Corriere della Sera, 27 marzo 2025
Intervista a Santiago Gimenez
Milano Gol e fede. E fede nel gol. Perché l’ultimo con la maglia del Milan è vecchio ormai di un mese abbondante: 18 febbraio, Champions League, al Feyenoord, la sua ex squadra. Poi qualche errore di troppo. E un po’ di sfortuna. Dentro ai soliti alti e bassi di una squadra che continua a illudere e deludere. Ora, a sessanta giorni dalla fine della stagione, Santiago Gimenez vuole rialzare la testa. Per mostrare a tutti di valere i 30 milioni spesi dai rossoneri nel mercato d’inverno. Il Diavolo crede in lui. Lo ha voluto a tutti i costi per provare a risolvere una volta per tutte l’antico problema del bomber. Ma ha bisogno dei suoi gol.
Santiago, innanzi tutto la caviglia: in Nazionale ha preso una brutta botta.
«Tutto a posto, sto bene. Domenica a Napoli ci sarò».
Ha vinto la Nations League di Concacaf col suo Messico. Un’iniezione di fiducia?
«Vincere aiuta a vincere. Ora però un titolo lo voglio col Milan. Sono qui per questo».
È arrivato da 50 giorni ed è successo di tutto.
«Sono stati molto intensi. Soprattutto fuori dal campo. Mi sono adattato a una nuova città, un nuovo ambiente. Adesso voglio fare ciò per cui sono arrivato».
Non segna da oltre un mese. Questione tattica, mentale, di ambientamento?
«I gol arriveranno. Ne sono sicuro. L’importante però è vincere, come è successo nelle ultime due partite. Se segna Rafa (Leao, ndr) o Christian (Pulisic, ndr) o un altro compagno, è uguale. Con Conceicao stiamo lavorando duro. Non siamo contenti della classifica. Ma non è ancora finita. Noi ci crediamo».
La serie A non sarà il campionato migliore al mondo, ma per gli attaccanti resta tosto: la tattica, le difese.
«I cambiamenti sono sempre un po’ complicati. Non sono ancora al mio livello. Ma sto crescendo, sto imparando a conoscere gli avversari, le squadre. Qui c’è grande pressione. Ed è bellissimo. So di potercela fare. Anche grazie alla mano di Diòs».
Quarto posto
«Devo segnare di più, non siamo contenti della classifica. Ma non è finita. Ci crediamo»
Lei è molto credente, cita spesso la Bibbia. Il suo rapporto con la religione?
«Quando avevo 17 anni mi hanno diagnosticato una trombosi al braccio. Ho subito tre operazioni, sono stato fermo sei mesi. A un certo punto i medici mi hanno detto chiaramente che se l’ultimo esame non fosse andato bene avrei dovuto smettere col calcio. È stato lì che ho incontrato Diòs nella mia vita. Ho pregato perché non facesse finire il mio sogno di diventare calciatore. Tutto è andato bene».
Nella sua biografia su Instagram si definisce prima di tutto «Soldado de Cristo». Cosa significa?
«C’è un passaggio nella Bibbia che parla dell’armatura di Dio. Lo scudo della fede, l’elmo della salvezza, la spada dello Spirito che è la Parola di Dio. È un passaggio che amo. Sono qui per compiere il suo proposito. Prima di tutto come uomo, poi come fùtbolista. È la mia missione».
I tifosi la sostengono, si aspettano molto da lei. Più un peso o un onore?
«Un onore. San Siro è indescrivibile, per chi non ci è mai stato. So che si aspettano molto da me, perché sono giustamente esigenti, per i grandi centravanti del passato. Ibra, Kakà, Ronaldinho. Io al Feyenoord ho segnato tanti gol. È il momento di iniziare a segnarli anche col Milan».
Quarto posto possibile?
«Sì. Ma non dobbiamo guardare la classifica. Pensiamo solo a vincere partita per partita. Come la Coppa Italia. Non vedo l’ora di giocare il derby, sono ansioso».
Lei è nato a Buenos Aires, a tre anni ha seguito in Messico suo padre, calciatore come lei, ex Boca. Giocare al Maradona sarà speciale?
«Maradona non è solo degli argentini, è un patrimonio mondiale. Sarà un’emozione pazzesca giocare nello stadio che ha il suo nome».
Su Kakà
La pressione mi piace
I tifosi sono esigenti
per grandi attaccanti
del passato, come Kakà
Avrebbe potuto giocare con Messi, invece ha scelto il Messico...
«L’Argentina è fortissima. Quando ci torno, sono sincero, nessuno mi riconosce. Per ora. Spero che fra un po’ mi riconosceranno...».
Com’è la sua Milano?
«Cammino tantissimo. Mi incanta. Quando torno a casa dall’allenamento faccio la siesta, d’altronde sono messicano, poi io e mia moglie Fernanda usciamo. Giriamo ogni giorno una zona diversa, per conoscerla meglio. Beviamo un caffè, mangiamo un gelato italiano, unico. Abbiamo scelto una casa in Brera».
Il giorno della presentazione a Casa Milan, in prima fila c’era tutta la sua famiglia. Quanto è importante?
«Fondamentale. Io e mia moglie ci siamo sposati un anno fa. Anche lei ama Milano. Da bambina era attrice in serie tv per ragazzi, su Disney Channel. Ora è passata dall’altra parte della telecamera. Vuole diventare regista. Studia, guarda film, produce cortometraggi. Ha tanto talento. Adesso abbiamo deciso di iniziare ad andare al cinema: così impareremo più rapidamente l’italiano».
Come vi siete conosciuti?
«Con un videogame: Call of Duty. Ci scrivevamo in chat, ma non ci eravamo mai visti. Allora un bel giorno ho tirato fuori il coraggio e le ho detto: dai, vediamoci. Mi manda la posizione: abitava a cinque case da me. Siamo usciti da casa tutti e due con lo skate, una passione comune. E da lì è iniziato tutto. Una locura, una follia».
Messico, Trump, il muro. Che ne pensa?
«La politica è importante. Nel mio Paese si parla molto del muro, è un tema giustamente molto sentito. Ma io gioco solo a pallone».
Su Maradona
Diego è un patrimonio mondiale. Che emozione
giocare nello stadio che porta il suo nome
Su Instagram ha 2 milioni di followers.
«I social sono preziosi, ma solo se si usano bene».
La prima fotografia della sua pagina è un cartello stradale con una scritta: God has a plan for you. Quale è il suo piano?
«Essere un esempio, dimostrare con la mia storia che, con Diòs accanto, tutto è possibile».