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 2025  marzo 27 Giovedì calendario

Se la Germania ritorna la fabbrica dei cannoni

Abbiamo passato ottant’anni a fantasticare su come dovesse essere il futuro in Europa senza la maledizione della guerra: la vita, l’arte, la politica, la letteratura, i confini... con una sorta di infatuazione giovanile come quando, da ragazzi, si fanno i progetti per il tempo in cui si diventerà grandi. Archiviata per sfinimento nel 1945 la ordalia franco-tedesca, caduto il Muro nell’89 che aveva prolungato la guerra mondiale segnandone la cicatrice di ferro e cemento dal Baltico all’Adriatico, era arrivato un secolo, come forse nessuno nella nostra storia, tanto pieno di avvenire. Quando si giocava al terzo millennio in questa isola del mondo si lavorava di fantasia, razionalità, tolleranza, eguaglianza, scambio: le arti della pace e del buon governo. C’erano perfino personaggi angustiati che non accadesse più nulla, che tutto fosse compiuto... il tempo storico sembrava doversi assestare sul progresso.
Cancelliamo tutto. È difficile crederlo. Siamo al ritorno dei Krupp, i fabbricanti di cannoni, i signori dell’acciaio (bellico), gli alchimisti della guerra industriale. Il riarmo, che è stato per anni una parola maledetta, ora incanta. Come a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, suscita nel Continente della pace, dietro le bandiere dell’Unione, un’energia di gigantesca potenza come quando un grido in montagna può scuotere una valanga: prepariamoci, siamo in pericolo, armiamoci! È una singolare catarsi emozionale. Si ordina l’unanimismo stradaiolo, si organizzano cortei e sfilate con gagliardetti in testa come ai tempi di Corradini e le sue “prose sacre”. E in Germania poi...
Rileggiamo un precedente. Tedesco. La parola deterrenza che è diventata il Verbo dei politici europei venne inventata da un ammiraglio, e politico consumato, Alfred von Tirpitz, per far approvare dal parlamento la creazione di una gigantesca Flotta di Alto Mare. Vendette l’enorme sforzo economico (i mille miliardi…) ai deputati del kaiser Guglielmo come necessario per consolidare l’equilibrio mondiale e quindi la pace. Così nel 1898 la Germania guglielmina votò una legge per un mostruoso riarmo navale di durata decennale da 400 milioni di marchi. Dagli altiforni dei Krupp e delle grandi marche dell’industria pesante dovevano uscire centinaia di corazzate e incrociatori modernissimi per pareggiare l’egemonia navale britannica, il vero nemico del super-Stato tedesco. Era la teoria del rischio: prima o poi la Gran Bretagna, imperialista di natura, avrebbe cercato con un attacco preventivo di annientare la crescente potenza tedesca. Assonanze…? Iniziò una rincorsa navale che passo dopo passo portò, come un conseguenza logica, inevitabile, al fragore dei cannoni nell’agosto del 1914.
Non risuonano echi sconcertanti con i discorsi di questi giorni ai vertici straordinari di Bruxelles, Parigi, Londra? Il baccano militarista del vecchio Marte amplificato dagli altoparlanti delle nuove tecniche di comunicazione diventa la rivelazione finale del capitalismo europeo intontito dalla ennesima crisi. L’astro pallido di possibili tregue che avrebbe dovuto illuminare il centro dell’Europa si occulta. I politici di Bruxelles passano il testimone ai consigli di amministrazione della industria dell’apocalisse: qui ci sono i soldi, fate presto! Alfred Krupp detto “il re del cannone” aveva cinque dipendenti quando iniziò producendo materiale ferroviario: quando morì, e sfornava congegni che sparavano ordigni da sette tonnellate, i dipendenti erano diventati ventimila, la più grande azienda del mondo.
Gli economisti, che avevano garantito il disastro russo per sanzionistica anemia industriale e finanziaria, sono gli stessi che oggi indossano, con protervia, i pepli di àuguri del nuovo grande affare dei cannoni, del revival dell’industria pesante, dell’acciaio green o non green che importa.
Ricardo diceva che «l’economia è una scienza triste». Persino i teologi si convertono a idilliaci e rassicuranti arsenali strapieni. Dal 2022, data iniziale del disordine esistente, la quotazione globale delle multinazionali della “Difesa” è cresciuta del 72%, contro il 20% dell’indice azionario mondiale. Europei, datevi da fare! Scaliamo le classifiche di questo debito buono. Come ha detto il manager di una delle aziende baciate da questa discutibile fortuna «le guerre si vincono se si spara più del nemico».
Eggià. Cadorna avrebbe consentito con entusiasmo. La Germania, la Germania!, vuole sorpassare tutti come ai tempi del signor Alfred Krupp e dinastia: aggiunge 500 miliardi per “infrastrutture”: volete automobili o carri armati? chiede il futuro Cancelliere. “Rheinmetall”, marchio di successo, che mise le ali ai piedi alle Panzerdivisionen di uno che non apprezzava molto i dieci comandamenti, converte le fabbriche alla produzione militare. La “Knds Germania” compera fabbriche di materiale ferroviario per costruire blindati e corazzati. Le catene di montaggio dei cannoni assumono gli esuberi delle aziende automobilistiche. Evviva! Non fu il riarmo hitleriano che sollevò la Germania dalle miserie della Grande Crisi? Gli stessi industriali che si fregavano le mani per le flotte di Von Tirpitz si riunirono dopo la disfatta per decidere che quel mestatore, che a furia di urla trasformava la delinquenza in idealismo, poteva esser utile per arrotondare i conti.
Il contemporaneo complesso militar-industriale-finanziario quasi rassegnato alle guerricciole dell’antiterrorismo moderatamente redditizie ritrova la età dell’oro. Al seguito si mette in marcia, brutto segno, la carovana di chi spiega plaude giustifica mobilita: siamo in un mondo di pericoli! Ma è anche il centro del Putin-pensiero. Il tutto conferisce a questi ritorni bellicisti un pittoresco grossolano, perfettamente folclorico. Depositiamo in ventiquattro ore il nostro cappotto della pace nel guardaroba in cui la nostra sufficienza si era infagottata per un po’ di tempo.
Lo spirito europeo si rivela “double face”: tranquillo e decorativo e poi di colpo, sotto le bordate brutali di Trump, drammatico ed esplosivo come un uragano. Eppure la nostra esperienza è tale da permetterci di raffigurare le grandi crisi del passato comprendendole e spiegandole quasi le avessimo sofferte: nascite di fanatismi, doloroso tramonto di epoche, assetto di tempi nuovi.
Potremmo riscrivere le tragedie del Continente come se le avessimo vissute, posteri e insieme contemporanei. Vediamo come non accadde forse mai in un così breve tempo profezie sinistre diventare realtà, annunci incredibili avverarsi avvertendo quasi il momento in cui si distaccano dalla immaginazione e diventano fatto.