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 2025  marzo 27 Giovedì calendario

Intervista a Cristiano Godano - su "Stammi accanto"

Roma – C’è qualcosa che brucia/ e che non riesco a spegnere:/ è la mia vita”: in un tempo così povero quanto a ricerca lessicale e privo di ardore e di passioni nella proposta musicale più giovane, è una ventata d’aria fresca il nuovo album di Cristiano Godano, Stammi accanto. Un pugno di canzoni delicate e piene di pathos che usa parole ricercate e persino desuete. Sia chiaro non è un lamento per i bei tempi andati perché viene subito in mente Lucio Corsi naturalmente e persino nell’hip hop c’è Murubutu che propone testi capaci di nominare Walter Benjamin e persino Joyce ma per buona parte della nuova scena, come ci ha ricordato in una recente intervista anche Roberto Vecchioni non si esce da un range di 600 parole quando ai tempi dei cantautori se ne usavano 6mila. Cristiano Godano tra l’altro, con i suoi Marlene Kuntz, è stato – insieme agli Afterhours di Manuel Agnelli, alla testa del più grande movimento musicale degli anni Novanta: quella scena indie che con band come i Nirvana sembrava stesse per conquistare il mondo. Non è andata così ma l’incipit del disco mostra come l’antica fiamma brucia ancora in questo caso con una forza diversa ma altrettanto potente: quella della poesia.

Quanto importante è per te la scrittura?
«Per me il lavoro sulla parola è fondamentale da sempre. Sono intimamente legato alla necessità di utilizzare i termini più giusti possibile per un certo tipo di musica, quando mi esprimo attraverso i testi delle mie canzoni, ma quando scrivo articoli. Credo che anche in questo mio disco, senza il bisogno di complicarmi la vita con testi a rischio di ermetismo, che io non ho mai cercato, le parole cerchino di essere precise e non equivocabili».

Si nota una ricerca particolare nell’uso dei termini, anche molto raffinati e persino desueti.
«In questo disco c’è un termine come “aulente” che sono stato abbastanza spavaldo a utilizzare nella canzone Lode all’istante. È una parola che credo non appaia nelle canzoni, o se appare è un evento molto raro. Però mi aiuta a essere snello nel cantarla, funziona molto bene, rotola nel modo giusto e mi aiuta a riempire da un punto di vista metrico. Chiaramente cerco di essere molto attento a non utilizzare dei termini solo per lo sfizio di far vedere questa bizzarra caratteristica: “algente” in quel contesto funziona ed è evocativa».

C’è anche un’attenzione al suono delle parole, oltre al significato?
«Assolutamente. Paul Valéry definì l’essenza della poesia come “una lunga esitazione fra il suono e il significato”. Io credo di esitare sempre nella scelta delle parole, cercando di soddisfare proprio queste due esigenze: il suono e il significato. Lo abbiamo sempre fatto anche con i Marlene: una parola come “ineluttabile” è addirittura il titolo di un nostro pezzo. Per quel che mi riguarda non c’è parola che non possa essere usata purché sappia non solo suonare bene, ma significare nel modo giusto».


Questa ricerca assume quasi una valenza politica nel contesto odierno.
«Sì, per certi versi è uno fra i tanti elementi di una possibile resistenza. C’è un brano che si intitola Cerco il nulla che parla dell’idea del riuscire a sganciarsi un po’ da tutto. Però nello stesso tempo credo che quella canzone e Vacuità che chiude il disco abbiano dei collegamenti con un vago interesse che avevo nutrito nei rudimenti dell’approccio filosofico orientale. Ci sono qua e là delle affermazioni che mutuano da quel contesto culturale alcuni elementi che mi aiutano a costruire un testo che poi mi rispecchia molto».

C’è un riferimento a Battiato quando dici “cerco il centro di gravità/ un qui e ora eternabile”?
«È una citazione chiaramente voluta, non c’è niente da nascondere: l’ho messa proprio per poterla rielaborare: lo trovo un gioco stimolante».
In “Eppure so” c’è un riferimento alla speranza, all’importanza di “continuare a sperare”.
«Sì e anche qui c’è un riferimento. Mi sposo nella scelta di Byung-chul Han, questo filosofo coreano che ha scritto Contro la società dell’angoscia. Questa canzone è stata scritta ai tempi del Covid in cui coltivare la speranza era fondamentale. Credo che ora un po’ tutti stiano cominciando a capire che la speranza è una specie di ultimo baluardo in grado di prevenire la pietrificazione nell’angoscia. Sono molto consapevole che il rischio di ritrovarsi inermi e pietrificati nell’angoscia è reale, soprattutto in un’epoca in cui la parola “guerra” è così presente. Quindi sperare ha molto a che fare con il resistere e il reagire in qualche modo».

C’è anche un altro pezzo nel disco che cita l’ansia: evidentemente è un tema sempre molto presente in questo momento storico che dalla pandemia arriva a oggi.

«Sì è dentro Dentro la ferita con Samuele Bersani. Il testo in sé non si aggancia alle all’attualità: quando l’ho scritto cercavo un modo elegante per raccontare un qualcosa che mi sembra di poter dire riguarda frange molto estese della popolazione occidentale: l’ansia nei riguardi del futuro, l’ansia nei riguardi del modo di stare in questo mondo che è sempre più performativo… Sempre più gente oggi va in analisi per curarla, io ho cercato di esorcizzarla scrivendo. C’è veramente diffusa una disillusione, un distacco nei riguardi di questa pressione h24, del lavoro a tutti i costi, oltretutto spesso e volentieri non remunerato in maniera adeguata. Io mi pregio di aver intravisto queste cose con largo anticipo: la narrazione era quella che in Internet oltre alla grandissima illusione della democrazia contenesse anche una grande opportunità, invece per molta gente è in realtà un luogo fraudolento. Io come musicista ho la possibilità di usare questa parola perché sono stato deprivato di metà dei miei incassi. E però adesso questa consapevolezza secondo me si sta allargando a tanti altri ambiti e trovo molto intrigante e molto piacevole questo desiderio di molti di lasciare tutto e proprio, di sganciarsi e andare, ma andare anche proprio materialmente in luoghi lontani da questo caos indecifrabile e oppressivo».

Come mai hai fatto questo brano con Samuele Bersani?
«Perché è un artista particolare, che stimo molto e ha sempre seguito la sua strada lontano da qualsiasi moda. Non ha mai fatto molti featuring e quindi è stato un vero piacere».


C’è poi un testo molto particolare che inizia in maniera spiazzante. Dice: “È in arrivo Satana/ e la tua faccia si modifica”. A cosa ti riferisci?
«È un brano con un’anima fortemente blues sia dal punto di vista musicale che da quello lirico che mi è arrivato in maniera quasi inconscia. Si tratta di un brano che parla delle difficoltà in una relazione quando la persona amata si veda al maschile o al femminile, è la stessa cosa, è come se improvvisamente si modificasse diventando un’altra persona. Il blues viene definito come “la musica del diavolo” ma è anche una musica che parla in maniera cruda del rapporto tra uomo e donna. L’intento quasi parodistico vira nel finale in una chiave poetica e si entra in qualcosa di concreto e al tempo stesso pieno di pathos».


In questi giorni il ministro della difesa Guido Crosetto ha dichiarato di aver lavorato per anni nella scena musicale alternativa aiutandola a farla crescere e coltivando anche rapporti di amicizia personale con persone come te. Che tipo di ricordo hai di lui? È vero che gli piaceva la vostra musica?
«Ho un bellissimo ricordo di quel periodo e ringrazierò sempre tutti coloro che agli inizi hanno supportato e hanno visto nei Marlene Kuntz una band meritevole. Oggi purtroppo ci sono sempre meno spazi dove i giovani artisti possono esibirsi nonostante vi siano molti emergenti talentuosi che nella versione live troverebbero il loro pubblico: la Zabum che Guido Crosetto fondò insieme a Alberto Castoldi e il suo locale di riferimento, il Nuvolari, dove sono passati tutti i gruppi della scena rock di allora, faceva parte di una realtà magnifica che i gruppi li faceva suonare dando loro una bella opportunità».


Ricollegandoci a questo, come vedi il futuro degli artisti nel panorama culturale attuale?
«Credo che ci sia una tendenza, anche se non mainstream, a sganciarsi da questo sistema. Non è il singolo che va a rifugiarsi come un eremita, ma l’idea di costruire delle comunità e andare via. Questo sentimento lo colgo anch’io e cerco di interpretarlo e sostenerlo idealmente».
Ci sarà un nuovo tour: come interpreterai musicalmente queste nuovi brani?
«Dischi più acustico come questo e il mio precedente album solista Mi ero perso il cuore, mi permettono di suonare sul palco in un modo che adoro, anche chitarra e voce da solo. Funziona, nel senso che la gente viene catturata da un’intensità che fortunatamente questo tipo di impianto riesce a trasmette e che mi permette di rendere potente un approccio molto intimo».

L’album, il premio e il tour
Il nuovo album di Cristiano Godano, Stammi accanto uscirà il 4 aprile preceduto dall singolo Dentro la ferita con Saluele Bersani. L’autore si è inoltre di recente aggiudicato la targa Gran Torino alla carriera del Premio Buscaglione 2025. Lo ritirerà il 28 marzo a Torino. Il disco verrà presentato live in tour da Cristiano Godano accompagnato dai Guano Padano, la super band composta dal chitarrista Alessandro "Asso" Stefana (Vinicio Capossela, PJ Harvey, Mike Patton, Micah P. Hinson, Calexico), dal bassista e contrabbassista Danilo Gallo (cofondatore del collettivo indipendente El Gallo Rojo Records) e dal batterista Zeno De Rossi (batterista dell’anno Musica Jazz 2011). Ecco le prime date del “Stammi accanto tour” nei club:

8 aprile al Monk di Roma

12 aprile al The Factory di Verona

13 aprile al Locomotiv di Bologna

16 aprile alla Santeria Toscana 31 di Milano

17 aprile all’Hiroshima Mon Amour di Torino