repubblica.it, 27 marzo 2025
Marito morì di Covid, al processo domande sessiste alla vedova: “Aveva relazioni extraconiugali?”
"In questo momento sto andando all’udienza e sono terrorizzata: non mi capita spesso, sono una donna forte. Ma ho un nodo allo stomaco perché non so più cosa possano fare, ogni volta la sbarra da saltare diventa più alta”. A parlare è Eleonora Coletta, avvocata di Taranto, presidente del comitato vittime Covid Moscati di Taranto nonché vicepresidente del Comitato nazionale di parenti delle vittime. Il giudizio dov’è diretta è legato alla morte del marito: Dario, di 56 anni, deceduto all’ospedale Moscati durante la pandemia.
"Morto non di covid ma per covid”, come la professionista tarantina ha ribadito in ultimo anche davanti alla commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria causata dalla diffusione del Covid-19. Dove ha raccontato la sua esperienza: due vittime nel giro di pochi giorni, prima il marito e poi, mentre si celebravano i suoi funerali, il padre, che la professionista ritiene deceduti a causa di una gestione anomala del ricovero dovuto al covid-19.
Per la morte del marito sono due le cause: una penale – su cui s’indaga dopo l’ordinanza con cui il gip ha imposto ulteriori indagini accogliendo l’opposizione alla richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura – e una civile, che la vede contrapposta alla Asl. È qui che si annida il turbamento dell’avvocata. Perché, davanti al Tribunale civile di Taranto, Coletta dovrebbe rispondere a domande di natura personale. Sette quesiti che l’avvocato della Asl ha chiesto di ammettere come interrogatorio formale.
"Con cui – afferma la professionista – si mira a rappresentarmi come fedifraga. Loro – aggiunge – vorrebbero che confessassi di avere avuto numerose relazioni affettive a parte quella con mio marito prima che mio marito morisse e addirittura dovrei ammettere di avere vissuto in un’altra casa, che passavo le feste come Natale e Capodanno lontano da casa e condividevo tutti i miei hobby fuori. Sono domande sessiste, che non avrebbero posto se fossi stata un uomo”.
Negli atti, infatti, si chiede alla donna “se è vero che viveva in abitazione e località differenti e distanti da quella del congiunto da diversi anni; se è vero che conduceva una vita autonoma rispetto a quella del congiunto; se è vero che coltivava autonome relazioni affettive ed extrafamiliari; se è vero che trascorreva separatamente dal congiunto le festività; se è vero che organizzava e partecipava a viaggi separatamente; se è vero che coltivava hobbies e interessi differenti da quelli del congiunto; se è vero – infine – che trascorreva il tempo libero con propri amici e affetti”. Domande che rappresentano la strategia difensiva dell’azienda sanitaria, evidentemente tese – in caso di condanna – a attenuare gli oneri risarcitori. E che saranno oggetto di attenzione del comitato pari opportunità dell’ordine degli avvocati, a cui è stata già inviata una segnalazione.
"Prima che mio marito morisse – racconta Coletta – io ho avuto un cancro e la Asl lo sa perfettamente. Mi sono curata a Milano dove mio marito mi accompagnava. Ho anche vissuto per diverso tempo in un hotel, ho subito quattro interventi e ho fatto la chemioterapia. Per questo sono rimasta ferita ulteriormente; pensavo che la gestione definita patriarcato fosse finita. Ma non è così: perché se fossi stata un uomo non avrebbero detto questo. Ma ciò che più mi offende – spiega ancora – è che oltre a denigrare me denigrano anche mio marito, che è stato infangato ulteriormente dopo la morte”.