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 2025  marzo 27 Giovedì calendario

Intervista a Giulio Muttoni

Per otto anni sono stato vittima di una furia giudiziaria: mi hanno rovinato la vita, ho dovuto chiudere l’azienda e dire addio per sempre al lavoro». Giulio Muttoni, 71 anni, in uscita dall’aula del Tribunale di Torino commenta l’esito della sentenza di primo grado dell’inchiesta Bigliettopoli. Il “re dei concerti” è stato assolto dall’accusa di corruzione per aver dato – secondo la Procura – biglietti di suoi concerti tra il 2016 e il 2018 in cambio di presunte agevolazioni alla sua società, la Set Up Life, nell’ambito di autorizzazioni per gli spettacoli allo stadio Olimpico e al Palalpitour. Prescrizione per la corruzione sul concerto di Tiziano Ferro del 2017. Nella stessa inchiesta, nata dopo che la società di Muttoni era stata colpita da un’interdittiva antimafia, era stato indagato anche l’ex senatore Stefano Esposito, anch’egli assolto mesi fa. Il pm che aveva condotto le indagini, Gianfranco Colace, lunedì è stato sanzionato dal Csm per le intercettazioni illecite di Esposito.
Muttoni, questa sentenza la ripaga di questi anni?
«Mi fa dire: cavolo, la giustizia allora c’è. Resto amareggiato per un processo che era un po’ costruito, ma soddisfatto per com’è finita. Certo nessuno mi ridarà indietro questi anni di calvario e un grande dolore: essere andato in pensione non per scelta ma a causa di questa furia giudiziaria. Ho dovuto chiudere un’azienda che ha dato molto a Torino».
È stato obbligato a chiudere?
«Mi hanno abbandonato in tanti, spietatamente giustizialisti. Dal giorno dell’apertura delle indagini ho provato a dire a tutti: non dico la Cassazione, ma aspettate almeno il primo grado di giudizio. E invece niente: mi hanno buttato via subito, come uno straccio vecchio».
A chi si riferisce?
«Alle società con cui ho lavorato per trent’anni. Da Live Nation alla compagnia del tabacco Philip Morris, con cui avevo contribuito a dare vita agli eventi con la Formula Uno. C’erano rapporti di stima e amicizia e mi hanno abbandonato dalla sera alla mattina. Un voltafaccia che fa ancora male».
Come ha reagito?
«Per fortuna avevo le spalle larghe, c’è chi ci avrebbe lasciato la salute. Io mi sono concentrato su chi mi è rimasto vicino: mia moglie, i miei figli e gli amici più stretti».
E ora?
«Faccio il nonno: la nipotina Gaia è il mio centro di gravità permanente».
Non vuole tornare?
«Guardi, se il processo fosse durato meno... Ma dopo il dolore di dover chiudere l’azienda, non ricomincerei mai».
Troppi otto anni senza una sentenza?
«Ci sono stati dei momenti più bui, ma ero sereno. Non mi aspettavo una grande condanna per aver dato affettuosamente dei biglietti a delle persone senza chiedere nulla in cambio. Ma sì: quasi otto anni sono troppi. Non auguro a nessuno di capitare in questo mulino che ti ribalta l’esistenza».
Il pm è stato sanzionato dal Csm. Questo le ridà fiducia nella giustizia?
«Per la giustizia in generale sono ottimista. E sono un grande garantista, quello di Colace è un primo grado di giudizio. Non mi interessa commentarlo».
Tra chi l’ha abbandonata c’è anche la politica cittadina, con cui ha lavorato a tanti progetti?
«Certo. Ma non mi aspettavo niente. Non è che avessi chissà quali amicizie. Ho fatto il mio ruolo quando ero al Parco Olimpico, ho cercato di portare più eventi a Torino. Ma dopo l’interdittiva antimafia e questa inchiesta, di colpo mi hanno detto: “Non servi più”. Assolto o no, per quel poco che ci guadagnavo la mia reazione è stata: chi se ne frega».
Per una condotta non è stato assolto, ma prescritto.
«Non ho mai fatto niente di male: anche in quel caso sono innocente al cento per cento».
Si ricorda com’è cominciato tutto?
«Sono stato chiamato per la prima volta da Colace per un colloquio da non indagato. Solo in seguito sono stato indagato. All’inizio pensavo che si sarebbe risolto tutto in fretta».
Il primo ricordo professionale?
«Quando ho comprato la discoteca Big a Torino, nel 1985. In tasca avevo 2 milioni di lire. Ho chiesto un prestito per andare a New York per imparare dai grandi locali come il Riz e ho esportato qui l’idea di una discoteca diversa, capace di ospitare Edoardo Fadini».
E poi?
«Dieci anni di vita in cui andavo a dormire alle 5 del mattino. Poi, nel 1997, ho venduto la discoteca e creato la Set Up, società specializzata in hospitality. Ero legato a Philip Morris, per loro ho girato il mondo con la Formula 1 e conosciuto campioni come Prost, Schumacher, Senna: ho parlato con lui il giorno prima del tragico incidente di Imola...».
Poi i grandi concerti a Torino.
«Dopo l’esperienza incredibile del Medal Plaza nelle Olimpiadi del 2006, dove ricordo ancora tutto dell’ultimo concerto di Whitney Houston, ho deciso di vendere la Set Up per aprire la Set Up live. Torino, all’epoca, competeva con Milano e Roma per i grandi concerti in Italia: U2, Police, Madonna, aprivamo i tour internazionali».
Rimpianti?
«Non aver mai organizzato un concerto dei Rolling Stones. E aver dovuto liquidare l’azienda nel 2020 lasciando a casa 25 dipendenti e chi lavorava concerto per concerto: per i Coldplay erano 1.050. Oggi non vedo eventi simili, a Torino».