto con i ribelli, bombardati anche in questi giorni, dopo il terremoto la giunta militare potrebbe provare a guadagnare legittimità. Già lo scorso novembre, il generale golpista Min Aung Hlaing è stato a Kunming, Cina, per un vertice dei Paesi del fiume Mekong.
Poche settimane fa è stato ricevuto da Vladimir Putin al Cremlino. La Russia fornisce al regime jet militari utilizzati per attaccare i ribelli, droni e assistenza nella costruzione di una centrale nucleare. I rapporti sono positivi anche con l’India, che nel 2020 ha regalato all’esercito il suo primo sottomarino. Tradizionalmente, il primo partner del Myanmar è però la Cina. Lungo il Corridoio economico Cina-Myanmar, arteria vitale per la Belt and Road, sono sorti oleodotti e gasdotti. Attraverso lo sviluppo del porto di Kyaukpyu, la Cina mira all’accesso diretto al Golfo del Bengala per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Malacca, passaggio
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lunedì 31 marzo 2025
La Stampa EVIDENZA
quasi obbligato e potenziale “collo di bottiglia” della maggioranza delle merci che si muovono tra Oriente e Occidente. Le imprese cinesi hanno un ruolo chiave anche nel potenziamento dell’energia idroelettrica, con la costruzione di svariate dighe.
La guerra civile ha già messo a rischio il flusso energetico e la sicurezza delle forniture, interrompendo progetti approvati per diversi miliardi di dollari. Il terremoto ha causato nuovi danni agli oleodotti e rischia di causarne anche alle dighe. Negli scorsi mesi, peraltro, i ribelli Kachin hanno preso il controllo della cintura mineraria di terre rare nel Nord, che conserva risorse cruciali per produrre turbine eoliche e veicoli elettrici: due settori strategici per Pechino, le cui importazioni di ossidi e terre rare birmane sono crollate dell’89% tra febbraio 2024 e 2025. La Cina ha provato a intervenire nella crisi, favorendo due tregue parziali e dalla breve durata. Xi Jinping aveva ottimi rapporti con Aung San Suu Kyi, ma ha spesso supportato la giunta militare. Alla Cina interessa stabilità, a prescindere da chi possa garantirla. Min Aung Hlaing lo sa e ora mira a una normalizzazione più ampia. A meno di cancellazioni a causa del sisma, da mercoledì il generale sarà a Bangkok per il summit Bimstec, che riunisce i Paesi del Golfo del Bengala. Qui dovrebbe incontrare il premier indiano Narendra Modi.
In attesa di legittimazione, dopo il golpe il Myanmar è diventato il maggiore produttore di oppio al mondo. Qualche mese fa, il New York Times lo ha definito il più grande hub di criminalità organizzata al mondo. Una sorta di parco giochi per signori della guerra, trafficanti di armi e di esseri umani, costellato di miniere illegali per estrarre risorse contrabbandate poi all’estero.
Le foreste sono invase dai bracconieri a caccia di animali selvatici e legno, mentre nelle zone di confine si sono sviluppati immensi centri di truffe online. Difficile pensare che, in questa situazione, le possibili elezioni farsa promesse dall’esercito entro il 2025 possano dare stabilità a un Paese che sta cadendo a pezzi. In modo tragicamente sempre più letterale.
© RIPRODUZIONE RISERVATA Un forte terremoto di magnitudo 7.1 ha colpito ieri al largo dell’arcipelago delle Tonga (immagine satellitare accanto). L’U.S. Geological Survey ha riferito che la scossa è stata registrata a circa 100 chilometri a nord-est dell’isola principale, Tongatapu, alle 14.18 ora italiana. Il Centro di allerta tsunami del Pacifico ha emesso un allarme dicendo che onde pericolose avrebbero potuto colpire le coste dell’Australia situate a meno di 300 chilometri dall’epicentro del sisma.
Le Tonga sono un Paese della Polinesia composto da 171 isole con una popolazione di poco superiore alle 100 mila persone, la maggior parte delle quali vive sull’isola principale di Tongatapu. Il terremoto ha colpito a una profondità di dieci chilometri, come ha segnalato il Centro tedesco di ricerca per le geoscienze. Il ministero dell’Interno francese ha ricordato che questo arcipelago «si trova in una zona di attività sismica (Cintura di fuoco del Pacifico) e può essere soggetto a tsunami in seguito a forti terremoti». r.e. Lorenzo Lamperti La distruzione Soccorritori cinesi cercano superstiti a Mandalay; sotto, membri del Ministero delle Emergenze russo in Myanmar reuters.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 13
Il Tempo
SANTA SEDE E VATICANO
«La quaresima è tempo di guarigione dell’anima». Nell’Angelus di Francesco speranza per i malati
«La fragilità è un’esperienza che ci accomuna»
Nessuna sorpresa, come domenica scorsa quando si era affacciato dalla finestra del policlinico Gemelli prima di essere dimesso dopo 37 giorni di ricovero per tornare in Vaticano. Per la quarta domenica di Quaresima Papa Francesco non si è visto e ha diffuso l’Angelus, ancora una volta, tramite un testo scritto in cui ha sottolineato il modo in cui sta passando questo periodo di prova. «Viviamo questa Quaresima- ha sottolineato il Pontefice – tanto più nel Giubileo, come tempo di guarigione.
Anch’io la sto sperimentando così, nell’animo e nel corpo».
Dal Papa un rinnovato grazie «a tutti coloro che, a immagine del Salvatore, sono per il prossimo strumenti di guarigione con la parola e con la scienza, con l’affetto e con la preghiera» e la constatazione che «la fragilità e la malattia sono esperienze che ci accomunano tutti».
Redazione
Francesco ha espresso ancora una volta vicinanza al Myanmar che «soffre
tanto anche per il terremoto». Ha ancora una volta fatto appello affinché si
possa arrivare alla pace «nella martoriata Ucraina, in Palestina, Israele, Libano,
Repubblica Democratica del Congo». Parole particolari, invece per la situazione in Sud Sudan. «Seguo con preoccupazione la situazione – ha scritto il Pontefice – Rinnovo l’appello accorato a tutti i leader, perché pongano il massimo impegno per abbassare la tensione nel Paese. Occorre mettere da parte le divergenze e, con coraggio e responsabilità, sedersi attorno a un tavolo e avviare un dialogo costruttivo. Solo così sarà possibile alleviare le sofferenze dell’amata popolazione sud-sudanese e costruire un futuro di pace e stabilità». «In Sudan – ha affermato ancora il Papa- la guerra continua a mietere vittime innocenti. Esorto le parti in conflitto a mettere al primo posto la salvaguardia della vita dei loro fratelli; e auspico che siano avviati al più presto nuovi negoziati, capaci di assicurare una soluzione duratura alla crisi. La Comunità internazionale aumenti gli sforzi per far fronte alla spaventosa catastrofe umanitaria». Bergoglio ha inoltre fatto cenno ad alcuni fatti positivi come «la ratifica dell’accordo sulla delimitazione del confine tra il Tajikistan e il Kyrgyzstan, che rappresenta un ottimo risultato diplomatico».
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 14
Libero
SANTA SEDE E VATICANO
Il Papa e «la guarigione nell’animo e nel corpo»
«Viviamo questa Quaresima, tanto più nel Giubileo, come tempo di guarigione. Anch’io la sto sperimentando così, nell’animo e nel corpo. Perciò ringrazio di cuore tutti coloro che, a immagine del Salvatore, sono per il prossimo strumenti di guarigione con la loro parola e con la loro scienza, con l’affetto e con la preghiera. La fragilità e la malattia sono esperienze che ci accomunano tutti; a maggior ragione, però, siamo fratelli nella salvezza che Cristo ci ha donato». Questo ha detto – o meglio ha scritto, non potendo apparire visto che si trova in convalescenza dopo il lungo ricovero- Papa Francesco in occasione dell’Angelus della quarta domenica di Quaresima. Il testo è stato diffuso dalla sala stampa della Santa Sede.
Il Pontefice ha poi esortato tutti a pregare per il Myanmar, che «soffre tanto anche per il terremoto». L’appello alla preghiera di è anche «per la pace: nella martoriata Ucraina, in Palestina,, Libano, Repubblica Democratica del Congo».
(A destra, il Papa affacciato dal Gemelli, lo scorso 23 marzo) © RIPRODUZIONE RISERVATA.
Redazione
Bergoglio
Israele
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 25
The Times
SANTA SEDE E VATICANO
Recovery sign: Pope can write full name again
Vatican City. The Pope continues to govern the worldwide Roman Catholic Church as he convalesces at home in the Vatican.
In his Angelus message yesterday, he urged the faithful to experience the Lenten period as a time of healing. “I too am experiencing it this way, in my soul and in my body,” he said.
For the seventh successive Sunday, illness prevented the Pope, 88, from giving the blessing from a window over St Peter’s Square, and he wrote his message instead. He was discharged a week ago from the Gemelli hospital, where he had been treated for five weeks for double pneumonia. Doctors have advised him to rest for at least two months and keep social contacts to a minimum.
Cardinal Pietro Parolin said that the Pope continued to be responsible for the most important decisions about the governance of the world’s L3 billion Catholics, but was delegating routine matters to curia officials.
Philip Willan
Even in hospital, Parolin said, Francis had taken decisions, signing papers
with the letter F. “Now he signs in full,” he told Corriere della Sera. “The Pope is still able to govern the Church, and we are happy that he has been able to come home.
“.
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domenica 30 marzo 2025
lanacion.ar SANTA SEDE E VATICANO
Francisco: “Estoy experimentando un tiempo de curación en el alma y en el cuerpo”
Elisabetta Piqué
En proceso de convalecencia, el Pontífice por séptimo domingo consecutivo
envió un texto escrito para la oración del Angelus, en el que destacó que “la
fragilidad y la enfermedad son experiencias que nos unen a todos” y volvió a
hacer llamamientos a la paz en las áreas más convulsionadas del mundo
ROMA.- “Vivamos esta Cuaresma, sobre todo en el Jubileo, como un tiempo
de curación Yo también lo estoy experimentando así, en el alma y en el
cuerpo “. Aislado desde hace una semana en su casa de Santa Marta, donde
regresó después de 38 días de hospital por una difícil neumonía bilateral, el
papa Francisco por séptimo domingo consecutivo no apareció para la
tradicional oración mariana del Angelus de los domingos, sino que envió un
texto escrito en el que se refirió a su convalecencia. Además, como siempre,
lanzó llamamientos a la paz en las áreas más convulsionadas del planeta.
Francisco, de 88 años, desde que fue dado de alta, el domingo pasado, en
Santa Marta sigue con su terapia farmacológica, con su fisioterapia
respiratoria, su fisioterapia motora y “hay mejoras en las dos cosas y mejoras
también en la palabra “, dijo el viernes Matteo Bruni, director de la Sala de
Prensa del Vaticano. Debido a la oxigenación de altos flujos que necesitó durante la internación, durante la cual dos veces estuvo en peligro de muerte, como contaron sus médicos, Francisco está haciendo una terapia de rehabilitación para recuperar la voz. En este marco, otro dato positivo que dio Bruni el viernes pasado es que el Papa está paulatinamente disminuyendo el uso de oxígeno de altos flujos : “Solo lo mantiene durante la noche, mientras que de día utiliza cánulas nasales”, una asistencia más leve. Aunque en forma acotada, porque sus médicos le dieron un alta “protegida” que implica no recibir visitas para que no lleguen de afuera infecciones, también continúa trabajando. Y preparando textos escritos como el del Angelus dominical difundido este mediodía por la Sala de Prensa. Al comentar el Evangelio del día que narra la parábola del hijo pródigo, Francisco destacó que, “así, Jesús revela el corazón de Dios: siempre misericordioso con todos; cura nuestras heridas para que nos podamos amar como hermanos”. “Queridísimos, vivamos esta Cuaresma, sobre todo en el Jubileo, como un tiempo de curación. Yo también lo estoy experimentando así, en el alma y en el cuerpo “, agregó, refiriéndose a su proceso de convalecencia que deberá durar al menos dos meses, según le prescribieron. “Por eso doy las gracias de corazón a todos aquellos que, a imagen del Salvador, son para
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domenica 30 marzo 2025
lanacion.ar SANTA SEDE E VATICANO
el prójimo instrumentos de curación con su palabra y con su ciencia, con su afecto y con su oración. La fragilidad
y la enfermedad son experiencias que nos unen a todos; pero con mayor razón somos hermanos en la salvación que Cristo nos ha dado”, comentó. Acto seguido y como todos los domingos, llamó a seguir rezando por la paz en la “martirizada” Ucrania, en Palestina, Israel, Líbano, República Democrática del Congo y Myanmar, “que tanto sufre también por el terremoto “. Pidió especialmente por Sudán del Sur, donde estuvo a principios de 2023: “renuevo mi apremiante llamamiento a todos los líderes, para que hagan todo lo posible por reducir la tensión en el país. Es necesario dejar de lado las divergencias y, con valentía y responsabilidad, sentarse alrededor de una mesa e iniciar un diálogo constructivo. Solo así será posible aliviar el sufrimiento de la querida población sursudanesa y construir un futuro de paz y estabilidad”, dijo. Mencionó también a Sudán, donde la guerra sigue cobrándose víctimas inocentes: “exhorto a las partes en conflicto a que den prioridad a la protección de la vida de sus hermanos civiles; y espero que inicien cuanto antes nuevas negociaciones que puedan garantizar una solución duradera a la crisis. Que la comunidad internacional redoble sus esfuerzos para hacer frente a la terrible catástrofe humanitaria”, indicó. Destacó, por otro lado, que “gracias a Dios, también hay acontecimientos positivo s” y mencionó la ratificación del Acuerdo sobre la delimitación de la frontera entre Tayikistán y Kirguistán, “que representa un excelente resultado diplomático”. “Animo a ambos países a seguir por este camino”, alentó. “Que María, Madre de misericordia, ayude a la familia humana a reconciliarse en la paz”, concluyó.
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domenica 30 marzo 2025
clarin.com SANTA SEDE E VATICANO
A una semana de recibir el alta, el papa Francisco pidió vivir la cuaresma como “un tiempo de curación”
Julio Algañaraz
Fue durante el mensaje escrito que envió para que sea leído durante el
Ángelus. Habló del trágico terremoto en Myanmar y pidió por la pacificación
de la zonas bajo conflicto bélico. El papa Francisco, durante su última
aparición pública. Foto: AP Al cumplir una semana desde que fue dado de
alta en el policlínico Gemelli, donde estuvo internado 38 días por una grave
neumonía en los dos pulmones, el papa Francisco se expresó a través de un
texto escrito que fue difundido en el Ángelus que habitualmente reza desde el
palacio Apostólico a miles de fieles en la plaza de San Pedro. Allí pidió que
“vivamos esta Quaresma como un tiempo de curación”. Se refería a las
celebraciones previas a la Pascua, que este año se celebra el 20 de abril. Ya
se anunció que ese día el pontífice dará personalmente una bendición “urbi et
orbi” (a la ciudad de Roma y al mundo). Como hace siempre en el rezo del
Angelus, el Papa reiteró: “Continuamos a orar por la paz, en la martirizada
Ucrania, en Palestina, Israel, Líbano, Republica Democrática del Congo y
Myanmar, que tanto sufre por el terremoto”. Francisco dijo demás: “Sigo con
preocupación la situación en Sud Sudán. Renuevo mi llamado a todos los
líderes para que pongan el máximo empeño por bajar la tensión en el país”. Con relación a Sudan, donde la guerra continúa “a cobrarse víctimas inocentes”, el pontífice argentino auspició que se inicien “lo antes posible” nuevas negociaciones capaces de asegurar una solución duradera que haga frente a la espantosa catástrofe humanitaria”. Francisco señaló también que “gracias a Dios también hay acontecimientos positivos” y citó como ejemplo el reciente acuerdo fronterizo entre Kirguistán y Tayiquistán, considerado clave para la estabilidad en el Asia Central”. El Papa concluyó el Angelus con un mensaje “a María, madre de la misericordia, para que ayude a la familia humana a reconciliarse en la paz “. El Secretario de Estado del Vaticano, cardenal Pietro Parolín, dijo en una entrevista que “el Papa no dejó nunca de gobernar la Iglesia” durante su hospitalización en el Gemellii mientras que en su actual convalecencia “sigue tomando decisiones sobre los asuntos importante y delega los rutinario a sus colaboradores.” Parolín dijo al “Corriere della Sera” que “incluso en los días más difíciles de su hospitalización, que gracias a Dios ya pasaron, el Papa veía los expedientes que se le presentaban con cuestiones de importancia, los leía y decidía en consecuencia”. El secretario de Estado, al frente de la Curia Romana, agregó que el Papa “necesita estar tranquilo y no cansarse demasiado”. “Se
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domenica 30 marzo 2025
clarin.com SANTA SEDE E VATICANO
le presentan asuntos que solo él puede y debe decidir. El gobierno de la Iglesia está en sus manos”. Destacó que “sin embargo hay más cuestiones rutinarias sobre los que los colaboradores de la Curia pueden proceder, incluso sin consultarlo, basándose en indicaciones ya recibidas previamente y en las normas vigentes”. “No todo tiene que pasar por el Papa. Tiene sus colaboradores en la Curia a los que él mismo da instrucciones a seguir y el poder de tomar determinadas decisiones”. El cardenal Parolín señaló que “en casos especiales pueden delegarse otros poderes, como para las ceremonias de canonización de los santos, cuando es el Papa quien debe pronunciar la fórmula que formaliza el proceso “aunque si es necesaria también esta puede delegare a un colaborador que la pronuncia en nombre del pontífice”.
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domenica 30 marzo 2025
apnews.com SANTA SEDE E VATICANO
La disposición del papa a mostrar su fragilidad es ejemplo para jóvenes y mayores
Colleen Berry
La fragilidad del papa Francisco quedó a la vista de todos cuando salió del
hospital Gemelli de Roma el domingo pasado, tras cinco semanas de lucha
contra una neumonía que casi lo mata. Apenas pudo levantar los brazos
para bendecir a la multitud. Tenía los ojos hundidos y el rostro hinchado. Y le
costaba visiblemente respirar cuando lo llevaron de vuelta al interior en silla
de ruedas desde el balcón. A lo largo de la historia, los poderosos han
ocultado sus debilidades. El káiser Guillermo II de Alemania, la figura más
fotografiada de su época, se esforzó por ocultar su brazo tullido. Franklin
Delano Roosevelt escondió que utilizaba una silla de ruedas. Más
recientemente, el expresidente estadounidense Joe Biden desestimó las
preocupaciones sobre sus capacidades cognitivas. En contraste, Francisco,
un líder espiritual y no político, nunca ha rehuido de mostrar su debilidad.
Para muchos, su disposición a ser visto durante su enfermedad funciona
como ejemplo tanto para jóvenes como para mayores de que la fragilidad es
parte de la condición humana, y debe ser aceptada. ¿A quién le importa si
tenía los ojos hundidos? ¿A quién le importa si se ve hinchado? Es parte de
su historia de vida. Él sabe que va a terminar. Lo vi viviendo su vida. Quiere seguir haciendo lo que hace mejor, dijo S. Jay Olshansky, gerontólogo de la Universidad de Illinois en Chicago. El papa de 88 años, quien ejerció el poder desde su suite en el hospital, es representativo de un cambio drástico en el número de personas que llegan a la vejez extrema, y muchas pueden seguir funcionando a un nivel extremadamente alto, agregó Olshansky, quien citó la inteligencia cristalizada, la acumulación de conocimiento y experiencia que permite una mejor toma de decisiones. Para los católicos, la fragilidad de Francisco es fundamental en su ministerio de inclusión, que predica contra tratar a las personas marginadas como desechables, manifestó el arzobispo Vincenzo Paglia, presidente de la Pontificia Academia para la Vida. La fragilidad, para nosotros los creyentes, no debe evitarse ni excluirse. Al contrario, es una gran enseñanza, declaró Paglia en una entrevista. Contrasta profundamente con una cultura orientada a la eficiencia, con una cultura del rendimiento. En su tradicional Ángelus el domingo, el pontífice instó a los fieles a vivir la cuaresma previa a la pascua como un período de sanación. Yo también lo estoy viviendo así, en mi alma y en mi cuerpo, dijo Francisco por escrito, el séptimo domingo consecutivo que su enfermedad le ha impedido dar la bendición desde una ventana con vista
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domenica 30 marzo 2025
apnews.com SANTA SEDE E VATICANO
a la Plaza de San Pedro, como es su costumbre. También ofreció oraciones por las zonas en conflicto del mundo, como Ucrania, Oriente Medio y la República Democrática del Congo, azotadas por la guerra, y por las víctimas del terremoto en Myanmar, como parte del ritmo habitual del papa al frente de la Iglesia católica de 1.300 millones de fieles. La Iglesia no es un estado ni una empresa. Es una comunidad de fieles, una familia. Y en una familia es posible ejercer un liderazgo con autoridad, incluso si no se está en la plenitud de la fuerza física, dijo Paglia. Añadió que era una lección importante también para los jóvenes, quienes deberían comprender que ellos también son frágiles, de lo contrario se encierran en sí mismos. Paglia inauguró esta semana una cumbre sobre longevidad en el Vaticano durante la cual subrayó que, a medida que envejece la población de personas mayores, debe haber un cambio de actitud para que esta esperanza de vida más prolongada se viva al máximo. Necesitamos repensar la idea de la jubilación. Esos 20 o 30 años adicionales deben tener también un peso cultural, humano y espiritual para todos los demás grupos de edad. No son desechables, recalco. El doctor Francesco Vaia, defensor de los derechos de las personas con discapacidad, también opinó que el mensaje del papa es especialmente crucial en un mundo que envejece. El tema no es solo llegar a una mayor edad, sino ser activos, es decir, dar mayor calidad a nuestras vidas más largas, explicó. Avanzamos hacia una sociedad inclusiva, que contrasta con un mundo de usar y tirar en el que se hace de lado a los débiles, los discapacitados y los ancianos. En contraste, Francisco llega a los eventos en silla de ruedas y se ve que lo levantan a un asiento más formal para las misas o para dirigirse a los fieles. El pontífice tampoco dudó en mostrar su estado de debilidad desde el hospital. Una grabación de su voz entrecortada y apenas audible fue reproducida en la Plaza de San Pedro a las tres semanas de estar hospitalizado como primera señal de vida. Le siguió una fotografía suya tomada desde atrás en su capilla personal en el hospital con el crucifijo y el altar como puntos focales mientras cocelebraba una misa. Si bien la aparición de Francisco en el balcón del hospital no necesariamente proyectó vitalidad, el médico que coordinó su tratamiento hospitalario la interpretó como una señal de su fortaleza. Ustedes vieron cuando miró hacia afuera: es frágil. Pero su fortaleza reside en que pudo dar, incluso con cierta dificultad, la bendición, dijo el doctor Sergio Alfieri. Miró a la plaza y dio la bienvenida a la mujer con las flores amarillas, como diciendo: Mantengo el buen humor’. Es fuerte en este sentido; un espíritu fuerte.
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domenica 30 marzo 2025 Pagina 15
Con Francesco convalescente aumentano i poteri della Curia
Parolin conferma: «In questa fase gestione delegata ai capi dei vari dicasteri»
È passata una settimana da quando papa Francesco è tornato a casa. Dopo 38 giorni di ricovero al policlinico Gemelli, il Santo Padre è a Casa Santa Marta, la residenza che ora più che mai rappresenta il cuore pulsante del governo della Chiesa, anche se molti si chiedono come può governare Francesco, come sarà ora il suo papato da convalescente. Secondo l’ultimo bollettino diffuso dalla Sala stampa vaticana, venerdì scorso, si sa che le condizioni del Papa sono «stazionarie» e «i nuovi esami del sangue, fatti mercoledì, mostrano un esito nella norma».
Lorenzo Bertocchi
La Verità
SANTA SEDE E VATICANO
Il Pontefice ha diminuito l’utilizzo dell’ossigeno ad alti flussi, che resta per
parte della notte, mentre di giorno riceve l’ossigenazione ordinaria tramite
naselli. Anche l’Angelus di oggi viene consegnato per iscritto e non viene
pronunciato dal Papa che, come sappiamo, deve attraversare un periodo di
due mesi di convalescenza, come gli hanno indicato i medici dopo la
polmonite bilaterale polimicrombica che lo ha e che gli ha minato l’attività
respiratoria in un quadro generale che spesso è stato definito «complesso».
Anche quando è apparso dal balconcino del Gemelli ha mostrato chiaramente una condizione difficile, sebbene abbia reagito alla situazione che l’ha portato due volte a rischio serio della vita come ha riportato il dottor Sergio Alfieri nell’intervista concessa al Corriere della sera.
Ieri la Sala stampa ha reso noto che il Papa non sarà presente al Giubileo degli ammalati e del mondo della Sanità che è in programma il prossimo 6 aprile. Al suo posto ci sarà monsignor Salvatore Fisichella, pro-prefetto della Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo del dicastero per l’Evangelizzazione. Difficile pensare che il Papa possa essere presente alle celebrazioni della Settimana Santa, anche se per ora non vi è alcuna comunicazione ufficiale. In questo momento il governo della Chiesa ha come riferimento il Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin che, non a caso, ieri ha concesso un’intervista al Corriere in cui ha sottolineato che «il governo della Chiesa è nelle sue mani. Ma ci sono poi tante questioni più routinarie sulle quali i collaboratori della Curia possono procedere anche senza consultarlo, sulla base delle indicazioni già ricevute in precedenza e delle normative esistenti». In pratica al momento il governo della chiesa è «delegato» ai vari capi dicastero di curia. «In questa fase», ha specificato Parolin, «non si può pretendere che il Santo Padre possa
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domenica 30 marzo 2025
La Verità
SANTA SEDE E VATICANO
fare tutto quello che faceva prima». Quindi, è vero che i dicasteri sono normalmente al servizio del pontefice, ma la situazione ha una sua eccezionalità. Il Vaticano non ha escluso il viaggio sperato in Turchia per celebrare il 1.700° anniversario del Concilio di Nicea, ma un ritorno ai viaggi internazionali sembra davvero improbabile. Si avvicina anche una data fatidica del Giubileo, quella del prossimo 27 aprile in cui è in programma la canonizzazione del beato Carlo Acutis. «Nel caso delle canonizzazioni», ha detto ieri Parolin, «è il Papa che pronuncia la formula, ma anche questo, se necessario, può essere delegato a un collaboratore, che la pronuncia nel nome del Pontefice», in modo che appunto potrebbe essere il cardinale Marcello Semeraro, prefetto delle Cause dei santi, a sostituire il Pontefice in queste occasioni. A Francesco non risulterà facilissimo delegare ai sottoposti, visto che non si è mai risparmiato nel governare molto direttamente la barca di Pietro. Questa «delega» oggi è però necessaria, resta da capire come avverrà e quanto i delegati governeranno facendo sponda con Francesco e quanto, invece, agiranno di loro sponte.
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domenica 30 marzo 2025
abc.es
SANTA SEDE E VATICANO
El Papa no se plantea por ahora reformar la ley del cónclave
El cardenal Ghirlanda asegura a ABC que la Santa Sede no tiene la intención de modificarla en esta fase del pontificado
Javier Martínez-Brocal
Entre las prioridades del Papa en esta delicada fase del Pontificado no figura
la reforma del cónclave. Al menos, su principal consejero para cuestiones de
Derecho canónico, el cardenal Gianfranco Ghirlanda, aclara que no está
abordando esta cuestión. «No tengo conocimiento de que se esté
elaborando ningún documento que modifique la Constitución Apostólica
sobre la Sede Vacante y, por tanto, sobre el cónclave, por lo que es
absolutamente falso que yo esté trabajando en un documento de este tipo»,
explica categóricamente el cardenal Ghirlanda a ABC. En la práctica, es poco
probable que Francisco hubiera decidido reformar el mecanismo de elección
papal sin escuchar a Gianfranco Ghirlanda, quien le ayudó activamente en la
redacción de la Constitución Apostólica Praedicate Evangelium’ para el
gobierno de la Curia. El purpurado italiano de 82 años, jesuita, ha estado en el
centro de varias ’fake news’ durante la hospitalización. Cuando Francisco
llevaba una semana en el Gemelli, un experto de la televisión pública italiana
aseguró en directo que Ghirlanda había visitado al Papa junto al cardenal
Pietro Parolin para supuestamente modificar la ley del cónclave y preparar la
renuncia del Pontífice. El Vaticano, que no suele desmentir rumores para evitar darles peso, publicó una dura nota pocos minutos después de la emisión. «En relación con la noticia difundida por Rai News 24 esta tarde a las 16.11 horas, la Oficina de Prensa de la Santa Sede desmiente que ayer se produjera un encuentro entre el Santo Padre y los cardenales Gianfranco Ghirlanda y Pietro Parolin». «No visité al Santo Padre durante su estancia en Cement Esto es algo totalmente inventado», confirma a ABC con contundencia el cardenal Gianfranco Ghirlanda, poco dado a las entrevistas. Durante todos estos años, el Papa Francisco no ha considerado necesario precisar la legislación para una eventual renuncia papal ni el estatus del Papa emérito. Es poco probable que lo haga en la fase actual. «¿Va a dejarse atado y bien definido el estatuto del Papa emérito?», le preguntó ABC en la entrevista del 18 de diciembre de 2022. «No. No lo toqué para nada, ni me vino la idea de hacerlo. Será que el Espíritu Santo no tiene interés en que me ocupe de esas casas». Asimismo, hace dos años, cuando soplaban en los blogs hostiles al Papa rumores de que estaba preparando una reforma sobre el cónclave, ABC le planteó directamente la cuestión. «Puedo decirte que no hay nada, no hay nada sobre esto. En el último siglo, prácticamente
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domenica 30 marzo 2025
abc.es
SANTA SEDE E VATICANO
todos los papas han modificado las normas del cónclave: Pío X, Pío XI, Pío XII, Juan XXIII, Pablo VI, Juan Pablo II... Yo todavía no lo he reformado; sobre todo, porque me parece una cosa secundaria. El mecanismo funcionó muy bien en los dos cónclaves en los que yo participé, estuvo muy bien llevado. Hay cosas que quizá convendría cambiar, pero no me parece que sean urgentes ni que yo me tenga que meter en eso, por el momento», expresó en exclusiva para este medio. Lo que no aclaró el Papa es a qué se referia cuando mencionó que «hay cosas que quizá convendria cambiar». Es posible que a raíz del «proceso sinodal» que arrancó en 2021 con la idea de dar mayor presencia a mujeres religiosas y a hombres y mujeres laicos en el gobierno de la Iglesia, se planteara la oportunidad de que durante las reuniones de cardenales del pre-cónclave se escuchen también otras voces. Se trata de los encuentros que mantienen los cardenales durante unas dos semanas para trazar el perfil del futuro pontífice antes de empezar a votar en la Capilla Sixtina.
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domenica 30 marzo 2025
Vatican News SANTA SEDE E VATICANO
Fisichella: è il perdono che cambia la vita
Nell’omelia della Messa per il Giubileo dei Missionari della Misericordia,
l’arcivescovo proprefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione rilegge la
parabola del ’figliol prodigo’: ’Nessuno può rimanere fuori dalla casa del
Padre’, sarebbe il rifiuto del suo amore e ’porterebbe al non senso della vita’.
Nel pomeriggio concerto ’Missa Papae Francisci’ in memoria di Ennio
Morricone. Città del Vaticano. La parabola del figlio che ritorna a casa ’è
stata rivelata da Gesù per permettere a ognuno di noi di scoprire quanto è
immenso l’amore di Dio’, quanto è differente dal nostro e quanto ’abbiamo
bisogno di accoglierlo in noi per entrare nella profondità del suo mistero
quando intende offrire la grazia del ritorno e della riconciliazione’. Lo
sottolinea l’arcivescovo Rino Fisichella, proprefetto del Dicastero per
l’Evangelizzazione, nell’omelia della Messa per il Giubileo dei Missionari della
Misericordia, celebrata questa mattina, 30 marzo, quarta domenica di
Quaresima, nella basilica romana di Sant’Andrea della Valle. Il fallimento del
figlio che si allontana dal Padre Nel racconto del Vangelo di Luca, spiega il
presule ai Missionari e ai fedeli che partecipano alla celebrazione, ’Gesù non
poteva parlare di Dio in termini umani con tratti più significativi’, per dare voce ’all’amore e misericordia del Padre’. E invita a trovare tratti comuni a noi sia nel primo che nel secondo fratello. Come il primo figlio, ’tutti presto o tardi chiediamo l’eredità’, vogliamo ’essere liberi, autonomi, prenderci la nostra esistenza’, con la conseguenza del fallimento. Perché ’lontano da Dio e dalla sua casa, la Chiesa’, e finiamo per seguire ’la strada che ci porta a compiere cose inutili, a utilizzare pensieri futili e toccare con mano la distanza dalla sorgente dell’amore’. Monsignor Fisichella in processione (Vatican Media) Il peccato del fratello vicino a Dio L’altro figlio, ’molto simile a tutti noi’, ricorda Fisichella, vive il ritorno del fratello ’con rabbia e rancore’. Come lui, per i nostri anni di servizio fedele chiediamo ’un capretto per far festa con i miei amici’, di avere in cambio qualcosa, a tal punto ’da confondere la gratuità del servizio e farlo diventare un’arma di ribellione contro Dio’. Dalla risposta del Padre – ’Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo’ – emerge il nostro peccato. Non comprendiamo ’il valore della vicinanza con Dio’. Consapevoli della grazia di essere con il Padre Rivolto ai sacerdoti, il celebrante sottolinea che ’quando ci abituiamo al nostro ministero, tutto diventa ovvio, ripetitivo’ e non assaporiamo ’il senso della comunione
Alessandro Di Bussolo
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domenica 30 marzo 2025
Vatican News SANTA SEDE E VATICANO
con lui’. Se fossimo invece ’consapevoli della grazia che ci viene fatta per essere ogni giorno sempre con lui’, la nostra esistenza di sacerdoti sarebbe espressione trasparente dell’amore del Padre. Per questo ’siamo chiamati a perseverare con Dio per condividere tutto con lui’. Un momento della celebrazione (Vatican Media) Andare incontro al figlio quando è lontano Il proprefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione invita così a ’fare nostri i sentimenti di paternità’ del Padre della parabola, e ’saper guardare lontano per cogliere subito la presenza di quanti sono lontani e si stanno avvicinando’. Dobbiamo, spiega, ’lasciare subito la miopia’ di pensieri e comportamenti ’per allargare il cuore e la mente a entrare in profondità verso chi si avvicina a noi’. Inoltre, come il Padre ’corre incontro al figlio’, il sacerdote non sta seduto nel confessionale, ’ma sa andare incontro al figlio quando è ancora lontano perché ha riconosciuto il suo ritorno a casa’. E nell’abbraccio al figlio che ha sbagliato, si fa comprendere ’quanto l’amore dimentica il peccato, e il perdono obbliga a guardare direttamente al futuro’ da vivere degnamente. Nessuno può rimanere fuori dalla casa del Padre Il Padre poi esprime la sua pazienza per il secondo figlio, ’reticente e arrabbiato’, non rimproverandolo, ma chiedendogli qualcosa di molto più impegnativo: ’Riconoscere che l’amore cambia la vita; che il perdono restituisce una vita nuova; che la condivisione è frutto della generosità che ci è stata donata’. Infine, conclude Fisichella, ’i due figli devono riconoscere di essere fratelli’ e rientrare insieme nella casa del Padre, perché solo insieme ’si riesce a far emergere la grandezza dell’amore del Padre’. Nessuno può rimanere ’fuori dalla casa del Padre’, pena il ’non senso della vita’: con la riconciliazione piena e totale, ognuno dei fratelli può riscoprire di essere figlio. Missionari della misericordia durante la celebrazione (Vatican Media) I Missionari della Misericordia, strumento speciale di riconciliazione Ai Missionari della Misericordia, ’strumento speciale di riconciliazione’, il compito di ricordare a tutti, come fa Gesù con questa parabola, ’quanto è immenso l’amore di Dio’ ed è differente dal nostro. E che l’Eucaristia ’è fonte e sorgente del perdono’, il banchetto di festa richiesto dal Padre, nel quale si compie la vera e piena riconciliazione perché qui il sacrificio di Cristo ha la sua espressione più alta. Il ministero della riconciliazione, infatti, sottolinea l’arcivescovo, ’richiede di essere eucaristica per essere pienamente espressiva del mistero della nostra fede’. Il concerto ’Missa Papae Francisci’ in memoria di Morricone Nel pomeriggio, per i Missionari e per chiunque lo desideri, si terrà il quinto dei Concerti dell’Anno Santo per la Rassegna ’Il Giubileo è cultura’. Si tratta del concerto sinfonico gratuito ’Missa Papae Francisci’ in memoria di Ennio Morricone, eseguito dall’Orchestra Roma Sinfonietta, insieme al Nuovo Coro Lirico Sinfonico Romano e il Coro ’Claudio Casini’ dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata. L’esibizione, diretta dal Maestro Gabriele Bonolis, si terrà alle 16 nella Chiesa dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso.
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sabato 29 marzo 2025
Vatican News SANTA SEDE E VATICANO
Il Papa ai Missionari della Misericordia: conversione e perdono, le carezze di Dio
Benedetta Capelli
In occasione del Giubileo loro dedicato, Francesco ricorda in un messaggio
che essere testimoni del Vangelo vuol dire essere sempre pronti ad
accogliere e costanti nell’accompagnare chi desidera rinnovare la propria
vita “con la forza dello Spirito di pace”. Città del Vaticano. Conversione e
perdono: sono le due chiavi per comprendere il prezioso servizio che
compiono i Missionari della Misericordia che in questi giorni vivono il loro
Giubileo. A evidenziarlo è Papa Francesco in un messaggio datato 19 marzo,
Solennità di San Giuseppe, firmato dal Policlinico Gemelli. Il testo è stato
letto da monsignor Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per
l’Evangelizzazione, che ha presieduto la preghiera del Rosario presso la
Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani. I Missionari della Misericordia nei
Giardini Vaticani per il Rosario (Vatican Media) LEGGI IL TESTO INTEGRALE
DEL MESSAGGIO Testimoni dell’amore di Dio Il Pontefice esprime il suo
rammarico per non aver potuto incontrare personalmente i missionari, li
esorta a dare ’testimonianza del volto paterno di Dio, infinitamente grande
nell’amore, che chiama tutti alla conversione e ci rinnova sempre con il suo
perdono’. Conversione e perdono sono le due carezze con le quali il Signore terge ogni lacrima dai nostri occhi; sono le mani con le quali la Chiesa abbraccia noi peccatori; sono i piedi sui quali camminare nel nostro pellegrinaggio terreno. Gesù, il Salvatore del mondo, apre per noi la strada che percorriamo insieme, seguendolo con la forza del suo Spirito di pace. La conversione del cuore È la misericordia di Dio che converte il cuore dell’uomo per questo Francesco invita i missionari a essere confessori attenti ’pronti nell’accogliere e costanti nell’accompagnare coloro che desiderano rinnovare la propria vita’ e che ritornano al Signore’. Il perdono del Signore è fonte di speranza, perché possiamo sempre contare su di Lui, in qualunque situazione. Dio si è fatto uomo per rivelare al mondo che non ci abbandona mai! Infine l’augurio del Papa per ’un pellegrinaggio ricco di frutti’ sotto la protezione di Maria, Madre di misericordia e la richiesta di pregare per lui.
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domenica 30 marzo 2025
Vatican News SANTA SEDE E VATICANO
Gallagher in Ungheria: l’amore del Padre ci accoglie da ogni ’paese lontano
Alessandro Di Bussolo
Nell’ultima giornata del suo viaggio nel Paese, l’arcivescovo, segretario
vaticano per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, ha
celebrato la Messa domenicale nella co-cattedrale di Santo Stefano a
Budapest, parlando della parabola del ’Figliol prodigo’. Dal Papa il saluto, la
preghiera e il ringraziamento per la vicinanza. Città del Vaticano. Non
importa in quale ’paese lontano’ siamo andati: ’il Padre ha sempre più fiducia
nel suo amore per i suoi figli che nelle loro parole, decisioni e azioni’. Ci
aspetta pazientemente, ci ama ed è sempre pronto ad accoglierci. È
messaggio di speranza e amore incondizionato della celebre parabola del
’Figliol prodigo’, protagonista della liturgia di questa quarta domenica di
Quaresima, che l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per
i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, ha condiviso
nell’omelia della Messa celebrata nella co-cattedrale di Santo Stefano a
Budapest, nel suo ultimo giorno della sua visita in Ungheria. L’amore del
Padre che perdona e accoglie a casa L’arcivescovo inglese ha sottolineato
come nella parabola di Gesù il vero protagonista non siano tanto i figli, ma il
Padre misericordioso, che rappresenta l’amore infinito di Dio. ’L’amore del padre è così forte e così grande – ha spiegato – che non possiede l’altro, ma è disposto a lasciarlo andare’. Non fa richieste, ’ma è disposto ad aspettare pazientemente’. È un amore che perdona e accoglie a casa. Il suo amore non ci salverà né ci fermerà dal andare nel ’paese lontano’. Invece, redime il tempo trascorso e la vita vissuta in quel luogo. Questa, ha ricordato Gallagher, ’è una buona notizia per quelli di noi che viaggiano nel paese lontano, e tutti ci andiamo prima o poi’. Un’ altra immagine della celebrazione Il saluto di Papa Francesco Il segretario per I Rapporti con gli Stati ha salutato tutti i partecipanti alla celebrazione, alla quale è stato invitato dal cardinale Péter Erd, arcivescovo metropolita di Esztergom-Budapest, a nome di Papa Francesco, che ’assicura la sua vicinanza spirituale e la sua preghiera’. Ed è grato per le preghiere offerte per lui durante il periodo di sofferenza e ospedalizzazione, e oggi di convalescenza. Le tappe della visita, dal 28 al 30 marzo Venerdì 28 marzo l’arcivescovo Gallagher ha incontrato Péter Szijjártó, ministro degli Affari Esteri e del Commercio. È quindi intervenuto alla conferenza annuale degli ambasciatori ungheresi e, successivamente, ha partecipato alla cerimonia per il 60° anniversario della morte di monsignor Angelo Rotta, nunzio apostolico a Budapest dal
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domenica 30 marzo 2025
Vatican News SANTA SEDE E VATICANO
1930 al 1945, del quale si ricorda l’impegno per proteggere gli ebrei durante la Shoah. Infine ha incontrato il cardinale Péter Erdö, monsignor András Veres, presidente della Conferenza Episcopale ungherese, e i quattro arcivescovi e l’arcivescovo metropolita per i fedeli greco-cattolici. Sabato 29 marzo, il segretario per i Rapporti con gli Stati ha visitato invece la comunità del Monastero benedettino San Martino di Pannonhalma e gli studenti del Pannonhalmi Bencés Gimnázium.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 8
Il Fatto Quotidiano SANTA SEDE E VATICANO
Francesco e le “sirene della sodomia": da casa Trump, la crociata del vescovo rimosso
Fabrizio D’Esposito
Nel variopinto universo della destra clericale splende una nuova stella, auspice il secondo avvento di Donald Trump alla Casa Bianca. La stella del vescovo Joseph Strickland (nella foto), che nel novembre del 2023 venne sollevato dalla diocesi di Tyler, nel Texas, da papa Francesco per le sue posizioni tradizionaliste e anti-bergogliane. In sua difesa intervenne finanche il prefetto emerito dell’ex Sant’Uffizio, il cardinale Gerhard Müller, e oggi, a distanza di un anno e mezzo dalla rimozione francescana, monsignor Strickland è diventato un leader martire dei cattolici dottrinari (o farisei). Come dimostra anche l’ultimo evento che lo ha visto protagonista.
Il 19 marzo scorso, festa di San Giuseppe, il vescovo ha celebrato una santa
messa a Mar-a-Lago, l’immensa tenuta di Donald Trump a Palm Beach.
Sull’altare una statua della Madonna di Fatima, che avrebbe protetto Trump
nell’attentato del 13 luglio durante un comizio a Butler, in Pennsylvania (quello
dell’orecchio ferito, per intenderci). Il 13 luglio, infatti, è il giorno della terza
apparizione mariana a Fatima, nel 1917. Attorno a Strickland c’erano un
centinaio di sacerdoti tradizionalisti, per pregare contro “la contro-chiesa del male” di Francesco. Non solo.
In quest’occasione, il vescovo rimosso e martire ha distribuito una lettera contro la benedizione delle unioni omosessuali sancita da Fiducia Supplicans, la dichiarazione del Dicastero vaticano per la dottrina della fede e firmata dal pontefice. Scrive Strickland: “Se il Santo Padre e i molti cardinali, vescovi e preti che si schierano dalla sua parte si rifiutano di respingere il richiamo della sirena della sodomia, dobbiamo restare saldi. La vera misericordia verso i nostri fratelli negli Ordini Sacri richiede che li richiamiamo instancabilmente alla verità, indipendentemente da quanto sorde possano essere le loro orecchie alle nostre suppliche”.
Il prelato cita pure San Pier Damiani, l’autore nell’anno Mille del celebre trattato sull’omosessualità ecclesiastica, il Liber Gomorrhianus, per invitare i sacerdoti a prendere esempio da lui perché fu “un impavido difensore della verità che si oppose alla corruzione del suo tempo. Visse in un’epoca molto simile alla nostra, quando la putrefazione della sodomia era come un acido che corrodeva la Chiesa”. Per finire: “Dobbiamo combattere la sodomia come il più maligno e virulento di tutti gli attacchi”.
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lunedì 31 marzo 2025
Il Fatto Quotidiano SANTA SEDE E VATICANO
Con il raduno cattolico di Mar-a-Lago, Trump consolida la sua immagine di capo di una sorta di ecumenismo reazionario e bigotto.
In principio fu la foto dell’inedito Ufficio della Fede alla Casa Bianca, col presidente attorniato da predicatori evangelici e in generale protestanti. Ma c’è anche una singolare lettera che gli ha indirizzato il Nascent Sanhedrin, organizzazione israeliana che tre lustri fa avrebbe voluto introdurre un tribunale rabbinico nazionale nella madrepatria. Ora a Trump hanno chiesto l’istituzione di una Corte Divina Internazionale per tutte le nazioni. Addirittura.
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domenica 30 marzo 2025 Pagina 11
Domani
SANTA SEDE E VATICANO
Un pontificato grandioso e controverso. Vent’anni fa la morte di Giovanni Paolo II
Il cardinale polacco, che negli anni Settanta le foto in bianco e nero
ritraevano come un attore americano dal sorriso lievemente ironico,
appena accennato sotto un borsalino calcato sulla testa (ma anche come
un cardinale seicentesco avvolto da un bianco ermellino), era stato eletto
a cinquantotto anni il 16 ottobre 1978 dopo un difficile conclave. L’attentato del 13 maggio 1981 l’aveva quasi ucciso, poi il declino era stato lento ma progressivo.
Nell’estate di quell’anno una insidiosa infezione ospedaliera, debellata solo dalla paziente ricerca farmaceutica del religioso australiano Fabian Hynes, fu il primo segnale. Poi, tra il 1992 e il 1996, quattro interventi chirurgici al colon, a una spalla, a un femore (con protesi sbagliata all’anca), l’appendicectomia e i sintomi del Parkinson.
L’ultimo viaggio Penoso è l’ultimo viaggio internazionale, nell’agosto 2004 a Lourdes, dove il papa si descrive come un malato tra i malati, ormai ridotto in sedia a rotelle. Cinque mesi più tardi, la sera del primo febbraio 2005, per gravi problemi respiratori viene ricoverato d’urgenza al Gemelli, il grande policlinico romano dell’Università cattolica del Sacro cuore. Wojtya lo conosce bene e lo ha ribattezzato con un ammiccante gioco di parole che allude al concilio «il Vaticano III», perché divenuto ormai residenza papale dopo il Vaticano e Castel Gandolfo.
Il 7 febbraio esce il suo ultimo libro, Memoria e identità (Rizzoli), frutto di conversazioni tenute nel 1993 con i filosofi polacchi Józef Tischner e Krysztof Michalski, rivisto nell’estate precedente da un amico anch’egli filosofo, Andrzej Pótawski. E subito si capisce il motivo:
Giovanni Maria Vian
Vent’anni fa, la sera del 2 aprile 2005, si spegneva Giovanni Paolo II. Con un’agonia drammatica dopo due mesi di tribolazioni si concludeva in Vaticano il suo lunghissimo, controverso e grandioso pontificato.
Più di Karol Wojtya aveva regnato, per trentadue anni, solo Pio IX, che nel 1870 aveva assistito al crollo dello Stato pontificio, ma anche agli inizi dell’irradiazione mondiale della sede romana. A sua volta, quell’uomo venuto da «un paese lontano» primo vescovo di Roma non italiano da oltre quattro secoli aveva contribuito nel 1989, due secoli dopo la Rivoluzione francese, a un altro crollo, quello del Muro di Berlino. Ma soprattutto, con 104 viaggi internazionali, durati ben 822 giorni, aveva reso itinerante e molto visibile il papato.
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domenica 30 marzo 2025
Domani
SANTA SEDE E VATICANO
rendere nota la convinzione del papa e dei suoi collaboratori sull’attentato, opera di un assassino professionista gelido e impeccabile (anche nei depistaggi), l’estremista turco Mehmet Ali Aca. L’attentato Con i due amici, Wojtya aveva infatti parlato anche del 13 maggio 1981. «Sì, ricordo quel viaggio verso l’ospedale.
Per un po’ di tempo rimasi cosciente.
Avevo la sensazione che ce l’avrei fatta. Stavo soffrendo, e questo era un motivo per temere nutrivo però una strana fiducia», aveva detto allora il pontefice.
«Torniamo all’attentato: penso che esso sia stata una delle ultime convulsioni delle ideologie della prepotenza, scatenatesi nel XX secolo.
La sopraffazione fu praticata dal fascismo e dal nazismo, così come dal comunismo. La sopraffazione motivata con argomenti simili si è sviluppata anche qui in Italia: le Brigate rosse uccidevano uomini innocenti e onesti», aveva continuato nel 1993 Giovanni Paolo II, scandendo parole caute ma inequivocabili. E presto si scoprirà che riprendono quelle aggiunte, nel 1982, nel testamento pubblicato subito dopo la morte.
Scrive il suo miglior biografo, il giornalista e scrittore Bernard Lecomte, che l’entourage romano del papa resta convinto della «domanda chiave, rimasta senza risposta: chi più del Cremlino, nella primavera del 1981, aveva interesse alla sparizione del papa?». E, se nulla è emerso dagli archivi di Mosca dopo la fine dell’Unione sovietica, lo storico russo Viktor Zaslavskij che quegli archivi aveva indagato e conosceva bene faceva osservare come fosse ingenuo e dunque inutile ricercare un ordine scritto: non ce n’era bisogno.
Gli ultimi giorni Wojtya apre la Quaresima celebrando la messa del Mercoledì delle ceneri al Gemelli, ma il rientro in Vaticano avviene poche ore dopo, il 10 febbraio: in papamobile, come in un viaggio, circondato da una folla impressionata dalla tenacia del pontefice pur stremato dal Parkinson.
Passano due settimane, e una crisi acuta rischia di soffocarlo. Un vecchio amico, il cardinale ucraino Marian Jaworski, gli dà l’estrema unzione.
Ancora un ricovero, ma stavolta, il 24 febbraio, a Giovanni Paolo II viene praticata la tracheotomia.
Il 13 marzo il papa torna in Vaticano, e quasi non parla più. Sette giorni dopo, Domenica delle Palme, benedice la folla. Venerdì santo è il 25 marzo segue per televisione la Via crucis presieduta al Colosseo dal cardinale Joseph Ratzinger, prefetto dell’antico Sant’Uffizio, e sorprende la sua denuncia della «sporcizia» nella chiesa: gli abusi commessi dai preti.
Giovanni Paolo II è nella cappella dell’appartamento al terzo piano del Palazzo apostolico e si mostra di spalle, il viso rivolto a un grande crocifisso di legno, come appare nelle immagini proiettate al Colosseo.
Nemmeno per la benedizione pasquale urbi et orbi, «alla città e al mondo», il pontefice riesce a parlare. Il dramma si ripete mercoledì 30 marzo, ultima apparizione in pubblico, senza «neppure la reazione di insofferenza che aveva avuto a Pasqua. Ormai sapeva, era pronto», ricorderà il suo medico Renato Buzzonetti.
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domenica 30 marzo 2025
Domani
SANTA SEDE E VATICANO
L’agonia inizia nella tarda mattinata del 31 marzo, mentre Giovanni Paolo II si sta preparando per celebrare la messa. Nel pomeriggio Jaworski lo unge ancora con l’olio santo. Al letto del papa si succedono per salutarlo medici, infermieri, collaboratori.
L’ultimo giorno un altro amico, il moralista don Tadeusz Stycze, comincia a leggergli il vangelo di Giovanni, come faceva sempre da studente, ma non arriva oltre il nono capitolo.
Due donne restano vicine a Wojtya: l’amica di sempre Wanda Pótawska, torturata dai nazisti, medico e moglie di Andrzej, e la fedelissima suor Tobiana Sobotka. Anche in quei giorni drammatici Dusia così da mezzo secolo Karol chiama la «sorellina» e la religiosa si alternano a leggere al papa libri religiosi e di letteratura.
Dell’ultimo libro «è mancata solo una pagina. L’ho letto fino a mercoledì, poi i medici ci hanno disturbato», scrive Wanda (mal sopportata dal segretario personale del pontefice, Stanisaw Dziwisz). Poi aggiunge di non aver mai incontrato «una persona che leggesse così tanto, conducendo una vita così attiva». È la sera del 2 aprile 2005 quando Giovanni Paolo II entra in coma. Secondo una tradizione polacca una candela viene accesa alla finestra della sua stanza.
Quando alle 21.37 il papa muore, suor Tobiana raccolto il suo ultimo sussurro è in ginocchio e ha la mano appoggiata sulla testa di Karol Wojtya. Il rapporto con gli ebrei Molto si è scritto su Giovanni Paolo II, la cui morte suscita un’enorme emozione tra credenti e non credenti. I suoi due successori lo proclamano beato nel 2011 e santo nel 2014, ma la tempesta degli abusi sicuramente deficitaria è la gestione dello scandalo da parte del pontefice, come ammette anche il biografo a lui più favorevole, George Weigel si abbatte sulla memoria del papa polacco: già nel 2019 in Francia un appello propone la sua «decanonizzazione», e l’anno successivo dagli Stati Uniti arriva la proposta di eliminare almeno il culto pubblico dell’ultimo papa santo.
Gian Franco Svidercoschi, giornalista di lunghissimo corso che ha seguito il concilio e conosciuto da vicino Wojtya, accusa i collaboratori del pontefice.
«Non è forse vero che, nei piani alti del Vaticano, c’era qualcuno molto autorevole che minimizzava lo scandalo?», scrive in Karol (Il Pozzo di Giacobbe), che tra i libri da lui dedicati a Giovanni Paolo II è il più felice, anche se non sempre convince.
Ma nelle centocinquanta pagine appena uscite il ritratto è completo, con testimonianze inedite, e la prosa del cronista di razza trascina.
Con un’attenzione storicamente ineccepibile sul passato in Polonia indispensabile per capire il papa e con insistenza sul rapporto che Wojtya ha avuto con gli ebrei: indispensabile per i cristiani.
A sigillo del libro, «Svider» sceglie il commento di Eugène Ionesco alla prima visita in Francia di Giovanni Paolo II. Molti che lo hanno ascoltato «hanno per la prima volta udito un uomo che si indirizzava a loro parlando di fede e non di politica. Dalla fede scaturiscono la buona politica, la vera giustizia, la quale prima di essere giustizia, è carità».
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 13
Il Tempo
SANTA SEDE E VATICANO
L’anno dei tre Papi e la guerra segreta che portò al Soglio Karol Wojtyla
«Il Tempo» testimone delle «liti» tra Siri e Benelli divisi sulla scelta di Giovanni Paolo II
Nico Spuntoni
Il 1978 è passato alla storia come l’anno dei tre Papi e quindi dei due conclavi.
A 4 raccontarli per «Il Tempo» fu il vaticanista Gian Franco Svidercoschi,
fresco autore del libro «Karol. Il Papa che ha cambiato la storia» edito da Il
Pozzo di Giacobbe. Abbiamo visto come grazie a lui il nostro giornale era
riuscito a creare un canale privilegiato con l’episcopato polacco. Un canale
destinato a rafforzarsi in occasione del conclave dell’agosto 1978. Morto
Paolo VI, l’allora direttore Gianni Letta si mostrò interessato all’elezione quasi
ex inspiratione, una forma ora non più ammessa e che poteva verificarsi se i
cardinali elettori avessero acclamato concordemente un eletto. Chi poteva
essere così meritevole da essere scelto per acclamazione? Questa la
domanda che frullava nella testa di Letta e a cui Svidercoschi azzardò una
risposta: il cardinale perseguitato Stefan Wyszynski. Quando, dopo appena un
giorno e soli quattro scrutini, si alzò la fumata bianca dalla Sistina, il direttore
si convinse dell’elezione dell’arcivescovo di Varsavia. Nella tipografia de «Il
Tempo», dove erano già pronte una ventina di bozze di prime pagine diverse
con altrettanti papabili, venne così dato ordine di stampare quella che
annunciava «Wyszynski Papa». Questione di attimi, poi il cardinale Pericle Felici proclamò l’«Habemus papam» facendo il nome di Albino Luciani. Sul patriarca di Venezia avevano trovato in fretta un accordo i due grandi competitor, l’arcivescovo di Genova Giuseppe Siri e il sostituto Giovanni Benelli. Ecco il motivo di un conclave così breve. Le rotative si affrettarono a stampare la prima pagina col nome di Luciani, una delle venti già preparate. L’edizione straordinaria de «Il Tempo» ebbe l’onore di essere la prima ad essere venduta in piazza San Pietro grazie al ritardo de «L’Osservatore Romano» che fu obbligato alla ribattuta per un errore nel titolo latino.
Qualche giorno dopo Svidercoschi regalò ad un divertito Wyszynski la copia con cui il nostro giornale avrebbe dovuto annunciare la sua elezione. L’arcivescovo di Varsavia commentò: «Ma perché non potrebbe essere un polacco?». Il primate, già malato di cancro, non pensava a sé stesso ma a Karol Wojtya. E così fu meno di due mesi più tardi.
Nel secondo conclave del 1978 «Il Tempo» giocò involontariamente un ruolo decisivo.
La morte improvvisa di Luciani aveva impedito ai due schieramenti di trovare una nuova intesa.
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lunedì 31 marzo 2025
Il Tempo
SANTA SEDE E VATICANO
Il conclave si annunciava, pertanto, un regolamento di conti tra Benelli e Siri con quest’ultimo favorito. Nel giorno precedente all’inizio della clausura in Sistina, l’arcivescovo di Genova aveva ricevuto nell’istituto religioso in cui soggiornava a Roma l’allora direttore del Tg1 Emilio Rossi.
Siri lo accompagnò all’uscita e qui incontrò Gianni Licheri de «La Gazzetta del popolo» che gli chiese insistentemente un’intervista.
Il cardinale accettò a patto che la pubblicazione fosse avvenuta a conclave iniziato. Licheri però non mantenne la parola e già nel pomeriggio, sapendo che il suo giornale torinese non avrebbe fatto in tempo ad andare in stampa con quello scoop, cominciò a diffondere alcune anticipazioni all’Ansa. Ne usciva il ritratto di un Siri anticonciliare che ridimensionava la figura di Luciani e criticava Sinodo e collegialità. A fine turno Svidercoschi notò quei lanci di agenzia e sollecitò il direttore Letta a darne menzione. Pur non potendo rifare il giornale ormai chiuso, le anticipazioni dell’intervista vennero messe nel catenaccio e così «Il Tempo» fu il primo a pubblicarle in anticipo sull’apertura del conclave. La mattina dopo alcuni appartenenti alla sezione francese della Segreteria di Stato fotocopiarono la pagina de «Il Tempo» e fecero in modo che le dichiarazioni di Siri venissero lette da tutti i cardinali in Sistina.
L’effetto delle anticipazioni frenò la candidatura dell’arcivescovo di Genova e spalancò le porte all’elezione di Karol Wojtya. Due anni dopo un inviato del nostro giornale si recò a Genova e chiese un’intervista alla segreteria di Siri, ma gli fu rifiutata in memoria di quanto accaduto nell’ottobre del 1978.
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domenica 30 marzo 2025 Pagina 12
Il Tempo
SANTA SEDE E VATICANO
Quando Wojtyla ringraziò Il Tempo per l’attenzione alla Polonia
Il futuro Giovanni Paolo II voleva sfatare a leggenda di una Chiesa polacca reazionaria
La partecipazione al Concilio segnò provvidenzialmente il ministero di Karol Wojtya che cominciò a f farsi conoscere e a conoscere i vescovi di tutto il mondo.
Nico Spuntoni
w Dopo quell’esperienza venne creato cardinale da Paolo VI nel 1967.
Insieme alla fama, però, crebbe anche l’attenzione su di lui dei servizi di
sicurezza comunisti. Il 1976 fu l’anno della consacrazione con l’invito a
predicare gli esercizi spirituali in Vaticano davanti a Montini. Avendo acquisito
un profilo internazionale, il futuro Giovanni Paolo II si dimostrò sempre più
interessato a sfatare la leggenda di una Chiesa polacca reazionaria e ostile
alle novità conciliari. Questa sensibilità dell’allora arcivescovo di Cracovia fu
all’origine dell’incontro con «Il Tempo». Merito dell’intuito del direttore
dell’epoca Gianni Letta che nel 1977 chiese al vaticanista Gian Franco
Svidercoschi di realizzare un’inchiesta sulle Chiese non italiane. Dietro a
quell’iniziativa, la convinzione che il successore di Paolo VI potesse provenire
dall’estero. Svidercoschi iniziò visitando la Spagna e proseguì poi con la
Polonia che, come abbiamo visto ieri, conosceva bene. Ne uscì un’inchiesta di 8 articoli pubblicata nel gennaio del 1977 in cui si documentava l’ombrello protettivo offerto dalla Chiesa polacca alle proteste dei lavoratori di Radom e Ursus contro la politica economica del regime comunista. Svidercoschi raccontò della nascita del Kor, l’antesignano di Solidarno® Gli.
articoli evidenziavano la realtà giovanile polacca intenta a rifiutare ogni identificazione con lo Stato-partito. L’inchiesta ebbe risalto tra i vescovi della Polonia e il cardinal Wojtya, tramite un sacerdote suo connazionale, chiese di incontrare di persona Svidercoschi. Il colloquio si svolse all’Aventino dove all’epoca soggiornava il futuro Papa nelle sue tappe romane. Wojtya aveva con sé la copia de «Il Tempo» con l’ultimo articolo dell’inchiesta in cui il vaticanista aveva scritto che i giovani polacchi erano ormai immuni alle lusinghe del comunismo. In quel primo colloquio il cardinale si stupì dell’interesse di un giornalista italiano per la realtà ecclesiale e sociale della sua Polonia. Si dimostrò compiaciuto per i passaggi che presentavano quella polacca come una Chiesa non reazionaria e molto aperta al ruolo dei laici. La soddisfazione dell’arcivescovo di Cracovia era tale che espresse al vaticanista l’intenzione di scrivere una lettera pubblica di ringraziamento a «Il Tempo». Svidercoschi cercò di sconsigliarlo, temendo che l’iniziativa avrebbe potuto indispettire il regime comunista e provocargli conseguenze
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domenica 30 marzo 2025
Il Tempo
SANTA SEDE E VATICANO
in patria. Ma Wojtya non sentì ragioni e il 12 aprile 1977 spedì la missiva al sacerdote polacco suo tramite. Il futuro Papa scrisse testualmente: «Ho avuto occasione di conoscere i suoi articoli (su “Il Tempo") riguardanti la Polonia, e soprattutto la Chiesa nel nostro paese, i quali sono stati pubblicati in tempi successivi su “Il Tempo”. Devo confessare che la lettura di essi è molto interessante. La Polonia è strettamente legata con la realtà storica e attuale con la sua Chiesa inserita in questa realtà nel suo doppio profilo: universale e locale, giustamente è un oggetto d’interessamento, del quale pure lei con i suoi articoli dà la testimonianza. Questo vale ancora di più perché nella vita polacca si sono incrociate radicalmente le contradizioni (sic), come sono: al potere il marxismo e dall’altra parte la cristianità innestata molto profondamente nella Tradizione della Nazione. La ringrazio di cuore del (sic) interessamento per un tema così essenziale e devo confessare che la lettura di quello, che i (sic) stranieri scrivono di noi è una prova di giudizio di credibilità «ad extra» di quello, che noi siamo i (sic) come ci conosciamo “ad intra” da noi stessi». Questa lettera, però, nell’italiano del «corrigerete» che poi imparammo a conoscere, non venne pubblicata perché il sacerdote polacco, temendo come lui ripercussioni per l’arcivescovo, la consegnò a Svidercoschi solo dopo l’elezione a Papa nel 1978.
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domenica 30 marzo 2025 Pagina 13
Giovanni Paolo II tra Dc e spie
Il Papa «politico» non aveva paura di esporsi e seguiva le dinamiche dei partiti
Il Papa che sapeva parlare ai cuori. «Se mi sbaglio, mi corrigerete». E da piazza San Pietro gremita, salì l’abbraccio di Roma. A pronunciarle, nel lontano 1978, fu Karol Wojtyla il primo Papa straniero dopo oltre 450 anni.
Incontrai Giulio Andreotti pochi minuti dopo l’annuncio.
Con la sua consueta bonomia romana, mi disse: «Questo Santo Padre cambierà il mondo, ma sono triste».
-«Perché non hanno eletto un italiano?».
– «Ma no... Gli italiani erano troppo divisi: da una parte Benelli, l’arcivescovo di Firenze; dall’altra Siri, il cardinale di Genova. Se la sono cercata».
– «E allora perché triste?
» – «Perché, per la prima volta, il Papa è più giovane di me».
Mentre Francesco Cossiga, all’epoca senza incarichi di governo dopo le dimissioni dal Viminale per la vicenda Moro e ancora lontano dal diventare «il Picconatore», fu lapidario: «Sono finiti i giochini dei miei amici democristiani con la Segreteria di Stato e la Conferenza Episcopale. Aria nuova a San Pietro. Ci voleva proprio».
Luigi Bisignani
Il Tempo
SANTA SEDE E VATICANO
I rapporti con Cossiga e Andreotti. La vicinanza a Craxi anche durante l’esilio ad Hammamet
Bettino Craxi, sempre lucido e cinico, commentò con lungimiranza: «Morto un Papa, se ne fa un altro. Ma per Mosca sarà un bel problema». E in effetti lo fu.
Pochi giorni dopo l’elezione, Andreotti, allora Presidente del Consiglio, ebbe una delle prime udienze con Giovanni Paolo II. Ricordo quell’incontro per un aneddoto divertente. L’appuntamento era fissato alle 6.30 del mattino nel cortile di Sant’Anna per poi salire agli appartamenti papali. Alle 6.20 Andreotti era già lì, emozionato, nonostante avesse varcato quel portone centinaia di volte fin dai tempi in cui il giovane Montini- futuro Paolo VI – lavorava alla Segreteria di Stato, ancora senza mitra.
Alle 7.45, il Presidente rientrò subito nel suo studio pallido e con le mani sullo stomaco per precipitarsi in bagno. La jajecznica-la colazione polacca – aveva avuto la meglio: uova cotte nel burro, pancetta affumicata, salciccia, pan di patate funghi e fagioli, serviti con slancio dal Santo Padre. Andreotti, abituato al solito cappuccino con mezzo cornetto, faticò
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domenica 30 marzo 2025
Il Tempo
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non poco. Nonostante ciò tra i due si instaurò un rapporto costellato da incontri, lettere e cartoline. E proprio una cartolina, per così dire, lo attendeva un giorno a San Pietro, durante una cerimonia programmata da tempo e coincisa con la richiesta di condanna da parte dei pubblici ministeri di Perugia per l’affaire Pecorelli. Incerto se partecipare, anche per le perplessità della moglie, donna Livia, viste le polemiche, Andreotti decise di andare. Appena preso posto in terza fila, un monsignore del cerimoniale gli fece un cenno. Per un attimo, mi raccontò il Divo, si sentì imbarazzato. Alla fine della funzione, fu fatto avvicinare all’altare: il Santo Padre volle dargli una benedizione speciale pubblica. In molti videro in quel gesto un’implicita dichiarazione di fiducia verso Andreotti nel pieno del suo procedimento giudiziario. Commentando la circostanza, il Presidente mi confessò che, assieme alle visite di Madre Teresa di Calcutta, fu uno dei momenti di maggior conforto in quegli anni.
Giovanni Paolo II era un Papa politico. La politica gli piaceva, e non aveva paura di esporsi. Seguiva persino le dinamiche della Democrazia Cristiana che, con Martinazzoli, stava chiudendo i battenti. Un giorno il Pontefice convocò i capi della Dc e, con Andreotti presente, disse loro molto contrariato: «Se non avete un’alternativa valida tacete per sempre».
Un altro episodio analogo avvenne durante il tradizionale Te Deum di fine anno, nel 1994. Al termine della celebrazione, mentre lasciava la chiesa, il Papa avrebbe notato la presenza di Rosa Russo Jervolino. Tornato sui suoi passi, le si avvicinò esclamando, con tono preoccupato: «Rosetta, ma che cavolo state facendo?».
Wojtya fu molto vicino anche a Bettino Craxi quando ebbe suoi guai giudiziari. Durante l’esilio ad Hammamet, il Papa gli fece sapere, tramite don Verzé, che lo ricordava ogni mattina nella Messa celebrata nella sua cappella privata.
Commosso, Craxi rispose con un biglietto: «Santo Padre, l’unica grande fiducia è in Lei». Il rosario che Craxi tiene tra le mani nella tomba gli fu inviato proprio da Giovanni Paolo II, sempre attraverso don Verzé che lo consegnò alla figlia Stefania. Eppure, i rapporti tra i due non iniziarono nel migliore dei modi. «Santità, Lei guarda l’Italia con gli occhiali polacchi», affermò polemicamente Craxi, da leader socialista, in Parlamento durante il dibattito sull’aborto era il 1981. Due anni dopo, da premier, andò in visita ufficiale dal Papa. Sbalordendo i gentiluomini di Sua Santità, si presentò con degli stivaletti e si sedette prima del Pontefice.
L’incontro, grazie all’affabilità del Papa, andò benissimo.
Craxi capì di trovarsi davanti ad un’opportunità: contrastare il comunismo, attraverso il sostegno a Solidarnosc. Quel supporto venne da più parti, anche dalla generosità della famiglia Ferruzzi, vicina, con Carlo Sama e Sergio Cusani, al leader socialista. Craxi, grazie al lavoro di Gennaro Acquaviva, riuscì dove tutti i grandi democristiani – da Rumor, Moro, Fanfani ad Andreotti avevano fallito: la revisione del Concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, culminata negli Accordi di Villa Madama del 1984.
Dal primo giorno dell’elezione di Wojtya, i servizi segreti dimezzo mondo intensificarono «l’attenzione». Cossiga, sempre aggiornato sull’intelligence, mi raccontò che giunse a Roma un dossier monstre: una mole di documenti contenenti intercettazioni, rapporti e resoconti
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domenica 30 marzo 2025
di appostamenti.
Il Tempo
SANTA SEDE E VATICANO
Il primo dossier risaliva al 1945: Karol JózefWojtya, allora seminarista a Cracovia, veniva indicato tra i soggetti da «far esaminare». Per proteggerlo, i superiori decisero di inviarlo a studiare a Roma. Anche in Italia, il futuro Papa fu costantemente osservato. Perfino alcune donne che frequentava nelle compagnie teatrali furono «schedate».
Un’inchiesta del giornalista Stefano DeAndreis su una presunta fidanzata fece esplodere una bufera, ma Giovanni Paolo II tagliò corto: «Non mi disturba affatto. Anzi, mi fa sorridere: mi ricorda gli anni della gioventù». Una nota del 1966 documenta la sua partecipazione al Concilio Vaticano II: «Portava con sé 3.120 dollari, cuciti nella tonaca, tre impermeabili e 17 pacchi di libri». Quando Wojtyla apparve per la prima volta con lo zucchetto bianco sulla loggia di San Pietro, tra la delegazione ufficiale polacca c’erano anche agenti del IV Dipartimento. E i vertici della polizia polaccasi riunirono con i funzionari del KGB. Nessuna prova, maèda lì che partono i sospetti sull’attentato del 1981. Nei rapporti arrivati a Palazzo Chigi nel 1998 si legge anche di una «fidanzata segreta». Pare fosse riuscita, grazie a una lontana parentela con un alto prelato, a installare dispositivi di intercettazione negli appartamenti papali. Ma il futuro Santo ha sempre avuto la mano della Provvidenza sul capo.
Che l’ha protetto, fino all’ultimo, per rivoluzionare e sbalordire il mondo con la sua testimonianza di fede. La Provvidenza gli indicò anche la strada. E lui non ebbe mai paura.
Duc in altum. Come disse Gesù a Pietro.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 2
Corriere della Sera POLITICA INTERNAZIONALE
Il giallo del drone russo, polemiche e un’inchiesta
A Milano un fascicolo per i voli su Ispra. In arrivo il Copasir e 4 interrogazioni parlamentari
Roma. Sull’ipotesi che Mosca abbia spiato con un drone segreti tecnologici o nucleari dai cieli del Lago Maggiore è già scattato l’allarme sicurezza. E ora la Procura di Milano apre un fascicolo e si accinge ad affidare ai carabinieri del Ros le indagini su quei cinque, misteriosi, sorvoli di un drone di sospetta fabbricazione russa nella No-fly zone, rilevati e segnalati dal Joint research centre, centro di ricerca tecnologica di eccellenza della Commissione europea a Ispra, nel Varesotto.
Non è ancora chiaro se il reato ipotizzato sarà «spionaggio». La Procura milanese per ora ha aperto un fascicolo «modello 45» senza indagati né ipotesi di reato. La deciderà oggi, all’esito di una riunione, tra inquirenti e investigatori. Ma dall’intelligence filtra «massima cautela» sui misteri lasciati aperti dai ripetuti voli del dispositivo tecnologico, spesso dotato di telecamere ad alta risoluzione in grado di tracciare mappature di obiettivi sensibili.
Virginia Piccolillo
Non solo. Della spy story, anticipata ieri dal Corriere, se ne occuperà, domani,
anche il Copasir. E già sono state annunciate quattro interrogazioni
parlamentari. Due da Forza Italia. Una alla Camera da Raffaele Nevi, che chiede di informare «nel dettaglio» il Parlamento, visto «che la sicurezza nazionale è un elemento essenziale da preservare rispetto a influenze straniere» e invita a «investire in tecnologie moderne per garantire sicurezza, riservatezza delle informazioni e delle immagini del nostro territorio».
Un’altra, al Parlamento Ue, dal collega Salvatore De Meo (Ppe-FI) per capire se «siano in atto misure di protezione per le infrastrutture strategiche dell’industria della difesa italiana e della Ue». La terza, ai ministri di Interno e Difesa, da Benedetto Della Vedova (+Europa) che chiede conto al governo dell’«inquietante proliferare di fatti legati all’operato di servizi stranieri in Lombardia», dal naufragio sul Lago Maggiore di uomini dei servizi segreti italiani ed israeliani alla fuga dagli arresti domiciliari nel milanese di Artem Uss, il figlio di un oligarca putiniano. Infine Enrico Borghi (Iv) evidenzia come il sorvolo su «obiettivi sensibili e coperti da vincoli di sicurezza nazionale e Ue impone verifiche, garanzie e tutele assolute». In questo caso, rimarca, «non si sono attivate». Perché? Eppure in quell’area, a pochi chilometri
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lunedì 31 marzo 2025
Corriere della Sera POLITICA INTERNAZIONALE
dalla sponda lombarda del Lago Maggiore ci sono stabilimenti di Leonardo. Poco lontano, a Solbiate Olona, c’è la sede operativa di un comando Nato e a Pavia un altro centro di ricerca high tech con un laboratorio di energia nucleare applicata.
L’attenzione dei magistrati è massima. Assieme al procuratore Viola se ne occuperanno l’aggiunto Eugenio Fusco e il pm Alessandro Gobbis, che nelle scorse settimane ha chiesto il rinvio a giudizio per spionaggio di due titolari di una società immobiliare in Brianza, che in cambio di «criptovalute» si sarebbero messi a disposizione dell’intelligence russa. Anche se, al momento, non risultano collegamenti tra le vicende.
Ma perché il sospetto cade su Mosca? È stato il sistema di rilevazione del centro di Ispra a rilevare i passaggi di uno o più droni di fabbricazione russa per cinque volte nell’ultimo mese. Non è ancora chiaro se l’allarme sia scattato subito, o solo quando ormai il drone non era più all’orizzonte. E non si sa da dove sia decollato. Né se avesse limitata capacità di volo, segno che le spie, se di spie si trattava, dovevano essere nei paraggi.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 5
Corriere della Sera POLITICA INTERNAZIONALE
Trump, nuove minacce a Putin: «Sanzioni se saboterà i negoziati»
Il presidente avverte anche l’Iran: accordo sul nucleare o bombe. E parla già di terzo mandato
«Sanzioni sul petrolio», se la Russia dovesse sabotare il negoziato. «Bombardamenti» per l’Iran, se rifiuta la trattativa diretta sul nucleare. E poi l’ipotesi di restare alla Casa Bianca fino al 2032, con un escamotage alla Putin per aggirare la Costituzione americana. È stata una domenica segnata dai proclami di Donald Trump.
Per la prima volta il presidente Usa ha preso le parti di Volodymyr Zelensky. Nei giorni scorsi, Putin era tornato a chiedere la defenestrazione del leader ucraino, da sostituire immediatamente con «un governo di transizione legittimo». Ieri, in un’intervista alla tv Nbc, Trump ha reagito così: «Sono molto arrabbiato con Putin e lui lo sa. Se io e la Russia non dovessimo arrivare a un accordo per fermare lo spargimento di sangue in Ucraina e se la colpa fosse della Russia, allora applicherò tariffe secondarie sul loro petrolio». Subito dopo, però, Trump ha attenuato i toni: «La rabbia può dissiparsi rapidamente, se Putin fa la cosa giusta; prevedo di parlargli in settimana».
Giuseppe Sarcina
Zelensky resta comunque in allarme: «La Russia – scrive sulla piattaforma
Telegram – si sta facendo beffe degli sforzi per raggiungere la pace». Putin «vuole prolungare la guerra; noi stiamo passando ai nostri partner tutte le informazioni sugli attacchi che l’esercito russo sta conducendo e sui piani in preparazione. Chiediamo una risposta dall’America, dall’Europa e da tutti i nostri alleati a queste azioni di terrorismo contro il nostro popolo».
Il quadro politico diplomatico, dunque, resta confuso e in balia delle oscillazioni trumpiane. Il governo ucraino sta cercando di fissare qualche punto di riferimento. Per esempio, come riferisce l’agenzia Bloomberg proporrà modifiche alla bozza di accordo sulle terre rare proposta dagli americani. In particolare Zelensky teme che la cessione agli Usa del controllo totale sullo sfruttamento delle risorse naturali possa ostacolare il processo di adesione all’Unione europea, che verrebbe tagliata fuori.
Ma c’è un altro fronte in movimento. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha respinto la proposta di negoziati diretti avanzata con una lettera firmata da Trump.
«Abbiamo risposto attraverso l’Oman – ha precisato Pezeshkian – e rifiutato l’opzione dei
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lunedì 31 marzo 2025
Corriere della Sera POLITICA INTERNAZIONALE
colloqui diretti, ma siamo aperti a un confronto indiretto. Non siamo contrari al dialogo, ma prima gli Stati Uniti devono correggere il loro comportamento scorretto».
La replica del leader americano è brutale: «Se l’Iran non accetta la trattativa, verrà bombardato».
Infine il terzo mandato.
«Me lo chiedono in molti – ha dichiarato Trump ancora alla Nbc – ci sono diversi modi per farlo». Prima, però, bisognerebbe cambiare la Costituzione che stabilisce il tetto di due elezioni. Un’ipotesi sarebbe quella di far nominare J.D. Vance che passerebbe poi i poteri a Trump. Più o meno lo stesso sistema utilizzato da Putin con la finta staffetta con Dmitri Medvedev.
Fantapolitica da brividi per la storia americana.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 7
L’analisi
La Stampa POLITICA INTERNAZIONALE
Vacilla la speranza dello zar di spartirsi il mondo con gli Usa
I troppi no e le continue richieste stanno minando la simpatia dell’America Il Cremlino rischia di rimanere bloccato nella guerra fredda all’Occidente
Anna Zafesova
A Mosca, e a Kyiv, se lo chiedevano da tempo: cosa sarebbe successo il giorno che Donald Trump si sarebbe arrabbiato con Vladimir Putin? Non c’erano molti dubbi che questo momento fosse inevitabile. Il padrone del Cremlino non aveva concesso alla Casa Bianca praticamente nulla, nemmeno un cessate-il-fuoco di 30 giorni, nemmeno un gesto di distensione nell’interruzione dei bombardamenti delle città ucraine. I missili e droni russi hanno proseguito a cadere, prima, durante e dopo i negoziati tra le delegazioni russa e americana a Riad, e si sono anzi intensificati negli ultimi giorni, con le immagini di bersagli palesemente di uso civile come ristoranti e palazzi residenziali distrutti dalle bombe. Trump non poteva continuare a ignorare le foto che riempivano le prime pagine dei giornali internazionali, se non altro perché ferivano il suo orgoglio di «grande negoziatore» pronto a portare la pace.
Tutti i commentatori moscoviti concordano ora che Putin ha uno spazio di
manovra temporalmente limitato: fino al 20 aprile, giorno di Pasqua,
simbolico come data da cui far scattare la tregua anche perché segna la fine del terzo mese di presidenza trumpiana, o al massimo fino al 9 maggio, quando in piazza Rossa verrà celebrato sontuosamente l’80° anniversario della vittoria sul nazismo, occasione nella quale non dispera ancora di coinvolgere Trump. Che la Federazione Russa non voglia la tregua è abbastanza evidente a tutti, anche perché è il suo stesso leader ad averlo dichiarato in più occasioni: quello che chiede a Washington è «la risoluzione del problema alla radice», cioè l’annessione dei territori ucraini occupati dai russi e l’eliminazione dell’autonomia politica della sua parte restante. I negoziatori che Putin ha inviato a Riad – “falchi” senza alcuna posizione politica di rilievo, dai quali non ci si poteva aspettare molta iniziativa o elasticità – avevano come incarico quello di ribadire le condizioni russe, anche sulla tregua nel Mar Nero. Almeno dai dettagli resi pubblici sembra che Mosca non fosse disponibile ad alcuna apertura o compromesso, aggiungendo condizioni sempre nuove a intese apparentemente già raggiunte, e cambiando bruscamente le carte in tavola, come è accaduto con l’improvvisa proposta di Putin di far commissionare Kyiv dall’Onu (senza peraltro nemmeno consultare prima il Palazzo di vetro).
Finora, il dialogo tra Putin e Trump, che anche ieri ha ribadito di avere un «ottimo
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lunedì 31 marzo 2025
La Stampa POLITICA INTERNAZIONALE
rapporto» con il dittatore russo, si è basato più sulle affinità ideologiche che sulle intese raggiunte. Il disprezzo verso l’Europa, l’odio nei confronti di Volodymyr Zelensky, e soprattutto la visione condivisa dei rapporti internazionali come dominati dalla forza militare che giustifica l’espansionismo territoriale: è evidente che Vladimir e Donald hanno molto in comune, e infatti il secondo ribadisce che potrebbe farsi passare la rabbia verso il primo se solo «si comporta correttamente». Ma, nonostante questa sintonia, e le concessioni già promesse ai russi da Trump, a Mosca vedono che il presidente americano non è in grado di realizzare molte delle sue promesse: non ha sospeso gli aiuti all’Ucraina se non per un paio di giorni, non è riuscito a “cancellare” Zelensky, semmai rinforzato dal suo litigio alla Casa Bianca, non ha piegato gli europei che Putin considerava praticamente sottomessi a Washington. La speranza russa di spartirsi il mondo in una “nuova Yalta” sta rapidamente evaporando. La sfuriata di Trump verso Putin potrebbe venire letta però anche come un gesto di “equidistanza” dalla, dopo che era stato criticato da più parti per non essere un mediatore imparziale. Una strigliata per mostrare a che è pronto addirittura a difenderlo (dalle stesse accuse di illegittimità che Trump gli aveva mosso un mese fa, salvo negarle poi), e spingere Putin ad accelerare.
Perché la Casa Bianca ha fretta, non vuole impantanarsi in un negoziato vero, lungo, estenuante e paziente, come di solito fa la grande diplomazia. Quindi la maggior parte degli analisti russi ritiene che lo sguardo di Trump volgerà rapidamente altrove, in cerca di qualche altra crisi da risolvere più rapidamente.
Se invece si “arrabbiasse” davvero, scagliandosi contro la Russia con nuove sanzioni (che colpirebbero anche i suoi partner commerciali come India e Cina), il Cremlino non farebbe altro che proseguire la sua linea degli ultimi anni: guerra calda contro l’Ucraina, guerra fredda contro l’Occidente, e dittatura militare dentro la Russia. Non è chiaro quanto potrebbe riuscire a durare, ma a giudicare dalla spavalderia di Putin è convinto di avere – per parafrasare l’espressione di Trump nei confronti di Zelensky – tutte le carte in mano.
– © RIPRODUZIONE RISERVATA Anna Zafesova Dnipro Nel bombardamento di Dnipro del 29 marzo sono morte 4 persone Altri due civili sono morti ieri a Kharkiv.
Russia
Zelensky
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 6
Il Messaggero POLITICA INTERNAZIONALE
La pace potrebbe costare alla Russia più della guerra. È il sospetto che inizia a circolare tra molti analisti.
LA SPESA PER LA DIFESA La situazione è per certi versi critica. Ma allo stesso
tempo, come ricordato dal Wall Street Journal, appare ormai chiaro che
l’economia russa abbia retto alle conseguenze dell’invasione. E lo ha fatto
perché il Cremlino ha rimodulato il Paese su un’economia di guerra. La maggior
parte della spesa pubblica è per la difesa. Le aziende si sono dovute convertire per le sanzioni e per soddisfare il fabbisogno dell’esercito. L’industria bellica ha registrato numeri da record che hanno pompato il Pil. In molte aree depresse del Paese, i soldati arruolati e stipendiati hanno innalzato i consumi interni e sostenuto le economie locali. E tutto questo è stato reso possibile da un fiume di denaro pubblico. Investimenti che se si dovessero arrestare, rischierebbero di creare non pochi problemi al Paese, che tra sforzo bellico, inflazione, carenza di manodopera, isolamento tecnologico e assenza di aziende straniere, è “drogato” dall’economia di guerra. TRAVOLTO DALLA PACE La questione rischia di avere un peso enorme nelle scelte di Putin sul negoziato con l’Ucraina (e con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump). Arrivato sul punto di ottenere un accordo favorevole e con il Kursk quasi riconquistato, Putin non può permettersi che la guerra travolga la Russia una volta che arriva la pace. E l’economia non è l’unico elemento che frena il capo del Cremlino.
I REDUCI Da tempo il governo ha avviato un programma di inserimento nei ranghi dell’amministrazione dei veterani, per evitare che questi uomini, traumatizzati, messi da parte o disillusi rispetto alle mosse di Putin, possano costituire gruppi critici all’interno della società civile russa.
Lorenzo Vita
La pace potrebbe costare alla Russia più della guerra. È il sospetto che inizia a circolare tra molti analisti. Ed è il motivo per cui in molti credono che il presidente Vladimir Putin potrebbe essere ben poco convinto di arrivare al cessate il fuoco. Dopo oltre tre anni di conflitto, il conto per Mosca è di certo salato.
Le sanzioni pesano. Il mancato export di gas e petrolio in Europa è stato un colpo durissimo, a cui Mosca ha cercato di porre rimedio rivolgendosi a Cina e India.
La difesa andrà ricostruita.
Dall’esterno arriva ben poca tecnologia. E l’isolamento diplomatico è un fardello anche per le aziende.
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lunedì 31 marzo 2025
Il Messaggero POLITICA INTERNAZIONALE
Secondo molti esperti, una Russia “demilitarizzata” potrebbe trasformare migliaia di ex soldati in avversari del Cremlino. Uno scenario che il presidente ha conosciuto da giovane con i militari rientrati dalla disfatta in Afghanistan, e che non vuole che si replichi oggi se si dovessero subire le conseguenze economiche del conflitto. Questi timori di Putin si uniscono poi al suo desiderio di non congelare l’invasione ora che sa di avere un vantaggio tattico e di avere un interlocutore alla Casa Bianca che lo ascolta. E le notizie dal fronte di certo alimentano i dubbi sulle reali intenzioni dello “zar”.
L’OFFENSIVA CONTINUA Nella notte tra sabato e domenica, un raid su Kharkiv ha provocato due morti e 30 feriti. Ieri le forze russe hanno annunciato la conquista di un villaggio nel Donetsk quasi a ridosso del confine della regione di Dnipropetrovsk.
Gli analisti sospettano che le forze di Mosca stiano studiando anche una grande offensiva di terra che potrebbe durare mesi. E questo è ben lontano dalla pace paventata al tavolo di Riad o nelle telefonate con Trump.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 4
La Repubblica POLITICA INTERNAZIONALE
Soldati scelti da Aleppo e Sudzha, così Mosca è tornata ad avanzare
Dopo i colloqui di Riad l’esercito russo ha di nuovo intensificato gli attacchi Ma secondo la Nato non è “l’offensiva di primavera”
Gianluca Di Feo
Non c’è aria di tregua sul fronte ucraino, dove negli ultimi giorni i droni russi hanno colpito duramente Dnipro e – ieri Kharkiv. Subito prima degli incontri in Arabia Saudita per negoziare un cessate il fuoco, i russi avevano rallentato il ritmo dell’offensiva. La pausa è durata poco più di una settimana, poi da giovedì gli attacchi sono ricominciati a crescere: ne sono stati contati anche 250 al giorno. Sono in maggioranza assalti di piccole squadre, nuclei di fanti che puntano a infilarsi nella terra di nessuno tra i due eserciti per dirigere il fuoco dei droni e dell’artiglieria.
Ma sono più frequenti pure le incursioni di mezzi corazzati, che cercano di aprire un varco nelle difese penetrando in profondità: finora nessuna è riuscita a sfondare. L’effetto di questo rullo compressore è proseguire nella lenta avanzata per conquistare quanto più terreno possibile, creando sacche in cui isolare le formazioni nemiche fino a obbligarle a ripiegare. «Le nostre forze stanno andando avanti ogni giorno – ha dichiarato Vladimir Putin giovedì scorso – e liberano un territorio dopo l’altro, un villaggio dopo l’altro».
Il quartier generale di Kiev è convinto che il “rallentamento” non fosse dettato dalla diplomazia: i comandanti di Mosca hanno riorganizzato il loro schieramento dopo la sostanziale ritirata ucraina dalla regione di Kursk, dove restano occupate soltanto alcune colline poco oltre la frontiera russa. E temono che presto il Cremlino lanci una nuova operazione su larga scala: una “offensiva di primavera” per ottenere un risultato strategico da far pesare nelle trattative mediate dalla Casa Bianca. Due i possibili obiettivi: Kharkiv, la metropoli a ridosso del confine russo, o Dnipro, la città industriale crocevia delle arterie per il Donbass.
L’intelligence della Nato non conferma questi sospetti, anche se ha rilevato movimenti di truppe più intensi nelle retrovie. Si stima che i preparativi di una manovra del genere richiederebbero almeno altre tre settimane e necessiterebbe di uomini più addestrati degli anziani volontari arruolati dalla Russia: non sembra possibile che oggi il Cremlino sia in grado di radunare corpi d’armata tali da espugnare grandi centri urbani. Vengono però fatti notare tre elementi. Anzitutto, Putin ha riportato in patria quasi tutto il contingente presente in Siria, rendendo disponibili circa tremila uomini esperti e motivati, con blindati e artiglieria.
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lunedì 31 marzo 2025
La Repubblica POLITICA INTERNAZIONALE
Inoltre Mosca può affidare ai nordcoreani il compito di fronteggiare l’ultima roccaforte ucraina nel Kursk, mettendo così unità scelte di parà e fanti di marina a disposizione per altre iniziative. Infine il Cremlino ha annunciato la trasformazione di due brigate dei marines, protagoniste dei combattimenti più violenti, in divisioni, con un aumento di organico: probabilmente il personale aggiuntivo verrà prelevato dagli equipaggi delle navi e dalle guarnigioni dei porti. Si tratta quindi delle risorse per allestire una task force con circa 20 mila buoni soldati, insufficienti per prendere una metropoli, ma capaci di infliggere un duro c olpo alle difese ucraine.
Quanto alle direttrici di un’eventuale offensiva di primavera, i blogger militari russi più autorevoli sembrano accreditare una serie di attacchi convergenti su Dnipro che – citando von Clausewitz – viene indicato come il “baricentro della manovra”. Uno degli assalti procede da settimane verso la città di Zaporizhzhia, rimasta in mani ucraine: «I nostri paracadutisti stanno ottenendo successi in battaglie pesanti attraverso Stepovoye e Malye Shcherbaki, recentemente conquistate, fino a Shcherbaki, avanzando lungo la strada per Orichiv». Ma ci sono almeno altre due azioni che potrebbero essere irrobustite per circondare le brigate ucraine che sbarrano le strade verso Dnipro, colpita venerdì notte da un raid terroristico di droni.
Invece, a far temere per Kharkiv sono i successi russi nella zona di Lyman, cittadina strategica. Ma in tutto il Donbass gli scontri sono feroci e i generali di Mosca continuano a cercare di ottenere il pieno controllo dell’area di Toretsk e soprattutto della cittadina di Pokrovsk, roccaforte e hub logistico del Donetsk. Gli ucraini rispondono con contrattacchi di portata limitata e stanno aumentando le missioni dei loro caccia Sukhoi e F16, che per la prima volta dall’inizio dell’invasione ora bombardano le prime linee russe, usando ordigni di precisione americani e francesi. Il problema principale resta la scarsità di uomini, e in questi giorni stanno avendo il battesimo del fuoco “i ragazzi del 2006”, giovanissimi volontari arruolati nei reparti di Kiev.
L’ultima risorsa che va a immolarsi, nel sacrificio pagato dagli ucraini per difendere il Paese.
©RIPRODUZIONE RISERVATA I nuovi organici non sono sufficienti a conquistare una grande città ma possono creare varchi importanti su tutta la linea del fronte.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 9
Le Figaro POLITICA INTERNAZIONALE
Les militaires se préparent à une confrontation de long terme avec la Russie
Un responsable français Nicolas Barotte Les militaires européens réfléchissent à la suite : la confrontation de long terme entre la Russie et l’Occident. Les objectifs du Kremlin ne se limitent pas à l’Ukraine, disent-ils. «Il y a 100% de chances pour que Vladimir Poutine essaie de tester» un pays européen, là «où il sentira une faiblesse», confie un très haut gradé de l’armée française. «Il faut que nous nous demandions ce qu’il aurait fallu faire avant 2022 pour que Vladimir Pontine n’envahisse pas l’Ukraine», ajoute-t-il.
Il répond par la dialectique classique : se préparer, se tenir prêt au pire, être suffisamment crédible pour décourager l’adversaire de passer à l’acte.
Nicolas Barotte
Mais il faut aussi réfléchir à la forme que prendrait une confrontation : si une
guerre généralisée parait peu probable, tant elle ferait courir le risque d’une
montée aux extrêmes entre puissances nucléaires, la Russie pourrait être
tentée par une incursion limitée dans le territoire d’un État européen, par une
opération sur un théâtre extérieur, ou par la poursuite d’une guerre «sous le
seuil» et «hybride» visant à disloquer la cohésion européenne. Certaines
hypothèses évoquent un délai de quatre ou cinq ans. «Si on écoute les dirigeants des pays Baltes, cela peut être beaucoup plus rapide», rapporte un diplomate français.
«A moyen terme, la Russie ne devrait pas être en mesure de développer les capacités nécessaires pour mener une guerre conventionnelle à grande échelle contre l’Otan», estime le renseignement lituanien dans son dernier rapport annuel. «Cependant, elle pourrait développer des capacités militaires suffisantes pour lancer une action militaire limitée contre un ou plusieurs pays de l’Otan», écrivent les auteurs.
Tous les pays d’Europe réfléchissent au scénario d’une escalade avec la Russie. «Tout compromis (en Ulanine) sera temporaire et un cessez-le-feu servira de pause (à la Russie) pour régénérer les forces», assure le responsable d’un autre service de renseignement européen. Le président russe, Vladimir Poutine, entretient son pouvoir grâce à une rhétorique guerrière qui désigne l’Occident comme un adversaire. Il s’est foré comme objectif de reprendre pied là où il considère être la sphère d’influence de la Russie : au minimum l’Ukraine, la Moldavie, le Caucase, les pays Baltes...
Pour l’Alliance, les pays Baltes concentrent toutes les inquiétudes.
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lunedì 31 marzo 2025
Le Figaro POLITICA INTERNAZIONALE
C’est le scénario imaginé par le professeur allemand de relations internationales Carlo Masala dans son livre Si la Russie l’emporte... (C.H. Beck) : une incursion au-delà de la rivière Narva en 2028. «Le scénario s’appuie sur des données réelles, des connaissances scientifiques et des discussions» avec des autorités politiques et militaires, explique-til. L’hypothèse figure parmi les nombreux plans de défense de l’Otan.
Un exercice militaire allié s’est d’ailleurs déroulé en décembre en Estonie, simulant une riposte après une invasion.
Mais il ne s’agit pas du seul point d’attention de l’Otan. Le corridor du SUWALKI, entre la Lituanie et la Pologne, est une autre zone sensible. La région sépare l’enclave russe de Kaliningrad et la Biélorussie. Plus au nord, la Suède a renforcé sa présence militaire sur Ille de Gotland, considérée comme un verrou stratégique en face de Kaliningrad. Plus loin encore, les pays nordiques s’inquiètent pour la stabilité du Grand Nord. L’archipel des fies Svalbard, sous souveraineté norvégienne mais qui bénéficie d’un statut particulier, pourrait servir de terrain à des manuvres russes II compte parmi les zones sensibles surveillées.
Toute incursion géographique, même limitée, sur un territoire européen aura pour but de tester la volonté de l’Otan à riposter. Pour fragiliser au préalable l’Alliance, la Russie recourt à des attaques hybrides. «Le nombre d’attaques russes en Europe a triplé entre 2023 et 2024 après avoir quadruplé entre 2022 et 2023», écrit le CSIS dans un rapport sur la «guerre de l’ombre» de la Russie. Ces manoeuvres visent à saper la volonté occidentale. «Nous avons plus de 1000 soldats stationnés en Roumanie... Mais que font les services russes? Ils essaient de choisir le président roumain», s’alarme un responsable français en évoquant l’élection présidentielle annulée en Roumanie, après des ingérences russes. La manuvre a fait frémir l’état-major qui y a vu une possible répétition du scénario sahélien : «Être défait avant d’avoir combattu». «line faut pas faire de cadeau à la Russie dans la guerre informationnelle», poursuit le responsable.
«La façon dont la Russie réinvente la guerre la fait porter sur les infrastructures civiles et privées», dit-il aussi. L’espace exo-atmosphérique est une autre urgence pour les Européens, qui n’y disposent pas des mêmes capacités que les États-Unis, la Russie ou Chine. Les Européens seraient démunis en cas d’opération contre des satellites. Le nombre d’incidents cyber s’est aussi accru. Pour les auteurs du rapport du CSIS, l’Otan devrait «développer des campagnes offensives calibrées» pour riposter contre la guerre de l’ombre de la Russie. Mais celle-ci n’est pas organisée pour en concevoir.
«La Russie a conçu des plans d’attaque de contournement par le bas», poursuit le responsable français. L’Europe n’est pas dépourvue de capacités militaires – bien que limitées – conventionnelles, voire nucléaires pour la France et le Royaume-Uni. La Russie vise donc les angles morts de la défense européenne. Au sein de l’armée de terre française, un changement d’état d’esprit est à l’uvre que le général Schill a appelé «la garnison de combat» : une mise en alerte de chaque soldat «de la sentinelle jusqu’à la haute intensité», une vigilance face au moindre incident, pour ne plus croire que le risque majeur est loin du territoire national.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 6
Usa-Ucraina. La storia segreta
Corriere della Sera POLITICA INTERNAZIONALE
Gli aiuti, le linee rosse, le rotture nella leadership di Kiev. Il «New York Times» ricostruisce tre anni di alti e bassi nei rapporti tra la Casa Bianca e il Paese invaso nel 2022
Lorenzo Cremonesi
Kiev. Sapevamo già tanto della centralità americana nel sistema di difesa ucraino. Ma l’approfondita inchiesta pubblicata dal New York Times (55 pagine stampate), ricca di informazioni fornite anche dall’intelligence militare, presenta un quadro molto più ampio del coinvolgimento del Pentagono nella resistenza ucraina contro l’invasione russa lanciata il 24 febbraio 2022. Un supporto vitale Diventa così comprensibile la preoccupazione numero uno di Zelensky per garantirsi il sostegno di Trump, a ogni costo. «Senza gli aiuti Usa perderemmo la guerra», ripete tuttora il presidente ucraino.
E questo anche perché l’alleanza con il Pentagono non è stata soltanto i 66,5 miliardi di dollari, che hanno fatto arrivare oltre mezzo miliardo di munizioni e granate, 10.000 razzi terra-aria Javelin, 3.000 missili Stinger antiaerei, 272 cannoni, 70 tank, un centinaio tra razzi a lungo raggio Himars e Atacms, 20 elicotteri Mi-17 e tanto, tanto altro. No, è stata molto di più e ha compreso un intero sistema integrato di intelligence, consigli strategici e tattici mirati a battere i russi e coordinati dal quartier generale delle forze Usa in Europa a Wiesbaden, in Germania.
I vertici divisi Dal racconto emergono anche le gravi divisioni interne ucraine: lo scontro frontale tra Zelensky e il suo ex capo di Stato maggiore, generale Valery Zaluzhny, e di questo con il suo vice, Oleksandr Syrsky.
Tanto che Zaluzhny venne licenziato da Zelensky nel febbraio 2024 per essere rimpiazzato proprio da Syrsky.
Divisioni che hanno anche pregiudicato l’efficienza ucraina e persino il contributo militare degli Stati Uniti.
Intelligence e razzi Gli aiuti Usa dovevano fare da contrappeso alla superiorità russa in termini di numero di soldati e armi. A questo scopo il Pentagono formò la Task Force Dragon, che operava da Wiesbaden. Ogni mattina i suoi ufficiali suggerivano agli ucraini gli obiettivi da colpire in ordine di priorità. Gli americani fornivano anche coordinate Gps, immagini, dettagli logistici, intercettazioni delle comunicazioni russe.
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lunedì 31 marzo 2025
Corriere della Sera POLITICA INTERNAZIONALE
Non mancarono le frizioni e non sempre gli ucraini obbedirono. Emerge anche il ruolo fondamentale dell’artiglieria Usa e specialmente dei sistemi Himars, guidati via satellite e subito in grado di decimare le forze di attacco russe assieme ai loro centri comando, a partire da quelli a Kherson nell’estate 2022.
Le linee rosse di Biden L’amministrazione Biden cercò sempre di tirare linee rosse per limitare il proprio intervento. Washington insisteva che non stava attaccando la Russia, ma voleva aiutare l’Ucraina a difendersi. Biden volle sempre evitare lo scontro diretto con Putin e, sopra ogni cosa, tra la Nato e Mosca.
Col passare del tempo le linee rosse divennero più lasche, per esempio si permise che i consiglieri militari Usa stessero sul suolo ucraino. Gli americani passarono anche informazioni sulle forze russe in Crimea e facilitarono gli attacchi dei droni ucraini contro le navi nemiche a Sebastopoli.
Ma inizialmente non avrebbero voluto che gli ucraini affondassero la Moskva il 12 aprile 2022, che era l’ammiraglia della flotta russa del Mar Nero. Nel gennaio 2024 gli aiuti agli ucraini costrinsero i russi a ritirare l’equipaggiamento pesante dalla Crimea. Ma poi i generali Usa furono contrari all’attacco ucraino nella regione russa di Kursk, dove, violando gli accordi, usarono anche armi Usa.
Un’altra linea rossa fu infranta quando, per difendere Kharkiv nella primavera 2024, gli americani permisero agli ucraini di sparare contro le basi in territorio russo. Poi vennero fornite le coordinate di quelle delle truppe nordcoreane nella regione di Kursk.
Infine gli ucraini poterono colpire le caserme dei contingenti russi che attaccano in Donbass.
Melitopol o Bakhmut? Le rivalità interne ucraine furono laceranti e talmente gravi da interferire sugli aiuti Usa. Lo scontro più grave fu tra Zelensky e Zaluzhny. Nell’estate del 2023 la tanto attesa controffensiva ucraina era stata coordinata tra Zaluzhny e gli americani per attaccare la città di Melitopol. Un’operazione destinata a dividere in due parti il cuore dell’occupazione russa nelle zone meridionali del Paese e poi liberare anche Mariupol. Ma già allora Zelensky stava sostenendo Syrsky, con l’intenzione di licenziare il popolarissimo Zaluzhny. Syrsky voleva concentrare gli sforzi sulla città assediata di Bakhmut, contro il parere Usa. Alla fine la divisione delle forze ucraine fece fallire l’offensiva. Quindi Syrsky prese il posto di Zaluzhny.
Ma dall’estate del 2023 i rapporti tra ufficiali americani e ucraini sono parecchio più freddi. Oggi gli americani premono per abbassare l’età della leva ucraina a 18 anni, Zelensky si oppone.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 1
Europei sul serio
Corriere della Sera POLITICA INTERNAZIONALE
Angelo Panebianco
A memoria è difficile trovare nel dibattito pubblico italiano qualcosa di più stravagante della feroce contesa intorno al Manifesto di Ventotene. Ha distolto l’attenzione dal vero problema che incombe sul Paese, sul suo destino, sulla sua futura sicurezza, sulla stessa democrazia italiana.
Il problema è ciò che i sondaggi dicono sugli orientamenti dell’opinione pubblica. Orientamenti che, naturalmente, possono col tempo cambiare. Oggi però c’è una maggioranza alla quale non importerebbe nulla se l’Ucraina intera finisse in mano ai russi e che è contraria al piano di riarmo sponsorizzato dall’Europa. Anzi, a qualunque riarmo, in qualunque forma. Una maggioranza che taglia trasversalmente gli schieramenti politici e che, apparentemente, non sembra affatto credere che esistano seri rischi per la sicurezza dell’Europa e, quindi, anche del nostro Paese. Dai sondaggi risulta, insomma, che l’Italia sia, al momento, uno degli anelli più deboli della catena europea: gli Stati(dis)uniti d’Europa (altro che Ventotene). Si capisce perché i russi, che conoscono la situazione italiana, attacchino il presidente Mattarella: si inseriscono nel dibattito italiano per seminare zizzania. Con un certo successo, a quanto pare.
L o scenario internazionale volge al cupo. Bisogna tenere conto di due aspetti. Il primo è che venendo meno la protezione americana dell’Europa, ciò che gli europei dovranno fare nei prossimi anni sarà rafforzare la gamba europea della Nato.
Della Nato non si può fare a meno ma in essa gli europei dovranno impegnarsi in modo
sempre più attivo. Significa potenziamento dei sistemi difensivi europei e un loro
crescente coordinamento. Solo così si crea la «difesa europea». In un’epoca in cui la
guerra è tornata in Europa è questo il modo per essere «europeisti». Altrimenti, restano
solo chiacchiere e retorica. Il secondo aspetto da considerare è che comunque finisca il
conflitto in Ucraina, la Russia, con la sua economia di guerra, non si fermerà. L’attesa è che entro pochi anni ricomincerà a espandersi militarmente a scapito di altri Paesi europei (per ricostituire, come vuole Putin, l’impero perduto con il crollo dell’Unione Sovietica). Molti italiani pensano che la cosa non li riguardi ma si sbagliano. Sia perché ne potrebbe derivare una conflagrazione generale che coinvolgerebbe anche l’Italia. Sia perché, se anche ciò non avvenisse, una espansione
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lunedì 31 marzo 2025
Corriere della Sera POLITICA INTERNAZIONALE
militare della Russia (non più bloccata dall’America) nell’Est Europa proietterebbe la sua influenza anche ad Occidente. Crescerebbe la spinta alla «finlandizzazione» (come si diceva ai tempi della Guerra fredda) dei Paesi europei-occidentali o di alcuni di essi. Nei confronti dei quali da tempo la Russia agisce (per esempio, attraverso la rete) al fine di destabilizzarli (Ferrera, Corriere del 29 marzo).
Già ora possiamo identificare con nomi e cognomi quelli di noi che sono pronti, condizioni permettendo, a recarsi a Mosca per baciare l’anello di Putin. Se qualcuno pensa che una crescita dell’influenza russa non avrebbe conseguenze per le nostre libertà si illude assai.
È per queste ragioni che la maggioranza «Franza o Spagna» fotografata dai sondaggi, è fonte di inquietudine. Soprattutto perché, sull’opinione pubblica, pesa l’azione di minoranze che lavorano perché l’Italia resti inerme, indifesa, e sono disposte a mettere il Paese in rotta di collisione con gli Stati europei che inermi non vogliono restare. Si possono identificare tre correnti che remano in quella direzione. C’è l’irenismo cattolico animato non solo, secondo tradizione, dai cattolici post-dossettiani (Dossetti fu il grande avversario di De Gasperi al momento della scelta atlantica) ma che coinvolge anche altri gruppi. Antonio Polito ( Corriere del 28 marzo) ha ben colto il fatto che il pacifismo integrale e, con esso, il ripudio del lascito degasperiano, coinvolgano ormai anche gruppi cattolici come Comunione e Liberazione, di tutt’altra ispirazione rispetto ai post-dossettiani.
La seconda corrente è rappresentata dalle forme di impegno politico vecchie(i reduci delle battaglie comuniste d’antan) e nuove (i cosiddetti populisti di destra e di sinistra) contrarie all’aumento delle spese militari. Quando il segretario della Cgil Maurizio Landini nega che abbia senso rafforzare la difesa e propone, in alternativa, di concentrare tutte le risorse nella spesa sociale interpreta umori assai diffusi.
La terza corrente è animata dalla lobby russa, l’insieme di forze politiche e di operatori economici interessato a normalizzare senza condizioni i rapporti dell’Italia con la Russia.
Ciascuna corrente ha il sostegno di intellettuali vari.
Sono gruppi fra loro assai diversi. Hanno però in comune un atteggiamento che oscilla fra l’indifferenza e l’ostilità per la democrazia liberale. Ciò spiega perché nessuna di queste correnti percepisca il potere autocratico russo come un pericolo.
Paghiamo il fatto che in questo Paese la tradizione liberale sia sempre stata minoritaria.
Fin quando era protetta e sorretta dai rapporti euro-atlantici, da un ordine internazionale fondato sull’egemonia statunitense, l’Italia rimaneva comunque agganciata al carro delle democrazie. Ma adesso che quell’ordine va in frantumi le nostre storiche debolezze rischiano di farci deragliare. È un lavoraccio ma qualcuno dovrà pur farlo: convincere i nostri connazionali che, nei prossimi anni, tanto le nostre vite quanto le libertà di cui godiamo dovremo cercare di difenderle insieme agli altri europei.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 3
La Verità POLITICA INTERNAZIONALE
Sberla degli italiani ai guerrafondai. Il 94% non vuole truppe in Ucraina
Un sondaggio della Ghisleri conferma che i nostri concittadini rifuggono l’ipotesi di un intervento diretto. Il 60% pensa che la migliore soluzione sia la via diplomatica, dimostrando più buon senso di certi politici
I numeri delle rilevazioni sono sorprendenti, perché spazzano via mesi di
campagna guerrafondaia e, soprattutto, credo aiutino a capire perché Giorgia
Meloni è così poco entusiasta di fronte al piano europeo di riarmo proposto
da Ursula von der Leyen. Non si tratta solo di una questione finanziaria,
ovvero di soldi che non ci sono e che per comprare cannoni e carri armati si
dovrebbero trovare indebitandosi. È anche una questione di buon senso,
dote di cui la maggioranza degli elettori, a differenza di alcuni esponenti
politici, sembra essere molto dotata. In pratica, il sondaggio della Ghisleri
dimostra che la quasi totalità degli intervistati è contraria a inviare i nostri soldati in Ucraina. Mentre quel galletto di Emmanuel Macron non vede l’ora di mostrare i muscoli (non i suoi ma quelli dei militari francesi), il 94 per cento degli italiani si dice contrario a una missione in Ucraina delle nostre truppe. Una buona percentuale (37,5 per cento) è favorevole a inviare aiuti umanitari a Kiev, ma non materiale bellico: solo il 12,8 per cento, infatti, si dichiara disposto a sostenere l’acquisto di armi da destinare alla resistenza ucraina.
E a proposito della strategia per porre fine al conflitto, nel sondaggio di Ghisleri risulta chiarissimo come la pensino gli italiani. La soluzione non passa né da un intervento militare né dalla fornitura di cannoni, carri armati, munizioni e aerei. Per più del 60 per cento degli intervistati il cessate il fuoco si può raggiungere solo per via negoziale. Pochi (9,7 per cento) credono che le sanzioni possano raggiungere l’obiettivo di costringere Vladimir Putin alla tregua e solo l’8,3 ritiene che la pace si ottenga con un supporto militare a favore dell’Ucraina. Il dato più sorprendente è però un altro: soltanto il 6,5 per cento crede che
Maurizio Belpietro
Un conto è essere solidali con chi è aggredito e invaso, un altro è decidere non soltanto di schierarsi dalla sua parte, ma anche essere pronto a impugnare un fucile e combattere. A parole, in tanti si dicono eroi, ma al momento di armarsi e partire i propositi bellicosi sono quasi sempre messi da parte per ragionamenti meno ipocriti e più realistici.
Il mio convincimento a proposito delle intenzioni degli italiani è confermato da un sondaggio pubblicato da Alessandra Ghisleri sulla Stampa.
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Pagina 75
[§614658§]
lunedì 31 marzo 2025
La Verità POLITICA INTERNAZIONALE
la soluzione al conflitto possa giungere grazie all’intervento diretto da parte di altri Paesi.
Vale a dire che nessuno ritiene che la guerra possa essere vinta o anche solo risolta grazie all’intervento di Francia, Gran Bretagna o altri.
Certo, i sondaggi hanno un valore relativo, perché la scienza delle misurazioni di opinione non è perfetta. Tuttavia, le interviste a una parte, per quanto minima, dell’opinione pubblica danno il polso della situazione. O per lo meno indicano una tendenza.
Che la quasi totalità degli intervistati si dica contraria allo schieramento in Ucraina dei nostri soldati chiude qualsiasi discussione. Come la percentuale di italiani convinti che la pace possa arrivare solo attraverso un negoziato, tappa la bocca a tutti quelli che sono ancora convinti che inviando più armi si possa rovesciare la situazione sul campo di battaglia, consentendo all’Ucraina di riconquistare i territori perduti e ricacciare indietro le truppe russe.
Diciamo che gli italiani dimostrano più buon senso di molti politici e di numerosi giornalisti. Onorevoli e commentatori dissertano tranquilli seduti al calduccio invece che in trincea, esprimendo principi che nulla hanno a che vedere con la realtà e, soprattutto, che quasi mai si confrontano con i pericoli connessi ad alcune scelte. È inutile discutere di pace giusta.
Le guerre non si concludono facendo giustizia. Terminano perché qualcuno ha vinto, o sta vincendo, e qualcun altro ha perso. Insistere nei combattimenti significa solo condannare a morte altre persone e accettare altre devastazioni. Ecco perché, a differenza di editorialisti da salotto e politici da strapazzo, gli italiani hanno già deciso che è ora di farla finita.
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domenica 30 marzo 2025 Pagina 9
il sondaggio
La Stampa POLITICA INTERNAZIONALE
Un italiano su 10 pro Putin, il 40% non sceglie. E solo il 6 per cento pensa a inviare le truppe
Appena due persone su dieci considerano “efficace” la risposta del nostro governo al conflitto. Scarsa la fiducia in Trump (34%) e nell’Ue (15%). Ma il 66% confida ancora nella diplomazia
Alessandra Ghisleri
La maggior parte degli italiani è favorevole all’invio di aiuti umanitari all’Ucraina (37,5%), ma restia a inviare truppe militari (5,8%) o finanziare direttamente l’acquisto di armi (12,8%). Le ragioni possono essere ricondotte a fattori storici, culturali e politici. Di sicuro molti italiani, anche se condannano l’aggressione russa sono convinti che l’invio di armamenti possa solo prolungare il conflitto senza esiti se non in un incremento di decessi e distruzione piuttosto che risolverlo.
Inoltre non è scontato il timore di una escalation militare che possa portare a
conseguenze imprevedibili, compreso un possibile coinvolgimento Nato in un
conflitto diretto con la Russia. Il nostro Paese sta attraversando una fase
economica difficile, con un’inflazione che morde e una crisi energetica che
ha innalzato notevolmente i costi delle bollette. In questo contesto è
evidente che l’invio di armi sia visto con una certa diffidenza da parte di un
cittadino su due, anche perché i problemi interni risultano più sentiti dalla
gente. In questo contesto l’invio di aiuti umanitari è interpretato come un
dovere morale che non comporta secondo quasi il 40% della popolazione conseguenze negative dirette per il nostro Paese.
Con l’esito delle ultime vicende internazionali, per buona parte dell’opinione pubblica la guerra in Ucraina è sentita come un conflitto che sta riguardando direttamente Usa, Russia e Paesi dell’est Europa, escludendo la Ue e l’Italia che, giorno dopo giorno, risultano sempre più emarginate da qualsiasi accordo. Il dibattito sull’invio di armi ha spaccato da subito la politica italiana dividendo le parti tra chi sostiene il supporto militare e chi si oppone proponendo delle soluzioni diplomatiche anziché belliche.
La negoziazione diplomatica è la migliore soluzione per fermare la guerra nel cuore dell’Europa per il 60,2% della popolazione. Supporto militare (8,3%) e intervento diretto e guidato di altri Paesi (6,5%) non trovano molto riscontro nelle indicazioni di risoluzione del conflitto indicate dagli italiani, come neppure le sanzioni economiche per la Russia (9,7%) che, invece, ha saputo riorganizzare in tempi rapidi la propria economia per resistere alle sollecitazioni. Vladimir Putin ha trovato nuovi partner economici e ha mantenuto una forte volontà politica
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Pagina 77
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domenica 30 marzo 2025
La Stampa POLITICA INTERNAZIONALE
per continuare il conflitto pur di raggiungere i suoi obiettivi geopolitici.
In tutto questo l’aumento dei costi dell’energia, l’inflazione e il carovita, senza trascurare il rincaro dei carburanti hanno influenzato in maniera importante la vita di quasi il 40% (36,7%) degli italiani.
Il conflitto non ha avuto un impatto diretto sul nostro territorio nazionale in termini militari, tuttavia ha profondamente inciso sulla nostra economia, sulla società e sulla politica. Per molti italiani la guerra si è tradotta in un aumento del costo della vita, un senso di insicurezza e smarrimento ha pervaso le percezioni di una buona parte dell’opinione pubblica. Il fatto che il 53,6% degli italiani non percepisca alcuna influenza diretta, se non poca (31,2%), suggerisce che questi cittadini associno i loro problemi quotidiani più a cause interne al nostro Paese, percependo il conflitto semplicemente come una complicazione “lontana”.
È possibile anche che dopo 3 anni di guerra prevalga un sentimento di “stanca”, proprio perché altri temi come il carovita, la sanità, il lavoro, la sicurezza e l’immigrazione sono diventati più rilevanti e sentiti. La Ue è composta da 27 Paesi con interessi economici, politici e culturali differenti dove abbiamo imparato che le divergenze interne rallentano una risposta unitaria e decisa. Non esiste una politica estera unificata per l’Europa e, se ha agito in maniera compatta nel sostenere le sanzioni contro la Russia, non si è mostrata altrettanto unita nel prendere decisioni rapide e decisive per il conflitto.
Questo gli italiani lo hanno ben compreso, infatti il 64,5% dell’opinione pubblica, senza alcuna sfumatura di colore politico, è persuasa che l’Unione europea non stia lavorando in maniera efficace per la risoluzione della guerra in Ucraina. È evidente che sono molte le persone che non comprendono pienamente l’ampio contesto geopolitico e le motivazioni che spingono i loro leader a sostenere Volodymyr Zelens’kyj, non mostrandosi quindi così “volenterosi” a differenza dei loro premier ma per il momento ci viene consigliato di affidarci ad un kit di sopravvivenza, per il resto si vedrà.
© RIPRODUZIONE RISERVATA Alessandra Ghisleri Per molte famiglie la guerra ha effetti diretti sul costo della vita e sull’insicurezza Tra gli elettori di centrodestra la pace è più vicina, più scettici quelli di centrosinistra.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 3
Riarmo della discordia
La Stampa POLITICA INTERNAZIONALE
Salvini contro Von der Leyen sul piano europeo. Tajani replica a distanza: “Basta sfasciacarrozze”. La lite tra i due vice mette in difficoltà Meloni
Francesco Moscatelli
Milano. Maggioranza di governo sempre più spaccata, sul piano di riarmo europeo ma non solo. Da una parte il vice-premier Matteo Salvini, che dal palco leghista di Padova sabato attacca Ursula von Der Leyen accusando la presidente della Commissione europea di «essere una tedesca che fa l’interesse dei tedeschi», dall’altra Antonio Tajani, che ieri mattina in videocollegamento con l’evento di Forza Italia in preparazione al congresso del Ppe, dice che l’Europa «ha bisogno di costruire, non di sfasciacarrozze, per difendere gli interessi di mezzo miliardo di persone».
Non è la solita scaramuccia verbale. E non solo perché Tajani, sfogandosi con chi gli sta vicino, ripete da tempo che «in molti partiti ci sono porzioni populiste che pensano solo a raccogliere voti» e che queste sono «tollerabili, anche se nefaste, finché non danneggiano l’azione di governo». La Lega sembra fare sul serio.
Martedì il capo delegazione del Carroccio all’Europarlamento, Paolo Borchia, avanzerà all’ufficio di presidenza dei Patrioti (il partito sovranista al quale aderiscono anche gli ungheresi di Viktor Orban e il Rassemblement National francese), una proposta formale con cui chiedere a Von Der Leyen di rivedere il progetto da 800 miliardi di euro. Quale sarà lo strumento giuridico non è ancora stato stabilito, ma l’obiettivo è aprire un dibattito sia all’interno del Parlamento europeo sia coinvolgendo l’opinione pubblica e la società civile. «Non servono né maxi-investimenti per comprare munizioni, né un piano per il riarmo nato già morto» ripetono i leghisti.
L’elenco delle divergenze fra i due alleati che si contendono il ruolo di secondo azionista
del centrodestra (gli ultimi sondaggi danno il Carroccio in leggero vantaggio), non è
circoscritto alla questione difesa né all’irritazione di via Bellerio per la campagna
acquisti azzurra (una settimana ha cambiato casacca il deputato Davide Bellomo). Per limitarsi agli ultimi giorni hanno detto cose opposte quasi su tutto: sulla strategia con cui rispondere ai dazi americani («senza aspettare Bruxelles» Salvini, «trattando a livello europeo perché da soli non si va da nessuna parte» Tajani), sul Ddl sicurezza (la Lega vorrebbe ad esempio rendere facoltativo il rinvio dell’esecuzione della pena per le condannate incinte o madri di bambini sotto i 12 mesi e bloccare l’acquisto di Sim card telefoniche da parte dei migranti) e persino
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lunedì 31 marzo 2025
La Stampa POLITICA INTERNAZIONALE
sulla stretta alla cittadinanza per gli oriundi appena approvata in Consiglio dei ministri (su iniziativa degli azzurri che invece spingono per lo Ius scholae).
Una certa narrazione attribuita alla premier Giorgia Meloni vorrebbe che questo crescendo di tensioni sia legato al congresso leghista, che si celebrerà sabato e domenica prossima a Firenze dopo otto anni di attesa. Un’ipotesi che certamente ha un qualche fondamento – Salvini pur essendo il candidato unico deve serrare i ranghi e mostrare i muscoli – ma che serve soprattutto a mascherare il fatto che sia proprio la presidente del Consiglio a soffrire di più davanti alla lotta senza quartiere fra i suoi due vice.
I timori di Meloni sono sia di natura internazionale sia di natura più squisitamente interna. Dal punto di vista internazionale è evidente che i continui messaggi contrastanti la mettono in difficoltà nelle relazioni con gli altri leader europei, soprattutto in un momento complesso come quello attuale. «Non urlare ogni minuto al fallo e avere un ruolo più da protagonisti aiuterebbe l’Italia» sintetizza qualcuno che ben conosce le dinamiche del governo, suggerendo che «la polemica su Ventotene è stata un modo furbo di Giorgia per tenere celato il suo ormai profondo europeismo». Dal punto di vista interno, invece, è evidente che Meloni, più che dai tentativi di Tajani di occupare ciò che sta a destra del Pd, deve guardarsi le spalle dal corteggiamento spinto di Salvini verso quell’elettorato di destra al quale lei stessa si è sempre rivolta. Inutile dire che l’ipotesi di un Roberto Vannacci vice-segretario della Lega, quasi suggerita dallo slogan vannacciano «Tutto un altro mondo» che campeggiava sabato sui cartelloni della fiera di Padova, non può che impensierirla ulteriormente. Come premier, ma anche come leader di Fratelli d’Italia.
© RIPRODUZIONE RISERVATA LUIGI MISTRULLI/IMAGOECONOMICA Ursula von der Leyen è una tedesca che fa l’interesse dei tedeschi In molti partiti ci sono porzioni populiste che pensano solo a raccogliere voti il caso Borchia della Lega coinvolgerà i Patrioti nella richiesta di rivedere il progetto.
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domenica 30 marzo 2025 Pagina 1
Editoriale
Disarmare le menti
Avvenire POLITICA INTERNAZIONALE
Stefano Zamagni
Mentre l’Amministrazione Trump sta provando smantellare anche l’US Institute of Peace, organizzazione indipendente senza scopo di lucro finanziata dal Congresso Usa che si impegna a promuovere i valori degli Stati Uniti nella risoluzione dei conflitti, mi tornano in mente queste parole di Norberto Bobbio (da Il problema della guerra e le vie della pace): «Qualche volta è accaduto che un granello di sabbia, sollevato dal vento, abbia fermato una macchina». È davvero così, come la storia conferma.
Ebbene, un granello di sabbia che il nostro Paese potrebbe agevolmente porre in campo è quello di dare vita ad un Ministero pur senza portafoglio della Pace. (A tutt’oggi, una sola regione, l’Umbria, ha inteso istituire un Dipartimento specifico per la pace, presso la Presidenza regionale).
Quale la missione propria di un Ministero della Pace, che si badi non
escluderebbe affatto il Ministero della Difesa? Quella di diffondere, in modo
sistematico e scientificamente robusto, la cultura della pace e di avanzare
progetti specifici di educazione alla pace. Per quale ragione al mondo si
insegna e si parla, nelle varie istituzioni educative, di guerra e non anche di pace? Vi sono in Italia 40.321 scuole.
Solamente in poco più di 700 di queste si propongono attività mirate a educare alla pace, e ciò grazie all’intraprendenza e alla generosità di insegnamenti che hanno compreso che il compito delle scuola è, in primis, quello di educare e, in secundis, quello di istruire. Discorso analogo vale per l’Università. Nel 2020 è nata, per iniziativa della Conferenza dei Rettori, la rete delle Università Italiane per la Pace, alla quale aderiscono 73 Università.
A tutt’oggi, un solo dottorato di ricerca in Peace Studies è stato attivato. È agevole comprendere quel che si potrebbe realizzare con un Ministero della Pace, su fronti quali l’addestramento alla difesa non armata, politiche territoriali di trasformazione non violenta dei con-flitti, di serie politiche di disarmo. Concretamente, si potrebbe sfatare l’idea errata secondo cui maggiori armi garantirebbero maggiore sicurezza perché creerebbero un sistema di deterrenza efficace contro l’eventuale invasore. Perché in realtà non è così? Per la fondamentale ragione che un sistema di deterrenza non è efficace se basato solo su dispositivi d’arma, ma se fondato
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domenica 30 marzo 2025
Avvenire POLITICA INTERNAZIONALE
sulla credibilità che gli attori sono in grado di costruirsi nel rispondere a una minaccia. Le armi sono solamente una componente e neppure quella rilevante. Riarmandosi, l’Unione Europea non acquisterà di certo più credibilità nella sua capacità di fronteggiare la potenziale minaccia portata dalla Russia. La vera carta vincente è quella di dare vita a una Agenzia Europea Indipendente sul modello della Bce in grado di occuparsi di tutti gli aspetti di una difesa comune. Sono consapevole delle difficoltà insite nell’attuazione di proposte del genere. Ma non bisogna avere paura delle difficoltà, perché anche l’acqua del mare ha bisogno degli scogli per sollevarsi più in alto. Vi sono persone che studiano l’arte della guerra come veniva chiamata nella Cina antica per essere meglio preparati al combattimento. Non solo in Cina, però. Adam Smith, autore della fondamentale opera La ricchezza delle Nazioni (1776) scrive: «La guerra è la più nobile delle arti e il governante deve infondere in tutti gli uomini la capacità di combattere». Eppure, sono molto di più quelli che si occupano di guerra per scoraggiarne e per impedirne lo scoppio. La pace non è un obiettivo irraggiungibile, dato che la guerra non è un dato di natura, come una nutrita schiera di filosofi e giuristi, pure illustri, ha fatto credere. Piuttosto, la guerra è un frutto marcio di persone che la vogliono. Lungi dall’essere la prosecuzione della politica con altri mezzi (von Clausewitz), la guerra è il fallimento della politica. E allora si sviluppano ideologie che insegnano a odiare: il vicino, il diverso, il povero, spargendo ovunque i semi di quella sottocultura dell’aporofobia (la paura dei poveri, ndr) dei cui effetti devastanti sono piene le cronache. Occorre dunque resistere, con saggezza e tenacia, perché tali persone non abbiano l’ultima parola nella formazione dell’opinione pubblica e soprattutto non arrivino a occupare posizioni di potere politico. Come si sa, l’odio è il più coesivo dei sentimenti politici, perché, più di ogni altro sentimento, tiene assieme una moltitudine e ne fa una totalità obbediente. Stefano Zamagni RIPRODUZIONE RISERVATA.
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domenica 30 marzo 2025 Pagina 6
Il futuro dell’Europa
Avvenire POLITICA INTERNAZIONALE
Giulio Tremonti: «L’Ue anticipi Putin. Prepari la pace allargando a Est»
«Sulla difesa comune c’è una certa confusione. Escluderei il ricorso a fondi privati, mettendo a rischio i risparmi delle famiglie L’unica via percorribile restano gli eurobond. Prodi nel 2003 era contrario, ora ha cambiato idea: benvenuto!» Quella che si apre domani è la settimana in cui si capirà se si fa sul serio. Sui dazi americani contro l’Europa. Sulla pace per l’Ucraina.
Sulla piega che prenderanno i rapporti tra Donald Trump e l’Ue. E, di conseguenza, sui piani di riarmo nel Vecchio Continente.
E alla vigilia di giorni delicati, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha scelto di parlare proprio all’opinione pubblica italiana. Con un’intervista al Corriere della sera, la politica tedesca ha voluto mandare due messaggi: primo, il piano di riarmo è innanzitutto un’opportunità economica e industriale, più che una postura bellicista; il secondo, con GiorgiaMeloni non c’è alcun gelo. Anzi, il ruolo della premier italiana di «ponte» con gli Stati Uniti viene riconosciuto e apprezzato.
Un riallineamento necessario tra Roma e Bruxelles.
Angelo Picariello
Che Giorgia Meloni, dal palco di Azione, mostra di gradire, ringraziando Von der Leyen per il ruolo che sta svolgendo «per l’unità dell’Occidente». Quanto ai dazi, la premier italiana conferma la sua linea, che tra l’altro ha avuto successo al recente Consiglio Europeo del 20-21 marzo: l’Unione, nel caso venga colpita il 2 aprile, non deve reagire d’istinto. Sono pronte due liste di controdazi, la seconda molto pesante, che però Bruxelles diramerà solo il 15 aprile, dandosi dunque il tempo di negoziare.
La triangolazione tra l’intervista di VdL e la presenza di Meloni su un palco dell’opposizione ha anche il valore di mostrare una coesione politica intorno alle scelte europee, al netto di sfumature e dibattiti interni.
La risposta ai dazi e l’esigenza di una Difesa comune sono circostanze nuove, epocali, che l’Europa ha di fronte. «Possono essere l’occasione per trovare finalmente una politica comune. Debbono esserlo, anzi, altrimenti l’Unione rischia di implodere», avverte Giulio Tremonti. Fautore con largo anticipo, non ascoltato, degli eurobond, da scrittore e analista ha anticipato la crisi della globalizzazione, e oggi, con Fdi, da presidente della Commissione Esteri della
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domenica 30 marzo 2025
Avvenire POLITICA INTERNAZIONALE
Camera, nel libro Guerra o pace appena uscito per Solferino, descrive i cambiamenti «rivoluzionari» in atto, che ricordano per intensità quelli del Cinquecento: «La scoperta dell’America; l’invenzione della stampa; l’invasione musulmana ai confini d’Europa e la prima crisi finanziaria globale. Il Mundus furiosus, fu definito. Oggi dice – viviamo in un’epoca altrettanto traumatica a causa di quattro fenomeni paralleli: la scoperta dell’Asia e principalmente della Cina; il dominio della Rete; il rischio di una nuova crisi finanziaria; la guerra sul fronte orientale, dall’Ucraina al Mar Rosso. Ma invece di un secolo, come nel Cinquecento, tutto ciò è accaduto in soli 30 anni».
La fine del secondo millennio ha portato la globalizzazione, l’inizio del terzo disegna la sua crisi, con i sovranismi e la minaccia dei dazi. Che cosa sta accadendo?
Quando criticavo la globalizzazione ero una voce un po’ inascoltata. Ora è evidente che l’ultima utopia del Novecento, il mercatismo (il mercato sopra, tutto il resto, popoli e politica, sotto) è crollata. Il mercato è ancora globale, ma non detta più la linea politica, la sorte dei governi e dei popoli. Saltano tutte le vecchie regole, si modifica anche il rapporto fra Usa ed Europa. Oggi l’intensità di questi cambiamenti si riflette anche sull’andamento di Wall Street.
Ma il cambiamento degli Usa va ben oltre il mondo della finanza, coinvolge la middle class e i ceti più poveri Perché mentre in Europa il Welfare lo fa lo Stato, negli Usa lo fa la Borsa, dove investono i fondi per finanziare pensioni, sanità, scuola. È così che c’è un rapporto fra Wall Strett e l’american people.
Come nascono i dazi di Trump? Sono solo una misura economica o anche un segnale politico?
L’una e l’altra cosa insieme. Sono un modo per dire «vi risarciamo dei danni che avete subito» e al tempo stesso un modo per finanziare un migliore tenore di vita futuro. Nel 1994, nel pieno del mito del Wto, scrissi Il fantasma della povertà per segnalare il rischio che i capitali potessero andare in Asia, alla ricerca di mano d’opera a basso prezzo mentre l’Occidente avrebbe importato povertà. La fabbrica, lo vediamo, è andata in Cina, la finanza si è arricchita, ma la classe operaia è andata alla disperazione. Per capirlo bisogna leggere L’elegia americana del vicepresidente James David Vance. Ora arriva Trump e promette: «Io vi vendico, e con i soldi dei dazi vi faccio stare meglio».
Funzionerà?
Ho l’impressione di no. Intanto partono i contro-dazi, con esiti imprevedibili. Ma poi ci sono le ripercussioni sui tassi di interesse, sul cambio e soprattutto sulle Borse, con quel che ne consegue, negli Usa, per la tenuta del Welfare.
Ma che cosa c’entra l’Europa se lo sbilancio riguarda i mercati asiatici?
Ma lui ce l’ha con tutti. Puoi anche protestare contro l’Iva europea, ma lo sbilancio
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domenica 30 marzo 2025
Avvenire POLITICA INTERNAZIONALE
è a favore degli Usa sui servizi, basti pensare a Google, Amazon eccetera. Inoltre ci può poi essere un effetto boomerang, perché molte industrie che producono in Europa hanno proprietà americana.
Sta dicendo che Trump farà due conti e sui dazi si fermerà alle minacce?
Sto dicendo che la partita è più complessa di quel che si crede e molto dipenderà dalle reazioni di Wall Street che finora sembra aver tifato Europa.
E noi come la mettiamo?
Dal lato nostro la questione è tutta europea, il commercio estero è competenza dell’Unione, non nazionale. Detto questo se l’Europa è debole è colpa dell’Europa. Posso citare un mio libro del 2005, Europa, rischi fatali? Mi riferivo alla Cina, al mercatismo suicida, all’Europa troppo elitaria e monetaria.
Ora, contro i dazi, si pone l’opportunità di una diversa risposta comune, ma la domanda è: ne saremo capaci?
Lei che pensa?
Lo vedremo, possiamo solo dire che su questo, finora, l’Europa non c’è stata.
L’Europa ha prodotto 396 Km lineari di regole. Abbiamo delirato sull’Antitrust, vietato gli aiuti di Stato dovendo poi le nostre imprese competere con altre che non avevano questi limiti.
Forse, citando Einstein, la soluzione dei problemi, ora, non può essere affidata a chi li ha creati.
La Difesa comune è un’ulteriore complicazione o un tema ineludibile?
Nel 2003 era già evidente che, per effetto della globalizzazione, la geopoliticanon si poteva fermare sull’Atlantico, dove estendersi al Pacifico, e questo richiedeva un contributo europeo. Fu così che in Europa nel semestre italiano del 2003 fu fatta l’ipotesi degli Eurobond.
E di questi 800 miliardi di cui si parla che cosa pensa?
A gennaio erano 800 miliardi all’anno per la competitività, dopo 10 giorni sono diventati 800 miliardi per il riarmo. Mi pare che ci sia un po’ di confusione.
Si è parlato del concorso di capitali privati.
Non possiamo convertire i risparmi delle famiglie in capitali di rischio. Eviterei questa strada.
Servono gli eurobond, allora?
Non vedo alternative. Resto di questa idea, tanto più ora che è a favore anche chi allora era contro. Prodi presidente della Commissione europea era contrario, ora è a favore: benvenuto!
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domenica 30 marzo 2025
Avvenire POLITICA INTERNAZIONALE
L’Europa è nata per evitare le guerre, come deve muoversi, per continuare a esercitare questo ruolo?
Considero il riarmo necessario, ma per la pace più ancora del riarmo è importante l’allargamento. Si deve superare la regola dell’unanimità, ma è necessarie allargare ai Paesi dell’Est, che sono Europa pur non essendo ancora nella Ue, ma senza politiche paternalistiche di compiti a casa da fare. Occorre far presto.
Mettere insieme i Volenterosi è una strada?
Qualcosa va fatto, anche questa strada può esser positiva. Ma, ripeto, si tratta di allargare a Est, subito e pacificamente, prima che si allarghi Putin a Ovest, con la guerra. Lo ha detto chiaramente: il futuro della Russia è nel suo passato; religione, tradizione, e antichi confini...
RIPRODUZIONE RISERVATA «Il presidente Usa con le tariffe vuole risarcire le classi più povere per i posti di lavoro persi a vantaggio della Cina. Ma se crolla Wall Street, crollano anche i fondi pensione. Starei attento» Giulio Tremonti, deputato di FdI e presidente della commissione Esteri della Camera.
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domenica 30 marzo 2025 Pagina 5
Varsavia raddoppia i soldati. Arruolabili per cittadinanza
L’Unione europea la vogliono vicina, l’America ancora più vicina e la Russia il più lontano possibile. Per questo la Polonia ha riempito i suoi depositi di carrarmati Abrams e Black Panther, obici Thunder, sistemi di difesa missilistica Patriot.
Alla lista della spesa militare, lo Stato che già sta destinando le risorse più cospicue rispetto a ogni altro Paese del blocco Nato, vuole aggiungere anche il nucleare. Quello a cui l’Ucraina ha rinunciato e anche per questo è stata attaccata, ha detto il premier polacco Tusk, propenso al progetto di ombrello nucleare paventato da Macron. A quel 5% di Pil che l’inaffidabile Trump vuole che spendano per la loro difesa i Paesi Nato, la Polonia è arrivata molto vicino con il 4,7%: i fondi saranno destinati alle forze armate e all’acquisto di nuove armi (quasi 60 miliardi di dollari di equipaggiamento arriveranno dagli Stati Uniti). Ma anche a Varsavia sanno quale arma è la più necessaria per un Paese in caso di guerra: gli uomini.
Michela A. G. Iaccarino
Il Fatto Quotidiano POLITICA INTERNAZIONALE
Ogni uomo in salute dovrebbe volersi allenare per essere in grado di difendere
la patria in caso di necessità. Entro fine anno vogliamo avere pronto un piano affinché ogni maschio adulto in Polonia sia addestrato per la guerra e che la base dei riservisti sia pronta per eventuali minacce ha detto il primo ministro in Parlamento, promettendo che il progetto verrà ultimato entro la fine del mese. La mobilitazione sarà su base volontaria anche per cercare di evitare il panico che scatenerebbe il ritorno alla politica di coscrizione obbligatoria terminata nel 2008 e aperta a uomini e donne.
Il vento del riarmo in Polonia aveva già cominciato a soffiare nel febbraio 2022, non appena la guerra su larga scala in Ucraina è iniziata. Oggi, con la Nato in dissolvenza per la longa manus statunitense che si ritira dall’Alleanza dopo l’arrivo del team repubblicano alla Casa Bianca, con un vertice di volenterosi che sono capaci di condividere dichiarazioni e desideri, ma non accordi, decisioni comuni, la Polonia punta su un futuro esercito da mezzo milione di soldati e un milione di riservisti a disposizione. Possiede già l’esercito più grande dell’Ue: con 200 mila uomini in servizio, è anche il terzo più grande della Nato, dopo quello di Stati Uniti e Turchia, ma vuole aggiungere migliaia di combattenti entro la fine del 2026.
Secondo il ministro della Difesa, Wladyslaw Kosiniak Kamysk, bisogna far arrivare forte questo
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Pagina 87
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domenica 30 marzo 2025
Il Fatto Quotidiano POLITICA INTERNAZIONALE
messaggio ai russi: attaccare i polacchi avrà tragiche conseguenze. Per il capo di Stato maggiore delle forze armate polacche, il generale Wieslaw Kukula, il tempo a disposizione è limitato. L’obiettivo è migliorare la disponibilità e qualità dei riservisti la cui età media, attualmente, è di circa 45 anni: Se il conflitto e la pressione sulla Polonia persistono per un periodo prolungato, riservisti ben addestrati saranno essenziali per operare insieme a soldati professionisti e forze di difesa. Per chi ha già servito nell’esercito, ci saranno corsi di specializzazione. Programmi brevi per chi ha esperienza con i fucili non ne ha mai avuta, corsi accelerati e basici per civili, primo soccorso e apprendimento di competenze militari elementari. Il generale è convinto che la preparazione militare sarà un significativo deterrente contro Mosca. Ma c’è qualcosa di ancora più importante: Dobbiamo preparare la società agli effetti di una crisi.
Patria mia, casa mia e nessun russo verrà a prenderla o ci metterà piede. Più o meno questo hanno raccontato ai media i giovani polacchi già pronti a procedere con l’addestramento. A Varsavia in molti sono convinti che le truppe di Putin attaccheranno i Baltici in un futuro nemmeno troppo lontano: soprattutto per questo alcuni vertici polacchi in mimetica non si dicono contrari al ripristino della leva obbligatoria.
Ma rimane un corollario di contraddizioni da sciogliere, perché non tutti sono pronti.
Se dovesse scoppiare la guerra, i polacchi rimarrebbero nel Paese?: questa era una delle domande poste durante un sondaggio compiuto dall’Istituto di ricerca polacco, che ha registrato il 65% di risposte positive dai cittadini. È sul ripristino del servizio militare obbligatorio che l’opinione della società civile si è spaccata: il 45% si è detto a favore, il 42% è contrario alla coscrizione, mentre il 13% non ha voluto o saputo rispondere.
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Pagina 88
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 7
Il Fatto Quotidiano POLITICA INTERNAZIONALE
Il bluff interferenze russe spinge la Romania sempre più a destra
I riflettori di tutto il mondo sono puntati sulla Romania dal clamoroso discorso di J. D. Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera dello scorso febbraio. In quell’occasione, il vicepresidente degli Stati Uniti, parlando ai responsabili politici europei, aveva criticato la decisione di Bucarest di annullare le elezioni presidenziali del 24 novembre sulla base di vaghi sospetti di un’agenzia di intelligence: Se la vostra democrazia può essere distrutta da qualche centinaia di migliaia di dollari di pubblicità digitale proveniente da un paese straniero aveva osservato Vance, allora non era molto forte sin dall’inizio. J. D. Vance si riferiva alla vicenda di Calin Georgescu, il candidato indipendente di estrema destra, complottista, ostile agli aiuti all’Ucraina, contrario ai vaccini e nostalgico del conducator Ion Antonescu, che, al primo turno delle presidenziali, era arrivato in testa, ottenendo quasi il 23% dei voti. Il 6 dicembre, la Corte costituzionale di Bucarest aveva deciso però di annullare il ballottaggio imminente, impedendo quindi la probabile vittoria di Georgescu. I giudici avevano giustificato la decisione denunciando le interferenze di uno Stato straniero nella campagna di Georgescu, sottintendendo che si trattava della Russia, ma senza farne il nome, e senza fornire prove concrete di queste interferenze.
Luana De Micco
I soldi del cremlino non sono stati trovati Le osservazioni del vicepresidente degli Stati
Uniti non hanno fatto altro che accrescere il disagio della società romena e di parte della
sua classe politica. Il 10 marzo la Commissione elettorale ha respinto la candidatura di
Calin Georgescu, che voleva ripresentarsi alle prossime presidenziali, fissate per il 4
maggio. Una decisione totalmente illegale, ha reagito il diretto interessato. J.D. Vance,
così come Elon Musk, era di nuovo intervenuto in sua difesa, criticando la Corte romena
che annulla le elezioni quando i risultati non le piacciono. La decisione della
Commissione era molto attesa, soprattutto dopo che, a fine febbraio, l’ex candidato alla presidenza era stato fermato, interrogato e incriminato per diversi reati, tra cui comunicazione di false dichiarazioni sui conti di campagna (durante la quale si è vantato di non aver speso neanche un euro), apologia di crimini di guerra (per il suo sostegno al legionarismo, il movimento ultranazionalista romeno affermatosi tra le due guerre mondiali) e istigazione ad azioni contro l’ordine costituzionale. L’inchiesta ancora in corso a Bucarest ha permesso di fare luce su alcuni aspetti del finanziamento
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lunedì 31 marzo 2025
Il Fatto Quotidiano POLITICA INTERNAZIONALE
della campagna di Georgescu, in particolare sul ruolo svolto, e chiaramente identificato dai giornalisti già lo scorso anno, di Bogdan Peschir, un influencer di TikTok, che ha fatto fortuna con le criptovalute. Una serie di perquisizioni ha inoltre permesso di rilevare i legami tra Georgescu e degli ex membri della Legione straniera francese, tra cui il franco-romeno Horatiu Potra, proprietario di una società di mercenari, che fa leva sulla sua somiglianza fisica con Yevgeny Prigozhin, il fondatore del gruppo paramilitare russo Wagner, morto nel 2023. Sebbene gli inquirenti abbiano accertato che Potra si è recato a Mosca due mesi prima delle elezioni di novembre, sospettato di cercare finanziamenti, il legame diretto tra la campagna di Georgescu e Mosca non è stato mai stabilito.
Il diritto di sapere e l’unicum in europa A metà marzo, il Financial Times scriveva in un editoriale che sarebbe stato meglio se a Georgescu fosse stato permesso di ricandidarsi per il voto di maggio, con solide garanzie di protezione istituzionale.Le autorità romene scriveva ancora il quotidiano britannico – dovrebbero rendere pubbliche quante più prove possibili. Gli elettori che hanno votato per Georgescu l’anno scorso meritano una spiegazione completa e convincente del perché non potranno votare per lui questa volta.
Il rifiuto della candidatura di Calin Georgescu alle nuove elezioni, una situazione senza precedenti per un paese dell’Unione europea, ha completamente modificato il panorama elettorale in Romania. A questo stadio, i candidati alla presidenza sono dieci. In testa ai sondaggi c’è George Simion, il co-presidente dell’AUR (Alleanza per l’Unione dei romeni, un acronimo che in romeno significa anche oro). Simion, il cui partito è arrivato secondo alle elezioni legislative di dicembre (18%), spera ora di raccogliere i voti dei sovranisti, approfittando anche del ritiro di un’altra figura dell’estrema destra, Anamaria Gavrila, che a sorpresa, alle legislative, aveva ottenuto il 6,5% con il nuovo Partito dei giovani (POT).
così il panorama politico è esplosoSimion sembra quindi avere campo libero all’estrema destra, anche perché la candidatura di Diana Iovanovici Sosoaca, di SOS Romania, il cui discorso è ancora più radicale di quello di Georgescu, è stata respinta dalla Commissione elettorale, così come era stato già lo scorso autunno.
Visto da Bruxelles, il candidato AUR appare più pragmatico di Georgescu.
Simion non esita a criticare Mosca: La Russia di Putin era, ed è tuttora, una delle principali minacce per gli Stati europei, e in particolare per noi, per gli Stati baltici e per la Polonia, ha dichiarato di recente, prendendo le distanze dalla retorica anti-Ue e anti-Nato di Georgescu. A gennaio, Simion è stato eletto vicepresidente dell’ECR, il gruppo dei Conservatori e dei Riformisti europei, allineato alle posizioni della premier italiana Giorgia Meloni. Bisognerà vedere se il trasferimento di voti da Georgescu a Simion funzionerà pienamente.
Georgescu è stato membro dell’AUR prima di esserne espulso per aver sostenuto pubblicamente alcune personalità del fascismo romeno. Alcuni elettori di Georgescu, arrabbiati, boicotteranno le elezioni osserva Ioan Horga, politologo dell’Università di Oradea, contattato da Mediapart -. Altri voteranno Simion, ma alcuni potrebbero anche ripiegare su candidati come Victor Ponta o Nicusor Dan. Il primo, Victor Ponta, ex primo ministro (2012-2015) e membro del Partito socialdemocratico (PSD), la cui posizione ha preso una piega più radicale e trumpista, si
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lunedì 31 marzo 2025
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è candidato senza etichetta. Il secondo, Nicusor Dan, attuale sindaco di Bucarest, spera di attirare i voti dei delusi dei due principali partiti tradizionali, i socialdemocratici del PSD e i liberali del PNL. Ma a correre per la presidenza c’è anche l’ex giornalista Elena Lasconi, candidata dell’USR (l’Unione Salvate la Romania), che al primo turno di novembre era arrivata seconda, dietro Georgescu (con il 19% dei voti), e che resta convinta, malgrado i sondaggi contrari, di poter ripetere il risultato. In questo panorama politico frammentato, il PNL e il PSD, che hanno governato insieme per tre anni, si sono alleati attorno ad un candidato comune, Crin Antonescu, un liberale che, di fronte al rifiuto diffuso dei partiti tradizionali, in parte corrotti, sta cercando di confondere le acque presentandosi come candidato indipendente.
I viaggi di lusso dell’ex presidente costati 23 milioni di euroLa decadenza dei due partiti del PNL e del PSD, documentato da molti specialisti, spiega senza dubbio, molto più delle presunte interferenze russe, la fulminea ascesa dei candidati estremisti in Romania. Per Ioan Horga, la situazione politica sembra comunque essersi leggermente stabilizzata rispetto agli scorsi mesi di dicembre e gennaio.
Soprattutto da quando il presidente Klaus Iohannis, contestato duramente per la sua gestione delle elezioni, ha finito col dimettersi. Da allora, e fino al prossimo scrutinio, la funzione di presidente ad interim è occupata da Ilie Bolojan, che ha introdotto nuove regole sulla trasparenza delle spese della presidenza e del governo e ha instaurato delle conferenze stampa regolari. Alcuni giorni fa Bolojan ha anche pubblicato i dettagli delle spese di viaggio del suo predecessore, che si era rifiutato di farlo: in tutto, 193 viaggi all’estero, spesso con jet di lusso, e per tutti i dieci anni di mandato, costati ai contribuenti romeni quasi 23 milioni di euro. A prescindere dall’identità del futuro presidente – osserva Ioan Horga -, Ilie Bolojan ha posto le basi di un’istituzione più trasparente, che ormai dovranno essere rispettate.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 21
Corriere della Sera POLITICA INTERNAZIONALE
Netanyahu: «Il piano Usa è il nostro». E sfida l’Aia con la missione da Orbán
Mercoledì a Budapest malgrado il mandato di cattura. Dopo i cortei, Hamas uccide 6 palestinesi
Gerusalemme. Dall’amico Viktor può volare senza doversi preoccupare del mandato di arresto internazionale emesso dalla Corte penale dell’Aia.
Orbán e Benjamin Netanyahu sono alleati di vedute, il premier ungherese rappresenta quell’Europa all’estrema destra che il leader israeliano vuole coltivare, così gli è stato promesso che la polizia a Budapest non agirà contro di lui.
Da dopodomani a domenica, tanto dura la visita, dovrebbero discutere del piano di un altro compare di ideologia: il progetto di Donald Trump per spopolare la Striscia di Gaza dei suoi abitanti palestinesi e trasformarla in una «Riviera» di proprietà Usa.
«È questo il nostro obiettivo per il dopo guerra», ha proclamato ieri Netanyahu. «Non c’è motivo di nasconderlo».
Ha anche delineato le condizioni per fermare l’offensiva: esilio per i miliziani di Hamas, controllo israeliano sui 363 chilometri quadrati, migrazione «volontaria» degli oltre due milioni di arabi. Lascia il ritorno degli ostaggi per ultimo, ribadisce che «la pressione militare sta funzionando».
Davide Frattini
L’opposto di quello che urlano migliaia di israeliani nelle manifestazioni contro la coalizione al potere. Sostengono che la decisione di Bibi, com’è soprannominato, di riprendere il conflitto mette in pericolo i 24 sequestrati sopravvissuti, altri 35 sarebbero morti in cattività. Gli egiziani stanno mediando per ottenere un cessate il fuoco durante le celebrazioni per Eid Al Fitr che da ieri chiudono il Ramadan, il mese più sacro per i musulmani. Hamas avrebbe accettato di liberare 5 rapiti in cambio di 50 giorni di pausa nei combattimenti, mentre gli israeliani vogliono il rilascio di 11 prigionieri nel primo giorno dell’accordo e di tutti gli altri nell’ultimo. I negoziatori sono convinti che i fondamentalisti abbiano ceduto su alcune posizioni dopo che, la settimana scorsa, migliaia di persone hanno a gridato slogan contro l’organizzazione che spadroneggia su Gaza dal 2007.
Hamas ha tacciato i manifestati di essere «collaborazionisti»: la minaccia esplicita – per i «traditori» è la pena di morte – è stata concretizzata dagli sgherri del regime che avrebbero ucciso almeno sei palestinesi considerati tra gli attivisti. La famiglia di Odai Al Rubai,
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lunedì 31 marzo 2025
Corriere della Sera POLITICA INTERNAZIONALE
22 anni, ha denunciato che il giovane è stato portato via da uomini di Hamas, l’hanno scaricato morto davanti a casa. I parenti si sono presentati al funerale armati di kalashnikov.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 21
Nella Striscia
Corriere della Sera POLITICA INTERNAZIONALE
Gli spari sui soccorsi, quei corpi ritrovati: il caso delle ambulanze
Israele: «A bordo c’erano dei miliziani»
Una strage di soccorritori nella Striscia, nei pressi di Rafah. È la Mezzaluna Rossa Palestinese a dirlo dopo aver fatto sapere di aver trovato undici corpi: sei appartengono a suoi operatori, quattro sono di membri della protezione civile, uno deve essere ancora identificato, con tre medici e un soccorritore ancora dispersi.
Sono passati otto giorni da quando i contatti dei team sono stati persi. A sparare sulle ambulanze e i suoi operatori, i soldati dell’Idf che prima hanno circondato i veicoli e poi hanno aperto il fuoco. Israele si difende sostenendo che le ambulanze e i camion dei pompieri avessero a bordo miliziani di Hamas e della Jihad islamica condannando «l’uso ripetuto di mezzi di soccorso» da parte di «organizzazioni terroristiche nella Striscia di Gaza». Parole rispedite al mittente ieri dal presidente della Prcs, Younis al-Khatib che ha condannato Israele per aver preso di mira i suoi paramedici mentre «svolgono la loro missione umanitaria. Quelle anime non sono semplici numeri. Se questo incidente fosse accaduto altrove, il mondo intero avrebbe mosso cielo e terra per denunciare questo crimine di guerra», ha tuonato al-Khatib.
Marta Serafini
Ad affiancare la Mezzaluna palestinese nelle ricerche, gli operatori di Ocha, agenzia delle Nazioni Unite. Sul luogo del raid – scrive Al Jazeera – i team si sono trovati davanti ambulanze e autopompe distrutte, sepolte sotto le macerie e irriconoscibili. La Prcs afferma che i soccorritori hanno trovato pezzi di equipaggiamento distrutti. Le immagini diffuse in rete mostrano i caschi protettivi con fori di proiettile. L’unità di fact-checking di Al Jazeera ha pubblicato immagini satellitari, scattate il 23 marzo, che mostrano l’esercito israeliano mentre detiene e circonda almeno cinque veicoli della Mezzaluna Rossa palestinese e della Difesa civile. Tra i corpi ritrovati, quello di Anwar Abdel Hamid al-Attar, capo della missione di soccorso della protezione civile, la cui moglie e figlia, durante i funerali, hanno denunciato l’accaduto descrivendo il marito e il padre come un eroe.
«Ci sono diversi scenari per quello che è successo...», ha concluso al-Khatib. E per chi è ancora disperso, specifica: «Dopo più di una settimana, dobbiamo concludere che o sono stati uccisi o sono detenuti dalle forze di occupazione israeliane». Il capo dell’Ocha Tom Fletcher sottolinea che, da quando Israele ha rotto il cessate il fuoco e ha ripreso la sua guerra
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lunedì 31 marzo 2025
Corriere della Sera POLITICA INTERNAZIONALE
contro l’enclave, gli attacchi aerei israeliani hanno colpito «aree densamente popolate», con «pazienti uccisi nei loro letti d’ospedale, ambulanze colpite e soccorritori uccisi». La notizia arriva dopo che la Croce Rossa Internazionale e le Nazioni Unite hanno ridotto il loro personale internazionale nella Striscia in risposta ai raid israeliani che hanno preso di mira i loro edifici. Secondo i dati dell’Onu, almeno 1.060 operatori sanitari sono stati uccisi a Gaza dall’ottobre 2023. La scorsa settimana, Medici Senza Frontiere ha condannato l’uccisione da parte di Israele di un suo operatore a Deir al-Balah.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 7
Il Fatto Quotidiano POLITICA INTERNAZIONALE
Striscia di Gaza. La finta di Doha e il vero piano Idf: riprendersi tutto
Siamo sull’orlo di una guerra che un giorno verrà chiamata la Guerra dei 1000 Giorni. La ripresa delle operazioni militari nella Striscia di Gaza indica che le mediazioni, le trattative, il via-vai delle delegazioni nelle lussuose hall dei grandi alberghi di Doha, sono una cortina fumogena per coprire le vere intenzioni di Israele e del suo attuale governo: riprendere il pieno controllo della Striscia.
Redazione
Finora l’IDF si è concentrato principalmente su attacchi aerei e raid terrestri
limitati nel nord di Gaza, nella parte orientale del corridoio di Netzarim al
centro e nell’area di Rafah a sud. Tuttavia, sono ancora in corso i preparativi
per l’attuazione del piano più ampio del nuovo capo dell’esercito israeliano
Eyal Zamir: mobilitare diverse divisioni, tra cui molte unità di riserva, per
un’offensiva terrestre su vasta scala a Gaza. Il decreto è stato approvato ma
le chiamate dei riservisti sono ancora in stand by. Quel moto di indignazione
dopo la strage del 7 ottobre nelle comunità ebraiche lungo il confine della
Striscia, si è affievolito. Oggi solo il 60% dei richiamati si presenterebbe nelle
caserme. Ma Zamir ha detto ai ministri che il suo piano potrebbe finalmente realizzare ciò che Israele non è riuscito a realizzare in quasi un anno e mezzo di guerra: la completa distruzione del governo e delle capacità militari di Hamas, un’Amministrazione militare per gestire la Striscia e poi espulsione dell’Onu dalla Striscia lasciando all’IDF il compito di distribuire aiuti e viveri.
L’ex capo delle IDF Herzl Halevi si era fortemente opposto a questo approccio, avvertendo che i soldati non devono essere messi in una situazione in cui vengono uccisi mentre distribuiscono farina alla popolazione civile palestinese. All’interno del ministero della Difesa, poi, è già stato creato dalla scorsa settimana un nuovo dipartimento per preparare e facilitare il movimento dei residenti di Gaza che desiderano trasferirsi volontariamente in Paesi terzi. Un Ufficio Diaspora anche per i palestinesi.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 7
Domani
POLITICA INTERNAZIONALE
Senza Assad alawiti massacrati. I siriani in fuga verso il Libano
In migliaia cercano riparo dalle violenze contro la minoranza considerata collusa con gli Assad. I testimoni: «Non si tratta di persone affiliate all’ex regime, c’è violenza confessionale»
Agnese Stracquadanio
«Mia madre è alawita, originaria di Jable, un villaggio sulla costa siriana», racconta a Domani Razar, 26 anni, social media manager di un centro sportivo, rifugiata palestinese-siriana in Libano che preferisce far sapere solo il suo nome. Vive a Beirut ed è in contatto con la sua famiglia giornalmente. Soprattutto dopo il peggiore massacro dalla caduta di Bashar al Assad, risultato dagli scontri di inizio marzo tra i fedeli dell’ex regime e combattenti sunniti vicini alle nuove autorità siriane nelle regioni costiere della Siria e nelle città di Hama e Homs. Per sfuggire ai crimini sommari commessi su base confessionale in cui sono stati uccisi circa 1.500 civili inclusi donne e bambini in quattro giorni secondo l’Osservatorio per i diritti umani in Siria, migliaia di persone si sono rifugiate in Libano nel corso degli ultimi giorni.
Secondo l’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), circa 22mila
persone sono arrivate in Akkar, regione del nord del Libano tra le più
povere del paese, attraversando a piedi il fiume al-Kabir che fa da confine
tra i due paesi. Una volta in Libano, cercano rifugio nelle municipalità, nelle scuole e nelle moschee di diversi villaggi della zona.
La maggior parte delle famiglie fuggite in Libano fa parte della minoranza alawita, il cui credo deriva dall’islam sciita. Gli alawiti rappresentano il secondo gruppo religioso in Siria dopo i sunniti e dunque la minoranza più vasta del paese (circa il 10 per cento): sono anche il gruppo a cui appartiene la famiglia Assad. Dopo la caduta del regime e le violenze, molti credono che non ci sia più posto per loro nella nuova Siria. Le violenze I massacri perpetrati contro gli alawiti ma non solo hanno avuto inizio a partire da giovedì 6 marzo quando alcuni miliziani alawiti considerati dalle nuove autorità siriane fedeli all’ex regime hanno attaccato una pattuglia di forze appartenenti al nuovo governo nei pressi di Jable, a sud di Latakia, uccidendo 14 persone. L’attuale governo ha allora deciso di dispiegare rinforzi nella zona per reprimere quelli che ha descritto come attacchi premeditati da parte di combattenti allineati alla famiglia Assad. Ma in una intervista a Reuters, l’autoproclamato presidente siriano ad interim Ahmed al-Sharaa ha detto che per molti «è diventata un’occasione per avere vendetta»
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lunedì 31 marzo 2025
Domani
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e che alcuni gruppi armati sono arrivati nell’area senza coordinazione con il ministero della Difesa. Da quel momento la violenza confessionale, rimasta latente o limitata negli ultimi mesi, è esplosa in un massacro che ricorda quelli perpetrati dal precedente regime. «Un mio vicino di casa è stato ucciso mentre guidava, come è successo a un membro della mia famiglia, mentre un altro è stato ferito», dice Razar.
L’identità di chi ha compiuto questi crimini non è ancora nota.
Non è chiaro quanti appartengano alle forze da poco disciolte di Hayat Tahrir al Sham (Hts), adesso al governo, o se siano gruppi che le nuove autorità non riescono a controllare. Nella regione di Latakia, principale porto siriano, vivono tre quarti della minoranza alawita insieme ad altre confessioni, ma i massacri hanno raggiunto anche le città di Hama e Homs, verso l’entroterra.
Secondo l’Osservatorio, combattenti filogovernativi stranieri avrebbero ucciso senza distinguere tra alawiti e cristiani. Non tutti quelli che sono stati uccisi erano fedeli all’ex regime. Dal 2011 e fino a poco tempo fa questo tipo di crimini è stato perpetrato dal regime di Assad per reprimere rivolte popolari, spesso utilizzando gli stessi metodi. «Il 7 marzo hanno attaccato il palazzo di mia zia, sono entrati in tutti gli appartamenti sparando con i mitra. Mia zia si è nascosta in uno dei quartieri sunniti prima di scappare per un’altra località il giorno dopo», continua Razar. «Non si tratta di persone affiliate all’ex regime, è solo razzismo e violenza confessionale», conclude. Il presidente al Sharaa ha detto di essere pronto a punire i responsabili, anche i suoi stessi alleati. Secondo Razar, rapimenti e uccisioni di alawiti identificati come affiliati all’ex regime si sono già verificati nei mesi precedenti. «Oggi la mia famiglia è al sicuro, ma non è tutto finito», aggiunge. Secondo l’Unhcr, i fatti di inizio marzo continuano a sfollare persone verso il Libano «in maniera costante quotidianamente».
Il futuro delle minoranze Appartenente alla minoranza alawita, Assad si era circondato di membri della stessa comunità in molti ambiti del governo, come nell’esercito e negli apparati di sicurezza, noti per la loro brutalità. Nel contesto di una profonda crisi economica su cui pesano ancora le sanzioni occidentali gli alawiti, considerati sommariamente collusi con il precedente regime, sono stati in larga parte licenziati dall’amministrazione pubblica e molti si sono ritrovati disoccupati dopo la decisione di sciogliere l’esercito del precedente regime. Queste misure hanno alimentato un clima già particolarmente teso sulla zona costiera. Già all’indomani della caduta del regime, l’8 dicembre 2024, nonostante una liberazione quasi senza scontri, i festeggiamenti e le promesse della nuova leadership siriana, alcuni a Damasco si preoccupavano già per la sicurezza delle donne e delle minoranze. Anche la Conferenza per il dialogo nazionale organizzata in poco tempo aveva visto la scarsa partecipazione di alawiti e di altre minoranze.
Mentre si indagano le responsabilità con una commissione d’inchiesta definita indipendente ma che è stata nominata dal presidente al Sharaa e che come ha detto a Reuters include alawiti, restano i dati: quelli dei civili uccisi e quelli di chi cerca rifugio in Libano. Alcune autorità libanesi hanno mostrato preoccupazione per il nuovo flusso di sfollati della Siria
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lunedì 31 marzo 2025
Domani
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che potrebbe ricreare tensioni in Libano. Una parte della popolazione libanese soffre apertamente la presenza siriana e aveva visto nella caduta del regime l’occasione per il rimpatrio, ma questa non è l’unica ragione. La città di Tripoli, la seconda dopo Beirut, è a maggioranza sunnita così come la regione dell’Akkar e l’afflusso di alawiti potrebbe riaccendere tensioni come già successo durante la guerra civile siriana tra chi a favore e chi contrario al regime di Assad. Il Libano, infatti, ospita circa 1,5 milioni di cittadini siriani dallo scoppio della guerra civile in Siria ed è il paese che ospita il maggior numero di rifugiati pro capite e per chilometro quadrato secondo le Nazioni unite.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 4
Nell’esecutivo siriano entrano cristiani, drusi e alawiti
Nasce in Siria il nuovo governo di transizione, costituito da 23 ministri e nessun premier, in quanto il potere esecutivo dovrebbe essere guidato dallo stesso presidente Ahmed al Sharaa, ex terrorista dello Stato islamico. È stato lui stesso ad annunciarlo, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa statale siriana Sana.
Tra i 23 ministri vi sono l’alawita Yarub Badr, nominato ministro dei Trasporti, Amgad Badr, appartenente alla comunità drusa, che guiderà il ministero dell’Agricoltura, e una donna cattolica, che faceva parte della precedente opposizione ad Assad e del “Comitato dei Sette”, Hind Kabawat, nominata ministro degli Affari sociali e del Lavoro. Nella compagine di governo non compaiono invece rappresentanti dell’etnia curda, che si sono espressi non riconoscendo la legittimità del nuovo esecutivo.
Confermati Murhaf Abu Qasra e Asaad al Shaibani, rispettivamente ministro della Difesa e degli Esteri nel precedente governo ad interim, i quali manterranno le loro cariche. Sono stati anche istituiti per la prima volta un ministero per lo Sport e un altro per le Emergenze.
A. M.
Libero
POLITICA INTERNAZIONALE
La formazione di un nuovo governo è vista come un passo necessario nella transizione da decenni di regime della famiglia Al Assad anche per migliorare i legami della Siria con l’Occidente per ottenere i finanziamenti necessari alla ricostruzione del Paese, distrutto dopo 14 anni di guerra civile. Le nuove autorità sono state sottoposte a pressioni da parte dei Paesi occidentali e arabi per formare un governo più inclusivo delle diverse comunità etniche e religiose della Siria. Tale pressione è aumentata in seguito all’uccisione di questo mese di centinaia di civili alawiti la minoranza religiosa di cui fa parte anche l’ex presidente Bashar al Assad – durante le violenze lungo la costa occidentale della Siria.
Sempre all’inizio di marzo, i patriarchi siriani Giovanni X (greco -ortodosso), Ignace Afrem II (si ro -ortodosso) e Youssef Al-Absi (greco-melchita) avevano rilasciato una dichiarazione congiunta di «ferma condanna» dei massacri e la richiesta di «condizioni adeguate» per la ripresa del cammino di «riconciliazione nazionale» dopo aver ricevuto testimonianze sull’uccisione a sangue freddo di un sacerdote della Chiesa greco-ortodossa, di una famiglia intera massacrata nella propria abitazione e di decine di uomini, anziani, donne e minori vittime di vere e
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lunedì 31 marzo 2025
Libero
POLITICA INTERNAZIONALE
proprie esecuzioni per il solo fatto di essere cristiani. © RIPRODUZIONE RISERVATA.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 7
Il nuovo Medio Oriente
Domani
POLITICA INTERNAZIONALE
Sul tavolo degli Usa è tornata prioritaria la questione iraniana
Bad things, cose cattive. Potrebbe essere il titolo di un nuovo film d’azione americano ma non lo è, sebbene il copyright sia sempre a stelle e strisce. Sono le parole con cui Donald Trump ha commentato la lettera che il leader iraniano Ali Khamenei ha mandato a Washington, via Oman, in risposta alla missiva fatta pervenire, attraverso gli Emirati Arabi Uniti, all’inizio di marzo dal presidente americano a Teheran (dal 1979 i due paesi non hanno rapporti diplomatici e, come sempre, comunicano attraverso intermediari).
In questo caso, però, il rifiuto del dialogo diretto, che pure trova sovente canali alternativi a quelli ufficiali, non ha solo ragioni ideologiche. In realtà, Teheran non intende negoziare con Washington sotto minaccia. Perché come tale è stato percepito il messaggio trumpiano, che ha messo in difficoltà la già indebolita leadership iraniana, provata dal dissenso interno e dal tracollo della struttura militare dei gruppi dell’Asse della Resistenza, in particolare di Hezbollah.
Renzo Guolo
Negoziare, ma alla pari Evitare di mostrarsi arrendevoli e mantenere allo stesso tempo la porta aperta all’interlocuzione è stata la preoccupazione di Teheran, consapevole che, davanti all’imprevedibilità dell’America di Trump, tutto può accadere.
Così, Ali Shamkhani, capo del Consiglio di sicurezza nazionale e consigliere della guida suprema, ha fatto filtrare che la risposta di Khamenei è stata ispirata alla moderazione ma, soprattutto, che l’Iran non respinge l’idea di negoziare con gli Usa. Purché avvenga su un piano paritario.
Condizione che non può certo essere soddisfatta se, nello spirito del tempo, l’America si esibisce in muscolari diktat. La guida ha definito l’ultimatum di Trump un «inganno», con l’obiettivo di scaricare su Teheran la responsabilità di non negoziare. Rifiuto che potrebbe scatenare un’azione mirata a risolvere, una volta per tutte se fosse necessario anche usando il link Houthi, lo stesso che ha condotto Trump a minacciare di colpire duramente sia il gruppo yemenita sia il suo strategico protettore la questione Iran.
Nucleare militare Nella sua ultimativa, dura, corrispondenza, il presidente Usa ha dato a Teheran in stile ucraino due mesi di tempo per concludere un nuovo accordo sul nucleare. Quello stesso deal da cui Trump, sempre ansioso di cesure con gli odiati predecessori dem
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lunedì 31 marzo 2025
Domani
POLITICA INTERNAZIONALE
in questo caso Barack Obama era uscito unilateralmente nel 2018.
Mossa cui gli iraniani hanno reagito accelerando l’arricchimento di uranio dal 60 al 90 per cento, balzo necessario per consentire la produzione di ordigni nucleari: obiettivo ritenuto ormai non troppo lontano da Cia e Mossad. Prospettiva, quella del nucleare militare, che i settori del regime iraniano più legati all’idea della potenza regionale farsi e all’esigenza di una deterrenza di ultima istanza costituita dalla bomba, capace di salvaguardare il regime da attacchi esterni, non hanno mai cessato di caldeggiare.
Ufficialmente Khamenei ha più volte ribadito che l’obiettivo della Repubblica islamica non è il nucleare militare, ma che l’Iran non potrà mai accettare, tanto più dopo l’uscita americana dal JCPOA, di fare marcia indietro sul nucleare civile, che invece gli Usa di Trump e Israele ritengono l’anticamera della bomba.
Dunque, mentre il mondo, attonito, guarda all’Ucraina o a quanto accade a Gaza, l’America torna a mettere pesantemente sul tavolo una questione che lo stesso Trump dice di essere tra le prime di cui occuparsi nella lunga lista che presiede alla rigerarchizzazione del potere Usa nella nuova èra degli imperi. Opzione non solo evocata se, nel frattempo, il Pentagono manda gli Stealth B2 a scaldare i motori sulla pista di Diego Garcia, base del Pacifico, dalla quale i bombardieri invisibili potrebbero partire, carichi di ordigni capaci di penetrare bunker sotterranei, per colpire l’Iran. Dislocamento che gli Usa ammettono non essere estraneo alla scadenza dell’ultimatum a Teheran.
Il Nuovo Medio Oriente Prospettiva, quella della definitiva soluzione della questione iraniana, fermamente sostenuta non solo dalle bellicose e improvvisate tribù accampatesi in riva al Potomac ma anche dal governo Netanyahu. Se la Repubblica islamica cadesse, nulla osterebbe più al ridisegno del Nuovo Medio Oriente.
L’Arabia Saudita, liberata dal fantasma del rivale iraniano, potrebbe finalmente firmare gli Accordi di Abramo, permettendo a Mohammed bin Salman di concentrarsi sul suo ambizioso progetto Vision 2030. Israele potrebbe annettersi la Cisgiordania e, occupare Gaza, senza troppi ostacoli: la questione palestinese rimarrebbe vicenda di profughi.
Quanto all’America di Trump potrebbe, Vladimir Putin permettendo, imporre anche all’Iran, ricco di idrocarburi, la sua visione imperialeconomica su base risarcitoria. Manca poco più di un mese alla scadenza dell’ultimatum trumpiano all’Iran. E la clessidra mediorientale continua a far scivolare la sabbia del tempo verso la resa dei conti. Sarà ancora possibile capovolgerla?
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 3
The New York Times International Edition POLITICA INTERNAZIONALE
Crackdown on opposition in Turkey animates movement
Turkey’s largest opposition party is organizing rallies, urging boycotts of progovernment businesses and standing by its presidential candidate even if he will have to campaign from jail.
At universities, students have formed councils to direct protests and spread the word, sharing tips for dealing with the riot police and tear gas. Their efforts part of the largest wave of political protest in turkey in more than a decade were inspired by the government’s March 19 arrest of Ekrem Imamoglu, the mayor of Istanbul and President Recep Tayyip Erdogan’s top political rival.
They have been met with equally vast measures by Mr. Erdogan’s government to quash them. But instead of cowing opposition supporters, the crackdown seems to be energizing them.
Ben Hubbard, Safak Timur
“Everybody in the forums and meetings says this is not only about Imamoglu,
said Irem Tacyildiz, 24, an economics student at Middle East Technical
University in the capital, Ankara, who has participated in protests. “The fire is
already lit” But it remains unclear to what extent the nascent protest movement
can sustain its momentum and succeed in persuading or forcing the government to change course.
The government removed Mr.
Imamoglu from his post and jailed him on March 23, pending trial on corruption charges. That same day, his political party picked him as its candidate in the next presidential election.
His university also annulled his diploma, citing improper procedures more than three decades ago, which effectively blocked him from the presidential race because candidates must have completed higher education.
Mr. Imamoglu has denied the charges and vowed to fight them in court. The opposition has called his arrest a “coup” aimed at blocking a challenge to Mr. Erdogan.
Turkey is officially a democratic republic, but foreign officials, experts and many Turks say that Mr. Erdogan has in recent years pushed the country toward autocracy. That means that lurks seeking to resist the government must reckon with Mr. Erdogan’s control of the security forces and influence over the news media and courts, analysts say.
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Pagina 104
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lunedì 31 marzo 2025
The New York Times International Edition POLITICA INTERNAZIONALE
“The authoritarian side is getting stronger and with each step, the areas for struggle where the opposition can express its positions and talk about injustices are becoming narrower,” said Seren Selvin Korkmaz, co-director of IstanPol, an Istanbul-based think tank.
The news of Mr. Imamoglu’s arrest led to large nightly protests in front of Istanbul’s City Hall and in other Turkish cities. The police cleared many of them by force.
Leading the opposition is the Republican People’s Party, or C.H.P., to which Mr. Imamoglu belongs. The party oflurkey’s revered founder, Mustafa Kemal Ataturk, it stands for staunchly secular government and draws most its support from the larger, coastal cities.
Its most public face has been its leader, Ozgur Ozel, a pharmacist and lawmaker known for his altercations with members of Mr. Erdogan’s ruling Justice and Development Party in Parliament. After Mr. Imamoglu’s arrest, he took up residence in a room in City Hall with a small bed to coordinate the party’s response, delivering fiery nightly speeches to the protesters.
He called for boycotting companies linked to pro -government news channels that did not air footage of the demonstrations.
“A boycott is coming for whoever ignores this square,” he yelled during an address on Sunday. “We will use the power of our consumption” In an interview on Friday, Gokhan Gunaydin, a senior official with the party, said it would push for early presidential elections while trying to channel what he called a broader disgruntlement with the “blatant anti- democratic push” by the government.
The party planned to stick with Mr.
Imamoglu, he said, even if that meant prison became his “presidential campaign office.
” The party would fight the charges against the mayor, his aides and other party officials and contest the cancellation of his diploma, he said. It would push ahead with the boycott and organize regular rallies to support Mr.
Imamoglu.
The government has issued blanket bans on public demonstrations and closed transit hubs, and riot police have dispersed protesters with water cannons, tear gas and pepper spray. More than 1,800 people have been arrested and about 260 jailed pending trial, according to the Interior Ministry.
Pro-government news outlets, many owned by allies of Mr. Erdogan, have avoided live broadcasts of the protests while dedicating substantial airtime to the accusations against Mr. Imamoglu.
Mr. Erdogan has dismissed the protesters as violent vandals and accused the opposition of fueling havoc in the streets to avoid confronting the corruption allegations against its members.
On Thursday, Justice Minister Yilmaz Tunc insisted to reporters that the courts were independent and criticized attempts to dismiss the investigation of Mr. Imamoglu as political.
“This investigation is conducted entirely by independent judicial bodies, and when the investigative authorities become aware of these allegations, it would be unthinkable of them not to open an investigation,” he said.
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Pagina 105
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lunedì 31 marzo 2025
The New York Times International Edition POLITICA INTERNAZIONALE
He denied any relation between Mr.
Imamoglu’s nomination to run for president and his detention.
“This is not related to his candidacy process or other developments,” he said.
Turkey’s next election is scheduled for 2028, but many Turks expect Parliament to call for early elections in which Mr. Erdogan, 71, could potentially run against Mr. Imamoglu, 54. Osman Sert, the director of PanoramaTR, a research institute in Ankara, said Mr. Imamoglu’s arrest had a “rallying around the flag effect” that helped unite the opposition.
Still, he said, it faced a government with great power that would be a challenge to confront “Turkey is still not in a position where democracy is already on hold and totally canceled. But these are of course the most difficult days for democracy,” he said. “These are the rules of the game, and you can’t get out of it.
“.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 5
Orbán, el sueño del poder eterno
En las animadas terrazas de Pozsonyi Ut, paralela al Danubio, un sábado de primavera, cuesta creer que Hungría se considere la primera dictadura de la Unión Europea La gente habla sin miedo, la mayoría de manera crítica con el polémico primer ministro ultraconservador Viktor Orbán, que lleva quince años al frente del país.
Aquí el político de moda es el opositor Péter Magyar, que ha irrumpido en la escena política a un año de las próximas elecciones. Las encuestas le otorgan el 30% de apoyo en los sondeos y ahora es el más serio desafio al poder de Orbán en un decenio.
Más adelante, en la plaza Kossuth, las parejas y familias -todos húngaros- hacen cola para visitar el espectacular edificio neogótico del Parlamento, de principios del siglo XX, inspirado en el de Westminster en Londres. No hay guardias armados en la entrada de la Cámara y la presencia policial en toda la ciudad es menor que en Madrid.
Abdy Robinson
La Vanguardia POLITICA INTERNAZIONALE
El pionero del antiliberalismo europeo es una mezcla de ideas sacadas de la derecha y la izquierda
El único indicio del temido Gran Hermano Orbán son las imágenes de una
sonriente joven pareja con dos hijos en las vallas publicitarias. Son anuncios del nuevo plan de Orbán de eliminar impuestos para las mujeres húngaras que tengan dos hijos o más, incentivo que forma parte de un plan paracombatir la crisis demográfica sin traer a inmigrantes.
“La propaganda nunca se detiene; da lo mismo que no haya elecciones”, comenta András Nun, director de la Fundación Autonomía y defensor de los derechos de los gitanos, mientras se toma un capuchino en una terraza en Pozsonyi Ut.
“Hoy es más positivo pero hay días de odio -comenta Nun-. Orbán va contra los migrantes, los gitanos, el colectivo LGTBI, y también contra George Soros”, el mihnillonario financiero y filántropo húngaro rad fado en Nueva York.
La propaganda permanente en las calles es un síntoma. Orbán ha aprovechado sus contundentes victorias electorales y una mayoría para Fidesz de dos tercios en el Parlamento para erosionar el Estado de derecho.
“Es la autocratización paso a paso”, explica András Bozóki, excompañero de Orbán en el partido Fidesz, ahora autor del libro más citado por los críticos del primer ministro. “La policíano sale a dar golpes. Los periodistas no se ven encarcelados. Pero, poco a poco, Orbán se ha
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lunedì 31 marzo 2025
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consolidado en el poder con restricciones sobre los jueces y los medios. Ya no hay una separación clara entre el Estado y Fidesz”.
Lo cierto es que Orbán es un político dificil de encasillar. Creó su partido hace treinta años para abanderar la causa de la democracia liberal. Ahora se autocalifica como “antiliberal”, uno de los nuevos llamados hombres fuertes – junto a Donald Trump, Recep Tayyip Erdogan y Vladimir Putin-, que han ganado múltiples elecciones pese a despreciar el Estado de derecho.
Orbán entremezcla las políticas ultraconservadoras en el ámbito cultural y social con un rechazo al neoconservadurismo geopolítico y una oposición al neoliberalismo económico que parece sacada del manual de la vieja izquierda.
El primer ministro húngaro prohibe el día del orgullo gay ala vez que defiende la paz en Ucrania y se opone al plan de rearme europeo y a la expansión de la OTAN. Al mismo tiempo, es el único líder europeo que propone entenderse con China y que ha dado luz verde ala pri mera planta europea de vehículos eléctricos de la empresa china BYD Auto, que se instalará cerca de Budapest.
Orbán despotrica contra los pobres -especialmente contra los gitanos-, que, a su juicio, viven a costa del contribuyente. Al mismo tiempo, sin embargo, defiende la presencia fuerte del Estado en la economía e interviene para evitar subidas de precios, arremetiendo contra cadenas de supermercados como Spar y Tesco, con cero respeto por la sagrada economía de mercado.
El primer ministro nacionalizó las empresas de energía y transporte en el 2010. Pero, rápidamente, volvió a privatizarlas y, tal y como se cuenta en el documental La dinastía de la plataforma opositora Direct 36, la venta ha beneficiado a los oligarcas allegados a la familia de Orbán.
Un exfontanero y amigo de la infancia del primer ministro, Lorinc Mészáros, ya es el hombre más rico de Hungría. “Orbán es corrupto, pero acabó rápidamente con las acampadas de refugiados sirios”, dice Csaba, un treintañero que trabaja en un taller de coches con su padre tras pasar unos años en Texas.
Nacido en la ciudad provinciana de Székesfehérvár en 1963 y licenciado por la Universidad de Oxford, Orbán entiende que el populismo más descerebrado requiere una metodología de ciencia pura. Realiza miles de encuestas cuantitativas para sondear e influir en la opinión pública adaptando sus propuestas políticas a los resultados. “En los cuestionarios incluye preguntas del tipo `gCómo se sentiría usted si su hija fuera violada por un gitano?
“, asegura Nun.
Orbán no se cansa de arremeter contra las oenegés del “globalismo progresista” ycontrael demonizado Soros. Pocos recuerdan que la estancia de Orbán en Oxford en los noventa fue financiada por el propio filántropo.
Nun y Bozóki achacan el fenómeno Orbán a la falta de cultura democrática en Hungría. “Pasamos de una sociedad feudal mantenida por la Iglesia al comunismo, y mucha gente quiere todavía
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lunedì 31 marzo 2025
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una poderosa figura paternal que les dé instrucciones sobre lo que deben hacer”, dice Nun. “Las libertades no se consideran muy importantes en Hungría. No es como en Francia o el Reino Unido”, añade Bozóki.
Pero, en realidad, lo más impactante de Orbán no son las diferencias, sino lo que se tiene en común. El modelo húngaro es estudiado con lupa por los ideólogos del MAGA estadounidense, la nueva derecha xenófoba europea y hasta los radicales seguidores del economista libertario Friedrich Hayek que tanto influyen en Javier Milei, pese a que Orbán no tiene nada de libertario.
El novelista, Rod Dreher, uno de los directores de la revista Am erican Conservative, se ha mudado a Budapest, donde trabaja para el Instituto Danubio, que financia el Gobierno húngaro.
“Orbán quiere que su régimen sea un modelo para los movimientos nacionalpopulistas en el extranjero”, resumió el dramaturgo británico David Edgar en un artículo sobre Orbán en el LondonReviewofBooks.Y todo indica que está logrando lo que quiere..
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Groenlandia, pressione Usa: «Nostra, anche con la forza»
Trump insiste e sale la tensione. La premier danese presto sull’isola
«La Groenlandia? La otterremo al cento per cento, ci serve, ci è necessaria per la pace mondiale. Ed è tutto sul tavolo. Nulla è escluso, nemmeno l’uso della forza, anche se credo che ci siano buone possibilità di riuscire a raggiungere il nostro obiettivo con altri mezzi». All’indomani della controversa visita del vicepresidente J.D.Vance e di sua moglie, Usha, nella grande isola artica appartenente alla Danimarca, Donald Trump torna, in un’intervista alla rete televisiva NBC, a rilanciare sull’ambizione della Casa Bianca repubblicana: l’annessione di un territorio considerato strategico per motivi di sicurezza nazionale, ma che fa gola anche sul piano economico visto che nel sottosuolo, dal quale si stanno ritirando i ghiacci per effetto del global warming, si nascondo enormi giacimenti.
La Groenlandia è ricca di oro, rame e terre rare, mentre molto petrolio potrebbe essere estratto dalle sue piattaforme offshore.
Trump continua a martellare, fedele alla sua strategia: tramortire gli avversari e il mondo con raffiche quotidiane di annunci mozzafiato.
Massimo Gaggi
Corriere della Sera POLITICA INTERNAZIONALE
Non è detto che funzioni: sicuramente ha costretto il governo danese, indisponibile a vendergli la più grande isola del mondo, sulla difensiva: la premier sta per recarsi nell’isola. Ma i 58 mila abitanti della Groenlandia, in passato abbastanza aperti nei confronti degli Stati Uniti, se non altro perché insofferenti per l’associazione al regno di Danimarca, ora sembrano compatti nel respingere le ambizioni «coloniali» di The Donald. Mute Egede, primo ministro uscente dell’isola (che gode di ampia autonomia amministrativa da Copenaghen), ha definito la visita di Vance un atto aggressivo, ribadendo che i groenlandesi «non possono essere comprati né vanno ignorati». Ma anche Frederik Nielsen, leader del Partito Democratico, la formazione di centrodestra che ha vinto a sorpresa le recenti elezioni, invoca l’unità per fronteggiare le pressioni provenienti dall’esterno. In effetti Washington ha avviato una campagna di persuasione promettendo grandi sostegni economici alle tribù dell’isola e rivendicando, anche con la diffusione di spot pubblicitari e video distribuiti nel web, il ruolo di protezione dell’isola svolto dalle forze armate americane durante la Seconda guerra mondiale, quando hanno impedito l’occupazione nazista, e poi durante la Guerra Fredda.
Campagna che per adesso non sembra aver convinto i ventimila abitanti di Nuuk, la capitale,
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lunedì 31 marzo 2025
Corriere della Sera POLITICA INTERNAZIONALE
e le tribù eskimo sparse nell’isola: i sondaggi dicono che se l’80% della popolazione è favorevole all’indipendenza dalla Danimarca, una quota ancora maggiore, l’85%, è contraria all’annessione negli Stati Uniti. Un’opzione che piace solo al 6% dei groenlandesi. Anche per questo, e per il rischio di dover fronteggiare manifestazioni ostili, J.D.Vance ha scelto di limitare la sua visita alla base militare di osservazione spaziale che gli Stati Uniti hanno nel nord dell’isola. Un presidio creato negli anni Cinquanta del secolo scorso: una barriera radaristica capace di intercettare eventuali attacchi condotti dall’allora Unione Sovietica con missili balistici intercontinentali. La rotta aerea più breve dalla Russia all’America, infatti, è quella che passa per il Polo Nord.
Mentre, con lo scioglimento dei ghiacci, il Mare Artico sta diventando una nuova via d’acqua fondamentale per il commercio ma anche sul piano strategico e militare: un’area nella quale tanto Mosca quanto Pechino sono molto attive. Oltre ai fattori economici, questo spiega l’interesse Usa per l’isola. Vance, solitamente moto brusco nelle sue sortite, in Groenlandia ha scelto toni più concilianti: si è reso conto che l’America rischia una profonda impopolarità e, quindi, di trovare una forte resistenza nell’isola.
Ha, quindi, puntato soprattutto a denigrare il ruolo della Danimarca, sostenendo che se la Groenlandia non si è sviluppata come avrebbe meritato, ciò è dipeso dal disinteresse di Copenaghen.
Allarme prontamente recepito dalla premier danese Mette Frederiksen: dopodomani sarà in Groenlandia per una visita di tre giorni, mentre il ministro degli Esteri, Lars Rasmussen, ha stigmatizzato le dichiarazioni di Vance affermando che, «non è questo il tono col quale si parla a un Paese alleato come la Danimarca».
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Il Fatto Quotidiano POLITICA INTERNAZIONALE
Battaglia navale: così gli Usa sognano di sfidare Cina&C.
Non si è mai parlato della costruzione di navi negli Stati Uniti come oggi. Nel suo recente intervento al forum sul dinamismo americano, il vicepresidente J.D. Vance ha parlato a lungo del ruolo strategico di quest’industria, divenuta simbolo del rapporto tra capacità manifatturiera ed esigenze militari: Se guardiamo alla Seconda Guerra Mondiale ha detto l’America costruì migliaia delle cosiddette navi Liberty per trasportare truppe, merci e altro, a un ritmo di tre navi ogni due giorni. Ora costruiamo cinque navi commerciali in un anno.
E di conseguenza, gli Stati Uniti oggi rappresentano solo lo 0,1% della costruzione navale globale.
Vance ha proseguito evidenziando il contrasto con la Cina che, invece, produce più navi commerciali del resto del mondo messo insieme. Infatti, solo l’anno scorso una delle aziende statali di Pechino ha costruito più navi commerciali di quante ne abbia prodotte tutta l’America dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
In effetti, in questo secolo il panorama delle costruzioni navali ha subito una trasformazione notevole: la Cina è passata da attore periferico a protagonista. Al centro c’è la China State Shipbuilding Corporation, citata implicitamente da Vance e in vari rapporti dei think tank degli Stati Uniti, secondo cui la politica cinese di cantieristica a uso duale (civile e militare) sta rapidamente colmando il divario con le forze armate statunitensi. La marina dell’esercito cinese è sulla buona strada per schierare 425 navi entro il 2030, sostenuta da un’ampia base industriale, in grado di sostituire e riparare le navi molto più velocemente rispetto all’avversario.
L’intervento di Vance si colloca dopo gli allarmi lanciati in vari contesti, dai podcast al Congresso, da altre figure di primo piano. Pensiamo a Palmer Luckey, fondatore della società di tecnologie per la difesa Anduril, valutata 14 miliardi.
Alessandro Aresu
Luckey ha dichiarato che la Cina ha 350 volte la capacità di costruzione navale degli Stati Uniti. Questa disparità, unita alla constatazione che in Cina tutte le navi commerciali devono soddisfare standard militari, come ha spiegato Luckey, sottolinea la profonda integrazione tra il settore civile e quello militare nel contesto cinese. Uno dei più noti pensatori strategici che prestano servizio nell’amministrazione Trump, e cioè Elbridge Colby, nominato sottosegretario
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lunedì 31 marzo 2025
Il Fatto Quotidiano POLITICA INTERNAZIONALE
alla Difesa, di recente al Congresso ma anche in suoi interventi molto precedenti, dal 2023 a oggi, è tornato sulla questione della disparità nel campo navale.
Più in generale, le mosse statunitensi considerano un’influenza cinese che tocca questioni sensibili come il controllo delle infrastrutture portuali, come abbiamo visto nel caso del Canale di Panama, e che riguarda anche le capacità di ricerca, innovazione, offensiva e riparazione sui cavi sottomarini. Un recente rapporto del think tank CSIS suggerisce agli Stati Uniti di aumentare la pressione diplomatica sugli alleati per limitare i legami con i cantieri cinesi a uso duale, oltre che di effettuare investimenti mirati nella capacità di costruzione navale a lungo termine.
In questo programma, vasto e ambizioso, rientrano alcuni provvedimenti già adottati dall’amministrazione Biden, così come i dazi e le sanzioni sulle gru cinesi e il crescente monitoraggio di sistemi di logistica, controllo e sorveglianza sviluppati per i porti da aziende cinesi, come Huawei e Hikvision.
Queste trasformazioni globali devono interessare tutti noi non solo per curiosità ma perché stiamo parlando di un settore industriale in cui l’Italia ha ancora una presenza importante, grazie a un gruppo nazionale: Fincantieri. Le decisioni del governo sui vertici dell’azienda, con la scadenza del mandato del consiglio di amministrazione, avvengono nel contesto politico ed economico che abbiamo descritto. Fincantieri ha presentato un bilancio in crescita, col ritorno all’utile, un backlog di ordini significativo, che supera i 50 miliardi di euro, e nuovi ordini acquisiti nel 2024 per oltre 15 miliardi. Il target di ricavi previsto per il 2025, anche per via del consolidamento di nuove acquisizioni, Remazel e WASS, è di circa 9 miliardi. Fincantieri, oltre alla costruzione di navi per utenti commerciali e militari, ha avviato una strategia sul settore subacqueo, un mercato in espansione che coinvolge un tema sempre più cruciale per la sicurezza, la protezione dei cavi sottomarini.
D’altra parte, proprio la grande centralità delle costruzioni navali, a livello geopolitico e all’interno delle priorità degli Stati Uniti, sta disegnando uno scenario sempre più competitivo per tutti gli attori del mercato. Fincantieri ha come suo punto di vantaggio una scala significativa e una dimensione internazionale ben più vasta di quella dell’Italia, per la capacità ormai collaudata di operare numerosi cantieri.
Dal punto di vista finanziario, nonostante il recente ritorno all’utile, la storia di Fincantieri ha avuto spesso perdite che sono state viste negativamente dagli investitori, così come la dipendenza dal settore delle crociere, che ha un carattere ciclico.
Per quanto riguarda la concorrenza internazionale, è difficile che la corsa cinese si fermi, e anche i coreani continuano ad avere una posizione significativa. Peraltro, non bisogna dimenticare che la Francia ha fatto comprare a suo tempo i suoi cantieri di Saint-Nazaire ai coreani, impedendo poi a Fincantieri di acquistarli: un episodio di scarsa affidabilità e di subordinazione di un’operazione strategica a un bieco populismo elettorale per cui noi europei siamo ancora, e giustamente, derisi all’estero. Un’altra incognita per il futuro di Fincantieri è come si svilupperà la relazione con gli Stati Uniti. Mentre Washington persegue il difficile progetto di rilancio delle costruzioni navali, che deve ancora affrontare il
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lunedì 31 marzo 2025
Il Fatto Quotidiano POLITICA INTERNAZIONALE
tema della forza lavoro, ciò avverrà sostenendo solo le aziende americane oppure attraverso il contributo di chi ha una presenza negli Stati Uniti, e contratti in corso con la Marina, come la stessa Fincantieri? E le costruzioni che riguardano le arene emergenti della competizione globale, come i rompighiaccio dell’Artico, porteranno nuovi ordini a Fincantieri o ai suoi concorrenti? Queste sono alcune delle domande a cui rispondere, per capire la direzione del futuro di uno dei pochi campioni industriali italiani rimasti sulla scena.
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domenica 30 marzo 2025 Pagina 7
Vangelo e società
Avvenire CHIESE LOCALI
«La Chiesa cambia stile e passo per toccare il cuore del Paese»
Roma. Sarà un punto di arrivo e insieme di partenza la seconda Assemblea sinodale delle Chiese in Italia, in programma a Roma da domani al 3 aprile. Punto di arrivo del cammino iniziato fin dal 2021. Ma anche di partenza, perché bisognerà tradurre in scelte concrete per la vita delle comunità ecclesiali le risultanze del lavoro. Lo afferma il vescovo Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e membro della presidenza del Comitato nazionale del Cammino sinodale.
Qual è lo scopo di questa seconda Assemblea, che segue di quasi cinque mesi la prima svoltasi a novembre?
Mimmo Muolo
«Faremo sintesi di tutto il cammino, ricchissimo di confronto, di dialogo e di
riflessione nei gruppi. Sono state rielaborate le 17 schede tematiche che hanno
costituito lo strumento di lavoro della prima assemblea sinodale e il materiale è
stato tradotto in proposizioni, perché il compito di questa seconda assemblea
è proprio focalizzare alcune questioni essenziali sulle quali si dovranno fare
delle scelte. Il voto finale sulle singole proposizioni e su tutto il testo costituirà l’indicazione che l’assemblea offrirà ai vescovi per la loro assemblea generale di maggio, in cui verranno prese le decisioni operative.
Ci collochiamo anche in un orizzonte più ampio che è quello del Sinodo della Chiesa universale, la cui Segreteria di recente ha tracciato un percorso che arriva fino al 2028 e con il quale dovremo necessariamente interagire».
C’è una nota unificante, o per lo meno dominante, nelle proposizioni?
«Il denominatore comune è la missionarietà. Parliamo di una Chiesa che si interroga su come far risuonare il Vangelo oggi, in questa cultura frammentata e in questo scenario sociale complesso. Una missionarietà basata sulla testimonianza, perché più che mai occorre essere credibili in ciò che si annuncia. Ma non dimentichiamoci che tutto accade in forza della sollecitazione del Papa a ridisegnare il volto della Chiesa in senso sinodale. Quanto più saremo capaci di essere Chiesa sinodale, tanto più saremo efficaci nella missione. Francesco ci ha detto che la sinodalità non è solo una forma, una modalità organizzativa, ma è l’essenza stessa della
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domenica 30 marzo 2025
vita della Chiesa».
E come sono articolate le proposizioni?
Avvenire CHIESE LOCALI
«In tre grandi aree. Quella della prossimità agli uomini e alle donne del nostro tempo. L’educazione alla fede, con il tema molto sentito dell’iniziazione cristiana e cioè della trasmissione della fede. E infine le forme di corresponsabilità e la gestione dei beni. In sostanza come camminare insieme e come usare le nostre strutture in questo orizzonte di Chiesa sinodale missionaria».
Il recente Consiglio permanente ha parlato di corresponsabilità nella missione. In termini pratici che cosa vuol dire?
«Significa da un lato dare un dinamismo alla sinodalità. Gli organismi di partecipazione vanno ripensati e meglio organizzati, forse come molti chiedono resi obbligatori, anche con l’introduzione di modalità e forme nuove (ad esempio la metodologia della conversazione nello Spirito). Da un altro lato c’è la questione della soggettività.
Pensiamo al laicato. Una Chiesa missionaria che non guarda al mondo e gli ambienti di vita, come potrà essere un segno per il nostro tempo? È quindi necessario valorizzare il laicato, anche quello associato, individuando eventualmente nuove forme di ministerialità e di servizio. E poi il ruolo della donna: se ne è parlato molto. Ora dobbiamo apprezzarne e valorizzarne meglio il prezioso contributo. Così come i giovani. C’è un forte desiderio di dare loro fiducia e di inserirli anche nei luoghi dove si prendono le decisioni. Parliamo del futuro e quindi i giovani non possono che essere protagonisti. E c’è l’attenzione ai poveri, agli ultimi, che resta la cifra fondamentale della vita e della missione della Chiesa nel nostro Paese».
C’è anche una sfida culturale oggi per la Chiesa in Italia? Il cristianesimo non rischia di essere culturalmente marginale?
«Oggi c’è una diminuzione dell’espressione pubblica della religiosità. È indubbio che abbiamo meno persone che frequentano, meno battesimi, meno matrimoni. Ma altrettanto incontrovertibile è il dato della domanda di spiritualità. Faccio due esempi: il grande successo del libro di Aldo Cazzullo sulla Bibbia e il film The Chosen, molto apprezzato dagli spettatori. La grande sfida per noi sarà agganciare la domanda di spiritualità per farla maturare in una religiosità non esteriore o formale, ma autentica, e quindi in una vera esperienza di Chiesa.
La seconda grande sfida è quella di una presenza che sia in grado di scuotere le coscienze. Con tutti i temi che papa Francesco ha evidenziato: la sostenibilità ambientale e sociale, l’accoglienza dei migranti, la pace. Siamo chiamati ad affrontare in modo diverso questi scenari che sono davanti a noi.
La terza sfida è etica, soprattutto le questioni aperte e nuove sulla vita nascente e terminale. Tutti temi che richiedono da parte della Chiesa una parola che sia in grado di offrire con
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domenica 30 marzo 2025
autorevolezza discernimento e orientamento».
Avvenire CHIESE LOCALI
Servizio ai poveri e sfide culturali sono in alternativa tra loro?
«Ricordo che negli anni ’90 questa domanda era di grande attualità. E il documento della Chiesa italiana per quel decennio fu intitolato Evangelizzazione e testimonianza della carità. Le due cose non possono essere contrapposte, anzi traggono forza l’una dall’altra. Perché la sostanza del Vangelo è l’amore, ossia la capacità di promuovere una cultura della solidarietà vissuta nella misura più alta, che sfocia nella santità. I santi ci insegnano ad amare gli altri, specie i più poveri e bisognosi. E quindi anche questo cammino sinodale è, e deve essere, nella luce del Concilio, un cammino di santità che declina nel modo migliore cultura e carità».
E a livello politico che indicazione viene da questo cammino?
«Tutto il cammino ha avuto un dialogo costante con le questioni sociali. E anche la Settimana Sociale di Trieste, con la riflessione sulla democrazia, è stata uno dei suoi passaggi fondamentali.
Papa Francesco ci ha detto che viviamo in una democrazia malata che ha bisogno di cura e forse di una revisione profonda. I cattolici, in questo momento, non hanno la preoccupazione primaria di una rappresentazione diretta, ma sentono tutta la responsabilità di contribuire a una buona democrazia e a una partecipazione reale in un’epoca di disaffezione soprattutto da parte dei giovani. Quindi anche attraverso il cammino sinodale e l’attenzione agli ambienti di vita credo che si possa dare un contributo originale alla vita sociale del nostro Paese. Penso anche al tema dell’Europa. Un orizzonte con il quale dovremo misurarci».
Che rapporto c’è tra Cammino sinodale e Giubileo?
«Il Papa ha voluto dare al Giubileo la tonalità della speranza. In questo senso il Giubileo rafforza la speranza di una Chiesa che sappia e rinnovarsi nei suoi dinamismi, ma anche essere un segno più eloquente e maggiormente riconoscibile da tutti. Perciò, Giubileo e Cammino sinodale, che condividono l’idea del movimento, sono due dinamiche convergenti che ci permettono di cogliere meglio i segni di speranza, cioè quei segnali positivi e luminosi che accompagnano anche il nostro percorso e la sua attuazione».
RIPRODUZIONE RISERVATA «Gli organismi di partecipazione vanno ripensati e meglio organizzati, forse anche resi obbligatori» «Nella cultura, nella carità, nella politica, nell’etica: per i cattolici è l’ora di ritrovare un rinnovato protagonismo» Il vescovo Claudio Giuliodori / Siciliani Alcuni dei delegati che hanno partecipato alla prima Assemblea sinodale nel novembre 2024 nella Basilica di San Paolo fuori le Mura / Siciliani.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 17
Il Fatto Quotidiano CHIESE LOCALI
La chiesa con le coperte d’oro dei migranti acceca la destra
Secondo Michel Foucault, è all’arte che oggi tocca l’antica funzione della parresìa, dire la verità in pubblico, e assumersene la responsabilità: “nell’arte... si concentrano, nel mondo moderno, nel nostro mondo, le forme più intense di un dire-il-vero che accetta il coraggio e il rischio di ferire”.
Ed è proprio questo un indizio che può guidare chi cerca irriducibilmente una risposta alla domanda, impossibile e necessaria, su cosa sia arte, e cosa non lo sia. In questi giorni a Firenze è stata temporaneamente collocata in Piazza della Signoria una statua moderna: ennesima, stanca, ripetizione di una operazione di sciacallaggio del Rinascimento andata mille volte in scena. Tutto il contrario della parresìa: l’arte non abita qui.
Tomaso Montanari
Ma, si sa, “lo Spirito soffia dove vuole": e oggi aleggia con clamorosa evidenza
in un’altra, vicinissima piazza fiorentina, quella della Santissima Annunziata.
Qui l’artista Giovanni De Gara ha coperto d’oro – l’oro delle coperte termiche in
cui avvolgiamo in mare i migranti, quando qualcuno riesce a salvarli – le porte
della venerata Basilica dei Servi di Maria, come aveva fatto nel 2018 a San
Miniato al Monte: nasceva così il progetto ’Eldorato. Nascita di una nazione’. E da allora, come scrisse l’Osservatore Romano alla fine dell’anno seguente, “cardinali, vescovi e parroci hanno foderato le porte delle e i pastori quelle delle chiese protestanti e ancora sindaci, consiglieri comunali, assessori e direttori di museo gli edifici civili. Venezia, Verona, Pavia, Brescia, Parma, Biella, Bologna, Ravenna, Genova, Pistoia, Roma, Napoli, Palermo, Lampedusa. Una delle ultime per ordine è Lucca, nella chiesa valdese e in quella di San Sebastiano, ma soprattutto nella cattedrale di San Martino, dedicata proprio a quel santo che divise il proprio mantello con un povero infreddolito: una coperta termica ante litteram. Tra le prossime il sacro convento di Assisi. Molte altre ancora se ne aggiungeranno”. Così è stato: e oggi quel progetto torna a Firenze, per volere della comunità servita e del nuovo arcivescovo, Gherardo Gambelli. La densità del segno inventato da De Gara è vertiginosa: le porte come frontiere; come soglie della linea abissale tra sommersi e salvati; le porte delle chiese come secolare accesso a un rifugio sicuro; le porte del cielo da cui non passano i ricchi benpensanti, ma i poveri Cristi; le porte della religione come strumento del dominio di classe, quelle dei “templi
chiese
cattoliche
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lunedì 31 marzo 2025
Il Fatto Quotidiano CHIESE LOCALI
che rigurgitan salmi di schiavi, e dei loro padroni” (De André); la Porta d’Oro di Gerusalemme, quella attraverso cui si manifestava la presenza di Dio. Un Dio che ha promesso che sarà con noi nei più piccoli, sofferenti, esclusi, colpiti: il Dio dei migranti, non dei potenti.
E, puntualmente, i potenti avvertono il pericolo: e attaccano.
“La deriva immigrazionista della sinistra cittadina oggi, nel giorno del Capodanno Fiorentino, ci ’regala’ la porta di una delle più importanti basiliche della città, la Ss.ma Annunziata, fasciata con coperte termiche. Sul piano politico e anche artistico, mettere le coperte termiche su una chiesa è, oltreché irrispettoso, una schifezza anche estetica": parole del vicepresidente vicario del Consiglio comunale di Firenze, il Fratello d’Italia Alessandro Draghi, e del confratello consigliere Giovanni Gandolfo, “Quale nazione – chiedono i due ’patrioti’ – quella dei clandestini?”. Più che la cattiveria, è come sempre la monumentale ignoranza, la sciatteria impunita, di questi custodi della cultura tradizionale a colpire.
Sfugge a lorsignori che il ’capodanno fiorentino’ è il 25 marzo perché quel giorno si celebra la solennità dell’Annunciazione, cioè l’Incarnazione, il cominciamento per eccellenza, l’avvio di una umanità nuova. E che quel giorno è stato scelto per celebrare la Vergine nel tempio cittadino appunto dedicato alla sua Annunciazione. E che la Vergine ha lodato Dio, nel Magnificat, per aver rovesciato i potenti dai troni e innalzato gli umili, rimandato i ricchi a mani vuote e ricolmato di beni gli affamati. Non per aver torturato i migranti e stabilito la purezza della razza Questa comunista immigrazionista palestinese!
– direbbero i due ineffabili fratellini d’Italia. Ignoranza, violenza verbale, industria della paura e dell’odio: c’è tutto il repertorio.
Liquidato, con paterna fermezza, dall’arcivescovo di Firenze: “Queste paure di essere invasi molto spesso vengono montate da campagne che non conoscono fino in fondo la realtà”. Le opere d’arte, invece, dicono la verità: ci costringono a vederla, a riconoscerla. La verità su chi difende identità, cultura, arte e tradizione italiane senza saperne nulla. La verità su cosa davvero importa, su cosa può salvare non solo i migranti, ma anche noi, tanto sicuri dei nostri valori e dei nostri buoni sentimenti.
Quelle coperte termiche non sono fatte per coprire, ma per scoprire: ed è proprio qui che l’arte può ancora essere “un dire-il-vero che accetta il coraggio e il rischio di ferire”.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 7
The Guardian CHIESE LOCALI
Ex-archbishop Welby says he would forgive serial abuser of 130 boys
Asked if he would forgive Smyth, Welby said in an interview broadcast
yesterday with the BBC’s Laura Kuenssberg: “Yes. I think if he was alive
and I saw him, but it’s not me he’s abused. He’s abused the victims and
survivors. So whether I forgive or not is, to a large extent, irrelevant” Reacting to Welby’s comments, a survivor of Smyth’s abuse told Kuenssberg: “I came forward 13 years ago and what the church has put me through makes the historic abuse pale into insignificance” The independent review by Keith Makin concluded Smyth could have been brought to justice had the archbishop formally reported allegations to the police a decade ago.
Welby initially said he would not resign over the report and remained in post for a five days before announcing he would quit.
In the BBC interview he said: “What changed my mind was having been caught by the report being leaked and not really thought it through enough, to be honest.
“Over that weekend, as I read it and reread it and as I reflected on the horrible suffering of the survivors, which had been, as many of them said, more than doubled by the institutional church’s failure to respond adequately, it increasingly became clear to me that I needed to resign” Welby also said he winces over his final speech in the Lords, in which he referenced a 14th-century beheading, to laughter from fellow peers, and suggested “if you pity anyone, pity my poor diary secretary” who had seen months of work “disappear in a puff of a resignation announcement”.
Ben Quinn, Harriet Sherwood
Justin Welby, the former archbishop of Canterbury, has said he forgives a serial abuser at the centre of the scandal that led to his resignation as leader of the Church of England and spoke of feeling “profoundly ashamed” at his comments afterwards in the House of Lords, which had prompted amusement.
In his first interview since resigning last November, he also said he had “not really thought it through enough, to be honest” when he initially declined to resign.
Welby quit after an independent review found he should have taken more robust and speedier action over allegations of abuse against John Smyth. About 130 boys are believed to have been victims of Smyth, a powerful lawyer who died in 2018.
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lunedì 31 marzo 2025
The Guardian CHIESE LOCALI
“It did cause profound upset and I am profoundly ashamed of that, and I apologised within 24 hours and I remain deeply ashamed,” he added.
Welby also said that his failure to take effective action over Smyth was because he was “overwhelmed” by the scale of the abuse crisis.
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domenica 30 marzo 2025 Pagina 12
L’intervista
La Stampa SOCIETA’ E CULTURA
José Manuel Barroso: “Gli Usa non taglino i fondi per i vaccini. il mondo rischia un milione di morti”
L’ex presidente della Commissione Ue oggi guida la Gavi: “Ci serve il sostegno dei grandi donatori, In gioco c’è la sicurezza sanitaria globale: 75 milioni di bambini possono restare senza protezione”
Giuseppe Bottero
«Siamo estremamente preoccupati», dice José Manuel Barroso. Per dieci anni presidente della Commissione europea, già al vertice di Goldman Sachs, oggi guida Gavi, l’alleanza internazionale per i vaccini fondata da Bill Gates. Un’istituzione che, secondo il New York Times, sarebbe minacciata dai tagli di Donald Trump, pronto a mettere fine al sostegno di Washington alle iniziative sanitarie nei Paesi in via di sviluppo. «Ad oggi non abbiamo ricevuto alcuna comunicazione ufficiale di interruzione – spiega il portoghese -. Qualsiasi riduzione dei finanziamenti a Gavi da parte degli Stati Uniti avrebbe un impatto disastroso sulla sicurezza sanitaria globale, con la possibilità di oltre un milione di morti a causa di malattie prevenibili e il rischio di epidemie pericolose ovunque».
Barroso, cosa succederebbe senza quei fondi?
«Settantacinque milioni di bambini non riceverebbero le vaccinazioni di
routine. Ogni lacuna nei nostri finanziamenti corrisponde a una lacuna nella
nostra capacità di proteggere il mondo dalle epidemie. Gavi mantiene scorte
globali di vaccini contro malattie come Ebola, colera e mpox, agendo come una prima linea di difesa per contenere i focolai sul nascere, prima che si diffondano.
Questo non solo tutela la nostra salute collettiva, ma evita anche la spesa di miliardi per affrontare emergenze sanitarie una volta che queste arrivano nei nostri Paesi».
Teme un effetto a catena?
«Se è fondamentale che gli Stati Uniti continuino a finanziarci, lo è altrettanto che l’Italia e gli altri donatori mantengano il loro sostegno. L’obiettivo di Gavi è arrivare a non essere più necessaria, aiutando i Paesi a diventare completamente autonomi nella gestione dei programmi di immunizzazione. Dal 2000, 19 Paesi hanno intrapreso questo percorso, inclusa l’Indonesia, che a dicembre è diventata l’ultimo donatore di Gavi. Nei prossimi cinque anni, i Paesi che supportiamo copriranno quasi il 50% del costo dei loro vaccini: dobbiamo portare
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domenica 30 marzo 2025
a termine la nostra missione».
A che punto è adesso?
La Stampa SOCIETA’ E CULTURA
«La nostra Alleanza ha compiuto progressi straordinari negli ultimi vent’anni, proteggendo più di un miliardo di bambini e salvando quasi 19 milioni di vite.
Abbiamo aiutato il mondo a rispondere a molte emergenze internazionali. In particolare, negli ultimi due anni, abbiamo avviato due campagne vaccinali importanti. L’anno scorso, abbiamo introdotto i vaccini contro la malaria in diversi Paesi, un traguardo storico nella lotta contro una delle principali cause di morte infantile in Africa. E abbiamo anche reintrodotto i vaccini contro l’HPV, fondamentali nella prevenzione del tumore al collo dell’utero: sappiamo che per ogni mille ragazze vaccinate si evitano 17 morti future. La nostra crescente capacità di sconfiggere le malattie e salvare vite è ciò che mi rende così appassionato del mio lavoro a Gavi. Questi successi sono frutto di vere partnership tra donatori, Paesi beneficiari, settore privato e società civile».
Ha citato l’Italia. Qual è la situazione?
«L’Italia è uno dei nostri sostenitori più fedeli sin dal 2006, quando ha avuto un ruolo chiave nello sviluppo dei “vaccine bonds”, strumenti per sfruttare i mercati finanziari a favore dell’immunizzazione. Più recentemente, sotto la presidenza italiana del G7 nel 2024 e in linea con il Piano Mattei, l’Italia ha promosso l’African Vaccine Manufacturing Accelerator (Avma), che porterà per la prima volta allo sviluppo di un’industria sostenibile e vivace per la produzione di vaccini nel continente africano. C’è ancora molta strada da fare, e il bisogno di questo lavoro è oggi più urgente che mai, perché i cambiamenti climatici, la resistenza antimicrobica e i conflitti aumentano il rischio di focolai infettivi».
Quali sono, a livello globale, le criticità maggiori?
«Proseguire i programmi di Gavi nei prossimi cinque anni è cruciale per proteggere i bambini dalle malattie, contenere le pandemie e aiutare i Paesi a diventare più autosufficienti.
Ma ci sono anche altri motivi importanti: dobbiamo continuare la distribuzione dei vaccini contro la malaria e garantire che tutte le ragazze siano protette dall’HPV».
I prossimi passi?
«Costruiremo nuove scorte di vaccini contro il mpox e, nei prossimi anni, lanceremo un nuovo potente vaccino contro la tubercolosi. Gavi lavora molto con il settore privato – è una delle caratteristiche che ci rendono unici – e intendiamo sfruttare l’intelligenza artificiale e il potere dell’informatica per trovare modi più efficienti di consegnare i vaccini, risparmiando così denaro per i Paesi e per i nostri donatori. Il nostro lavoro, ovviamente, dipende dalla raccolta dei fondi necessari per il prossimo quinquennio: abbiamo bisogno che l’Italia, i nostri partner europei e la crescente comunità globale di donatori si facciano avanti e ci sostengano».
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domenica 30 marzo 2025
La Stampa SOCIETA’ E CULTURA
© RIPRODUZIONE RISERVATA giuseppe bottero Cruciale contenere le pandemie ma anche aiutare i Paesi a diventare più autosufficienti REUTERS Ogni lacuna nei finanziamenti corrisponde a una lacuna nella nostra capacità di proteggere Traguardi L’anno scorso Gavi ha introdotto i vaccini contro la malaria in diversi Paesi, un traguardo storico nella lotta contro una delle principali cause di morte infantile in Africa.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 13
Corriere della Sera SOCIETA’ E CULTURA
Satelliti Starshield. I rischi per l’Italia
Con ogni probabilità Elon Musk aveva ben chiaro sin dall’inizio che i clienti più redditizi per i suoi satelliti Starlink sarebbero stati i governi. Gli Stati Uniti, certo, ma in prospettiva anche i Paesi alleati, fra cui l’Italia.
Infatti una proposta di contratto da 1,5 miliardi è da qualche mese sul tavolo di Palazzo Chigi e, se accettata, gli aprirebbe l’accesso al mercato europeo delle telecomunicazioni militari. E dire che Starlink nasce dieci anni fa con uno scopo civile, quasi umanitario: garantire la copertura internet in caso di catastrofi naturali e portare la connessione nelle aree più remote del pianeta, dove è impossibile o troppo costoso posare i cavi delle reti di telecomunicazione tradizionali.
Il piano di Musk prevede la costruzione di una costellazione di satelliti in orbita
bassa, a circa 500 chilometri dalla Terra, per fornire una connessione più
veloce e potente rispetto ai satelliti geostazionari che si trovano a 36 mila
chilometri. La prossimità all’atmosfera ne accelera però anche il
deterioramento, accorciando a 3-5 anni la vita utile dei satelliti in orbita bassa
contro i 15 dei geostazionari. L’altro svantaggio è che questi minisatelliti compiono un giro del pianeta in 90 minuti e coprono aree piccole: una rete efficiente e capillare esige perciò di costruire un fitto reticolato di «antenne spaziali» in grado di passarsi continuamente il testimone della connessione in una determinata zona.
Il monopolio dello Spazio La sopravvivenza, anche economica, delle costellazioni come Starlink dipende quindi dalla capacità di collocare satelliti in serie e a basso prezzo. In questa specialità Musk è diventato pressoché monopolista, anche grazie ai 22 miliardi di contratti accordati dal governo americano alla sua startup SpaceX.
L’azienda è riuscita a ridurre almeno del 40% il costo dei trasporti spaziali usando razzi riutilizzabili 10/15 volte, che portano su fino a 60 satelliti Starlink a lancio e sfruttando le basi della Nasa in Florida e California. Il «Doge» sta così trasformando lo spazio da affare di Stato in affare privato. Su gentile concessione dell’amministrazione Trump, che ha nominato alla guida della Nasa un socio di SpaceX, Jared Isaacman, consegnando di fatto a Musk le chiavi dell’agenzia aeronautica più importante e ricca del mondo. Nel giro di sei anni e con un investimento stimato di 10 miliardi, SpaceX è riuscita a collocare 7.122 satelliti per conto della sua
Francesco Bertolino, Milena Gabanelli
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lunedì 31 marzo 2025
Corriere della Sera SOCIETA’ E CULTURA
controllata Starlink e intende aumentarne il numero a 42 mila. Al ritmo di 200 nuovi satelliti al mese, si sta affrettando a occupare le frequenze di una grossa porzione dell’orbita bassa, zona dove vige la regola del «chi primo arriva, meglio alloggia». Oggi Starlink è disponibile in 125 Paesi e conta 4,6 milioni di abbonati, di cui circa 50 mila in Italia. Il numero dei clienti avrà certamente una forte crescita nei mercati emergenti, ma le aree più remote e meno servite del mondo sono spesso anche le più povere. Per questo, ancora prima di SpaceX, alcune aziende europee hanno scartato l’idea di una mega-costellazione. Musk ha invece intuito che il vero utente di Starlink sarebbero stati i governi, che non badano a spese.
Il business dell’uso militare I primi contratti pubblici arrivano nel 2020 dalla Difesa statunitense con l’affidamento di un appalto da 143 milioni per approntare un sistema spaziale di rilevazione dei missili e nel 2021 con una commessa da 1,8 miliardi per costruire una costellazione di 125 satelliti-spia. Nasce così Starshield, una divisione top secret dedicata ai servizi militari e di intelligence. La prova del fuoco arriva nel febbraio del 2022, quando un cyber-attacco russo mette fuori combattimento il sistema satellitare ucraino. La rete di Musk subentra subito, permettendo ai battaglioni di Kiev di pilotare da remoto i droni da scagliare contro i blindati di Mosca e la sua flotta nel Mar Nero. La costellazione nata per azzerare il divario digitale, d’un tratto, si rivela tremendamente efficace per accorciare il divario militare. E l’interesse per Starshield schizza alle stelle. Secondo la società di business intelligence Quilty Space, nel 2024 i contratti governativi hanno rappresentato il 28% dei 7,8 miliardi di ricavi di Starlink e quest’anno dovrebbero fruttare incassi per oltre 3 miliardi. Una crescita enorme rispetto ai 169 milioni del 2023, destinata a proseguire. Starlink figura fra le aziende selezionate dal Pentagono per la fornitura di connessione satellitare in bassa orbita alle forze armate americane, un programma del valore di 13 miliardi.
La pressione sull’Italia Forte del suo ruolo para-governativo, Musk sta promuovendo Starlink e Starshield anche fuori dagli Usa, premendo sui governi alleati. L’accordo quinquennale proposto all’Italia riguarda proprio la fornitura di connessione ad alta velocità e di terminali per le comunicazioni strategiche delle ambasciate e delle forze armate in missione all’estero. Il negoziato è sul tavolo, e poche settimane fa alla Camera è stata approvata la legge italiana sullo Spazio che richiede di costituire «una riserva di capacità trasmissiva via satellite nazionale» utilizzando anche costellazioni in orbita bassa, purché gestite «da soggetti appartenenti all’Ue o all’Alleanza atlantica». Una porta aperta agli Usa, cioè a Musk. Ma occorre davvero spalancarla? In attesa che i 27 Stati Ue decidano di fare sistema, vediamo cosa sta utilizzando il nostro Paese.
Di quali sistemi disponiamo In orbita bassa l’Italia dispone già di satelliti-spia ed è in corso un investimento da 900 milioni su altri 18 satelliti militari, il cui lancio è previsto fra il 2027 e 2028. È in funzione anche la costellazione Oneweb, di proprietà della francese Eutelsat, che però conta 654 satelliti e a 1.200 km dalla Terra. È quindi meno capillare e potente di Starlink.
I 264 satelliti della costellazione europea Iris2 non saranno poi operativi prima del 2030. In orbita geostazionaria l’Italia invece possiede una costellazione di cinque satelliti per
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lunedì 31 marzo 2025
Corriere della Sera SOCIETA’ E CULTURA
l’osservazione della Terra e il Sicral Sistema Italiano per Comunicazioni Riservate e Allarmi utilizzato da forze armate e ambasciate, che quest’anno sarà potenziato con un nuovo satellite. Il Sicral si trova però a 36 mila km e, quindi, offre una connessione lenta per operare in scenari di guerra digitalizzati che richiedono di inviare video e altri pacchetti di dati «pesanti». Da qui l’interesse della Difesa per i servizi di Starlink.
Per gli utenti dei suoi servizi, tuttavia, il predominio spaziale di Musk comporta la dipendenza non solo dagli umori volubili dell’uomo più ricco del mondo, ma anche dal governo americano.
La decrittazione Qualche mese fa, durante una conferenza, è stato chiesto alla presidente di SpaceX, Gwynne Shotwell, se Starlink sia a rischio di nazionalizzazione data la sua crescente importanza in guerra. «Se il governo americano domanda, come sempre, otterrà da noi ciò di cui ha bisogno», ha risposto Shotwell.
Del resto, non serve nazionalizzare: la legge federale «Cloud Act», voluta da Trump nel 2018, consente alle autorità americane di acquisire i dati dalle aziende tecnologiche e di telecomunicazione statunitensi, ovunque queste informazioni si trovino, anche nello Spazio. Tirando le somme: l’Italia non è un Paese belligerante, e oggi le nostre esigenze sono coperte; tuttavia, se il governo Meloni decidesse di utilizzare i satelliti di Musk, chi garantisce la protezione delle comunicazioni riservate delle nostre ambasciate e forze armate? La domanda è più che mai urgente visto il disprezzo manifestato da presidente, vicepresidente e Segretario della Difesa Usa verso gli europei. Secondo il ministro della Difesa, Guido Crosetto, l’Italia, con Leonardo, è in grado di proteggere i suoi dati strategici con tecnologie proprietarie di cifratura. Forse no. Il Pentagono, che già in passato ha attuato programmi di sorveglianza di massa nei confronti degli alleati, dispone di un’unità, la National Security Agency, specializzata proprio nella decrittazione.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 9
La Verità SOCIETA’ E CULTURA
Rocco Buttiglione: «Spinelli padre dell’Europa è un mito creato dalla sinistra»
Il filosofo: «Le vere radici dell’unificazione sono cristiane, Pci e socialisti si opponevano. Poi Craxi diffuse l’ideale di Ventotene. Dove però si teorizzava una politica autoritaria»
Laura Della Pasqua
«Spinelli padre dell’Europa?! Ma quando mai. Le radici dell’Unione europea le ha messe la Democrazia cristiana, le fondamenta ideologiche le hanno costruite De Gasperi, Adenauer, Schuman. Il mito di Spinelli è una costruzione di Craxi per far partecipare la sinistra, da sempre anti europeista, alla costruzione del nuovo soggetto politico. Ecco la verità, ecco la storia».
Rocco Buttiglione, un lungo passato nella politica, per due volte ministro, parlamentare europeo, filosofo, ora docente nelle più prestigiose università internazionali, vuole fare chiarezza sulla querelle scatenata dalle parole del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in merito al Manifesto di Ventotene.
Lei che è super partes e da tempo lontano dalle «guerre» della politica italiana, perché c’è un «caso Spinelli»?
«Altiero Spinelli è una figura di grande rettitudine morale, un antifascista coerente, un combattente per la libertà, ci togliamo il cappello. Ma questa Europa non è figlia di Spinelli, non è l’Europa del Manifesto di Ventotene.
Spinelli appartiene alla storia dell’europeismo ma non è paragonabile ai veri
giganti che hanno costruito l’Europa che sono Adenauer, De Gasperi, Schuman. La loro cultura non è certamente quella di Spinelli».
In che senso?
«L’Europa affonda le sue radici nella cultura di Coudenhove Kalergij, un nobile austroungarico che apparteneva al circolo degli amici dell’Imperatore Carlo. Questo quando vien incoronato nel 1916 pensa a una grande riforma, alla trasformazione dell’Impero austroungarico in una comunità di nazioni indipendenti nei propri affari interni ma unite nella politica della difesa, dell’economia e degli esteri. La nuova costituzione non entrò mai in vigore.
Da essa trasse ispirazione Kalergij per un libro che si intitola Paneuropa dal quale nacque
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lunedì 31 marzo 2025
La Verità SOCIETA’ E CULTURA
un movimento che negli anni Venti raccolse il consenso di tanti dei migliori padri dell’Europa, da De Gasperi a Adenaueer, da Freud a Einstein. Questo movimento però si è scontrato nel 1932 con la scelta britannica, colpita dalla crisi del 1929, delle preferenze imperiali, cioè il tentativo di costruire con il proprio impero, un blocco economico autonomo. La stessa scelta fatta dalla Francia e dalla Germania. Blocchi economici autonomi diventano blocchi imperialisti, per contendersi i mercati di sbocco e le materie prime e lì l’Europa precipita verso la Guerra Mondiale. Dalla fine di questo conflitto sanguinoso, il movimento europeista rinasce ed è un movimento democratico cristiano».
In cosa si differenzia questo movimento europeista risorto dopo la Guerra Mondiale, dal Manifesto di Ventotene?
«Il Manifesto di Spinelli è l’espressione di un movimento socialista. Spinelli fu comunista fino al 1937, dopo entrò nel Partito d’Azione. Lui immaginava un’economia dirigista per l’Europa, guidata da una politica abbastanza autoritaria. Era un pensiero comune a quell’epoca, perché c’era la convinzione diffusa che le democrazie occidentali fossero finite e che il futuro avesse bisogno di un regime totalitario. Invece dal punto di vista economico l’idea alla base dell’Unione europea è l’economia sociale di mercato sviluppata da Wilhelm Ropke e dalla scuola di Friburgo. Ed è ciò che ritroviamo nei trattati istitutivi dell’Unione».
Perché allora Spinelli è indicato dalla sinistra come il padre dell’Europa?
«La sinistra, all’origine, era fieramente e fortemente anti europeista. Lo sono stati i comunisti e anche i socialisti con rare eccezioni tra i quali ricordiamo lo statista belga Paul Henri Spaak, il cancelliere tedesco Willy Brandt e pochissimi altri. Quando negli anni Settanta e Ottanta diventa inevitabile accettare le istituzioni europee, la sinistra capisce che non può restare al di fuori di questo processo, che ha bisogno di una figura simbolica e va a prenderla tra i pochi europeisti di sinistra, tra i quali c’era pure Altiero Spinelli. Tenta così di costruire una narrazione che faccia della sinistra, con Spinelli, il padre dell’Europa. Molto a questo ha contribuito Craxi».
Perché Craxi?
«Craxi era un europeista convinto e volendo diffondere un europeismo di sinistra, prese Spinelli perché era il meglio che poteva trovare. Fino ad allora i comunisti avevano ferocemente criticato l’Europa dicendo nientemeno, che era una riedizione del Sacro romano impero. Il movimento federalista europeo fondato da Spinelli ha svolto un suo ruolo ma è uno dei rivoli che confluiscono nel grande fiume della fondazione dell’Europa unita, non certo il braccio principale».
Ingiustificata quindi la polemica contro le parole del premier Giorgia Meloni?
«Quando Meloni leggendo alcuni brani del Manifesto di Ventotene, mostra che suonano inattuali, non ha torto. Spinelli è un uomo del suo tempo e considerarlo padre dell’Europa, questo proprio
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lunedì 31 marzo 2025
La Verità SOCIETA’ E CULTURA
no, non ci sto. L’Europa l’hanno fatta i cattolici. Adenauer, Schumann e De Gasperi hanno impresso all’Europa un forte sentimento religioso che non c’era in Spinelli. Il sentimento religioso fa la differenza perché concilia popoli diversi, accomunati dal battesimo».
Considerare il Manifesto di Ventotene come la Carta dell’Europa è quindi un errore?
«È un’esagerazione. Sicuramente il contenuto del Manifesto di Ventotene non si ritrova nelle istituzioni europee. È impregnato di un anticlericalismo che non fa parte dell’originaria ispirazione europea, c’è un certo svilimento dell’idea di nazione comprensibile davanti agli eccessi del fascismo e nazismo, ma non ci può essere Europa senza le nazioni.
L’Europa è un confluire di nazioni. Capisco che la sinistra si voglia appropriare della nascita dell’Europa, ma l’Unione non può avere radici nel Manifesto di Ventotene».
Come mai la levata di scudi dal Pd?
«Nel Pd hanno la coda di paglia, devono far dimenticare che i comunisti erano contrari all’Unione europea. Mettere in discussione Spinelli significa costringerli a fare un esame di coscienza profondo che non vogliono fare, anche se sarebbe opportuno. Si parla di una difesa comune dell’Europa ma questa non ci può essere senza il patriottismo europeo e non ci può essere patriottismo europeo senza il patriottismo francese, italiano e tedesco. Tutto questo alla sinistra pone un problema. La venerazione ostentata verso Ventotene serve per coprire una riflessione culturale che non hanno fatto. La conversione all’europeismo da parte della sinistra è stata opportunistica con scarsi radici culturali. Spinelli serve a dire che c’è stata una radice culturale».
Perché una conversione opportunista?
«La sinistra aveva capito che non poteva stare fuori il processo di costruzione europeo ma non poteva entrare dicendo viva De Gasperi o viva Adenauer e allora si è inventata Spinelli. Uno che ha molto contribuito a questa conversione è stato Luciano Pellicani, l’intellettuale di Craxi».
Non teme che dopo quello che ha detto, incontrandola Prodi possa prenderla per i capelli o Bertinotti lanciarle un libro?
«Lo dico con spirito amichevole, siamo seri. Con tutto il rispetto per Spinelli, non c’è niente di male nel non essere De Gasperi, soprattutto perché con il Manifesto di Ventotene ha contribuito ad aiutare la sinistra a convertirsi all’europeismo. Quanto alle intemperanze di alcuni politici, anche di vecchio corso, fanno parte della spettacolarizzazione della politica, diventata dominante».
Cosa è rimasto del progetto di Europa partorito da De Gasperi?
«Il progetto degasperiano e di Adenauer si esaurisce negli anni Settanta quando si parla di eurosclerosi e l’Europa sembrava arrivata al capolinea. Craxi ha il merito di aver rilanciato
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lunedì 31 marzo 2025
La Verità SOCIETA’ E CULTURA
l’Europa. Ma l’Europa rinasce con Kohl e dalla predicazione di Giovanni Paolo II.
È dal Papa che nasce l’energia morale e da quelli che hanno lottato per la libertà contro il comunismo. Kohl, attingendo a quella energia morale, spinge per una ripresa dell’europeismo che ci porta al trattato di Maastricht, alla unificazione tedesca, all’allargamento a Est, alla moneta unica.
Il punto d’arrivo doveva essere la Costituzione europea, invece nella battaglia siamo stati sconfitti».
Cosa ostacola questo passaggio?
«La Costituzione europea significa costituire un popolo europeo con un un riferimento religioso. Le forze anti europeiste di sinistra non hanno voluto le radici cristiane nella Costituzione e poi non hanno voluto la Costituzione.
Volevano un’Europa senza popolo e quindi senza politica, senza radici religiose. Cosa rimane? È rimasta l’Europa della burocrazia che non governa le crisi, perché alla fine serve la decisione politica e questa manca. Lo abbiamo visto con la crisi economico finanziaria del 2008, la crisi del Covid e ora della guerra in Ucraina».
Con Trump per la seconda volta alla casa Bianca, l’Europa rischia la marginalità sul piano internazionale?
«Il tema non è Trump alla Casa Bianca. Nel mondo si sono create grandi concentrazioni di potere.
Pure la tecnologia ha portato alla nascita di colossi di potere, come quello rappresentato da Elon Musk. Se l’Europa continua a litigare al suo interno, cercando di difendere singoli interessi, è destinata a soccombere. Anche per vedere gli interessi di lungo periodo è necessario alzare lo sguardo verso il cielo dei grandi valori, ha detto il Pontefice. L’Europa perde di vista i grandi obiettivi come creare una difesa comune, ma per averla serve un debito comune e perché ciò sia possibile, bisogna avere un governo politico comune».
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domenica 30 marzo 2025 Pagina 2
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Nascite, nuovo anno nero le culle al minimo storico
Nel 2024 cala ancora il numero dei neonati. Domani l’Istat alzerà il velo sui dati ed è attesa una discesa sotto quota 379 mila. Si riduce il tasso di fecondità
All’orizzonte insomma, non si vedono germogli che annunciano la primavera.
Siamo ancora nel pieno dell’inverno demografico. L’ultimo dato disponibile,
quello del 2023, ha già mostrato come il crollo della fertilità in Italia stia
accelerando. La media di figli per ogni donna è di 1,20. Solo nel 2022 era di
1,24. In Francia il dato è di quasi 1,7 figli per donna, non lontano dal tasso di
“sostituzione”, il valore che permette quantomeno di tenere costante la
popolazione in un Paese che è di 2,1 nati per ogni donna. In Germania, l’altro grande Paese europeo, siamo a circa 1,4 nati per ogni madre.L’Italia ha anche un altro primato negativo: l’età media delle stesse donne alla nascita del primo figlio: 31,8 anni. Cosa significa?
Se la prima culla arriva per una madre a quasi 32 anni, e in molti casi si tratta di una donna lavoratrice, sono alte le possibilità che un secondo figlio poi non si faccia. L’Italia, insomma, sta sempre più diventando un Paese di figli unici. In Francia l’età media delle donne alla prima gravidanza è di 29,1 anni, in Germania è 29,8 anni, due in meno che in Italia.
Gli effetti della denatalità stanno iniziando a farsi sentire in modo pesante. Per adesso sul sistema scolastico, ma poi la “gelata” è destinata ad espandersi alle imprese e, infine, al sistema di welfare, vale a dire pensioni e sanità. Quest’anno alle scuole superiori ci saranno 50 mila iscrizioni in meno. Giovani venuti a mancare proprio per il calo negli anni passati delle nascite. A livello statistico si è registrata la prima diminuzione del numero di studenti a partire dall’anno scolastico 2015-2016, quando mancarono circa 20mila alunni.
Andrea Bassi
Roma. La natalità italiana si prepara a toccare un nuovo minimo storico. Per le nascite il 2024 è stato un altro anno nero. I dati ufficiali saranno rivelati dall’Istat soltanto domani, ma nei dodici mesi appena trascorsi, salvo sorprese, ci sarebbero state altre circa 10 mila culle in meno.
Il conteggio è già stato aggiornato fino al mese di novembre, quando i nati complessivi sono stati 336.915. Se anche a dicembre il numero di bambini nati fosse stato esattamente uguale a quello del 2023, vale a dire circa 32 mila “fiocchi”, il conto totale dell’anno si fermerebbe comunque a 368.798 nascite, contro le 379.890 dell’anno precedente.
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Pagina 132
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domenica 30 marzo 2025
Il Messaggero SOCIETA’ E CULTURA
Nel 2018-2019 le assenze fecero un tremendo balzo in avanti fino a quota 75mila studenti in meno.
Nell’anno scolastico 2021-2022 la soglia ha superato i 100mila in meno e nel 2023 è arrivata addirittura a 130mila. Anche le imprese iniziano a sentire gli effetti della mancanza di manodopera. Per molte mansioni è sempre più difficile trovare giovani. In questo caso al calo demografico si aggiunge la cosiddetta “fuga dei cervelli”, che ha coinvolto negli ultimi anni un gran numero di ragazzi.
IL SISTEMA Un discorso a parte merita il sistema pensionistico. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, più volte ha spiegato che, con questa demografia, non ci sono sistemi previdenziali in grado di reggere. Persino il contributivo puro potrebbe in futuro, non dare certezze. Nelle previsioni di lungo periodo elaborate dalla Ragioneria generale dello Stato, il tasso di fecondità per quest’anno è fissato a 1,22 figli per donna. Nei prossimi anni i tecnici stimano una crescita di questo parametro: 1,28 nel 2030, per poi salire a 1,32 nel 2035 per arrivare a 1,40 nel 2040. Il punto è che ogni anno gli obiettivi fissati non vengono centrati.
Anzi, il tasso di fecondità continua a registrare arretramenti.
Così, per fare in modo che il sistema tenga di fronte al crollo delle nascite, non restano che due strade. La prima è aumentare il numero dei migranti regolari da inserire nel mercato del lavoro. La seconda è aumentare l’età del pensionamento e ridurre l’importo degli assegni. Un sentiero sul quale le riforme Dini e Fornero-Monti, hanno già messo l’Italia con i loro sistemi di adeguamento automatico.
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domenica 30 marzo 2025 Pagina 2
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Alessandro Rosina: «Sotto 1,2 figli per ogni donna l’impatto su welfare e imprese rischia di essere irreversibile»
Dobbiamo mantenere la popolazione anziana attiva, ma le spese saliranno, a partire dalle pensioni, e non avremo abbastanza giovani per pagare tasse e contributi. A quel punto rischiamo di dover fare delle scelte, magari tagliando ulteriormente su formazione, politiche abitative, servizi sociali e sostegni ai redditi, già più bassi rispetto alla media Ue. E i giovani avrebbero ancor più difficoltà a mettere su famiglia».
Rischiano anche le imprese?
«Certo. Gli attuali trentenni sono un terzo in meno rispetto agli attuali cinquantenni. Ci sarà sempre più difficoltà a trovare i profili lavorativi di cui le imprese hanno bisogno, anche perché non si investe a sufficienza sulla formazione specializzata dei giovani».
G. And.
«Se non facciamo qualcosa per invertire la rotta, rimanendo sotto quota 1,2 figli per donna, l’impatto sul welfare e le imprese potrebbe essere irreversibile: rischiamo di entrare in un circolo vizioso tra spesa alta per gli anziani e sempre meno opportunità per i giovani». Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica e consigliere del Cnel, è tra i massimi esperti in Italia del tema natalità. La soluzione, per il docente, passa per il «puntare su misure stabili come l’Assegno unico, investire sul rafforzamento degli stipendi, ampliare le adozioni e inserire clausole familiari e di impatto generazionale nelle misure di finanza pubblica».
Dott. Rosina, domani l’Istat comunica i nuovi dati sulle nascite, cosa si aspetta?
«Temo che i numeri saranno in linea con il trend sempre più negativo degli ultimi anni: dal 1984 siamo sotto gli 1,5 figli per donna (l’attuale media Ue) e ora addirittura siamo arrivati a 1,2. Se scendiamo ulteriormente e non invertiamo la rotta in maniera forte, lo squilibrio tra popolazione anziana e quella in età da lavoro potrebbe essere irreversibile».
Quali effetti teme di più?
«Un cortocircuito per il welfare.
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domenica 30 marzo 2025
Quindi quale obiettivo porci?
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«Il vero problema non è la maggiore longevità della popolazione, ma il degiovanimento. Quindi non basta cambiare strada per un anno, dobbiamo aumentare il tasso di fecondità anno dopo anno nei prossimi venti, arrivando a 1,7 figli per donna».
Con quali misure?
«Innanzitutto cambiando l’approccio: servono politiche interdipendenti e integrate con un’ottica continua nel tempo. Se oggi investo sulla conciliazione vita-lavoro per i genitori, le politiche giovanili e abitative o su nuovi canali legali e controllati di immigrazione, aumento l’occupazione e la stabilità economica dei cittadini, fornendo una risposta immediata allo squilibrio demografico e una prospettiva futura per evitarne gli effetti più gravi. Ogni euro speso in tal senso è un’assicurazione sul futuro. Più nel concreto servono misure stabili come l’Assegno unico, che non cambiano in base al governo di turno. Ma vanno rafforzate in base all’aumento del costo della vita e devono essere automatiche, senza dover fare domanda. Poi va inserito il principio del quoziente familiare in maniera stabile nel Fisco e come Cnel stiamo considerando l’idea di valutare l’impatto generazionale di ogni misura economica statale».
E sulle adozioni?
«Sono un altro strumento utile per contrastare la denatalità, ma stanno calando, complice l’enorme burocrazia. Serve essere pragmatici: dobbiamo seguire la strada della Consulta, che ha aperto ai single. Cambiamo la legge, favorendo le adozioni di tutti i tipi di famiglia, basta che ci siano le condizioni di stabilità economica e psicologica che consentano ai figli di vivere bene e a lungo».
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 10
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Natalità, un piano famiglia. Supporto ai neo genitori per i primi 1.000 giorni
La ministra Roccella: entro il 2027 una rete territoriale di aiuto per mamme e papà. Alle Regioni subito 30 milioni per nuove strutture, ma si punta a raddoppiare i fondi
Giacomo Andreoli
Roma. Centri per la famiglia diffusi su tutto il territorio nazionale, per dare un supporto informativo ai genitori, in particolare nei primi mille giorni dei bambini e delle bambine. Con una figura ad hoc che ne segue lo sviluppo e aiuta a conoscere gli strumenti pubblici a disposizione delle famiglie. Ma anche un nuovo “family welfare manager” che fa da coordinatore tra i cittadini, le imprese e le pubbliche amministrazioni che forniscono i sostegni statali a chi ha figli. Sono i pilastri del Piano per la famiglia 2035-2027 della ministra Eugenia Roccella.
La strategia in 14 punti, nelle intenzioni del governo, può contribuire a
combattere l’emergenza denatalità, con l’Istat che oggi diffonderà nuovi
numeri che dovrebbero certificare un ulteriore calo delle nascite nel 2024. Il
Piano è già partito con il decreto Caivano, che ha assegnato nuovi compiti agli
oltre 600 centri per la famiglia già presenti sul territorio, che finora non avevano
una funzione riconosciuta al livello nazionale. Tra questi la promozione del
parental control e le attività di informazione sia sul mondo del digitale che sulla
diffusione tra i giovani di alcune droghe come il Fentanyl, il cui pericolo inizia ad affacciarsi anche in Italia con i primi casi di utilizzo.
LE RISORSE In Conferenza Stato-Regioni è stato da poco varato il riparto delle risorse statali di 28,7 milioni. Un primo passo, perché si punta almeno a raddoppiare questa cifra nei prossimi mesi, con il ministero della Famiglia a fare da coordinatore, essendo un dicastero senza portafoglio. Le risorse serviranno già nelle prossime settimane per iniziare a rafforzare i centri già presenti e costruirne decine di nuovi, soprattutto al Sud (ad oggi 137 delle 613 strutture sono nella sola Lombardia). Con un approccio di sussidiarietà: saranno gli enti locali a definire dove e come potenziare i centri esistenti o a costruirne di nuovi. Il programma è in netta discontinuità con quello dell’ex ministra Elena Bonetti, che poggiava sul Pnrr e sul cosiddetto Family Act, in buona parte archiviato. I centri rinnovati non diventeranno consultori, perché non hanno una connotazione sanitaria e non forniranno un supporto psicologico, ma in diverse realtà territoriali sono già legati proprio ai consultori. Ad esempio in Veneto, dove i centri sono 61. «Il centro per la famiglia – si legge nel Piano – diventa il centro gestionale e
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lunedì 31 marzo 2025
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operativo degli interventi per promuovere il benessere della famiglia su uno specifico territorio».
Lo fa interfacciandosi sia con le famiglie sia con tutti gli operatori del welfare familiare. Perché «è stato immaginato che sia il centro fisico e operativo che raccorda tutte le azioni in favore delle famiglie, siano esse realizzate dalle imprese, dal terzo settore o dagli enti locali».
LE FIGURE Quanto ai nuovi “angeli” per i neogenitori, per ora non sono previste nuove assunzioni nei centri, ma una formazione ad hoc per affiancare mamme e papà nei primi 1.000 giorni dalla nascita, la fase più delicata anche per lo sviluppo futuro dei minori. Entro il 2027 dovrebbe poi essere diffusa in modo capillare la figura del family welfare manager. Verranno poi avviati studi per il monitoraggio e gli effetti sulla natalità di vari sostegni (come Assegno unico, bonus asili nido e congedi rafforzati) e uno sui giovani della generazione Z (con sempre meno possibilità concrete e voglia di mettere su famiglia). Infine verrà creata una piattaforma online con le migliori pratiche di welfare familiare tra le aziende e la Pa, premiando con un “bollino di qualità” le esperienze più virtuose. Si lavorerà poi per nuovi strumenti che incoraggino il rientro al lavoro delle lavoratrici dalla maternità, lo scoglio sul quale una volta su cinque si incaglia definitivamente l’occupazione femminile. Critiche con il Piano le opposizioni, dal Pd e Avs al M5s, che evidenziano come le risorse a disposizione siano molto ridotte e gli effetti sulla natalità rischino di essere poco tangibili.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 19
L’intervista
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Benedetta Craveri: “Le lettere, i cioccolatini e De Nicola. Vi racconto mio nonno Benedetto Croce”
La nipote del filosofo: “Non andava disturbato, nel suo ufficio trovai il presidente della Repubblica. Avevo una deroga per consegnargli la corrispondenza. Mi ha insegnato a non perdere mai tempo”
Filippo Maria Battaglia
Al secondo piano del Palazzo Filomarino di Napoli, dove per quarant’anni ha abitato, c’è una stanza che racconta bene chi fosse Benedetto Croce. Non ha a che fare né col suo archivio né con gli ottantamila volumi della sua biblioteca, da tempo custoditi dalla fondazione che porta il suo nome. È la sala da pranzo: più lunga che larga, con un grande tavolo in noce.
È lì, e non in salotto, che il filosofo amava chiacchierare, invitando a pranzo anche chi arrivava senza preavviso. «Quell’abitudine conciliava perfettamente le due esigenze del nonno: la socievolezza e l’orrore del perdere tempo», racconta oggi la francesista Benedetta Craveri, che da un paio di anni guida la fondazione intitolata alla biblioteca del filosofo più influente del Novecento italiano, custodendone l’eredità intellettuale. «L’intera casa era organizzata per rispettare i suoi orari. Era un patriarca affettuoso, circondato da un immenso rispetto, che non andava disturbato quando lavorava».
Nessuna deroga, nemmeno per la piccola nipote?
«L’unica concessami era quella di andare a consegnargli la corrispondenza. Quando accadeva, mi dava la chiave dell’armadio di una stanza vicina al suo studio: conteneva una scatola di cioccolatini. Mi lasciava scegliere, poi commentava la mia preferenza con la massima serietà. Ma una mattina, avrò avuto sei o sette anni, mi venne impedito di farlo».
Perché?
«Il nonno stava ricevendo l’ex presidente della Repubblica Enrico De Nicola». Il primo della nostra storia.
«E io, nonostante il divieto di disturbare, non resistetti alla curiosità. Feci così capolino nello studio, scoprendo che quell’illustre visitatore non aveva un mantello di ermellino e non portava alcuna corona in testa».
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lunedì 31 marzo 2025
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Ne rimase delusa?
«Molto. Peraltro il nonno mi prese affettuosamente in giro, dicendo a De Nicola che sognavo solo re e regine. Così quando, poco dopo, accompagnai in visita la nonna da un altro presidente, Luigi Einaudi, non mi feci grandi illusioni. E tuttavia, davanti a certi squisitissimi pasticcini serviti con il tè, pensai che essere nipoti di un capo dello Stato avesse i suoi vantaggi».
La sua curiosità infantile era incoraggiata?
«Per niente. Sono cresciuta in un’epoca in cui i genitori non si proponevano di fare la felicità dei propri figli, ma di educarli».
Suo fratello, lo storico Pietro Craveri, raccontò che la prima parola che si ricordava di vostra madre Elena fu un rimprovero.
«La guerra era ancora in corso e lui, piccolissimo, scorgendo la tavola appena apparecchiata, aveva esclamato felice: “Ma c’è del burro!”.
Fu immediatamente azzittito con un “cafone, non si commentano i cibi!"». Era un’educazione improntata all’austerità.
«Attenta alle forme e aliena da qualsiasi sentimentalismo e smanceria. Tutto era implicito, non si impartivano lezioni di morale: noi bambini dovevamo capirle a partire dal comportamento degli adulti».
Di sua madre Elena, il germanista Cesare Cases disse che fu «l’ultima levatrice di intellettuali».
«Era rabdomantica, intuiva le attitudini inespresse dei suoi interlocutori e li aiutava a prenderne consapevolezza. Oltre che la generosità, a spingerla era l’imperativo paterno di rendersi utile difendendo il patrimonio storico- paesaggistico e sprovincializzando la cultura dopo gli anni del fascismo».
E in effetti il suo salotto, a Roma, fu un crocevia della cultura europea contemporanea. «Ma mia madre avrebbe odiato la parola salotto: per lei, erano incontri tra persone che avevano qualcosa di interessante da dirsi».
Fu lì comunque che Roberto Calasso, prima di diventare l’editore di Adelphi, incontrò il filosofo tedesco Theodor W. Adorno.
«Alla fine di quella conversazione, mia madre chiese proprio ad Adorno cosa pensasse di Roberto, allora ventenne. “Molto intelligente – le rispose – ha letto tutti i miei libri, persino quelli che non ho scritto"».
A sua madre si deve, tra l’altro, la segnalazione del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. «Lesse il manoscritto, lo trovò notevole e lo diede a un suo grande amico, Giorgio Bassani. Il quale, dopo averlo letto, le telefonava ogni mattina, ribadendo: “Elena, è un capolavoro"».
Sempre a Roma, lei conobbe il poeta e futuro Nobel Iosif Brodskij che le ha poi dedicato le sue Elegie romane. «Era in Italia per la Biennale del dissenso del ’77, lo portai a cena da degli amici intellettuali.
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lunedì 31 marzo 2025
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Ma nessuno gli rivolse la parola, nonostante in quei giorni fosse su tutti i quotidiani: una classica cosa alla romana. Per farmi perdonare, lo portai in giro per una splendida Roma notturna sulla mia Cinquecento. Finimmo a bere una camomilla in via Veneto alle due del mattino e diventammo amici».
In quegli anni lei aveva già iniziato a scrivere?
«Avevo curato l’edizione di poesie di André Chénier, su cui mi ero laureata con Giovanni Macchia, ma non osavo continuare: mi sentivo, e a giusto titolo, troppo inadeguata agli standard familiari».
Chi la spinse al suo esordio da saggista?
«Roberto Calasso: senza di lui non avrei scritto un rigo.
Alla fine degli anni Settanta, gli proposi una scelta di lettere di una delle grandi epistolografe della Francia del ’700, Madame du Deffand. E lui, per tutta risposta, mi ingiunse di farne una biografia».
Di lì in avanti lei avrebbe scritto di molte protagoniste dell’Ancien Régime.
«Il contributo di quelle donne alla civiltà letteraria francese classica è indiscutibile.
Furono loro a partire dal Seicento a dettare legge in fatto di lingua, di stile, di gusto, oltre che di buone maniere.
Non solo determinando il successo degli scrittori, ma scrivendo loro stesse dei capolavori».
Nacque così quella «civiltà della conversazione» a cui lei, peraltro, ha dedicato molti anni e molte pagine.
«Era un ideale di socievolezza sviluppatasi sotto il segno dell’eleganza e della cortesia, che contrapponeva alla regola del più forte un’arte di stare insieme basata sulla seduzione e sul piacere reciproco».
Sembrano tutte cose lontanissime da oggi.
«La conversazione si basa sull’ascolto reciproco, implica due giocatori che si rimandano la palla. Oggi la parola d’ordine è il monologo autocelebrativo e, dobbiamo pur dirlo, quello dell’ipertrofia dell’io è uno spettacolo piuttosto noioso».
– © RIPRODUZIONE RISERVATA Filippo maria Battaglia Album di famiglia Benedetta Craveri con il nonno Benedetto Croce. Sotto lei oggi e a fianco sua mamma (figlia del filosofo) Elena Croce Portai a cena il futuro Nobel Brodkij ma nessuno gli rivolse la parola Un classico atteggiamento alla romana Mia madre scoprì il Gattopardo era rabdomantica e generosa, intuiva le attitudini degli interlocutori e li aiutava.
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lunedì 31 marzo 2025 Pagina 30
La ricerca si nutre di bellezza
Un libro celebra Assolombarda nei suoi 80 anni. Le sfide, il rapporto università-impresa
Anni fa, fui colpita da una considerazione espressa da un collega inglese, che ammise senza mezzi termini che un Paese incapace di investire almeno il 2% del suo Pil in ricerca scientifica non potesse avere un avvenire. Eppure, nonostante l’Italia continui ancora a impiegare risorse inferiori a quella soglia, ho sempre pensato il contrario a proposito del nostro futuro. Si tratta di una certezza granitica che ho maturato con il passare del tempo. Nel corso della mia carriera accademica, infatti, ho constatato e apprezzato la qualità della ricerca scientifica nazionale, che trova in Milano uno dei suoi centri di maggiore rilievo. Il merito è, senz’altro, di migliaia di donne e uomini che, nella cornice di una città senza eguali al mondo, dedicano alla scienza la propria vita; persone che, ogni giorno, donano alla collettività una parte di loro stesse, rendendo così il proprio impegno patrimonio dell’intera società.
Amalia Ercoli Finzi
Corriere della Sera SOCIETA’ E CULTURA
Anteprima. Nel volume edito da Marsilio Arte anche i contributi di nove personalità: qui il testo di Amalia Ercoli Finzi
Milano, da sempre, è strettamente legata al mondo della ricerca scientifica: è
la città di adozione del premio Nobel per la chimica Giulio Natta che fu,
dapprima, allievo e, in seguito, anche docente del Politecnico. Ricordo anche
che la rete di atenei milanesi, negli anni Settanta, fornì un contributo cruciale alla creazione di «Sirio», il primo Satellite Italiano di Ricerca Industriale e Operativa costruito in Italia. Storie, testimonianze e progettualità che restituiscono, a tutti noi, il volto della ricerca scientifica e dell’università milanese, chiarendo anche le ricadute concrete e significative della loro opera sul tessuto imprenditoriale.
Questa dinamica ha origini lontane: l’impresa, di fatto, è più «vecchia» della ricerca. Mentre l’azienda, da un lato, ha sempre fatto propri gli sviluppi innovativi esistenti determinati dagli studi svolti da ricercatrici e ricercatori, l’università, dall’altro, è impegnata, costantemente, a delineare nuovi orizzonti e a formare i professionisti di domani, permettendo così all’impresa di «ringiovanire».
Ecco, questo rapporto va, oggi, sostenuto e privato degli ostacoli che non ne consentono la crescita: penso, in particolare, al gap che riguarda l’accesso delle donne alle materie Stem. Una tendenza alimentata, purtroppo, da tre «not» ( not talent, not temper, not time ). Sono pregiudizi ben lontani dalla realtà: le donne, infatti, hanno dimostrato anche nel campo della ricerca scientifica di avere talento, carattere e di saper coniugare con abilità
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lunedì 31 marzo 2025
Corriere della Sera SOCIETA’ E CULTURA
senza eguali la professione e la cura della famiglia.
La multidisciplinarietà, d’altra parte, consente loro di mettere assieme tante componenti e di fornire punti di vista differenti. Sono tante, per esempio, le personalità femminili di spicco che ricoprono ruoli di prestigio nei centri ricerca aerospaziale o che si occupano, a vario titolo, di Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica.
Quattro «materie» che, oggi, non possono fare a meno di una quinta disciplina: pur vivendo un’epoca caratterizzata da un sempre più significativo impatto della tecnologia, abbiamo bisogno di Arte e cultura ed è per questo che si parla, sempre più, di «Steam».
Necessitiamo di ingegneri e di architetti, certo, ma anche di umanisti capaci di dare un senso alla nostra ricerca scientifica. Abbiamo bisogno di artisti che ci ricordino quanto sia importante la «bellezza», facendola diventare un nostro parametro di progetto e un’unità di misura per comprendere le grandi trasformazioni in atto. Penso, per esempio, all’impatto dell’Intelligenza artificiale: un tema su cui il Politecnico, per primo, aveva formulato in tempi non sospetti le proprie riflessioni e sul quale non condivido il catastrofismo dilagante.
È arrivato, infatti, il tempo di imprimere un nuovo impulso al suo sviluppo e di spostare l’attenzione sulla vera criticità che la riguarda: mi riferisco alle banche dati e agli algoritmi, da cui essa trae spunto. Immagini, dati e numeri spesso viziati da errori umani o da pregiudizi preesistenti; «bachi» che vanno, oggi, corretti per renderla uno strumento al servizio dell’umanità, come lo è stato, recentemente, con la scoperta di un’esplosione di una supernova fatta da una serie di algoritmi di Intelligenza artificiale.
In questo grande scenario di cambiamento, Milano può ancora continuare a svolgere il ruolo di pivot per l’intero Paese. Lo ha recentemente dimostrato con l’elezione di cinque rettrici e potrà continuare a farlo avvalendosi della sua cultura ambrosiana, della sua innata attitudine all’inclusione, della sua dipendenza buona dal lavoro e, soprattutto, della capacità dei giovani di essere artefici del futuro. Giovani voglio insistere che non saranno giudicati per gli errori che commetteranno ma per il talento che avranno sprecato. Il contributo delle nuove generazioni, oltre che la generosità del loro impegno, sarà la condizione essenziale per costruire un mondo migliore. Per metterci alle spalle questo nuovo grande «Medioevo» causato dalla pandemia e dalle guerre.
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