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 2025  marzo 16 Domenica calendario

Fabi, Silvestri e Gazzè

La leggenda racconta che Max Gazzè, Niccolò Fabi e Daniele Silvestri si siano trovati in un posto chiamato Il Locale, un nome così generico che oggi lo renderebbe introvabile ai motori di ricerca. Per fortuna negli anni Novanta quel tipo di problema non esisteva. Prima de Il Locale a Roma era diventato leggendario il Folk Studio di Giancarlo Cesaroni, a Trastevere, in cui si esibivano Mario Schiano, Edoardo De Angelis, Luigi Grechi e, tra molti altri, Antonello Venditti e Francesco De Gregori. «Infatti Il Locale è stato spesso definito “il secondo Folk Studio”», spiega Max Gazzè. «Tra i fondatori c’era Giorgio Baldi e diversi altri e, nell’ultimo periodo, visto che le cose economicamente non andavano benissimo, siamo subentrati anche noi per dare una mano», spiega Daniele Silvestri. «Si faceva tutto per amore della musica: i musicisti non avevano un cachet, al limite bevevano gratis», aggiunge Niccolò Fabi.

Il trio è al completo. Siamo nello studio di Domenico Procacci, fondatore della casa di produzione Fandango, quella de La stazione di Sergio Rubini e del Matteo Garrone di Gomorra ma anche de L’ultimo bacio di Gabriele Muccino e di Radiofreccia dell’esordiente (come regista) Luciano Ligabue; di Paolo Sorrentino, Matteo Rovere, Francesca Comencini, Daniele Vicari, Nanni Moretti e molti altri. Siamo qui per parlare di Un passo alla volta, il docufilm su Fabi, Silvestri, Gazzè diretto da Francesco Cordio che, in un’ora e quaranta minuti circa, racconta il lungo viaggio di tre ragazzi da un piccolo locale romano al concerto tenuto lo scorso luglio al Circo Massimo davanti a 50 mila persone. Ritorniamo indietro nel tempo.  

«Alla fine degli anni Novanta, nel ’98 per la precisione, l’esperienza de Il Locale è ormai alla fine», racconta Silvestri. Gazzè: «Arrivava la finanza un giorno sì e l’altro no, anche se tutti stavamo molto attenti a non fare rumore ma, a parte i concerti all’interno, c’era il problema della massa di persone fuori e a volte capitava che qualcuno tirasse delle secchiate di un liquido che speravamo fosse acqua. Allora non c’erano i doppi vetri e intorno erano tutti residenti». «Non come adesso che il centro è diventato il regno dei trolley», interviene Fabi. Gazzè: «Quella Roma era il regno della cultura: oggi è quello della gastronomia di basso livello, perché il turista vuole mangiare a qualsiasi ora e quindi vai con gli spaghetti alle vongole alle 11 di mattina per il jet lag dall’aeroporto. Parchi giochi per turisti con negozi tutti uguali, come quelli che trovi ovunque». Daniele Silvestri: «Tornando a Il Locale, come si vede nel film, c’era una percentuale abbastanza impressionante di persone che poi sono diventate attori, registi, scrittori, giornalisti, fotografi, insomma non solo musicisti, a dimostrazione di come posti del genere siano molto importanti. La particolarità era anche che non avevi mai la sensazione ci fosse un evento: quello che succedeva era sempre qualcosa di piccolo e spesso nel pubblico c’erano gli stessi che erano sul palco due minuti prima».

Era un mondo nuovo, infatti i cantautori della “vecchia” generazione non passavano spesso. «No. Una volta mi sembra sia passato Renato Zero ma c’è da dire che, rispetto ai cantautori, il nostro approccio era più musicale. Le parole erano importanti, certo, ma era la musica il centro delle nostre conversazioni, delle nostre sperimentazioni», spiega Fabi. Silvestri: «D’altra parte non venivamo neanche dal mondo dei centri sociali che in quel periodo era molto attivo: anche noi, però, eravamo alla ricerca dell’indipendenza e non eravamo disponibili a fare compromessi. Cercavamo la qualità ma non abbiamo mai disdegnato di trovare un rapporto col mercato e con le case discografiche. Siamo andati anche a Sanremo, cosa che ai tempi una parte rifiutava». Gazzè: «Io ci ero andato con Favola di Adamo ed Eva che aveva ottenuto un certo successo e contemporaneamente lavoravo al progetto di Magnelli e Maroccolo dei CSI dedicato a Robert Wyatt; andavo a un festival indie come Arezzo Wave o al Festivalbar. Era molto strano, per me, forse anche per le persone che mi seguivano. Ma io non ho mai scritto un pezzo spinto dal pensiero di seguire quello che “funzionava” a livello commerciale. Del resto dopo il momento “decadente” degli anni ’80, nei ’90 si era affermato il grunge con i Nirvana e gli altri, c’era un rinascimento musicale che sicuramente ci ha influenzato».

Un po’ come a Sanremo dove si è gridato al miracolo per Lucio Corsi che in realtà è in giro da più di dieci anni. Da un lato è un fatto positivo perché ha riaffermato come il cantautore sia una figura tutt’altro che passata, dall’altro è anomalo che i media si accorgano di un autore non omologato solo quando va al Festival. E il fatto che l’attenzione del pubblico verso la musica di qualità esista ancora lo dimostrano anche le 50 mila persone che il 6 luglio del 2024 hanno assistito al Circo Massimo al concerto del trio. Insomma l’esigenza di andare al di là dell’algoritmo c’è. Daniele Silvestri: «La relazione virtuale non è reale. Il concerto ti mette in una condizione che una volta si dava per scontata e che oggi invece può essere dirompente nel suo effetto visivo e che quindi lascia il segno».

Guardando Un passo alla volta si vede anche la trasversalità tra le generazioni: il padre e la madre con i figli adolescenti. «Vedere ragazzi che vengono ad ascoltare cose che abbiamo fatto in questi trent’anni perché magari i genitori hanno dato loro l’opportunità di ascoltarle è la gratificazione più grande: è stato l’abbraccio di un pubblico che forse ha visto in noi una generazione intera e non solo le canzoni», dice Gazzè.  

Ma se si tratta di un fatto generazionale quali sono state le influenze che hanno messo insieme i tre artisti? «Se penso a qualcosa che tutti avevamo in comune anche in riferimento alle famose jam session, i Police che mettevano insieme l’eredità del pop con qualcosa di più rock e con il reggae» spiega Fabi. «Io sono cresciuto suonando con una band inglese, i 4 Play 4, con cui facevamo Northern Soul, quello di Paul Weller e amavo lo ska di Selecter, Madness, Bad Manners poi ascoltai Walking on the mooon e quel giro di basso iniziale mi fece innamorare. Prima ancora c’era ed è rimasto Bob Marley. Anche nel reggae poi il basso è suonato in maniera incredibilmente creativa», aggiunge Gazzè. Fabi: «L’altra grande influenza di quel periodo era il trip hop che arrivava da Bristol: Portishead, Tricky, Massive Attack. Spesso anche noi improvvisavamo su un accordo molto lento che si protraeva».

C’è una peculiare sintonia nella differenza tra questi tre musicisti, nel senso che ognuno, pur essendo multistrumentista, di base suona una cosa diversa: Gazzè il basso, Fabi la chitarra, Silvestri le tastiere. «Io amo suonare proprio il basso, anzi la chitarra mi irrita oltremodo» dice Gazzè ridendo. Fabi: «Ah ora me lo dici? E come faremo al Petruzzelli? (il luogo dove si terrà la prima del film, ndr)». Silvestri: «È solo invidia perché senza chitarra non ha mai rimorchiato sulla spiaggia», ride. Una notizia: quindi suonerete, non si vedrà solo il film! «No, non suoneremo, non certo con la band, ma qualcosa con noi la portiamo sempre».

Gazzè: «E poi non è solo un film ma uno strano tentativo di mettere insieme la nostra storia, la gente e una cosa come il Circo Massimo che non è uno stadio ma un luogo che è stato calpestato nei millenni, e ha una risonanza morfica: adesso non vorrei tediarvi sulla morfogenetica…». Fabi: «Ok si è fatto tardi». Lui e Silvestri, ma anche Gazzè ridono come pazzi. «Comunque chi suona lo sa: è diverso farlo in un posto di cemento, in una cava, in uno stadio. Esiste un’interazione importante tra il luogo e l’energia che produce. Questo lo sa sia chi sta sul palco che lo avverte in maniera amplificata, sia gli spettatori».

Ma poi non può finire tutto così. Gazzè: «Tutto va sempre avanti ma non nel modo che ci si aspetta. Io per esempio sono andato a registrare un nuovo disco alla Real World di Peter Gabriel». Silvestri: «Erano tutti singoli e poi… lui li ha buttati». «Che dire? Non mi sentivo più in sintonia: non devo per forza cercare la cresta dell’onda. Sono alla ricerca di semplicità». E tu? Silvestri: «Io sto sempre facendo un nuovo disco anche ieri mi sono messo e ho fatto una canzone ma adesso in realtà sto lavorando a un progetto tv sempre intorno alla musica però». Fabi: «Io invece il disco nuovo l’ho finito: si intitola Libertà negli occhi e tra poco uscirà. L’ho fatto con cinque amici. Ed è una condivisione meravigliosa di musica senza pensare a classifiche e cose simili: a ottobre lo presenteremo con un tour nei teatri che è un altro modo per sentire la vicinanza delle persone che ti seguono. Questo film comunque dimostra anche che nel tempo siamo cresciuti, abbiamo un nostro pubblico e possiamo fare quello che riteniamo bello».