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 2025  marzo 27 Giovedì calendario

Fantozzi, 50 anni di risate: dalle origini in tv al mito del cinema

Fantozzi è nato molte volte. Dal punto di vista editoriale è nato nel 1971 quando Rizzoli pubblicò il primo libro scritto da Villaggio e ispirato alle sue “avventure”. Ma dal punto di vista televisivo era nato nel ‘68, quando la Rai mandò in onda il programma Quelli della domenica dove Villaggio, quelle “avventure”, le raccontava a voce. E dal punto di vista teatrale era nato anni prima, in un giorno imprecisato, quando Villaggio aveva cominciato a raccontare sempre quelle stesse “avventure” in teatro, al cabaret romano Cab37 e prima ancora chissà dove, chissà quando. Villaggio non sapeva dirlo con sicurezza. E concludeva che dal punto di vista aziendale – sì, è la parola giusta – Fantozzi era nato quando Villaggio lavorava alla Italimpianti di Genova e un suo collega aveva quel cognome destinato a diventare una categoria dello spirito e un aggettivo della lingua italiana (“fantozziano”, come “felliniano”: capita davvero a pochi).
Una data di nascita sicura: 1968
Torniamo, quindi, all’unica data sicura. 1968. Il 21 gennaio la Rai comincia a mandare in onda, sul primo canale che allora si chiamava “programma nazionale”, una trasmissione diretta da Romolo Siena intitolata Quelli della domenica. Se ne fecero 24 puntate. Ci fu anche un seguito nel 1969 intitolato È domenica ma senza impegno. Era uno show fatto di sketch comici e di canzoni, senza un conduttore. Fin dall’inizio c’erano Villaggio, Ric e Gian e Gianni Agus. Presto si sarebbero aggregati Cochi e Renato ed Enrico Montesano. Nel programma Villaggio era il mattatore, ne fu la grande rivelazione. Faceva tre personaggi: un catastrofico prestigiatore tedesco chiamato professor Kranz, un disastroso e imbranatissimo impiegato di nome Giandomenico Fracchia sempre martirizzato dal feroce capoufficio – Gianni Agus, appunto – e il ragioniere Ugo Fantozzi. Ma, attenzione: Kranz e Fracchia, Villaggio, li interpretava, avevano il suo volto e la sua voce. Fantozzi no. Le sue disgraziate vicissitudini erano narrate da Villaggio in terza persona, in lunghi monologhi nei quali accanto a Fantozzi, nella sua quotidianità lavorativa, apparivano altri colleghi come il citato Fracchia, un certo Filini e, da un certo punto in poi, la moglie signora Pina e la collega “bbona” signorina Silvani. Questo per dire che, in tv, Villaggio non era Fantozzi. Fantozzi era un altro, e Villaggio lo raccontava con un sapiente mix di surrealismo linguistico e di cinico distacco.
Il libro del 1971
Questo è molto importante. Quando Villaggio capisce le potenzialità di Fantozzi comincia a scrivere dei racconti per la rivista L’Europeo che sono sostanzialmente delle trascrizioni dei monologhi. Piccolo, fondamentale dettaglio: questi racconti sono scritti benissimo, perché Villaggio – si scopre – è scrittore vero. Infatti Rizzoli gli commissiona un libro che raccoglie racconti già editi e altri inediti. Il libro, intitolato semplicemente Fantozzi, esce nel 1971 ed è un fenomeno editoriale senza precedenti. Vende centinaia di migliaia di copie. Ne acquistammo una e a casa ce la rubavamo l’un l’altro, era una lettura irresistibile, faceva letteralmente morire dal ridere. E gran parte di questo divertimento era dovuto al linguaggio, basato sull’iperbole. Villaggio giocava sapientemente con il gergo aziendale-burocratico, per cui un semplice direttore diventa un “megadirettore galattico” sul cui biglietto da visita spiccano singolari abbreviazioni come “Comm. Cav. Grand. Uff. Lup. Mann”. La signora Pina viene definita “un curioso animale domestico”, i congiuntivi vengono regolarmente deformati per cui Fantozzi dice sempre “vadi”, “venghi”, “facci”; quando incrocia il jet-set è perseguitato da una nobildonna chiamata Contessa Pia Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare; quando a una festa ingoia maldestramente il pomodorino di guarnizione di un maiale arrosto (“questo me lo pappo io!”), l’ortaggio non è semplicemente bollente ma ha la temperatura di 3.000 gradi Fahrenheit, e così via. Tutto è surreale nel mondo di Fantozzi, per cui la descrizione dell’ambiente impiegatizio diventa qualcosa di kafkiano, o meglio ancora di gogoliano. Non a caso i libri di Villaggio sono tradotti e amatissimi in russo, dove il suo nome, se vi interessa, è traslitterato così in cirillico: ??? ????????. Villaggio amava raccontare come il famoso poeta Evgenij Evtušenko, in occasione di un viaggio in URSS, lo avesse abbracciato paragonandolo appunto al sommo Nikolaj Gogol. “Sicuramente era ubriaco fradicio”, chiosava Villaggio, in realtà piuttosto lusingato.
 
Il primo film del ‘75
Tutto questo per dire che quando si seppe che Fantozzi sarebbe diventato un film, in molti ci chiedemmo se avrebbe funzionato: molte caratteristiche del personaggio erano difficilmente trasferibili al cinema, e soprattutto non c’entravano nulla con la commedia all’italiana allora ancora di moda. A meno di fare un cartone animato, cosa tutt’altro che peregrina (Villaggio ha sempre detto che una delle fonti dei suoi racconti erano i cartoni animati del Gatto Silvestro e di Wyle E. Coyote, da lui adorati). In realtà Salce, regista di grande intelligenza e dall’umorismo sottile fin dai tempi del Teatro dei Gobbi, “acchiappò” il personaggio per il verso giusto e il primo film, quello del ‘75, fu molto divertente. Forse il seguito, Il secondo tragico Fantozzi, fu ancora migliore: conteneva tra l’altro la leggendaria parodia della Corazzata Potemkin, capolavoro del cinema (compie cent’anni in questo 2025) la cui fama è stata letteralmente distrutta, almeno in Italia, da Fantozzi. A questo punto, però, non vi stupirete di sapere che inizialmente Villaggio non pensava di interpretare il film: quel personaggio non era lui, era qualcuno di infinitamente più sfigato di lui. Pensarono a Ugo Tognazzi e a Renato Pozzetto (forse il secondo avrebbe funzionato). Poi Villaggio si lasciò convincere, ma tenne duro su quello che fin dall’inizio era ciò che voleva fare: la voce fuori campo, letta da lui stesso medesimo. Il testo della voce off era composto da estratti dei racconti, e l’effetto era davvero spiazzante, di uno straniamento quasi brechtiano: sullo schermo si vedeva Villaggio nei panni di Fantozzi, e si ascoltava una voce off dello stesso Villaggio che parlava di quell’altro Villaggio, ovvero Fantozzi, in terza persona. Da attore ormai consumato si inventò uno sdoppiamento vocale quasi subliminale, ma tremendamente efficace: quando recita i testi off Villaggio ha la sua voce, imperiosa e beffarda; quando incarna Fantozzi la voce diventa lievemente più flebile, più sommessa, simile a quella… di Fracchia! Sì, Fracchia, il personaggio che al cinema era stato cancellato (la spalla di Fantozzi divenne Filini/Gigi Reder) e che sarebbe riemerso in pochi film, lo strepitoso Fracchia la belva umana (1981) in cui accanto a Villaggio c’è un Lino Banfi in forma smagliante e il successivo Fracchia contro Dracula (1985).
La differenza tra Fantozzi e Fracchia
In quella antica intervista chiedemmo a Villaggio anche quale fosse la differenza tra Fantozzi e Fracchia. Da uomo intelligentissimo qual era, ci diede una spiegazione arguta, che ricordiamo bene: “Fantozzi è un uomo, Fracchia è un cartone animato. Fantozzi è tutti noi, è l’impiegato frustrato che può vivere le avventure più assurde e al tempo stesso più reali; Fracchia ha una sola dimensione, la poltrona sacco sulla quale deve umiliarsi di fronte al capoufficio. Fantozzi ha una moglie, Fracchia no. Fantozzi può innamorarsi, Fracchia no, Fantozzi tifa per la nazionale italiana, vuole vedere la partita contro l’Inghilterra con frittata alle cipolle, birra gelata, tifo indiavolato e rutto libero, e vuole sapere chi ha fatto palo. Fracchia non sa nulla di calcio. Forse tifa Sampdoria, come me”.